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Teologia ed esperienza giuridica

solitudineR375 12ott08Il 23 gennaio a Roma, alla Pontificia Università Urbaniana, viene presentato il libro Note di teologia del diritto
(Venezia, Marcianum Press, 2013) scritto dal cardinale diacono di Gesù Buon Pastore alla Montagnola.
Ne
pubblichiamo un estratto.

di VELASIO DE PAOLIS

Se volessimo indicare concretamente alcuni temi specifici sui quali la Chiesa può svolgere e svolge di fatto la sua azione evangelizzatrice nel campo della interpretazione della esperienza giuridica, a livello generale si può affermare che la Chiesa può offrire un contributo validissimo e indispensabile anzitutto per quanto riguarda la visione antropologica, che permette di superare la visione secolarizzata odierna.
Tutto dipende dall’interpretazione che si dà dell’uomo. L’interpretazione secolarizzata dell’uomo porta a un vicolo cieco e non permette di dire nulla che offra una speranza positiva.
A questo proposito si sa che il concilio Vaticano II, particolarmente nella costituzione Gaudium et spes, ha creduto necessario dedicare un capitolo intero all’uomo e alla sua attività, additando a conclusione di esso il mistero del Verbo incarnato come punto di riferimento.
Nella visione che abbiamo dell’uomo e dalla interpretazione che diamo alla sua intelligenza e alla sua libertà e alla sua coscienza, come pure alla vita e alla morte, il significato del diritto non può essere estraneo. Di fatto proprio nella visione secolarizzata ed immanentista dell’uomo, si perde il senso del diritto e della morale. La Chiesa ha ripreso questo discorso particolarmente nella enciclica Veritatis splendor, sulle basi della teologia morale e quindi anche del diritto naturale, particolarmente circa il rapporto tra legge e libertà; tra legge e coscienza; tra opzione fondamentale e singoli atti, come pure l’esistenza di atti intrinsecamente immorali, perché i fondamenti della morale sono prima di tutto l’oggetto stesso, oltre all’intenzione e alle circostanze.
Lo stesso discorso è stato ripreso e sviluppato sul tema della vita nell’enciclica Evangelium vitae, che risulta un completo trattato sul diritto della vita nel suo sorgere e nel suo tramonto. Dall’analisi della dignità della persona umana fin dal grembo materno e fino alla morte naturale, emergono il significato del corpo, della sessualità, della libertà, della legge morale, della legge civile, del rispetto del diritto naturale, e così via. Per trattare qualsiasi problema è necessario sempre partire dalla verità dell’uomo. Tema sul quale ama tornare Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate. Nessun percorso è valido neppure quello della carità se esso non passa attraverso il cammino della verità sull’uomo, sull’uomo integrale che ha nel messaggio cristiano il suo centro nella persona di nostro Signore Gesù Cristo. Cammino che si può percorrere solo con una sana visione antropologica, con un retto uso della ragione e con l’aiuto della luce della fede. In ogni caso non è sufficiente la visione tecnicistica e scientista dell’uomo e della conoscenza. È necessaria un’apertura verso la trascendenza, recuperando il concetto di speranza e di vita eterna, come insegna ancora lo stesso Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi. La crisi moderna dell’uomo coincide anche con la crisi del diritto; e si ha l’inizio quando la speranza cristiana viene resa immanente e viene identificata con la ragione umana negli ideali di fraternità, uguaglianza e libertà proclamati dalla rivoluzione francese e fatti propri poi dalla mentalità progressista scientista positivista e immanentista. Per ridare verità e certezza al diritto è necessario fare respirare l’uomo nella sua verità e integralità. È stato fatto osservare che il secolo appena trascorso è stato quello che meno ha saputo parlare dell’uomo e che ha saputo dire tanto poco su di lui, nonostante i progressi scientifici. Ma è anche il secolo nel quale il diritto si è perduto nel positivismo più rigido: la verità sta semplicemente nella legge fatta dall’uomo secondo le sue leggi. In un’epoca di diffuso e grave relativismo morale gli Stati si sono assunti il compito di legiferare sulla morale e di proclamare diritti umani a loro beneplacito. Oltre a questi aspetti generali sulla visione antropologica, può essere utile fare qualche accenno più specifico e preciso, a partire dalla riflessione biblica e dall’insegnamento della Chiesa. Il primo punto da sottolineare e indicare per il dialogo potrebbe essere il concetto di creazione. La Sacra Scrittura rimprovera gli uomini perché non hanno saputo risalire dalle opere della creazione al loro creatore, quando, sempre secondo la scrittura, avrebbero potuto farlo appena non fossero stati ingannati dalle loro passioni. Di fatto gli uomini hanno ammirato le opere della creazione, al punto che si sono fermati ad essa e ne hanno fatto degli idoli. L’idea di un mondo armonico e grandioso rispondente ad un disegno intelligente, tanto da divinizzarlo, è già indicativa. Ma questo disegno è ancora più luminoso agli occhi dell’ebreo credente nel Dio creatore. Effettivamente la categoria “c re a z i o n e ”è fondamentale per la interpretazione del diritto. Essa non è tanto lontana dal concetto di natura. Anzi questo si regge proprio sull’idea della creazione. Esiste un principio di diritto naturale che regge le cose proprio perché esse rispondono ad un disegno divino. Questo principio naturale, nelle cose le leggi fisiche, nell’uomo è la sua libertà a comportarsi secondo il disegno di Dio. Di fatto, ci dice la Bibbia, l’uomo è padrone di ogni cosa, purché egli rimanga nel principio del rispetto del disegno di Dio, nel non toccare l’alb ero della conoscenza del bene e del male, che è riservato al Creatore stesso. È stato detto che la storia della filosofia del diritto, che ha avuto nel diritto naturale la sua base, potrebbe fare un vero salto di qualità con la categoria di creazione, che recupera e approfondisce anche quello di natura. Il secondo principio che potrebbe essere utile per l’i n t e r p re t a z i o n e dell’esperienza giuridica è quello di peccato originale. È l’esp erienza comune che risale ai primordi dell’umanità quella che l’uomo fa della propria fragilità, del divario tra visione ed esecuzione, tra bene veduto e bene realizzato. Si conosce il detto che sintetizza questa esperienza: Video bona proboque, deteriora sequor. Come mai questa frattura nell’uomo, che fa pensare ad un soggetto ferito, che non riesce ad essere quello che vorrebbe essere e si smarrisce nel cammino della vita? Questa esperienza se non interpretata bene corre il rischio di indurre a legittimare ogni passione umana, trasformando il vizio in virtù in quanto proviene proprio dalla natura umana. Non mancano infatti teorici che arrivano proprio a questa conclusione: se questa è la mia inclinazione naturale, vuol dire che questo è il bene della mia natura! Non si presta sufficiente attenzione al fatto che tali inclinazioni sono sentite dall’uomo stesso come frutto di una sua ferita, non frutto della sua natura. Sotto questo profilo aveva ragione Pascal quando diceva: «Se l’uomo non sapesse per rivelazione dell’esistenza del peccato originale, dovrebbe inventarselo». Ma dalla rivelazione emerge allora una terza categoria, quella della grazia sanante. L’uomo è ferito; da solo non può risorgere. La Chiesa parla di una redenzione e di una salvezza offerta all’uomo. Non basta la legge. Occorre sanare l’uomo dal di dentro. Questa salvezza è offerta da Dio in Cristo Gesù Salvatore dell’uomo. Non è la legge che salva, ma la grazia. Ma la grazia non dispensa dalla legge, sana l’uomo perché possa osservare la legge, secondo la mirabile sintesi paolina: «Compiere le opere della legge mediante la carità». L’analisi dell’esp erienza giuridica compiuta con la ragione e con la fede ci porta al cuore del messaggio cristiano. Anche il giurista e il canonista sono chiamati a partecipare alla nuova evangelizzazione mediante il dialogo tra ragione e fede.

© Osservatore Romano - 23 gennaio 2013