Ecco cosa qualifica l'identità cattolica degli organismi caritativi

minneratIl cardinale arcivescovo di Madrid, Antonio María Rouco Varela, e l'arcivescovo di Digione, Roland Minnerath, propongo alcune riflessioni in merito al motuproprio di Benedetto XVI "Intima Ecclesiae natura", pubblicato il 1 dicembre del 2012. La nozione d'identità cattolica - scrive l'arcivescovo Minnerath, "appare già nelle prime parole del motu proprio. L'"intima natura della Chiesa" si deve manifestare nelle istituzioni e nell'opera di carità che essa promuove nel nome stesso della sua missione apostolica. Il motuproprio ricorda opportunamente che "il servizio della carità" è parte integrante della missione di ogni Chiesa particolare e che dipende, a tale titolo, dal ministero del vescovo".

di ROLAND MINNERATH *

La nozione d’identità cattolica appa- re già nelle prime parole del motu proprio. L’“intima natura della Chie- sa” si deve manifestare nelle istitu- zioni e nell’opera di carità che essa promuove nel nome stesso della sua missione apostolica. Il motuproprio ricorda opportuna- mente che “il servizio della carità” è parte integrante della missione di ogni Chiesa particolare e che dipen- de, a tale titolo, dal ministero del ve- scovo. In effetti, l’esercizio della ca- rità è una delle tre dimensioni del servizio o diaconia della Chiesa, ac- canto all’annuncio del Vangelo e alla celebrazione dei sacramenti (cfr. Lu- men gentium , n. 29). Il Codice di di- ritto canonico, che nei suoi libri II - III - IV segue la struttura della costitu- zione conciliare Lumen gentium , de- dica il libro III alla funzione d’inse- gnamento e il libro IV alla funzione di santificazione. La funzione di go- verno, alla quale appartiene l’e s e rc i - zio della carità, viene trattata più specificatamente nel quadro delle norme generali (can. 129-196). Ma l’esercizio della carità propriamente detto non riceve qui alcuna attenzio- ne particolare. È questa lacuna che il m o t u p ro p r i o intende colmare. Oc- correva dare al servizio caritativo un quadro giuridico e norme particolari. Questo rinquadramento è particolar- mente opportuno, soprattutto per le Chiese particolari come quelle della Francia, dove la legge civile non permette alle diocesi di porre sotto una stessa struttura giuridica l’attivi- tà culturale, la missione d’insegna- mento e l’azione caritativa della vita della Chiesa. Il quadro canonico istituito dal m o t u p ro p r i o richiede dunque un adattamento specifico a ogni conte- sto giuridico civile. Le situazioni so- no molto diverse e dipendono da ciò che il legislatore civile intende esat- tamente con «libertà religiosa» o «li- bertà di culto». Nella tradizione concordataria, per esempio, viene spesso evidenzia- ta una definizione della missione della Chiesa che include le tre com- ponenti, ossia il culto, l’insegnamen- to e la carità. A mo’ d’esempio, citia- mo l’Accordo di Revisione del Con- cordato italiano del 1984, art. 2, 1, che «riconosce alla Chiesa cattolica la piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e cari- tativa, di evangelizzazione e di santi- ficazione». Il diritto di gestire istitu- zioni caritative è dunque espressa- mente riconosciuto come proprio della missione apostolica della Chie- sa. Facciamo un altro esempio. Nel preambolo dell’Accordo del 1997 con il Land del Mecklembourg - Pome- rania Anteriore, che ha una bassa percentuale di popolazione cattolica, si legge: «Consapevoli dell’autono- mia dello Stato e della Chiesa, nel rispetto reciproco del loro diritto all’autodeterminazione e nella dispo- nibilità a cooperare, nel rispetto del- la libertà religiosa individuale, nel comune desiderio di rispettare e di salvaguardare la dignità umana e i diritti dell’uomo, nella convinzione che, in una società pluralista, la fede cristiana, la vita ecclesiale e l’azione caritativa offrono un contributo al bene comune e rafforzano il senso dell’interesse generale tra i cittadi- ni». Segue l’articolo I : «Il Land assi- cura la protezione della Costituzione e della legge alla libertà di professa- re e di praticare la fede cattolica e all’azione caritativa della Chiesa cat- tolica». Non si può essere più chiari. In simili dispositivi legali, la norma canonica non si scontra con alcun ostacolo sul piano civile. Il perime- tro della missione della Chiesa è lo stesso nel diritto civile e nel diritto canonico. Laddove la legge civile impone una dissociazione giuridica tra le at- tività culturali da una parte e le atti- vità educative e caritative dall’altra, la responsabilità del vescovo viene esercitata in modo diverso. Nel siste- ma francese, per esempio, le associa- zioni diocesane istituite nel 1923, do- ve i presidenti sono i vescovi, hanno solo un fine cultuale. L’insegnamen- to cattolico e le opere caritative della Chiesa devono essere giuridicamente configurati sotto forma di associa- zioni della legge del 1901, oppure di società immobiliari. Queste ultime possono finire col perdere di vista il fatto che gestiscono beni e attività ecclesiali e prendere quindi le di- stanze dall’autorità episcopale. Non c’è nulla di strano. Dopo decenni di gestione autonoma, molte associa- zioni a carattere educativo o caritati- vo hanno perso l’abitudine di ricor- rere regolarmente all’autorità dioce- sana. Spesso questi organismi sono sottoposti a un coordinamento na- zionale, avendo la Chiesa locale po- ca voce in capitolo. L’identità cattolica deve essere tu- telata in diversi punti: anzitutto nel- lo statuto degli organismi caritativi che operano a nome della Chiesa. È un diritto riconosciuto a tutti i fedeli quello di associarsi per promuovere «iniziative di evangelizzazione, eser- cizio di opera di pietà o di carità» (can. 298, § 1). Inoltre queste asso- ciazioni devono ottenere la re c o g n i t i o del vescovo locale (cfr. can. 289 § 3). Se vogliono acquistare personali- tà giuridica canonica (can. 322 § 2), i loro statuti devono essere esaminati e giudicati conformi alla dottrina e al diritto della Chiesa. Spetta ancora al vescovo incoraggiare tutte le ini- ziative apostoliche nel campo della carità, con il discernimento necessa- rio riguardo al loro orientamento dottrinale. L’identità cattolica deve essere leggibile negli statuti di ogni associazione caritativa. La preoccu- pazione di mettere in risalto l’identi- tà cattolica nelle operazioni di soli- darietà è ancor più necessaria in quanto queste spesso procedono da iniziative private. L’identità cattolica deve essere ancora più evidente nelle associazioni pubbliche di fedeli, sia- no esse diocesane, nazionali o inter- nazionali. Queste ultime vengono erette dall’autorità competente e possono operare in nome della Chie- sa per i fini che si sono proposte di conseguire (cfr. can. 312). L’identità cattolica deve essere tu- telata anche nella denominazione. La questione della denominazione delle associazioni dei fedeli a fine caritativo è una leva di controllo del loro carattere ecclesiale. Nessuna as- sociazione può avvalersi del marchio “cattolico” se non ha ricevuto l’espresso consenso dell’autorità competente (cfr. can. 300). In questi ultimi anni si è visto il termine “cat- tolico” scomparire da alcuni organi di stampa o dalle denominazioni di organizzazioni sindacali o umanitari, che, a quanto pare, verrebbero così accettate meglio nell’universo secola- re. Si tratta di un progresso della li- bertà religiosa e della libertà in ge- nerale? Più di recente, in senso op- posto, sono state osservate spinte identitarie che hanno portato alcuni giovani impegnati nella vita della Chiesa a creare associazioni civili de- finite “cattoliche” senza però rimet- tersi all’autorità episcopale. L’identità cattolica viene tutelata anche attraverso il controllo effettivo dell’autorità episcopale. Il m o t u p ro - prio rincentra sul ministero episco- pale la responsabilità dell’intera azione caritativa diocesana. È bene ricordare che «il vescovo diocesano esercita la propria sollecitudine pa- storale per il servizio della carità nel- la Chiesa particolare a lui affidata in qualità di pastore, guida e primo re- sponsabile di tale servizio» (motu- p ro p r i o art. 4 § 1). Questo controllo si deve esercitare prima di tutto sull’orientamento dottrinale delle istituzioni caritative. È indispensabi- le che le persone che vi si impegna- no lo facciano nello spirito del Van- gelo. Si tratta di vivere la solidarietà e l’amore verso il prossimo in modo coerente con la fede che ne è la fon- te e con la speranza che ne è il mo- tore. La solidarietà puramente oriz- zontale, scollegata da qualsiasi aspi- razione spirituale forte, non è la ca- ratteristica delle opere di carità cri- stiane. La carità rivela la fede e la fe- de spinge alla carità, in una visione dell’altro che non è solamente eco- nomica o sociologica, ma anche umana nella pienezza del termine, che vede nella persona bisognosa il volto di Cristo (cfr. Ma t t e o , 25, 31- 46). Quando delle istituzioni caritative si rendono autonome rispetto agli orientamenti pastorali dei vescovi, possono essere tentate di adottare il linguaggio, le procedure, le mentali- tà delle istituzioni secolari che han- no la loro stessa finalità. Occorre una volontà ben temprata, nel mon- do della comunicazione mediatica attuale, per far valere una specificità spirituale nelle azioni di solidarietà umana. L’identità cattolica si esprime nel- lo spirito con cui viene esercitata la carità. La carità è la fede all’op era (cfr. Giudici , 2, 14), ossia si riconosce dai suoi atti. Un atto è sempre l’espressione di un’intenzione e di una volontà. In un contesto secola- rizzato, l’attenzione va prima di tut- to alla prestazione, alla qualità del prodotto finale. Si è capaci di offrire mille pasti correttamente confeziona- ti, che faranno certamente felici mil- le persone. Accanto a questa opera- zione ben riuscita — per la quale non ci si può che rallegrare — ecco una persona sola, senza fissa dimora, che condivide il proprio panino con un richiedente asilo. Qui, a essere in primo piano, è il gesto del cuore. Dove traspare la carità? I gesti da uomo a uomo, di attenzione perso- nale per le forme di povertà vicine e visibili, sono al centro del servizio della carità secondo il Vangelo. La carità della Chiesa non si può diluire nelle azioni anonime a sostegno del- le persone povere. Essa deve volgersi verso la sfera interiore, verso le po- vertà affettive, relazionali, verso le solitudini e gli abbandoni. La Chie- sa non può scaricare il suo servizio della carità sulle strutture di assi- stenza e di solidarietà della società. In nessun caso, il servizio caritati- vo della Chiesa deve «dissolversi nella comune organizzazione assi- stenziale» ( proemio m o t u p ro p r i o ). Il rischio non è affatto ipotetico. È la tendenza che presenta ogni azione ecclesiale che non si distingue, nella sua origine e nelle sue finalità, da azioni ispirate ad altre fonti. Bisogna però precisare che ciò non comporta alcun giudizio sulla qualità della generosità dimostrata da iniziative diverse da quelle della Chiesa. Per i destinatari di tale gene- rosità non ci sarà forse alcuna diffe- renza. La differenza consiste nello sguardo rivolto alla persona e alle persone di cui ci si occupa. Il Van- gelo invita a vedere il volto di Cristo nella persona che è nel bisogno, e dunque a tener conto di tutte le di- mensioni del suo essere: fisica, psi- chica e spirituale. Se Cristo servo dei poveri è invisibile nell’azione della Chiesa, questa non ha svolto corret- tamente la propria missione. L’identità cattolica si esprime nel- le convenzioni che legano gli organi- smi cattolici ad altre iniziative. Gli organismi caritativi ecclesiali posso- no operare solo sotto forma di per- sonalità giuridica civile. Si tratterà dunque, nel rispetto della struttura di tali associazioni, di non perdere di vista lo “spirito evangelico” che è la fonte della loro ispirazione. Spesso grandi organismi caritativi cattolici sono legati per convenzione ad altri organismi analoghi senza specificità religiosa o persino antire- ligiosi. Si tende allora a cancellare la specificità cattolica in nome dell’effi- cacia dell’aiuto fornito. Come se il fatto di non dire da dove proviene il gesto lo rendesse più accettabile. Non bisogna dimenticare che la so- cietà secolare ha imparato dalla Chiesa a preoccuparsi per i poveri e che per secoli il loro sostentamento è stato lasciato all’iniziativa delle persone e delle istituzioni della Chiesa. In alcuni contesti di laicità aggressiva, non è addirittura più permesso organizzare un’assistenza di carattere religioso, soprattutto cri- stiana. Ci sono direttori di ospedali che rifiutano i cappellani cattolici, con la scusa che questi possono di- sturbare i pazienti. Ci sono direttori penitenziari che, con diversi pretesti, sopprimono le celebrazioni religiose. La carità non discrimina tra quan- ti hanno bisogno di aiuto. Ma è di- versa nella sua origine e nel suo slancio. Essa deve evitare «il rischio di dissolversi» nell’anonimato delle nostre società. L’identità cattolica è anche nella proposta etica legata alle opere di carità. L’insegnamento dottrinale e morale della Chiesa è direttamente interessato negli organismi caritativi. L’azione caritativa riguarda le que- stioni del rispetto della vita, della sessualità umana, del matrimonio, dell’educazione, del lavoro, della di- pendenza, tutti ambiti in cui la Chiesa professa una visione dell’uo- mo e della società che, nella mag- gior parte dei casi, non coincide con ciò che la società promuove nei suoi organismi di solidarietà. Programmi umanitari ufficiali possono essere condizionati, per esempio, dall’ado- zione di metodi contraccettivi, dalla banalizzazione dell’aborto, dalla giu- stificazione dell’eutanasia, o dalla ri- cerca sull’embrione umano, in con- traddizione con ciò che la Chiesa considera moralmente giusto e buo- no. Occorre dunque vigilare affinché le iniziative ecclesiali possano smar- carsi dai metodi che tendono a im- porre un’antropologia materialista e utilitarista senza riguardo per la di- gnità della persona umana. Da qui la nozione di «testimo- nianza evangelica», che gli operatori della carità ecclesiale sono chiamati a rendere (cfr. m o t u p ro p r i o art. 7 § 2). Il modo in cui lo fanno è più im- portante del dono stesso. È ciò che ricorderà la persona che viene aiuta- ta. I responsabili degli organismi cattolici devono avere la formazione necessaria per agire come persone inviate dalla Chiesa. L’identità cattolica si tutela anche nei finanziamenti accettati o rifiutati. Gli organismi caritativi che hanno una struttura nazionale centralizzata dirigono operazioni di aiuto allo svi- luppo in Paesi del terzo mondo sen- za che l’autorità episcopale di vigi- lanza possa controllare l’utilizzo fi- nale delle donazioni. Queste opera- zioni di sviluppo possono a volte in- scriversi in programmi che contengo- no clausole inammissibili per la Chiesa. È accaduto che alcuni pro- grammi di sviluppo siano andati chiaramente a sostegno di regimi contrari ai diritti dell’uomo, soprat- tutto alla libertà religiosa. Il marchio “cattolico” deve essere difeso nell’analisi precisa della natura del destinatario e dell’uso che viene fat- to delle donazioni. Quando questi organismi ecclesiali ricevono sovven- zioni da parte dello Stato, è indi- spensabile che possano conservare il controllo dei progetti per tutta la durata della loro esecuzione. La società secolare ha la tendenza a imporre, in modo sempre più coer- citivo, visioni globali della natura dell’essere umano, nei suoi rapporti con la società e con l’ambiente natu- rale. Una cappa di piombo ideologi- co ricopre molte iniziative che, con il pretesto dello sviluppo, fanno sci- volare l’umanità verso orizzonti dove la libertà spirituale è compromessa. In questo nuovo contesto, che ha anche motivato la pubblicazione del m o t u p ro p r i o , la Chiesa «nella sua intima natura» ha la vocazione di servire come punto di riferimento per un’antropologia e un’ecologia nelle quali traspaiano la presenza e l’azione salvifica di Cristo, poiché «in lui l'amore di Dio è veramente perfetto» ( 1 Giovanni, 2, 5).

*Arcivescovo di Digione

(©L'Osservatore Romano 21 febbraio 2013)