I pastori nascono non per essere pompieri ma creatori di fuochi, quelli giusti.

la gioia luminosaLa vicenda di Don Corsi è non solo un episodio "grave e triste" come detto dal presidente della CEI ma anche un episodio emblematico.

Il nemico dell'uomo usa lo squilibrio, le distorsioni mentali di uno, uno solo, per creare un "caso".

Questo caso, questo "fuoco malato" ottiene che coloro che dovrebbero accendere i veri fuochi facciano i pompieri.

Lo diceva Francesco di Assisi, nella regola non bollata: "il diavolo per la colpa di uno vuole corrompere molti" (FF. 18).

Ora che qui si tratta di un peccato oltre che di una stupida misoginia non vi è nessun dubbio.
Cattivo discernimento perché correlazione indebita tra la violenza e l'impudicizia.
Peccato perché denigrazione della donna,
stupidaggine ed ignoranza perché la misoginia è una sorta di violenza larvale, come lo è il suo contrario, tale femminismo, che usa disordinatamente il proprio genere non per ottenere una parità ed una dignità ma una mascolinizzazione delle donne o, peggio, la cosificazione della vita. Ne abbiamo parlato qui.


Ma il punto a cui voleva condurre il nemico dell'uomo non era certo quello di uno solo gesto sbagliato e offensivo ma, piuttosto, che coloro che dovrebbero accendere i veri fuochi si muovessero in trincea.

Il carattere esponenziale dato dalla rilevanza mediatica, dalle lobby impazzite, dalla cattiva stampa, dai gruppi pseudo-femministi e vanesi di protesta, è proprio ciò che si voleva ottenere: una grande distrazione di massa dalla gioia del Santo Natale. Dalla celebrazione della meravigliosa festa della Santa Famiglia. Si voleva rendere dimessi e distratti i pastori, omologati tutti i fedeli.

In questi giorni lo abbiamo visto ovunque, persino nei quotidiani cattolici di informazione. Certo il clima non è favorevole e i cristiani vengono attaccati da più parti, il più delle volte sproporzionatamente rispetto agli errori, ai peccati o ai delitti di uno o di qualcuno. Ma quello che preme al nemico dell'uomo è che i pastori dimentichino di essere coloro che accendono i fuochi di gioia, di giustizia, di amore. Perché questa è la loro missione. C'è il rischio che la codardia e la mancanza di coraggio venga scambiata per prudenza e temperanza. La pastorale ridotta a "contenimento" senza slancio dell'annuncio opportuno e inopportuno.
Quando questo accade il capolavoro è compiuto. La Chiesa smette di "salare" il mondo.


L'apologetica non è essere in difesa, se non talvolta; l'apologetica non è essere "contro" se non talvolta, ma anzitutto "essere per", a disposizione della Diakonia della gioia.
Annunciare in Spirito e potenza il Kerygma, oggi e sempre, è un ministero di gioia: "Ecco faccio una cosa nuova, non ve ne accorgete?" (Is. 43, 19)

L'occasione del danno fatto da uno era l'occasione non solo per essere in difesa e dissociarsi dal male compiuto ma per ribadire il bello e il buono che c'è nel progetto famiglia, nella purezza, nel dominio di sé. Della bellezza di ogni uomo e di ogni donna. Si rischiava il fraintendimento? Forse.. dipende da come si pongono le cose e soprattutto da come trabocca il cuore.
Un primo schiaffo può prendere alla sprovvista ma sul secondo guai a noi se non siamo preparati.

Ma taluni pensano di essere a servizio della parità di diritti e doveri tra uomo e donna anche solo dicendo "care sorelle e cari fratelli", piuttosto dell'usuale contrario o magari facendo violenza al Magistero e alla Sacra scrittura interpretando male Ef. 5 con una esegesi storicista sul matrimonio e sui ruoli simbolici che ci sono nel dono della famiglia. Scambiando magari lo sforzo della Mulieris Dignitatem di ribadire il pensiero di sempre della Chiesa sulla donna con un allineamento all'auto-determinismo impazzito della mentalità corrente. Ne abbiamo parlato cinque anni fa qui

La dinamica del pompiere l'abbiamo vista tante volte in questi anni, persino quando il Santo Padre fece un discorso cardine e fantastico all'università di Regensburg che rivela proprio quello che il nemico dell'uomo non vuole: la ragione che ragiona, la ragiona cognitiva e non la ragione strumentale alla prepotenza.
Ragione "prepotente", fonte, tra l'altro, di ogni diritto positivo.
Ma talmente siamo immersi nelle tenebre del politicamente corretto che, come nel "Mito della Caverna" di Platone, non ci accorgiamo di essere al buio; né vogliamo la luce. Anzi ci accomodiamo al "politicamente corretto" avendo cura di non provocare per non offendere, non scuotere, mantenere legami che puntano sempre di più verso il basso che verso l'alto. Giustificando noi stessi che lo stiamo facendo per la pace e la comunione, quando invece è quieto vivere; spesso vigliaccheria.


Senza anelito, senza trascendenza, senza speranza. Pensando e ingannandoci che il solo "dialogo" porti in sé alla trascendenza e al bene e al vero.

Che tristezza vedere una chiesa fatta di fedeli e pastori annichilita. Sempre in difesa, irrilevante. Irrilevante non per la scelta di vivere a Betlemme, a Nazareth ma irrilevante perché omologata, mondanizzata, immanentizzata. Imborghesita rischiando di essere livellata sulle ideologie correnti.

Annichilita nella speranza, nell'individualismo, nell'egoismo, nel "benessere borghese", tutto borghese di stare nei poveri miseri pannicelli caldi. "Vi sembra questo il tempo di abitare tranquilli nelle vostre case ben coperte, mentre questa casa è ancora in rovina?" (Ag. 1,4)
Comunità auto-referenziali, gruppi chiusi, giovani che rimangono a vita impantanati senza vocazione al matrimonio o alla consacrazione. Pensando che magari scrivendo due righe su un blog o sito cattolico hanno centrato il loro cammino, quando invece, stanno solo fuggendo dalla loro personale ed unica chiamata.

Invece qui, nell'occidente malato di soggettivismo, siamo incapaci di commuoverci (e muoverci) per i fratelli che in terre lontane (ma poi non troppo) muoiono per il Vangelo. Donano realmente la vita. Muoiono per non cedere di un millimetro sulla gioia che è stata loro consegnata mentre qui la vendiamo per un piatto di lenticchie. (Gn. 25, 29-34)

Una chiesa incapace di ribadire a pieni polmoni che è bello, bellissimo avere una famiglia o consacrarsi totalmente al Signore. Donarsi alla vita. Di puntare al dono e non sulla salute e sul benessere. Che c'è gioia, infinitamente più gioia nel dare che nel ricevere; soprattutto nel dare a perdere. E che uno non può non restituire ciò che ha ricevuto con così tanta abbondanza da Dio. In questa quotidiana e capillare restituzione si compie un'umanità nuova.

Una chiesa che invece sia capace di annunciare con "potenza" l'umanità nuova, bella e compiuta del Vangelo. Dio ti ama infinitamente e ti dona di amare come Lui. Qui sta la gioia e la ragionevolezza del reale.

In fin dei conti cosa teme il "nemico dell'uomo" se non che l'uomo finalmente ragioni, veda e si accorga di ciò che è?
Il peccato in fin dei conti è anche un mezzo per la grande distrazione, Dio non c'è e se c'è non ti ama, non sta dalla tua parte; questo il "refrain" del maligno.


Invece il Santo Natale e la festa imminente della Santa Famiglia sono qui a ricordarci che la gioia è data, è consegnata, ed è talmente luminosa che nessuna piaga o ferita, volontaria o involontaria la può cancellare.

Possibili non si trovi uno, uno solo, che annunci con coraggio e senza codardia che Gesù Regna, che Egli è il Signore, che Egli ti ama veramente. Che ama ogni uomo e ogni donna, che benedice la famiglia, specie se ferita dalle difficoltà di ogni tipo?
Dio, che ti divinizza perché ti rende autenticamente dono per gli altri che hai accanto?


Possibile che non ci sia chi accende un fuoco con la follia, l'intraprendenza e il coraggio dei santi?

E se nessuno si fa avanti... che aspettiamo noi a restituire tutto e, per grazia, diventare santi?

Staff CC

Mercoledì della I settimana di Avvento

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