La famiglia: problematiche pastorali e canonistiche

Famiglia-3Prolusione di S. E. Rev.ma Mons. Massimo Camisasca, Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla
per l’apertura dell’anno giudiziario 2013 del Tribunale Ecclesiastico Regionale Emiliano

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Modena, 6 marzo 2013

1. L’Io è essenziale relazione con un Tu

Non è bene che l’uomo sia solo (Gn 2,18). L’incisiva osservazione dell’autore sacro ci permette di entrare subito nel cuore del tema su cui questa mattina vogliamo riflettere. Infatti, non possiamo avere coscienza adeguata dell’istituto familiare senza considerare che cosa sia l’uomo, quale la sua costituzione originale.

Non è bene che l’uomo sia solo: l’uomo non è fatto per la solitudine. Creati da Dio come uomo e donna, portiamo nella nostra stessa costituzione fisica il segno della nostra incompiutezza, del nostro destino comunionale. Non c’è bene nella solitudine, c’è bene solo nella comunione[1]. In questa innata apertura ad altro da sé, riconosciamo nell’uomo e nella donna l’impronta della Trinità, l’impronta, cioè, di quel “noi” divino che costituisce il modello del “noi” umano.

Nel mio libro dedicato alla famiglia[2] ho cercato di far vedere come essa sia la prima naturale espressione di questa indole sociale dell’uomo. Sappiamo che tanti nostri contemporanei ritengono la famiglia inutile alla realizzazione della loro vita; molti si sono convinti della sua opposizione radicale al bisogno di libertà che muove ogni uomo. La famiglia – dicono – rappresenta un oneroso retaggio del passato, una pietra sepolcrale sulla libertà del singolo. Il presupposto di questa diffusa convinzione è un tragico errore circa la verità profonda dell’essere umano e del suo costitutivo anelito di comunione. L’ideale di uomo sotteso a quel giudizio è quello di un singolo assoluto, solo, sciolto da ogni legame.

Erich Fromm scrive: «Ho bisogno di te per essere me stesso. Amandoti, tu mi dai a me stesso, tu mi permetti di essere[3]». Ciò che la Sapienza di Dio stabilisce in principio trova corrispondenza nella spontanea considerazione di un insospettato autore contemporaneo. Uno sguardo attento sull’azione umana rivela un’insopprimibile tensione alla relazione presente in ogni uomo. Lo attesta anche l’uso compulsivo dei social network: sotto quella spasmodica attività vi è un radicale bisogno di comunione e amicizia. Non si tratta di un vago orientamento alla socializzazione; piuttosto della fondamentale destinazione al tu,all’altro come configurazione radicale dell’io. È un dato naturale precedente ogni cultura. Perciò l’io è persona. Ogni uomo è un essere per l’altro. Il personalismo dei decenni scorsi, assunto e valorizzato dal Concilio Vaticano II, dal magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, ha illuminato ancora una volta l’intima natura dell’uomo, chiamato alla comunione. «L’uomo… non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sè», sintetizza la Gaudium et Spes al numero 24. E Wojtyła commenta: «L’uomo è simile a Dio non solo a ragione della sua natura spirituale, esistendo come persona, ma anche a ragione della capacità a lui propria di comunità con altre persone»[4]. Oggi occorre tornare ad una visione integrale dell’uomo, ad una adeguata stima della sua altissima vocazione. La rivelazione divina sulla creazione è tuttora capace di rischiararne l’intelligenza e la vita. «Dio ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza (Gn 1,26): chiamandolo all’esistenza per amore, l’ha chiamato nello stesso tempo all’amore. Dio è amore (1Gv 4,8) e vive in se stesso un mistero di comunione personale d’amore. Creandola a sua immagine e continuamente conservandola nell’essere, Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione. L’amore è, pertanto, la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano[5]». 

Il genio umano annaspa senza riferimento a Dio. Non riesce a comprendersi fuori del rapporto con Lui e con la sua Parola di verità. L’io dell’uomo Adamo è ordinato al tu della donna, di Eva, vive del rapporto con lei e, attraverso lei, con Dio. Questa strutturale relazione dell’uomo con la donna è la prima immagine di Dio, il primo segno della comunione trinitaria  del Creatore. Ma Adamo ed Eva non sono semplicemente una metafora della vita di Dio e dell’amore che Egli vive al suo interno. La loro originaria comunione è pure l’indispensabile strumento della loro unità con Dio stesso, è suo ‘sacramento’. Adamo è chiamato all’incontro d’amore con il Tu di Dio che non può essere raggiunto senza la partecipazione di Eva.

Perciò l’uomo non può adempiere la sua vocazione naturale, ossia il desiderio di comunione che è inscritto nel suo cuore, se non accede all’esperienza dell’amore: «L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente»[6].

 
2. Matrimonio, ‘casa’ del vero amore

Poiché l’amore è la chiave di volta della vita umana, non v’è nulla di più desiderabile che entrare in tale esperienza. Si tratta dell’esigenza capitale che – in forma più o meno esplicita – si leva dal cuore di ogni uomo. La decisiva importanza del matrimonio e della famiglia per la vita felice di ogni persona si situa nell’ambito di questo radicale desiderio di amore. Costituisce il luogo naturale in cui il rapporto con l’altro può cominciare a realizzarsi, verso la sua pienezza definitiva. Perciò, lungi dall’essere istituti del passato da difendere, il matrimonio e la famiglia sono un’opportunità del futuro da riscoprire. Non si tratta di una convenzione sociale, benché plurisecolare, cui gli uomini sono approdati ad un certo punto della loro storia. Il matrimonio tra un uomo e una donna, e la famiglia che essi fondano, non rappresentano neppure l’obbedienza estrinseca all’imposizione esterna di un comandamento divino, giustapposto alla natura dell’uomo. Essi sono piuttosto una risposta all’aspirazione più profonda che sorge dal cuore dell’uomo, l’anelito all’amore totale.

Il matrimonio è la forma compiuta dell’affetto tra un uomo e una donna, la casa capace di custodirlo e alimentarlo. Possiamo parlare a tal riguardo di un circolo virtuoso.

Da una parte, il matrimonio è fondato sulla libera scelta della donna e dell’uomo, sul loro affetto e sui loro sentimenti. In questo senso il matrimonio è ‘causato’ dalla libera elezione che un uomo e una donna fanno l’uno dell’altra. Anche il dato normativo ci ricorda che: “Matrimonium facit partium consensus inter personas iure habiles legitime manifestatus, qui nulla humana potestate suppleri valet” (can. 1057 § 1) e ciò proprio a sancire il fatto che all’origine del patto coniugale c’è una libera scelta dei nubendi che esercitano così il loro ius connubii.

Dall’altra, è vero anche il reciproco, ossia che il matrimonio è ‘causa’ della libera scelta dei coniugi, chiamata sempre a rinnovarsi. Quando essi scoprono di essere fatti l’uno per l’altra attraverso queste affinità elettive, il loro rapporto non può più essere abbandonato al fluttuare dei sentimenti. In quel momento si afferma la necessità di stabilire un vincolo capace di superare la labilità dei sentimenti e di consolidare l’unità alla quale essi tendono. Questo vincolo d’amore è appunto il matrimonio.  

Ogni edificio ha bisogno di un solido fondamento e di qualcuno che ve lo ponga. Ora, il consenso è l’atto con cui i coniugi gettano le fondamenta del matrimonio. Così istituiscono un legame perpetuo. «L’intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dall’alleanza dei coniugi, vale a dire dall’irrevocabile consenso personale. E così, è dall’atto umano con cui i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l’istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino»[7]        Il can. 1057 § 2 recita a tal proposito: Consensus matrimonialis est actus voluntatis, quo vir et mulier foedere irrevocabili sese mutuo tradunt et accipiunt ad constituendum matrimonium. Tale asserto, fermamente fondato nella tradizione giuridica ecclesiale, dice proprio che anche da un punto di vista strettamente giuridico l’indissolubilità del patto coniugale si fonda sulla irrevocabilità del consenso..

Molti ritengono il consenso definitivo, che pone in essere il matrimonio, un impaccio al libero amore, che oggi c’è e domani può venire a mancare. In verità, il consenso irrevocabile che stabilisce il vincolo coniugale con le sue relative esigenze, assume l’amore sbocciato tra un uomo e una donna per esaltarlo: la libertà e l’amore a cui tutti anelano riposano soltanto in una donazione indefettibile di sé, fino al sacrificio degli istinti. E il consenso è l’originaria condizione di questa offerta di se stessi al coniuge.

Benedetto XVI ha affermato: «La fedeltà nel tempo è il nome dell’amore»[8]. Il consenso inaugura un amore unico e indissolubile, fedele ed esclusivo. Anche qui non si tratta un indebito intralcio alla libertà dei coniugi. No, l’amore e la libertà hanno bisogno della fedeltà. Unità ed indissolubilità sono ex iure naturae proprietà essenziali del matrimonio che costituiscono così il punto di riferimento normativo imprescindibile di ogni legislazione sul matrimonio. (Can. 1056:  Essentiales matrimonii proprietates sunt unitas et indissolubilitas, quae in matrimonio christiano ratione sacramenti peculiarem obtinent firmitatem).

Più volte, nel corso della sua vita pubblica, Gesù è ritornato sul tema del matrimonio. Interrogato dai suoi discepoli, egli spiega loro che è venuto per riportare il mondo alla sua origine, per restaurare il disegno originario, prima del peccato di Adamo ed Eva. In tale disegno era previsto, appunto, il legame unico e indissolubile tra l’uomo e la donna, la reciproca fedeltà (cfr. Mt 19,3-9).  

Noi dobbiamo aiutare gli uomini che ci sono affidati  a comprendere che le proprietà del matrimonio sono necessarie al vero amore e alla felicità della loro vita.  Non è infatti amore vero e perciò felice se non implica il tutto e il per sempre. Come ha ricordato il Servo di Dio Paolo VI nella sua Enciclica Humanae Vitae, la fedele esclusività è una prerogativa interna al matrimonio e al suo compimento : «L’esempio di tanti sposi attraverso i secoli dimostra non solo che essa è consentanea alla natura del matrimonio, ma altresì che da essa, come da una sorgente, scaturisce un’intima e duratura felicità»[9].

Il matrimonio tra due battezzati è un Sacramento. La Santa Chiesa nel suo inveterato insegnamento giuridico ha sempre riaffermato l’inseparabilità per i battezzati tra contratto e sacramento ovvero tra l’aspetto giuridico e l’aspetto sacramentale (can. 1055 § 2: Quare inter baptizatos nequit matrimonialis contractus validus consistere, quin sit eo ipso sacramentum)[10].

  Oggi questa parola suona astratta. È più che mai indispensabile richiamare la realtà grande e profonda che essa nasconde. Un uomo e una donna che sono parte del Corpo di Cristo in virtù del Battesimo, con il matrimonio diventano un sacramento, ossia un segno e uno strumento potente dell’unità di Cristo con la sua Sposa, la Chiesa. Anzitutto l’uno per l’altra. Giovanni Paolo II ha scritto: «Il matrimonio dei battezzati diviene così il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza, sancita nel sangue di Cristo»[11].  


3. Preparazione del matrimonio e dichiarazioni di nullità

La realizzazione esistenziale del vincolo matrimoniale, stabilito dal mutuo consenso dei coniugi, esige un’adeguata preparazione. Amore e fedeltà non si possono improvvisare. Troppo spesso la normativa canonica riguardante un’adeguata preparazione al matrimonio (cfr. can. 1063 e ss.) non viene considerata dai pastori in cura d’anime con la dovuta serietà. Prima di contrarre il matrimonio occorre un cammino che introduca i fidanzati all’amabilità e alla praticabilità della fedeltà. Oggi parlare di fidanzamento sembra desueto. Al di là delle degenerazioni formalistiche del recente passato, l’esperienza del fidanzamento rimane preziosa. Prima di pronunciare un sì irrevocabile, occorre conoscersi. È più che mai necessario aiutare i nubendi a conoscere veramente la realtà del matrimonio, nella quale vogliono entrare. A tal riguardo non bastano neppure i corsi prematrimoniali, così come vengono interpretati normalmente. Non serve limitarsi a rovesciare sui fidanzati un astratto bagaglio di nozioni sul matrimonio.

C’è bisogno di guidarli alla bellezza della fedeltà, alla fecondità del sacrificio di sé per il bene dell’altro, al compimento che si sperimenta donandosi. È molto importante la testimonianza e la compagnia viva di quanti li precedono in questa decisiva esperienza. Allo stesso tempo, è fondamentale che un sacerdote li conduca ad una profonda conoscenza della loro nativa vocazione all’amore e della loro capacità di impegnarsi con essa, l’uno rispetto all’altra. Occorre esaminare accuratamente le disposizioni dei candidati, la loro retta conoscenza del matrimonio e dei fini che gli sono propri e verificare, come afferma il can. 1066, che prima di celebrare il matrimonio nulla si opponga alla sua celebrazione valida e lecita.

Oggi accade spesso di correre ai ripari troppo tardi, quando i fidanzati sono ormai divenuti coniugi. Troppo facilmente essi invocano la dichiarazione di nullità matrimoniale. «Bisogna adoperarsi – ha affermato Benedetto XVI – perché s’interrompa, nella misura del possibile, il circolo vizioso che spesso si verifica tra un’ammissione scontata al matrimonio, senza un’adeguata preparazione e un esame serio dei requisiti previsti per la sua celebrazione, e una dichiarazione giudiziaria, talvolta altrettanto facile, ma di segno inverso, in cui lo stesso matrimonio viene considerato nullo solamente in base alla constatazione del suo fallimento»[12]. Infatti non ogni matrimonio “fallito” è necessariamente un matrimonio nullo. Spesso queste due realtà vengono confuse. Un matrimonio può essere celebrato in modo valido con piena libertà e coscienza e da persone abili, ma poi avere un esito infelice a causa di un cattivo impegno della libertà degli sposi e di un fraintendimento di cosa sia la realtà della vocazione. Non dobbiamo assolutamente confondere queste due realtà, pena il fatto di arrivare a concedere una dichiarazione di nullità di matrimonio solamente perché la parte o le parti l’hanno chiesta.

Talora capita che la dichiarazione di nullità di un matrimonio laceri la coscienza di un coniuge, soprattutto se incolpevole, e ne provochi un grave scandalo. Si tratta del caso in cui uno dei due ha sinceramente dedicato tutto se stesso nel matrimonio quando – dopo molti anni – viene a sapere che esso non è mai esistito perché al momento del consenso mancavano le condizioni necessarie nell’altro.  Ora, ammesso che il processo di nullità si sia svolto coscienziosamente, occorreva comunque vigilare più attentamente nel corso dell’esame prematrimoniale.

In tutto questo un ruolo fondamentale è assegnato non solo alla preparazione specifia al matrimonio, ma, più in generale, alla fede dei singoli. Come ha ricordato nel gennaio scorso Benedetto XVI nel discorso alla Rota Romana, «l’attuale crisi di fede… porta con sé una crisi della società coniugale con tutto il carico di sofferenza e disagio che questo comporta anche per i figli. […] Il patto indissolubile tra uomo e donna, non richiede, ai fini della sacramentalità, la fede personale dei nubendi; ciò che si richiede, come condizione minima necessaria, è l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa. Ma se è importante non confondere il problema dell’intenzione con quello della fede personale dei contraenti, non è tuttavia possibile separarli totalmente»[13].


4. La fecondità dell’amore coniugale

Il bene dei coniugi, il cammino verso la loro felicità è un fine del matrimonio. Ma c’è anche un altro scopo che appare all’inizio della Bibbia. È la fecondità.

Oggi, una invalsa corrente di pensiero dubita che la generazione rappresenti un valore umano e sociale. Per alcuni studiosi, che predicano la teoria secondo cui tutti i mali del mondo vengono dalla sovrappopolazione, il calo delle nascite in Europa è una benedizione. Tanto, si dice, i figli che mancano verranno rimpiazzati da nuovi popoli. Di fatto, il calo delle nascite è il più grande ostacolo alla rinascita del nostro Occidente e la premessa sicura al suo declino. Chi è convinto che l’Occidente e la sua storia costituiscano una risorsa per tutto il mondo, deve chiedersi: da dove nasce la crisi demografica? Quali fattori hanno concorso a questo stato presente che dovrebbe preoccupare ognuno di noi? Qual è l’origine di questo blocco di fronte alla prospettiva di mettere al mondo dei figli? La causa non può essere solo la povertà o la crisi economica. La ricchezza è proporzionalmente aumentata ed è meglio distribuita che nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento. Non può essere la sicurezza del parto, che è notevolmente cresciuta. I motivi della denatalità sono altri: il desiderio della donna di avere un lavoro autonomo, che sarebbe insidiato dalla nascita dei figli, in assenza di leggi efficaci a favore della maternità; il desiderio di offrire al figlio prospettive agiate di vita, i costi preventivati dei futuri studi dei figli, l’accresciuta incertezza dei posti di lavoro. Tutto ciò non è sufficiente, però, a spiegare la riduzione delle nascite. Certo, occorre pensare anche alla maggiore possibilità di pianificarle, alla crescita esponenziale del numero di aborti, alla fragilità delle unioni matrimoniali che sembrano non avere una prospettiva di futuro. Ma, infine, la causa radicale di tutto questo è la paura. Paura del presente e del futuro. Paura di non sapere educare, di non sapere accompagnare i figli verso il loro domani; di perdere il tempo libero per sé, per il proprio relax e la propria comodità.

Si è così consumata una vera e propria rivoluzione antropologica che non può essere affrontata e vinta senza rinnovare l’esperienza originaria che si oppone alla paura. Non si tratta del coraggio, ma della speranza. Urge la speranza che nasce dalla fede. Proprio questo è, a mio parere, il livello in cui l’uomo è chiamato a rinascere nella considerazione dell’esistenza, nello sguardo sulla vita quotidiana. Chi vede tutto nero è spesso un uomo solo. Non ha amici, non crede che sia possibile averne, pensa che all’origine di tutto ci sia il caso, non un Padre provvidente. Oppure che questo Padre dorma, disinteressandosi degli uomini. Il mondo è governato dal Principe del male? Tutto ciò che in me, come in tanti altri uomini e donne, è aspirazione verso il bene, è capacità di sacrificio, è scoperta della positività delle cose…mi parla invece di un Signore buono che guida la storia. Proprio perché buono, non vuole imporsi, ha sommo rispetto per la libertà dell’uomo, accetta di essere misconosciuto e rigettato. È allora necessario educare la libertà degli uomini a riaprirsi alla verità, al bene, alla bellezza, alla giustizia: a Dio.

L’uomo contemporaneo, e specialmente i giovani, ha il pressante bisogno di essere orientato a guardare e a riconoscere la luce, la positività. Perché ciò avvenga, occorre che sia preso per mano, accompagnato a scoprire e vivere le esperienze positive. Tutto ciò è impossibile senza Dio. L’aiuto di Dio, principio e fine d’ogni anelito e moto umano, è imprescindibile. L’educazione alla preghiera e la sua riscoperta sono un elemento centrale nella rinascita del nostro popolo. Dopo le invasioni dei barbari e il crollo dell’Impero Romano d’Occidente, la nostra civiltà rifiorì grazie all’opera di san Benedetto e di piccoli uomini per i quali nulla andava anteposto a Cristo.

Non può esserci fecondità senza riconoscimento della positività della vita, senza Dio. La rivoluzione antropologica che abbiamo in breve descritto ha screditato la bellezza della fecondità perché ha offuscato la luce della vita, il suo significato buono. Eppure basta leggere con verità dentro le proprie elementari esperienze per capire che ogni vero amore vuole essere comunicativo, vuole aprirsi ad altri.

Quando ancora nulla era stato creato, e solo Dio era, esisteva già l’amore. L’universo è stato posto in essere per l’Amore dirompente di Dio che vuole comunicarsi: l’amore è il motore vitale di ogni cosa, è il cuore della creazione.

Dio ha affidato la continuità del suo stesso atto creativo, la maggiore diffusione della sua bontà originaria, all’unione matrimoniale tra l’uomo e la donna.

«Nella sua realtà più profonda, l’amore è essenzialmente dono e l’amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla reciproca conoscenza che li fa una carne sola non si esaurisce all’interno della coppia, poiché li rende capaci della massima donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una nuova persona umana. Così i coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva e indissociabile del loro essere padre e madre»[14].

La capacità di dilatarsi ad altri è un elemento intrinseco ad ogni vero amore. La disponibilità alla generazione non è pertanto un aspetto accessorio del matrimonio, è piuttosto un bene strettamente legato a quello dei coniugi stessi. Non si aggiunge dopo; è già dentro al reciproco amore dei coniugi e agli atti che lo significano. E’ un mistero di sovrabbondanza che è il segreto nascosto di ogni amore. «Essere due significa, a lungo andare, morte. Un’eterna contrapposizione di un uno e un uno conduce alla fine a un esaurimento dell’amore. Per mantenere vivo l’amore tra due ci vuole sempre un terzo, che travalica i due che si amano. Ci vuole un compito che li riempie, una fonte che alimenta il loro amore, un interesse comune, un qualcosa che stimola, che fa progredire, che spezza il cerchio, che fornisce l’occasione per un eterno rinnovamento dell’amore. Qualcosa che tocca ambedue e che mantiene così vivo il loro rapporto»[15].

La contraccezione e l’aborto rappresentano una grave offesa alla connaturale apertura alla vita di ogni vero amore. Essi fermano la tensione alla dilatazione di sé, che è inscritta nell’intera natura. La dicotomia tra esercizio della sessualità e fecondità è deleteria per il bene dei coniugi, chiude sempre più in se stessi producendo, infine, un amaro senso di solitudine. L’aborto e l’infanticidio, oltre a costituire «abominevoli delitti»[16] contro un innocente, provocano gravi danni all’integrità psichica e morale della madre.

A tal riguardo, occorre che i politici legiferino in favore della tutela del nascituro sin dal suo concepimento. I postumi delle leggi pro aborto sono sotto gli occhi di tutti. Urge tutelare veramente i diritti del nascituro, a beneficio di tutta la società.  

Può darsi che l’attitudine dell’amore coniugale alla generazione non possa esprimersi in figli carnali, per motivi fisiologici. In tal caso, i coniugi possono trovare vie alternative alla fecondità: mi riferisco all’adozione e all’affido. Non c’è soltanto la generazione biologica.

Ogni figlio è un dono. Nessuno è padrone del proprio figlio. Ciascun genitore è in realtà padre o madre putativo, chiamato ad accompagnare il figlio verso il compimento della sua vocazione, che supera ogni velleitario progetto di parte. In questo senso la paternità e la maternità putative di genitori adottivi possono adempiersi fino in fondo, come nel caso di genitori carnali.

 

5. Educazione dei figli, rinascita della società

Non basta mettere al mondo dei figli per essere padri e madri. Occorre educare, cioè introdurre alla vita. «Il compito dell’educazione affonda le radici nella primordiale vocazione dei coniugi a partecipare all’opera creatrice di Dio: generando nell’amore e per amore una nuova persona, che in sé ha la vocazione alla crescita e allo sviluppo, i genitori si assumono perciò stesso il compito di aiutarla efficacemente a vivere una vita pienamente umana»[17]. L’educazione della prole, inseparabile dalla generazione, come ricorda il can. 1055 – Matrimoniale foedus… indole sua naturali ad bonum coniugum atque ad prolis generationem et educationem ordinatum… – è il campo di lavoro dell’uomo in cui egli è più simile a Dio, tanto da aver massimamente bisogno di lui. Infatti, educare non significa trasmettere un insieme di nozioni o imporre una serie di regole; non significa neppure legare a sé la persona che si vuole aiutare a crescere con vincoli affettivi o intellettuali.

Il papà e la mamma sono chiamati a essere i primi maestri della fede dei figli. Un tempo si soleva dire che la fede è trasmessa dalla mamma con il latte e dal papà con il suo lavoro sin dalla nascita del bimbo. In seguito, educare significa prendere il proprio bambino per mano e guidarlo ad incontrare le cose. Occorre che i genitori accompagnino i loro piccoli a scoprire sempre di più la realtà delle cose, a levare il velo che le nasconde per attingere al loro significato, a Dio. Essi sono chiamati a percorrere con i ragazzi una strada che li aiuti a vedere come ogni cosa contenga una domanda e come ciascuna domanda rimandi ad una risposta. Più che mai, è urgente introdurre i ragazzi alla grande bellezza della tradizione cui apparteniamo, educarli a conoscere la storia del popolo nel quale siamo inseriti, da Abramo sino a noi. Infine, è necessario che i genitori immergano i figli nella preghiera e li ‘cedano’ alla grazia di amicizie significative. Condurre i figli al rapporto personale con Dio attraverso la preghiera del suo popolo e consegnarli ad amici che ne evochino la presenza buona, equivale a generare un’altra volta i propri figli; significa contribuire in modo decisivo a rigenerarli alla fede, dentro ad un’esperienza viva.      

L’umanità rinata dalla fede in Cristo, alla quale genitori e famiglia iniziano i ragazzi, costituisce una preziosissima risorsa per la riforma dell’intera società civile. A tal proposito, Giovanni Paolo II definì la famiglia «il luogo primario di umanizzazione della persona»[18]. Ora, poiché la famiglia è il fondamento solido della società, la società, la politica e lo Stato sono chiamati a preservarne l’integrità e a favorirne continuamente la crescita. Si tratta di riconoscere e sostenere il servizio positivo che la famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, esercita in favore della società. Si tratta di impedire ciò che la ferisce. Lo Stato non può mai sostituirsi alla famiglia. Anche in tempo di crisi economica, rimane il dovere e il diritto dei genitori alla libera educazione dei figli e alla continuità tra opera della scuola e opera della famiglia. Rimane, cioè, il dovere dello Stato di sostenere, anche economicamente, le scelte educative dei genitori in campo scolastico. La libertà di educazione della famiglia è fonte di bene e di crescita per tutta la società.

 



[1] Cfr. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, n. 6.

[2] M. Camisasca, Amare ancora. Genitori e figli nel mondo di oggi e di domani, Edizioni Messaggero, Padova 2011.

[3] E. Fromm, The art of loving, New York 1952, 77, cit. in J.Pieper, Sull’amore, Morcelliana, Brescia 1974, 53.

[4] K. Wojtyła, La famiglia come «communio personarum», in Id., Metafisica della persona, Bompiani, Milano 2005, 1467.

[5] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 11.

[6] Giovanni Paolo II, Redemptor Hominis, n. 10.

[7] Gaudium et Spes, n. 48.

[8] Benedetto XVI, Celebrazione dei Vespri con sacerdoti, religiosi, seminaristi e diaconi, Chiesa della SS.ma Trinidade, Fatima, 12 maggio 2010.

[9] Paolo VI, Humanae Vitae, n. 9.

[10] Cfr. E. Corecco, Ius et Communio. Scritti di Diritto canonico, vol.II, sez. VI, Piemme 1997.

[11] Giovanni Paolo II, Mulieris Dignitatem, n. 9.

[12] Benedetto XVI, Inaugurazione dell’Anno Giudiziario della Rota Romana, 22.1.2011.

[13] Benedetto XVI, Discorso in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana, 26 gennaio 2013.

[14] Giovanni Paolo II, Familiaris Consortio, n. 14.

[15] A. von Speyr, Il Verbo si fa carne. Riflessioni sui capitoli 1-5 dal Vangelo di Giovanni, Jaca Book, Milano 1982, 23.

[16] Gaudium et Spes, n. 51.

[17] Familiaris Consortio, n. 36.

[18] Giovanni Paolo II, Christifideles laici, n.40.





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