Catechismo

Ecclesialità del catechismo

CatechismoChiesaCattolicaANnoFededi GERHARD MÜLLER

Il tema di questo intervento è l’ecclesialità del Catechismo, vale a dire il suo essere, per sua stessa natura, un documento della Chiesa. Se ne vogliamo comprendere tutta l’importanza non possiamo semplicemente leggerlo come un testo qualunque. La sua ecclesialità ha implicazioni sottili per il modo in cui ci avviciniamo al documento. Nel gennaio 1985, Papa Giovanni Paolo II convocò un’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi in occasione del ventesimo anniversario della conclusione del Vaticano II. Allora, i padri sinodali espressero il desiderio che venisse «composto un catechismo o compendio di tutta la dottrina cattolica per quanto riguarda sia la fede che la morale, perché sia quasi un punto di riferimento per i catechismi o compendi che vengono preparati nelle diverse regioni» (Fidei depositum). Nel luglio 1986, in risposta alla richiesta dei vescovi di tutto il mondo, venne istituita una Commissione per sovrintendere la stesura del Catechismo. Fu deciso che non dovesse essere scritto da studiosi, bensì da pastori, e quindi venne riunito un team editoriale, costituito da vescovi provenienti dall’Argentina, dalla Francia, da Beirut e anche da Leeds, in Inghilterra. In tal modo, l’universalità della Chiesa, la sua cattolicità, fu espressa anche nella stesura del Catechismo. Nel 1989 una prima bozza fu inviata ai vescovi a mo’ di consultazione, e oltre mille di loro risposero. Il cardinale Joseph Ratzinger scrisse: «È ovvio che questo lavoro rappresenta un evento simbolico di collegialità episcopale e che in esso la voce della Chiesa universale ci parla in tutta la sua pienezza. Il Catechismo è, di fatto, un lavoro collegiale; canonicamente cade sotto la speciale giurisdizione del Papa, in quanto è stato approvato per l’intero mondo cristiano dal Santo Padre, in virtù della suprema autorità magisteriale di cui è investito. In questo senso, mi pare che il Catechismo fornisca, attraverso la sua natura giuridica, un buon esempio di cooperazione armoniosa tra il primato e la collegialità, corrispondendo sia allo spirito sia alla lettera del concilio VaticanoII. Il Papa non parla sopra le teste dei vescovi. Al contrario, invita i suoi fratelli nell’episcopato a unirsi a lui nel far risuonare la sinfonia della fede. Unisce il tutto e lo garantisce con la sua autorità, che non è un qualcosa di imposto dall’esterno, ma piuttosto qualcosa che dà alla testimonianza comune la sua validità pubblica, concreta» (Joseph Ratzinger e Christoph Schönborn, Introduction to the Catechism of the Catholic Church, San Francisco, Ignatius Press, 1994, p. 26). Ben lungi dall’essere un’imp osizione della Curia Romana, il Catechismo è il frutto della Chiesa universale. Contiene la saggezza collettiva dei vescovi di tutto il mondo, i quali rappresentano anche i fedeli delle loro diverse Chiese particolari. Tuttavia, va anche osservato che il fatto che il Catechismo rappresenti la Chiesa universale non è semplicemente una questione cumulativa, come se tale caratteristica dipendesse unicamente dal numero di vescovi che hanno contribuito alla sua stesura. Piuttosto, il Catechismo ha le proprie origini nell’interazione unica del collegio dei vescovi e del suo capo, il successore di Pietro. Questa struttura — il collegio episcopale unito al suo capo — è l’incarnazione dell’universalità della Chiesa. I singoli vescovi rappresentano le Chiese particolari, ma formano anche un collegio in unione con il loro capo, e come tale incarnano l’universalità della Chiesa. Di conseguenza, nelle sue origini il Catechismo reca le tracce dell’universalità della Chiesa. Inoltre, il contenuto del Catechismo è preso dal deposito dei tesori della Chiesa. Contiene citazioni di santi, figli e figlie della Chiesa che hanno vissuto in modo preminente la vita di grazia. Tra i santi citati, vorrei portare alla vostra attenzione in particolare i Padri della Chiesa. Sono gli antichi insegnanti della fede della Chiesa, coloro che per primi hanno inculturato la fede nel mondo pagano che li circondava. Ricevendo e tramandando la fede in quei primi momenti decisivi della vita della Chiesa, hanno lasciato un’impronta indelebile sulla fede, che è giunta fino a noi. Il Catechismo cita anche autori moderni, come il beato John Henry Newman. Cita concili ecumenici e il magistero della Chiesa. Attinge alla liturgia della Chiesa, sia d’oriente sia d’occidente. Queste preghiere sono l’espressione dell’identità più profonda della Chiesa, del suo rapporto con Dio. Inoltre, come preghiere pubbliche sono la manifestazione esteriore del suo modo di comprendersi. Soprattutto, e più di frequente, il Catechismo cita però la Sacra Scrittura, ricordando che «l’ignoranza delle Scritture, infatti, è ignoranza di Cristo» (Girolamo, Commento a Isaia, Prologo, Patrologia Latina 24, 17). Attingendo a una così grande varietà di fonti, il Catechismo rispecchia la ricchezza della Chiesa e, in tal modo, riesce a offrire «una esposizione organica di tutta la fede cattolica» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 18). Il cattolicesimo non è una filosofia. È una religione rivelata. Ciò significa che il contenuto della nostra fede non è il risultato dell’ingenuità umana. Esaminare pienamente il rapporto tra filosofia e teologia andrebbe oltre le intenzioni del presente intervento, ma queste osservazioni non intendono affatto denigrare i risultati, o perfino la necessità, di un pensiero filosofico rigoroso. La fede è in armonia con la ragione. Nella sua lettera ai Romani, Paolo parla di rendere un rationabile obsequituri (12, 2). Letteralmente ciò significa che bisogna rendere al Signore un «culto ragionevole». La ragione, la speculazione filosofica, ha un ruolo importante nel preparare alla Rivelazione. Conosciamo la creazione di Dio alla luce della ragione umana. Ci aiuta ad articolare la fede ed è molto utile nel comunicare la fede agli altri. Tuttavia, la verità alla quale diamo il nostro assenso nella fede non si basa sulle speculazioni filosofiche di un singolo individuo. Come religione rivelata, la fede cattolica è per sua essenza dialogica. Il contenuto della nostra fede preesiste il nostro apprendimento della sua verità. Dio rivela se stesso. Dio parla e, solo dopo aver ricevuto l’autorivelazione di Dio nella sua Parola, l’individuo può dare il proprio assenso. È questo che intende san Paolo quando, nella lettera ai Romani, dice: «La fede dipende dunque dalla predicazione» (10, 17). Il credente non crea la propria verità; piuttosto, nella Rivelazione c’è una qualità di “dato”, una positività, che precede l’individuo. I cattolici credono che la Chiesa sia stata fondata e voluta da Gesù Cristo. È il corpo mistico di Cristo, attraverso il quale egli continua a essere presente. Citando gli atti del processo a Giovanna d’Arco, il Catechismo ricorda la comprensione semplice, e tuttavia profonda, che la santa aveva della natura della Chiesa: «A mio avviso, Gesù Cristo e la Chiesa sono un tutt’uno, e non bisogna sollevare difficoltà» (n. 795). Cristo è il Verbo eterno che Dio pronuncia nella storia umana per rivelare se stesso. La Chiesa prosegue questo ruolo: la Chiesa è custode della Rivelazione. Il Catechismo è stato scritto più di due decenni fa e non c’è alcun dubbio che si tratta di un prodotto del suo tempo, ma affermarlo non implica necessariamente che ora è obsoleto. Né riconoscere la natura storica e culturalmente condizionata del Catechismo mina il suo status di “norma sicura” per noi. Ben lungi dall’intrappolarci nel vicolo cieco del relativismo storico, la presenza di un’origine storica e culturale è proprio ciò che ci si aspetta da un documento ecclesiale. La Chiesa è stata fondata da Cristo. Abbiamo già detto, ma è bene ripeterlo, che in Cristo il Verbo eterno di Dio entra nella storia umana. Dio, facendosi uomo, applica a sé le condizioni di tempo e spazio. Il Verbo eterno è nato in un luogo particolare, in un tempo particolare e in una cultura particolare. L’incarnazione non annulla la storia umana ma, piuttosto, le condizioni della storia umana diventano il mezzo attraverso il quale Dio rivela se stesso all’umanità. La storicità dell’incarnazione è, naturalmente, condivisa dalla Chiesa fondata da Cristo, e di conseguenza anche il Catechismo, proprio perché è un documento della Chiesa, mostra una qualità storica. Attraverso l’incarnazione Dio si dona a noi nella storia e, pertanto, è inutile cercare una qualche sorta di rivelazione astorica. Grazie all’incarnazione del Figlio di Dio in Gesù Cristo, sono proprio le situazioni della storia umana il luogo in cui guardiamo per trovare Dio. Inoltre, la storicità è un elemento fondamentale della condizione umana. Noi siamo esseri storici. Pertanto, se vogliamo arrivare a conoscere Dio, sperimenteremo questa conoscenza all’interno delle condizioni della storia. Come ho scritto: «La possibilità radicale di ricevere informazioni dalla realtà viene sperimentata nella storia. In questo modo la storicità della ragione umana non porta alla relativizzazione della sua capacità di verità o all’impossibilità di raggiungere una conoscenza di Dio» (Katholische Dogmatik Für Studium und Praxis der Theologie, Freiburg, Herder, 2012, p. 38, traduzione inedita). Il modo d’espressione del Catechismo e i concetti usati sono condizionati dalla storia e dalla cultura. Rispecchiano la storia della Chiesa e l’aspirazione umana, sotto l’influenza della grazia di Dio, di articolare l’auto-comunicazione di Dio. Ciò, tuttavia, non è una pietra d’inciampo. Occorre ricordare che Dio rivela se stesso nella storia a esseri storici. Una affermazione astorica della fede della Chiesa rappresenterebbe in modo incorretto sia la rivelazione di Dio, sia la nostra ricezione della sua rivelazione come esseri umani. Di conseguenza, nella misura in cui il Catechismo è uno strumento la cui finalità è di attirarci nel discepolato e in una relazione con Dio, la storicità è uno dei suoi aspetti necessari. Se il Catechismo non fosse storico, non potrebbe essere una “norma sicura”. Il Catechismo è un documento pubblico e quindi utilizza un linguaggio condiviso. Di conseguenza, suscita domande sul rapporto tra la fede intima privata dell’individuo e le parole pubbliche condivise del Catechismo. Qual è la funzione di tali parole rispetto al singolo credente? Fondamentalmente le parole comunicano un contenuto intellettuale, un significato, che, attraverso l’atto della comunicazione, rendono accessibile al pubblico. Le parole hanno un doppio riferimento. Esprimono, anzitutto, un significato, ma, in secondo luogo, questo significato è rivolto a un pubblico. Sant’Agostino ce lo fa notare nella sua grande omelia sul giorno della nascita di san Giovanni Battista. Scrive (Sermoni, 293, Patrologia Latina 38, 1328): «Quando penso a ciò che dirò, la parola o il concetto è già nel mio cuore. Quando voglio parlarvi, cerco un modo per condividere con il vostro cuore quel che è già nel mio. Nella mia ricerca di un modo per far sì che questo concetto vi raggiunga, affinché la parola che è già nel mio cuore trovi posto anche nel vostro, uso la voce per parlarvi. Il suono della mia voce porta il significato della parola a voi e poi svanisce. La parola che il suono ha portato a voi, ora è nel vostro cuore, e tuttavia continua ad essere anche nel mio».

© Osservatore Romano - 18 maggio 2014


Giovedì della XIX settimana delle ferie del Tempo Ordinario

S. Giovanni Berchmans, religioso S.J. (1599-1621)

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