RU-486, la pillola che uccide il concepito e strazia la mamma

da Agenzia ZENIT http://www.zenit.org/


Intervista ad un medico chirurgo, specialista in medicina legale

ROMA, mercoledì, 12 ottobre 2005 (ZENIT.org).- La sperimentazione della pillola abortiva RU-486, iniziata all'Ospedale di Sant'Anna di Torino, successivamente bloccata dal Ministro della Sanità italiano Francesco Storace e poi nuovamente riavviata dal 4 ottobre dalla Regione Piemonte, suscita sempre più perplessità.

Alcuni sostengono che si tratti di una pillola che rende più facile e libero l'aborto, per altri di "un atto contro la vita".

Per approfondire la conoscenza e le implicazioni della vicenda, ZENIT ha intervistato Stefano De Pasquale Ceratti, medico chirurgo, specialista in medicina legale, collaboratore presso la Cattedra di Medicina legale dell'Università di Roma "Tor Vergata", nonché Segretario Generale dell'Università Europea di Roma.

Come avviene l'aborto chimico? Quali sono i danni che la RU-486 procura al concepito?

De Pasquale: L'aborto chimico prevede l'assunzione per via orale di una sostanza, il mifepristone, che non consente lo sviluppo del concepito. Tale farmaco blocca infatti l'attività degli estrogeni, prodotti dalla madre e che hanno funzione trofica, cioè di nutrimento, per il concepito sin dal primo istante in cui si fondono oocita e spermatozoo. Il concepito muore dunque per mancanza di apporto nutritizio. L'assunzione da parte della madre di un'altra sostanza, il misoprostol, provoca delle contrazioni uterine per espellere il concepito ormai morto; è una sorta di induzione artificiale del parto dei tessuti necrotici di cui era costituito il concepito.

Quali sono i danni fisici e psicologici provocati nella mamma?

De Pasquale: Dal punto di vista fisico vi possono essere molte e anche gravi conseguenze per la madre, come d'altronde per l'aborto chirurgico e forse anche di più. Possono esservi emorragie, oppure i tessuti necrotici possono essere trattenuti in utero e dunque generare infezioni e/o setticemia, con grave pregiudizio per la salute materna; non solo, ma quando ciò avviene, è comunque necessario ricorrere all'intervento chirurgico per asportare i tessuti necrotici residui dalla cavità uterina, con aumento del tasso di morbosità e mortalità per la madre.

Ma il vero risvolto negativo dell'aborto chimico è sul versante psichico. La RU-486 è un mezzo estremamente subdolo dal punto di vista psicologico. Illude la madre perché in apparenza le consente di abortire senza ricovero e senza sottoporsi ad intervento chirurgico. In realtà tutto il peso psicologico di una procedura come quella dell'aborto chimico viene scaricato sulla donna, che si ritrova ad affrontare, magari in condizioni di abbandono materiale e/o morale, senza adeguato supporto, il parto artificiale del prodotto del concepimento in necrosi, che avviene spesso nell'arco di più giorni ed in più fasi espulsive e può generare molto dolore fisico. Possiamo dire, concludendo, che l'aborto chimico è una procedura forse (ma non sempre) meno invasiva dal punto di vista fisico rispetto a quello chirurgico, ma molto più traumatica per la donna dal punto di vista psichico.

I sostenitori della RU-486 affermano che l'uso della pillola abortiva renderà più libere le donne e le affrancherà dal dolore. Sono argomenti validi?

De Pasquale: Le donne con l'aborto chimico non sono più libere. Rischiano di essere, invece, abbandonate a casa propria in un momento di estrema difficoltà e sofferenza, nel quale necessitano di consigli medici e di un sostegno umano. Il dolore dell'aborto chimico è peggiore di quello dell'aborto chirurgico, tanto che in questi casi è necessario associare alle sostanze abortive una importante terapia di sostegno con antidolorifici. Il dolore è un parametro soggettivo e non misurabile, fortemente influenzato da tutte quelle situazioni che generano stress, ansia, depressione, fragilità emotiva. Non potrà quindi mai esistere un aborto non doloroso.

Ci sono già stati casi di morte - quattro negli Usa, uno in Canada, uno in Francia - a causa della RU-486. Non crede che anche per il rispetto del "principio di precauzione" bisognerebbe impedirne l'utilizzo?

De Pasquale: Se veramente si vuole salvaguardare nel nostro Paese il principio della tutela della salute materna e infantile (scopo della legge 194/1978) bisognerà provvedere a non dare spazio a strumenti, come quelli dell'aborto chimico, che possano farci trovare di fronte a situazioni di morbosità e/o mortalità derivanti dalla messa in atto di procedure rischiose. Non solo per il principio di precauzione, ma anche perché, dal punto di vista della salute pubblica, rischiamo di creare problematiche più gravi di quelle cui si vorrebbe porre rimedio.

Non crede che l'utilizzo della RU-486 sia frutto di una filosofia utilitarista a cui poco interessa la salute delle persone e che è piuttosto finalizzata alla riduzione dei costi sanitari?

De Pasquale: L'aborto chimico è una procedura che può essere definita a pieno titolo un frutto della filosofia utilitarista imperante nella nostra società. Soprattutto perché rifiuta l'assistenza alla donna in stato di gravidanza, preferendo abbandonarla ai propri mezzi (a casa propria nella migliore delle ipotesi, ma in casi di indigenza o di abbandono materiale anche in strada), piuttosto che assisterla in una struttura protetta che si preoccupi del suo stato di sofferenza. In secondo luogo bisogna sottolineare che, pur rimanendo ancorati ad un'ottica soltanto economica, negli USA, in cui è in uso, la RU-486 ha gli stessi costi di una interruzione volontaria di gravidanza chirurgica.

Infine, bisogna pensare, quando si parla di aborto, come in questo caso, a tutti i costi indiretti che il Sistema Sanitario Nazionale e la società tutta sono costretti a sostenere per le problematiche che insorgono nel corso di queste procedure, in termini di morbosità e mortalità, di insorgenza di complicanze, di necessità, a volte, di dover comunque ricorrere a interventi chirurgici, magari in urgenza, e delle tantissime problematiche psichiche (soprattutto sindromi ansioso-depressive post-traumatiche) che riconoscono come causa stessa l'aborto.

Che tipo di medicina è quella che non protegge più la vita, ma procura la morte?

De Pasquale: Dal punto di vista medico le attuali sperimentazioni in corso sono una negazione del concetto stesso di un'arte che nasce al servizio dell'Uomo e che si prefigge, sin dai tempi di Ippocrate (ben prima del Cristianesimo) di agire in scienza e coscienza. La medicina muore dove la vita viene sconfitta e umiliata.

Dal punto di vista sociale e giuridico viene sconfitta, con l'aborto chimico, quella sensibilità che pure era presente nella legge 194 del 1978, sulla tutela della salute materna e infantile, in cui si prevedevano il consultorio, le procedure dissuasive e preventive, il soprassedere. Tutti principi che già nella prassi sono messi in seria discussione e che con l'aborto chimico subirebbero una definitiva umiliazione e cancellazione.

La Chiesa Cattolica, come sempre, si mostra assai più cauta, lungimirante e porta avanti una nuova sfida per l'Uomo in materia di Bioetica, dove biologia e diritto si intersecano tra loro e dove ogni giorno di più si rischia di pregiudicare i diritti di ogni essere umano. Tocca a noi raccogliere la sfida sul campo e portarla avanti. 
 

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