La Resurrezione: Il miracolo della gioia

papa_ultimaLe disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?».
Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!».
Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro!
Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».
Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto. (Gv. 20,15-18)


"Donna perché piangi?"

Una domanda posta così, dopo i fatti drammatici e disumani avvenuti, può essere posta solo in due casi.. o da chi è insensibile, superficiale ed irrispettoso del dolore... oppure da chi è fonte della gioia, di senso, di vita.
Ci sono alcune discontinuità-continuità narrative nei vangeli che non possono che essere state generate che da fatti ed eventi e che quindi ne attestano la veridicità inequivocabile a chi ha il cuore e la mente sgombra da durezze.
Questa affermazione di Gesù ne è dimostrazione.
Il dolore, il dramma di certe situazioni umane che legano all'impotenza, alla malattia del cuore e del corpo, alla paralisi, alla rabbia, alla depressione, allo sconforto radicale, al buio, crimini orrendi contro l'uomo e gli innocenti non sono uno scherzo, ma uno scandalo del cuore.
Scandalo perché biblicamente pietra di inciampo,  verifica delle nostre false sicurezze, ribaltamento del buonismo e del quieto vivere, uno schiaffo che fa male e ci toglie le fondamenta della sicurezza e apre il baratro verso il nulla.
Qui, proprio qui, Cristo Signore e Maestro si fa presente con Spirito e potenza, con Parola che cambia, con senso che tutto trasforma.
Solo Cristo ci dice e può dirci: "Perché piangi?".. con quel "perché" che è già guarigione ed evidenza della vita e della gioia, in cui Egli ci porta in ogni situazione umanamente impossibile, in ogni dramma schiacciante.
Non c'è risposta pre-confezionata, ma c'è la Sua risposta.
La Risposta di Colui che è.
La risposta personale che Egli dona gratuitamente a chi la cerca con cuore onesto.
Una risposta così salda e personale che è un fatto, un'evidenza del cuore, della mente e della carne e che genera la fiducia in colui che tutto può.
L'evidenza-fatto del bimbo che nasce dopo un lungo travaglio di mesi e che pone davanti agli occhi dell'uomo la vita nuova, la gioia, la speranza ed il dilatamento del cuore.
Difficilmente chi non fa esperienza di fecondità nell'amore può capire questo ma rimane sempre indurito nei propri fantasmi e nelle proprie disperate paure.
Dove entra Cristo, la gioia irrompe, con prepotenza e fa cadere le cataratte del cuore e della mente.
Entra l'ossigeno divino nelle cellule e nella mente dell'uomo, lo spazio si dilata e l'uomo comprende il "senso" del dramma, del "suo dramma", ed egli risorge con il Risorto.

 

Il vero miracolo

Questo è il vero miracolo, più grande di ogni segno tangibile e dimostrabile, di ogni reliquia, di ogni luogo santo, di ogni fatto inspiegabile..
quando il cuore dell'uomo passa da morte a vita, da tristezza radicale a gioia, da depressione a fecondità, da superbia a umiltà, da intemperanza a sobrietà, da relativismo a cuore appassionato e amante.
Non c'è infatti miracolo più grande,di cui fare esperienza, di quello della gioia del Risorto.
Una gioia radicale che lo stato di innamoramento tra gli uomini e le donne, spesso così proiettivo e narcisistico, ne è pallida immagine e scimmiottatura.
Si passa da cecità a vista, da buio a luce.

Questo dovrebbe farci riflettere sul senso profondo non solo dei miracoli di Gesù ma anche dai segni, innumerevoli, che Egli ci lascia e ci ha lasciato nel corso della storia.
Tutti i segni, più o meno grandi o conosciuti, sono mezzo perché l'uomo entri nella gioia e la sua gioia sia piena, vera, reale, forte, salda, appassionata.
Se fissassimo lo sguardo solo sui mezzi e sui segni ci perderemmo le Sue parole: "Perché piangi?" e costruiremmo una fiducia non con Lui che tutto può ma con il segno che Egli ci ha lasciato.
Questo si chiama devozionalismo che, al contrario della devozione, non punta all'essenziale ma cerca di cosificare la fede sulle pratiche, sugli oggetti, sulle reliquie, persino sui doni che Dio ci da.
Al contrario il Risorto, l'unico Risorto da morte, ci vuole portare oltre, come Abramo, più di Abramo... come Maria di Magdala e più ancora come Maria Sua Madre.
Ci vuole portare a sentire sempre le Sue Parole: "Perché piangi?", ci vuole portare a fare esperienza del fatto della Resurrezione, perché sia, in Lui, il nostro fatto.
E' dunque una questione di sguardi; dello sguardo di Gesù Risorto e del nostro che si incontrano.
Non sono coinvolti gli occhi ma l'esistenza.
Chi ha fatto esperienza dell'amore non può tacere.. ed anche se non può parlare griderà la sua vita, le sue mani, i suoi gesti, le sue scelte.

 

La fecondità inevitabile

Dunque chi ha sentito risuonare nella sua vita Gesù che dice: "Perché piangi?". Chi ha visto il suo sguardo... come può tacere.
Qui nasce la missione della Chiesa che memore di quello sguardo, di quel "Perché piangi?" annuncia la gioia del Risorto senza stancarsi da Pietro a Francesco.
Solo la Chiesa dona la possibilità di questo incontro e solo la Chiesa ti conferma che tu abbia avuto questo incontro con l'Autore della Gioia.
Chi si dice cristiano ma non annuncia la Gioia e si fa bloccare dalla paura, dalla convenienza, dal quieto vivere, dal buonismo, dal perfezionismo, forse non ha sentito profondo quel "Perché piangi?" ma ha solo una parodia della fede, una intellettualizzazione dei concetti.
Spesso la rabbia dell'ateo che si diceva credente nasce proprio da questa proiezione di dio falsata che aveva nel cuore.. egli odia la sua rappresentazione di Dio ma non ha mai sentito come fatto nella propria vita: "Perché piangi?".
Questo muove all'urgenza dell'annuncio, alla passione della testimonianza perché chi ha avuto questa grazia non può tacere affinché ogni donna ed ogni uomo ne possano essere partecipi.
E chi annuncia riceve inevitabilmente incomprensione perché chi non è aperto, chi non ha fatto ancora certi passi, chi si è indurito è impermeabile alla gioia.
Per questo l'annunciatore deve sempre fare memoria di essere servo e non proprietario dell'annuncio.. egli è solo veicolo della gioia, ma non veicolo esclusivo.
Il potere appartiene a Dio e il testimone deve fare appello costante alla fonte della gioia con la preghiera, il digiuno, la penitenza, perché i fratelli possano sentire: "Perché piangi?"

 

Lo sguardo va coltivato

Lo sguardo reciproco, base di una relazione intima e feconda, non è fatto solo di un istante, ma di disciplina amorosa, di tempo, di attenzione, di scelte. Ecco perché chi riceve una grazia non ne è proprietario ma servo. Ogni relazione significativa non può prescindere dalla fatica dell'amore, dalla fatica gioiosa della tenerezza. Il testimone è innanzitutto uno che entra nel dolore degli uomini non come giudice ma come colui che ascolta, l'uomo e Dio al contempo. Ascolta l'uomo, entra nel suo dramma, nella sua solitudine, nei suoi fantasmi quel tanto che può senza appannare il dono che Egli porta: "Perché piangi?".
Quando il testimone si accorge che più che ascoltare sta facendo tacere la voce del Risorto deve subito ritirarsi e ri-ascoltare quella voce altrimenti perde se stesso e l'altro e cade in un baratro più grande di quello da cui è uscito un tempo.
Ecco perché è difficile essere testimoni: è una ginnastica ed una disciplina nel cuore che, alla luce e alla sapienza della Chiesa, ci da le coordinate per svolgere al meglio e con gratuità il nostro servizio.
Per essere fedeli a ciò che si è ricevuto e per servire veramente ogni uomo ed ogni donna.
Quando il testimone si dimentica chi è (un testimone appunto) e si sente proprietario di ciò che porta manca di fede, di prudenza, di temperanza, di senso pastorale, si comporta come un ladro che mercanteggia i doni spirituali per narcisismo... come Giuda Iscariota.


Maestro mio

Rabbunì.. che significa in realtà "Maestro mio intimo".
"Perché piangi?" è infatti intimità che chiama ad intimità.
Intimità non dolciastra, lacrimosa, ma biblica, sponsale, forte e trasformante.
La carammellosità della fede è il preambolo alla superstizione; la intellettualizzazione della fede è il preambolo alla "fede fai-da-.te".
Qui parliamo di intimità, vera, robusta, discreta, coperta di pudore, gioiosa.. non una sua caricatura.
E' proprio di questa intimità che satana ha paura perché in questa mutua appartenenza tra Dio e la creatura c'è tutta la sua rabbia e la sua sconfitta.
E' proprio questa intimità che genera Dio nella creatura similmente (anche se lontanamente) a ciò che accadde nel seno della Vergine Maria.
E' l'intimità che trasforma e che mette ordine. Ordine psico-spirituale. Dentro e fuori di noi.
Ed è straordinario che Cristo, secondo la testimonianza dei vangeli, incontra Maria di Magdala prima di Pietro.
Un dono per la donna e per l'uomo, un monito per l'uomo e, soprattutto, per la donna oggi.
Come a dire: "guarda che se non hai intimità con me, se non mi chiami - Maestro mio intimo -, perdi te stessa e la tua fecondità!..
Nella tua intimità sta il tuo sacerdozio per servire la Mia Chiesa.
Dunque non mi trattenere.. ma va dai miei fratelli, da coloro che ho scelto per guidare la Mia Chiesa e dona la tua intimità.
Non temere l'insuccesso ma porta la tua intimità con me".
E' straordinario come il peccato è entrato per la donna e a capovolgere questo dramma, nella storia, entra la salvezza per Maria Madre di Dio e l'annuncio per Maria di Magdala.
Dio fa bene ogni cosa.

 

L'augurio che Zammerù Maskil fa in questa Santa Pasqua è una rinnovata e gioiosa intimità con colui che ci dice: "Perchè piangi?


Mercoledì della I settimana di Avvento

S. Blanca de Castilla, regina di Francia (1188-1252)

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