Laeti bibamus sobriam profusionem Spiritus

trinitasSe è nostro desiderio affidare allo Spirito Santo l’azione di rinnovare la nostra vita spirituale, non possiamo non approfondire, in verità, la conoscenza della terza persona della Santissima Trinità. Rimanere nell’ignoranza riguardo alla Persona dello Spirito Santo, non soltanto ci limita in un vero e ortodosso cammino spirituale, ma ci impedisce, ancora di più, di vivere una fede viva, efficace ed evangelizzatrice: non basta invocarlo, piuttosto dobbiamo permettergli di agire nella nostra vita, lasciarci guidare da Lui: “Chi ha sete venga a me e beva, chi crede in me, (come dice la scrittura) fiumi d’acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7,37).

Spesso si corre il rischio di spiritualizzare o distorcere a nostro uso e consumo l'azione dello Spirito Santo, come del resto avviene anche per la figura del Padre e di suo figlio, nostro Signore Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è colui che spezza e corregge la visione di Dio nel nostro cuore e nella nostra mente. E' lo Spirito Santo che rende continua e viva nella Chiesa la vita di Gesù e rende viva nel credente la coscienza che Gesù è il figlio di Dio ed è il Signore.

Lo Spirito Santo è quel collirio che ci dà la capacità di correggere e vedere con esattezza Dio: "Lo Spirito Santo vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv 16,13).

Non possiamo testimoniare che Gesù è veramente il Signore della nostra vita se non sotto l'azione dello Spirito come ci ricorda San Paolo nella lettera ai Corinzi al capitolo 12 versetto 3: "Fratelli nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo". A questo punto vorrei farvi una domanda: "Riusciamo ad essere testimoni di Cristo nei vari ambiti dove siamo chiamati a svolgere i nostri servizi? Meglio ancora: i bambini, gli adolescenti, i giovani, le famiglie, le persone insomma alle quali siamo chiamati ad essere un punto di riferimento nelle varie realtà della nostra parrocchia, quando ci vedono, vedono in noi solo una persona oppure un testimone di Gesù, vedono soltanto se abbiamo i capelli neri, biondi, castani, come siamo vestiti, oppure vedono in noi delle persone talmente innamorate di Dio al punto da voler assomigliare in tutto al Figlio? Traspare dalla nostra vita, dai nostri modi di fare, di parlare, di essere che non abbiamo scelto un'ideologia o delle nozioni, ma una persona: Gesù! Osservandoci, sono colti dal desiderio di conoscere Gesù e di innamorarsi di Lui? Guardandoci nasce in loro il desiderio che nasceva nel cuore di coloro che incontravano i discepoli di Gesù al punto che li supplicavano dicendo: "Vogliamo venire con voi!" Siamo innamorati pazzamente di Cristo? Siamo suoi testimoni credibili? Vi leggo un brano preso dalla "Esortazione apostolica di Sua Santità Paolo VI" al punto 41 dal titolo "La testimonianza della vita": "... per la Chiesa, la testimonianza di una vita autenticamente cristiana, abbandonata in Dio... , è il primo mezzo di evangelizzazione. «L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, - dicevamo lo scorso anno a un gruppo di laici - o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (67). È dunque mediante la sua condotta, mediante la sua vita, che la Chiesa evangelizzerà innanzitutto il mondo, vale a dire mediante la sua testimonianza vissuta di fedeltà al Signore Gesù, di povertà e di distacco, di libertà di fronte ai poteri di questo mondo, in una parola, di santità."

Capiamo, quindi, quanto sia importante in questi giorni, essere veri con noi stessi per essere veri con Dio. Dio sa già che non siamo perfetti, che non siamo infallibili, che non siamo senza peccato e che mai lo saremo su questa terra; ma Dio sa anche cosa siamo in grado di fare, Dio ci conosce meglio di noi stessi e sa benissimo che può fidarsi di noi, credere in noi, contare su di noi. Dio conta su di te e sa anche che non lo deluderai perché sei il suo "figlio prediletto"! Ognuno di noi è il suo "figlio prediletto"! La nostra testimonianza di vita nel servizio che svolgiamo non è quindi un optional, ma è l'essenza del nostro servire, è ciò che lo caratterizza completamente, è come diceva Paolo VI "... il primo mezzo di evangelizzazione". A questo punto dobbiamo ricordarci che non possiamo testimoniare, dicevamo poco fa, che Gesù è veramente il Signore della nostra vita se non sotto l'azione dello Spirito e ricordavamo cosa dice San Paolo nella lettera ai Corinzi al capitolo 12 versetto 3: "Fratelli nessuno può dire Gesù è il Signore se non sotto l'azione dello Spirito Santo".

A questo punto iniziamo un santo cammino che ci condurrà alla conoscenza dello Spirito Santo.

Anche qui, impariamo ad usare i criteri umani per capire le cose di Dio.

Se vogliamo conoscere una persona, da chi ne andiamo a chiedere informazioni e notizie? Sicuramente da chi l'ha conosciuta. Solo chi l'ha ascoltata e veduta può raccontarci di lei o lui e di ciò che ha fatto. La stessa cosa vale per lo Spirito Santo, ecco perché cercheremo di conoscerlo tramite la voce di coloro che ne furono i primi ascoltatori, i primi testimoni, i primi che vissero ciò che Lui prometteva: i padri della Chiesa. Essi amavano chiamare la manifestazione della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli il giorno di Pentecoste e su ogni cristiano al momento del battesimo con questa definizione: "la sobria ebbrezza dello Spirito."

 

Laeti bibamus sobriam profusionem Spiritus

 

La traduzione di questa frase è la seguente: "Con gioia beviamo la ben definita e moderata abbondanza dello Spirito". Di questa frase è interessante capire cosa intendeva S. Ambrogio nel IV secolo per "sobriam profusionem Spiritus" cioè per "sobria ebbrezza dello Spirito" ed inoltre vedere se era solo una sua idea, un'idea quindi isolata oppure se era condivisa anche da altri..

 

Esperienza di ubriacatura

 

Scopriamo, a questo punto, che in quel secolo (il IV sec.) la cristianità intera fece l'esperienza di una "ebbrezza spirituale", una "ubriacatura" di Spirito Santo.

S. Cirillo, vescovo di Gerusalemme, nell'anno 348, commentando ai catecumeni il racconto della Pentecoste, giunto alle parole di Pietro: "Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate" (At 2,15), dice: "Non sono ubriachi nel senso che voi intendete. Sono ebbri, sì, ma di quella sobria ebbrezza che fa morire i peccati e vivifica il cuore ed è l'opposto della ebrietà materiale. Sono ebbri in quanto hanno bevuto il vino di quella vite spirituale che afferma: "Io sono la vite, voi i tralci" (Gv 15,5)".

S. Ambrogio a Milano predicando ai neofiti diceva: "Colui che si ubriaca di vino barcolla; colui invece che si inebria dello Spirito Santo è radicato in Cristo. Veramente eccellente questa ebbrezza che produce la sobrietà dell'anima!"

S. Agostino affermava: "Lo Spirito Santo è venuto ad abitare in voi (parlando ai neofiti il giorno di Pasqua appena dopo aver ricevuto il battesimo); non fatelo allontanare; non escludetelo mai dal vostro cuore. E' un ospite buono: vi ha trovato vuoti e vi ha riempiti; vi ha trovato affamati e vi ha saziati; vi ha trovato assetati e vi ha inebriati. Sia lui a inebriarvi davvero!"

Ultima voce eloquente che vogliamo ascoltare è quella di S. Gregorio Nazianzeno che nel IV secolo esclamava rivolto al suo popolo: "Per quanto tempo ancora terremo la grande fiaccola nascosta sotto il moggio? E' ora di collocare la lampada (lo Spirito Santo!) sul candelabro, perché faccia luce in tutte le chiese, in tutte le anime, in tutto il mondo". Non passò un paio d'anni da queste parole che, nel Concilio Ecumenico di Costantinopoli del 381, la professione di fede nella piena divinità dello Spirito Santo entrava finalmente nel "Credo": la grande lampada era posta sul candelabro più alto della Chiesa.

Abbiamo ascoltato tutte queste voci importanti perché non si tratta di persone qualunque ma di veri e propri padri della chiesa, testimoni della prima cristianità. Da questo possiamo desumere che tutta l'importanza che S. Ambrogio dava a questa "sobria ebbrezza dello Spirito" non era solo una sua idea, ma nel IV secolo tutta la Chiesa del tempo era ispirata e guidata dallo Spirito Santo su questo argomento.

 

Effetti dell'ubriacatura

 

Per essere così importante questa "ubriacatura" quali sarebbero i suoi effetti?

Ognuno di noi ha fatto questa esperienza anche se forse non se n'è sempre reso conto. Facciamo l'esperienza di questa ebbrezza tutte le volte che ci accostiamo ai sacramenti ed in particolare all'eucaristia. In quel momento ci sentiamo trasportati in uno "stato di grazia" in cui non c'è più posto per dubbi, rimpianti, ripiegamenti su se stessi, ma solo per la gioia e il ringraziamento. Questo perché l'anima è "radicata" in Cristo.

 

Di cosa inebriarci

 

Vi sono altre situazioni, che non siano i sacramenti, dove possiamo fare questa esperienza dell'ebbrezza dello Spirito, ce lo spiega l'apostolo Paolo: "Ma siate ricolmi di Spirito Santo, intrattenendovi tra voi con inni, salmi, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore" (Ef 5,18). Chiarisce ancora meglio S. Agostino: "Chi si rallegra nel Signore e canta a lui con grande esultanza non somiglia forse a uno che è ebbro? Mi piace questa ebbrezza... Lo Spirito di Dio è bevanda ed è luce."

 

Immagine dell'ebbrezza

 

S. Paolo dice: "Non ubriacatevi di vino, ... ma siate ricolmi dello Spirito" (Ef 5,18) e S. Agostino si chiede come mai la Scrittura abbia fatto ricorso a un'immagine così ardita come quella dell'ebbrezza, e risponde: "è perché solo lo stato dell'uomo che ha bevuto fino a perdere la mente può dare un'idea (sebbene in negativo) di ciò che avviene nella mente umana quando riceve l'ineffabile letizia dello Spirito Santo".

 

A chi venivano dette queste cose?

 

A questo punto qualcuno di voi potrebbe obiettare: "ma che importanza ha parlare di questa "ubriacatura", per quale motivo dare così tanta importanza a queste cose quando ve ne sono tante altre più degne di essere menzionate? Perché effettuare queste sottolineature quasi fossimo dei sacerdoti, dei vescovi o dei cardinali?" Per il semplice motivo che queste cose non venivano dette a mistici o privilegiati ma facevano parte delle fondamenta della vita cristiana del tempo e venivano rivolte ai catecumeni e ai neofiti, cioè a coloro che si preparavano a ricevere il sacramento del battesimo e a coloro che si erano appena convertiti al cristianesimo. La fiducia della chiesa primitiva non era quindi fondata tanto nell'efficienza e nell'organizzazione ma era riposta nella presenza in mezzo ad essa dello Spirito Santo, cioè nell'essere una società spirituale, un corpo animato dallo Spirito Santo, anche se strutturata visibilmente intorno ai vescovi.

 

Il periodo di riferimento

 

Paolo VI, citando S. Ambrogio con l'ideale della sobria ebbrezza, è come se volesse indicare a tutti i cristiani (e quindi anche a noi) di far rivivere nel Cristianesimo di oggi una esperienza di entusiasmo spirituale simile a quella che fece del secolo IV, il "secolo d'oro" della sua storia. Perché non possiamo farlo pure noi nella nostra parrocchia, all'interno delle nostre realtà? Siamo forse troppo ricurvi sui nostri problemi, sulle nostre necessità, sulle difficoltà e non siamo più abituati a ringraziare e lodare il Signore per quello che ci dà e per quello che Lui è per noi: abbiamo veramente bisogno di un nuovo entusiasmo spirituale, di una nuova gioia nell'essere di Cristo! Questa penso sia la sfida che il Signore ci vuole lanciare e che spero noi raccoglieremo.

 

Cosa vuol dire sobria?

 

Torniamo alla nostra "sobria ebbrezza". Abbiamo spiegato il significato della parola ebbrezza e cosa significa questo termine inserito in un contesto spirituale. Adesso dobbiamo scoprire, facendoci aiutare dallo stesso Spirito Santo, il significato della parola "sobria". "Sobrio": sòfron nella lingua greca, significava semplicemente "di sano e integro sentimento", o "assennato". Paolo, nell'epistola ai Romani, dice: "Non aspirate a cose troppo alte, piegatevi invece a quelle umili; non fatevi un'idea troppo alta di voi stessi" (Rm 12,16). Essere sobri equivale, in questo testo, a essere umili, non esaltarsi, non perdere il senso del proprio limite e della propria realtà; non dimenticare che tutto è dono e che nulla l'uomo ha di buono che non abbia ricevuto (1 Cor 4,7), per cui "chi si vanta si vanti nel Signore" (1 Cor 1,31).

 

Ebbrezza per Dio e sobrietà per i fratelli

 

Sentiamo cosa scriveva Paolo ai Corinzi: "Se infatti siamo stati fuori di senno (ecco l'ebbrezza, o l'estasi spirituale!), era per Dio; se siamo assennati (ecco la sobrietà!) è per voi. Poiché l'amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro" (2 Cor 5,13ss).

Cosa vuol dire l'Apostolo con queste parole? Che nel Cristianesimo l'ebbrezza spirituale, con Dio nella preghiera, deve tradursi in impegno attivo, efficiente e pieno di carità per i fratelli.

 

Sobrietà e purezza

 

Un ultimo significato della parola "sobrietà" lo incontriamo nelle lettere pastorali ed è la purezza, cioè la santità della vita affettiva e sessuale. Una vita casta, trasparente, in accordo con lo stato in cui ognuno si trova a vivere, deve essere il riflesso naturale di una vita nello Spirito, deve mostrare, dicono questi scritti, "la bellezza" della vocazione cristiana. Per gli anziani sobrietà specialmente nel bere (Tt 2,2), per le giovani sobrietà che si esprime in amore e fedeltà al marito e ai figli (Tt 2,4ss), per i giovani non ancora sposati sobrietà che è capacità di dominare le passioni e vivere in modo degno della fede (Tt 2,6).

 

Un entusiasmo basato sulla croce

 

A questo punto chiediamoci: "Che cosa è questa "ebbrezza sobria" dello Spirito?" Rispondiamo: "E' uno stato in cui l'uomo si sente posseduto e condotto da Dio; uno stato però che anziché alienarci, distogliendoci dall'impegno per i fratelli, ci conduce ad esso, lo esige e spesso lo rende più facile e gioioso." Possiamo definirlo entusiasmo ( da entheòs = ripieno di Dio), ma un entusiasmo basato sulla croce, dove per croce intendiamo tutte le cose sopra elencate: umiltà, carità, castità. Ecco, in sintesi, cosa i Padri della Chiesa inculcavano ai cristiani del loro tempo e il papa inculca a noi cristiani di oggi: un entusiasmo, ma un entusiasmo basato sulla croce e che si alimenta dalla croce.

 

La meta: il progetto di Dio

 

E' una chiara volontà ed una precisa richiesta di Dio, tra le più chiare del Nuovo Testamento, quella di legare l'azione dello Spirito Santo a qualcosa che dipende dall'uomo come sono l'umiltà, il servizio reciproco e la castità. Ovviamente è vero anche il contrario cioè che queste cose non sono assolutamente vivibili se non sotto l'azione dello Spirito. Non vi può essere umiltà, servizio reciproco e castità se non nello Spirito! Se non si imbocca questa strada, non solo non si va incontro a Dio e quindi alla sua volontà, ma si va verso se stessi, le proprie fantasie; si va incontro, insomma, al fallimento spirituale. Il dono di Dio, che è lo Spirito Santo, appunto perché dono, esige una libera accettazione, come il dono nuziale dello sposo esige il "sì" libero della sposa; ma il sì dell'uomo non è mai vero e profondo finché non è stato pronunciato nella croce.

 

 

 

 

Il perché della croce

 

A questo punto sorge spontanea questa domanda: "perché il nostro entusiasmo deve passare necessariamente per la croce dell'umiltà, della carità fraterna e della purezza?" La risposta di tutto il Nuovo Testamento è: perché Gesù Cristo è giunto così alla gloria della risurrezione e alla vita "secondo lo Spirito", cioè passando per la sua croce. Egli è stato "messo a morte nella carne, ma reso vivo nello Spirito" (1Pt 3,18). "Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?" (Lc 24,26). Dobbiamo avere ben chiaro in mente che il Gesù che proclamiamo "Signore", non è un Gesù qualsiasi o all'acqua di rose; è il Gesù Crocifisso! E' questo Gesù, non un altro, che il Padre ci dà per Signore.

 

Umiltà ed obbedienza

 

Tutta la vita di Gesù è stata contrassegnata dalla croce e dal martirio. Tutta la sua vita fatta di umiltà ed obbedienza al Padre, il suo farsi "servo" degli uomini, il suo annunciare la Buona Novella, realizzò la croce. Per compiere tutte queste cose Gesù ha avuto bisogno, pure lui, di ricevere il dono dello Spirito Santo (Lc 4,18). Proprio perché è stato fedele ed obbediente nel compimento di tutte queste cose ottenne di diventare lui stesso "Spirito datore di vita" nella risurrezione (1Cor 15,45) e datore dello Spirito alla Chiesa. Lo Spirito Santo è dato solo a coloro che somigliano a Gesù e per assomigliare a Gesù.

 

Morire per vivere

 

Cosa dobbiamo fare per assomigliare a Gesù? E' il Nuovo Testamento che ci viene in aiuto: mortificarsi secondo la carne, per vivere secondo lo Spirito, dove "carne" sta per l'uomo vecchio, egoista, incline al male e alle concupiscenze; l'uomo che è in stato di resistenza a Dio e di resa al mondo. "Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito" (Gal 5,24ss). Che cos'è questa morte di cui si parla? E' la possibilità che noi diamo a noi stessi di "essere partoriti" alla vera vita; un "nascere di nuovo", come diceva Gesù a Nicodemo. Paolo ce lo spiega meglio: significa non vivere più solo per se stessi, ma vivere secondo la forma del Cristo risorto, cioè aprendosi agli altri, nell'umiltà, obbedienza, carità, servizio fraterno: in sintesi a tutte quelle cose che ci esprimono il senso della parola "sobrietà" nel Nuovo Testamento. Facciamo un esempio per spiegare meglio ciò che abbiamo appena detto? Ricordatevi S. Francesco, quando in viaggio verso Assisi, d'inverno, scalzo, mezzo assiderato dal freddo, spiega a frate Leone dove è "perfetta letizia" e dice che essa non è nel fare miracoli e risuscitare i morti; non è nel profetare e nel parlare tutte le lingue; ma è nell'essere pronti a ricevere tutte le ingiurie dai fratelli del convento a cui sono diretti, conservando nell'offesa anche la carità, e questo (spiega) perché "sopra tutte le grazie e i doni dello Spirito Santo si è di vincere se medesimo e volentieri, per lo amore di Cristo, sostenere pene, ingiurie e disagi" (Fioretti, c.8).

 

Il segreto della santità

 

Il segreto della santità sta nell'equilibrio fra entusiasmo o abbandono all'azione dello Spirito e l'impegno personale concreto. L'uno non deve togliere all'altro anzi l'uno deve alimentare l'altro. Al primo posto vi è sempre l'iniziativa di Dio quindi il primo passo sarà sempre di Dio e a Lui, prima di fare qualunque cosa o prendere qualsiasi decisione, dovremmo rivolgere la domanda: "Signore che cosa vuoi che facciamo? Qual è la tua volontà?"

 

 

 

La sequela di Cristo

 

Non so se ognuno di noi ha preso consapevolezza di cosa vuol dire essere un animatore in una parrocchia, o cosa significhi avere la responsabilità di un gruppo o di una realtà nella Chiesa. Siamo talmente abituati ormai nel ricoprire questi ruoli che spesso corriamo il rischio di perderne il significato essenziale: aver deciso di seguire Cristo e di servirlo nella Chiesa cioè diventare suoi discepoli. Ed il motivo per il quale siamo qui è che il Signore ci ha chiamati perché vuole parlarci. E che cosa vuole dirci? Vuole sicuramente farci prendere più consapevolezza riguardo a chi siamo e a che cosa siamo chiamati a fare nel suo nome. Noi non prestiamo servizio in una cooperativa, in una associazione laica, in un centro sociale etc, con tutto il rispetto possibile per queste realtà. Noi abbiamo deciso di donare il nostro tempo prezioso in una realtà che si chiama parrocchia e che rappresenta la porzione di Chiesa su questa area geografica di Pesaro. Il parroco in una parrocchia rappresenta il vescovo, quindi l'apostolo di Cristo in quella realtà parrocchiale. Infatti egli ha, tra le altre responsabilità civili ed amministrative anche quelle del discernimento e della pastorale. Ciò vuol dire che è il parroco, dopo aver sentito ovviamente tutti i consigli possibili, che sintetizza, desume ed alla fine prende una decisione: questo è il discernimento cioè la capacità di saper capire qual è la volontà di Dio riguardo a quella scelta. Questo è il compito del parroco, mentre qual è il compito degli animatori di una parrocchia? Quello di, dopo aver dato il proprio contributo in termini di idee e consigli, rimettersi con obbedienza alle decisioni prese dal parroco. In questa maniera la parrocchia cresce nello spirito di comunione e di mansuetudine. E' ovvio che non possiamo sempre essere tutti d'accordo sulle decisioni da prendere ed è per questo che Gesù stesso imparò l'obbedienza dalle cose che patì come dice la lettera agli Ebrei. Questo vuol dire che l'obbedienza è un cammino difficile, sofferto, ma indispensabile per la nostra crescita spirituale e per la comunione ed il clima fraterno di una parrocchia. Torniamo al discorso iniziale dove abbiamo detto che l'animatore di una parrocchia deve aver deciso di diventare un discepolo di Gesù. Cosa vuol dire essere discepolo di Cristo? Ad ogni discepolo che gli chiede di potergli stare vicino, Gesù indica con amore la via: bere il suo calice e ricevere il suo battesimo cioè il battesimo che ha ricevuto lui! (Mc 10,37-39). Prima di bere il suo calice e ricevere il suo battesimo, dobbiamo capire quali sono le esigenze che Gesù richiede per stare alla sua "sequela" cioè per essere suoi discepoli veritieri.

Prima esigenza: una vita personale santa. Questo in particolare nell'ambito della vita sessuale, di cui oggi si sottovaluta l'importanza che essa ha nella crescita spirituale. Far entrare il nostro "essere di Cristo" anche in questo ambito così intimo e spesso nascosto. Non si pretende la perfezione ma lo sforzo e la tensione a vivere in uno stato di purezza riguardo alla situazione in cui siamo chiamati a vivere (celibato, fidanzamento, matrimonio). Vivere la purezza come dono, come carisma!

Seconda esigenza: l'umiltà. Dobbiamo perseguire quella forma di umiltà che ci aiuta a combattere la tentazione di impossessarci dell'opera di Dio all'interno della quale siamo chiamati a servirlo. Quell'umiltà che ci aiuta e ci richiama a vivere da servitori dell'opera di Dio e non padroni. Quell'umiltà che mantiene il nostro servizio "a servizio" dei fratelli e non lo fa diventare gestione del potere o dominio su di essi. Quell'umiltà che fa in modo che nessuno si attacchi a noi in maniera morbosa e che ci ricorda che uno solo è il Maestro e noi siamo tutti fratelli. Tutte queste cose che abbiamo elencato, se non vengono vissute nell'umiltà possono generare fazioni e quindi divisioni con grande danno per la parrocchia e per il cammino spirituale dei fratelli, noi compresi come ci ricorda Paolo: "Io sono di Apollo, io di Pietro, io di Paolo" (1Cor 1,12), mentre in realtà siamo tutti di Cristo.

Terza esigenza: la carità fraterna. Rivestirci di quella carità di cui parla S. Paolo e di cui dice che è paziente, benigna, non invidiosa, non altezzosa, che tutto copre, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13,4-7). Rivestirci di questa carità in ogni ambito della nostra vita, non solo in parrocchia quindi ma in famiglia, sul lavoro. Quella carità che ci fa scorgere e ci indica il fratello che ha più bisogno di noi, di una parola, di un abbraccio, di calore umano. Quanta poca attenzione abbiamo nei confronti del prossimo e delle sue necessità e quanto invece siamo bravi a scorgere e ricordarci le stesse attenzioni che vorremmo dagli altri e che non ci riservano. Rivestirci di quella carità che ci aiuterà a far scomparire da noi stessi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità e che ci rivestirà invece di misericordia e che quindi ci aiuterà a perdonarci vicendevolmente come Dio ha perdonato noi in Cristo.

Quarta esigenza: il servizio ecclesiale. Questo lo stiamo già facendo, cioè mettersi al servizio della parrocchia e delle opere della Chiesa. Oltre ai vari ambiti e servizi che già abbiamo, dovremmo cercare di renderci disponibili e prestare più attenzione a quelle opere spirituali come l'evangelizzazione, catechesi, preghiera, animazione liturgica, servizio dei poveri. In sintesi partecipare in maniera attiva alla "missione" della Chiesa.

 

Richiamando ciò che abbiamo detto precedentemente, dovremmo cercare di passare con naturalezza "dall'ebbrezza per Dio", alla "sobrietà per i fratelli" cioè di sforzarci di essere sempre molto attenti per poter scorgere il bisogno del fratello.

 

Rinnovare le parrocchie

 

Dobbiamo pregare lo Spirito Santo affinché la nostra parrocchia si rinnovi cominciando da me, passando per voi e arrivando all'ultimo parrocchiano. Il Signore vuole fare della nostra comunità una comunità rinnovata, desidera ridare vita alle nostre "ossa aride". La Santissima Trinità desidera usare ognuno di noi affinché la nostra parrocchia possa diventare quel candelabro, visibile a tutti e al quale tutti possano attingere per illuminare la loro vita, sul quale collocare la grande lampada che è lo Spirito Santo, "perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa" (Mt 5,15). Il mio desiderio e che oltre a rispondere a questo invito di Dio ognuno di noi e tutta la parrocchia si senta viva e cresca come una comunità facente capo alla comunità fondamentale che è la Chiesa Cattolica. Ringraziamo il Signore che ci ha chiamati a vivere nella Chiesa e per la Chiesa. Non siamo orfani, abbiamo una madre che è la nostra Santa Madre Chiesa, Sposa di Cristo. Tutto quello che dobbiamo fare è sentirci parte viva di essa, parte importante, suoi figli i quali possono ricorrere a lei ogni volta che ne hanno bisogno. Nel seno della Chiesa troveremo la presenza dello Spirito Santo che ci aiuterà a vivere sì la sobrietà, ma nell'ebbrezza; sì la croce, ma nell'entusiasmo. "Laeti bibamus sobriam profusionem Spiritus, ci ha detto Paolo VI. Accogliamo l'invito del Santo Padre e viviamolo nella nostra vita di ogni giorno, in famiglia, nella realtà parrocchiale nella quale siamo chiamati da Dio a servire i fratelli. Da oggi non avremo più sete se seguiremo il consiglio del Papa Paolo VI: beviamo con gioia la sobria ebbrezza dello Spirito.

 

Questo è ciò che lo Spirito Santo può realizzare nella vita di ciascuno di noi; dobbiamo solamente abbandonarci un po' di più fra le braccia del Padre ed aprirci più liberamente al soffio potente dello Spirito lasciandoci plasmare dalla sua azione.

 

Amen! Alleluia!

Catechesi by Alberto Ridolfi