Catechismo

Catechismo Tridentino prefazione e parte prima

PREFAZIONE

L'uomo lasciato alle sole sue forze non è in grado di acquistare la vera sapienza e di trovare i mezzi sicuri per conseguire la beatitudine

1 La capacità dell'anima e dell'intelligenza umana è tale che, pur avendo questa potuto da se stessa investigare e conoscere, con molta fatica e diligenza, non poche cose riguardanti le verità divine, tuttavia con il solo lume naturale non è mai arrivata a conoscere e ad apprendere la maggior parte dei mezzi con cui si acquista la salvezza eterna, scopo principale per cui l'uomo è stato creato e formato a immagine e somiglianza di Dio. "Poiché", come insegna l'Apostolo, "dalla creazione del mondo in poi, le perfezioni invisibili di Dio possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità" (Rm 1,20). Invece "il mistero tenuto nascosto fin dai secoli remoti e per tante generazioni", ossia il mistero di Cristo, supera talmente l'intelligenza umana che, se non fosse stato rivelato ai santi, ai quali Dio volle mostrare le ricchezze della sua gloria in mezzo alle genti, nessuno avrebbe potuto aspirare a tale sapienza con qualsiasi sforzo umano.


L'origine dell'eccelso dono della fede

2 Poiché la fede nasce dall'ascoltare, è evidente la perenne necessità dell'opera e del ministero di maestri autorizzati, per conseguire la salvezza eterna. Ecco perché fu detto: "Come ascolteranno, se non c'è chi predica? E come possono predicare, se non ne hanno la missione?" (Rm 10,14.15). Perciò, fin dall'origine del mondo. Dio, che è pieno di clemenza e di benignità, non ha mai mancato di provvedere ai suoi eletti; ma "più volte e in molte maniere per mezzo dei profeti parlò agli antichi padri" (Eb 1,2), mostrando loro, secondo l'opportunità dei tempi, la via sicura e retta per la beatitudine celeste.


L'intervento di Cristo, degli Apostoli e dei loro successori

Dio però, avendo promesso "un maestro di giustizia per illuminare le genti" (Gl 2,23), che avrebbe portato la sua salvezza "fino agli estremi confini della terra" (Is 49,6), "negli ultimi tempi ha parlato a noi nella persona del Figlio" (Eb 1,2) e "ha comandato con una voce venuta dal cielo nella gloriosa trasfigurazione" (2 Pt 1,17) che tutti obbediscano ai suoi comandi. A sua volta il Figlio "destinò alcuni a essere Apostoli, altri costituì pastori e dottori" (Ef 4,14), perché annunciassero la parola di vita, per evitare che noi "fossimo sballottati da ogni vento di dottrina"; ben fermi invece sul fondamento della fede, "fossimo compaginati nell'edificio di Dio per opera dello Spirito Santo" (Ef 2,22).


Accoglienza per la parola dei pastori della Chiesa

Per evitare poi che qualcuno ricevesse la parola di Dio dai ministri della Chiesa come parola umana, bensì l'accogliesse qual è realmente, come parola di Cristo, il nostro Salvatore medesimo stabilì di conferire al loro magistero tanta autorità da affermare: "Chi ascolta voi ascolta me; e chi disprezza voi disprezza me" (Le 10,16). E questo non intese riferirlo solo ai presenti cui si rivolgeva, ma a tutti quelli che per legittima successione avrebbero ricevuto l'ufficio d'insegnare, perché promise di assisterli sino alla fine del mondo (Mt 28,20).


Necessità della loro predicazione ai nostri giorni

3 Questa predicazione della parola di Dio, pur non dovendosi mai interrompere nella Chiesa, certamente deve essere promossa con più impegno e pietà ai nostri giorni; affinché i fedeli vengano nutriti e confortati dal pascolo vitale di un insegnamento sano e incorrotto. Infatti oggi sono sorti nel mondo dei falsi profeti, di cui il Signore aveva detto: "Non li mandavo come profeti ed essi correvano; non parlavo loro, ed essi profetavano" (Ger 23,21), per pervertire gli animi dei cristiani "con dottrine varie e peregrine" (Eb 13,9). E la loro empietà, addestrata a tutte le arti di Satana, sembra che non trovi più limiti. E se non ci potessimo appoggiare alla stupenda promessa del Salvatore, il quale affermò di aver dato alla sua Chiesa un fondamento così solido che le porte dell'inferno non avrebbero mai potuto prevalere contro di essa (Mt 16,18), ci sarebbe da temere che ai nostri giorni la Chiesa, assediata da ogni parte, assalita e combattuta da tante macchinazioni, fosse sul punto di crollare.

Per tacere di intere, nobilissime province, che un tempo erano attaccate con pietà e santità alla vera e cattolica religione ricevuta dai loro maggiori, mentre adesso, abbandonata la retta via, affermano di praticare in modo eccellente la pietà allontanandosi totalmente dalla dottrina dei loro padri: non esiste una regione così remota, né un luogo così ben custodito, né un angolo del mondo cristiano, dove tale peste non abbia tentato d'infiltrarsi.


I catechismi degli eretici

Coloro poi che si sono proposti di pervertire le menti dei fedeli, avendo capito che in nessun modo era possibile raggiungere tutti con la parola viva, per infondere nelle orecchie i loro discorsi avvelenati, tentarono di riuscire a spargere gli errori dell'empietà con un altro mezzo. Infatti, oltre ai grossi volumi con i quali hanno tentato di scalzare la fede cattolica (e da cui forse non è difficile guardarsi, perché contengono apertamente l'eresia), hanno anche scritto un numero quasi infinito di libretti che, con un'apparenza di pietà, sono in grado di ingannare in modo incredibilmente facile gli animi incauti dei semplici.

II proposito catechistico del Concilio Tridentino

4 Mossi da tale stato di cose i Padri del Concilio Ecumenico Tridentino, con il vivo desiderio di adottare qualche rimedio salutare per un male così grave e pernicioso, non si limitarono a chiarire con le loro definizioni i punti principali della dottrina cattolica contro tutte le eresie dei nostri tempi, ma decretarono anche di proporre una certa formula e un determinato metodo per istruire il popolo cristiano nei rudimenti della fede, da adottare in tutte le chiese da parte di coloro cui spetta l'ufficio di legittimi pastori e insegnanti.


Il catechismo voluto dal Concilio e quelli già esistenti

E' vero che non pochi si sono già distinti per pietà e dottrina in questo genere di componimenti, tuttavia i Padri conciliari ritennero che sarebbe stata della massima importanza la pubblicazione di un libro, munito dell'autorità del Concilio, dal quale i parroci e tutti gli altri cui spetta il compito di insegnare potessero attingere e divulgare norme sicure per l'edificazione dei fedeli. Cosicché, come "uno è il Signore e unica la fede" (Ef 4,5), così fosse unica la regola comune nel trasmettere la fede e nell'insegnare al popolo cristiano i doveri della pietà.


Limiti del nostro Catechismo

Essendo però assai numerose le cose riguardanti la professione della religione cristiana, nessuno pensi che il Concilio si sia proposto di comprendere e di spiegare appieno, in un solo libro, tutti i dogmi della fede cristiana: cosa che son soliti fare coloro i quali insegnano l'origine e la dottrina di tutta la religione. Questa infatti sarebbe stata un'impresa lunghissima e poco adatta allo scopo suddetto. Ma volendo istruire parroci e sacerdoti in cura d'anime, si è pensato di limitare l'esposizione alla conoscenza di quelle cose che sono maggiormente necessarie al compito pastorale e più proporzionate alla comprensione dei fedeli. Perciò vengono proposti qui soltanto quei punti di dottrina che possono aiutare lo zelo e la pietà dei pastori non troppo versati nelle dispute teologiche.


Principi orientativi fondamentali dell'azione pastorale

5 Stando così le cose, prima di esporre i singoli trattati che ricapitolano questa dottrina, lo scopo fissato esige l'illustrazione di quei pochi fondamentali principi che i pastori d'anime devono sempre considerare e tenere principalmente presenti.

Affinché, dunque, i pastori d'anime indirizzino tutte le loro deliberazioni, fatiche e industrie al debito fine e possano facilmente conseguirlo, la prima cosa da ricordare sempre è la seguente: che tutta la scienza del cristiano si ricapitola in quel programma, stabilito dalle parole del Salvatore: "Questa è la vita eterna: che conoscano te, unico vero Dio, e colui che tu hai mandato, Gesù Cristo" (Gv 17,3). Perciò l'impegno principale di quanti insegnano nella Chiesa sarà quello di suscitare nei fedeli il desiderio di conoscere "Gesù Cristo e questo crocifisso" (1 Cor 2,2) e far sì che si persuadano bene e credano con intima pietà e devozione, che "non è stato dato agli uomini altro nome sotto il cielo, nel quale sia possibile salvarsi" (At 4,12), essendo egli la vittima di propiziazione per i nostri peccati (1 Gv 2,2).

Siccome però "noi possiamo sapere di conoscerlo, dal fatto che ne osserviamo i comandamenti" (1 Gv 2,3), è strettamente legato al principio suddetto che s'insegni ai fedeli a trascorrere la propria vita non già nell'ozio e nell'ignavia; che anzi "noi dobbiamo camminare come lui ha camminato" (1 Gv 2,6), ed esercitarci con impegno nella giustizia, nella pietà, nella fede, nella carità e nella mansuetudine. Infatti "egli offrì se stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità e per rendere il suo popolo mondo e applicato alle opere buone" (Tt  2,14), opere che l'Apostolo comanda ai pastori di illustrare e di raccomandare.

D'altra parte, avendo il Signore e Salvatore nostro affermato e dimostrato con il suo stesso esempio come tutta la Legge e i profeti si riducano alla carità (Mt 22,40) e avendo poi l'Apostolo confermato che la carità è il fine dei precetti e la pienezza della legge (Rm 13,10), nessuno può dubitare che l'intento principale da perseguire con ogni diligenza sia quello di sollecitare il popolo dei credenti ad amare l'immensa bontà di Dio verso di noi; cosicché, infervorato da un ardore divino, venga rapito da quel Bene perfettissimo, aderendo al quale potrà godere la vera felicità colui che sarà in grado di ripetere con il profeta: "Che cosa vi è in cielo per me? E all'infuori di te, che cosa io bramo sulla terra?" (Sal 72,25). In realtà è questa la via più sublime che l'Apostolo additava, quando indirizzava tutta la somma della sua dottrina e del suo insegnamento alla carità, la quale non verrà mai meno (1 Cor 13,8). In tal modo, qualunque cosa venga proposta, da credere, da sperare, o da compiere, in essa deve sempre essere raccomandata la carità del Signore nostro, cosicché ognuno capisca che tutte le opere della perfetta virtù cristiana non hanno altra origine e non hanno altro scopo all'infuori di questo amore soprannaturale.


L'obbligo di adattarsi alla capacità di ciascuno

6 Se poi è vero che nell'impartire qualsiasi insegnamento ha grande importanza la maniera d'insegnare, questa è da ritenere addirittura grandissima nell'istruire il popolo cristiano. Va infatti tenuto conto dell'età, dell'intelligenza, delle abitudini e della condizione degli ascoltatori, in modo che l'insegnante si faccia tutto a tutti, per guadagnare tutti a Cristo (1 Cor 9,19-22) e, rendendosi ministro e dispensatore fedele (1 Cor 4,1.2), sia degno, quale "servo buono e fedele", di ricevere dal Signore autorità su molto (Mt 25,23). Egli deve persuadersi che a lui sono affidati non soltanto uomini di una data categoria, da istruire su particolari norme e con una determinata formula, ma che egli deve formare alla pietà tutti i fedeli. E siccome alcuni di essi sono "come bambini appena nati" (1 Pt 2,2), altri cominciano a crescere in Cristo, mentre ce ne sono di quelli che hanno raggiunto l'età matura, è necessario considerare con diligenza chi ha bisogno del latte e chi del cibo solido, per offrire a ciascuno quell'alimento di dottrina che ne assicuri la crescita spirituale, "fino a che arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo" (Ef 4,13).

L'Apostolo indicò tale dovere a tutti coloro che sono chiamati a questo ministero, dichiarando se stesso "debitore dei greci e dei barbari, dei sapienti e degli ignoranti" (Rm 1,14), per far comprendere che nell'esporre i misteri della fede e i precetti della vita bisogna adattare l'insegnamento alla comprensione e all'intelligenza degli ascoltatori; affinché nel fornire di cibo spirituale quelli che sono più preparati, non si lascino morire di fame i più piccoli, che inutilmente chiedono il pane perché non c'è chi possa loro spezzarlo (Lam 4,4).

Nessuno poi deve trascurare l'insegnamento per il fatto che talora bisogna istruire gli ascoltatori su dei precetti che sembrano meno importanti e che per lo più vengono trattati non senza molestia da coloro che si occupano e si deliziano di argomenti più sublimi. Se infatti l'eterna sapienza del Padre discese sulla terra per trasmetterci i precetti dell'eterna vita nell'umiltà della nostra carne, chi sarà colui che non si sentirà costretto dalla carità di Cristo a diventare bambino in mezzo ai suoi fratelli e, simile a una nutrice che allatta i suoi figlioli, non bramerà la salvezza del prossimo con tale ardore da dare per essi, come scriveva di se stesso l'Apostolo (1 Ts 2,7s), non solo il Vangelo di Dio, ma anche la propria vita?


La dottrina della fede è racchiusa nella Scrittura e nella Tradizione, nonché nel Credo, nei Sacramenti, nel Decalogo e nell'Orazione domenicale

7 Ogni sorta di dottrina che deve essere insegnata ai fedeli è contenuta nella parola di Dio, distribuita nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. Perciò i pastori d'anime si esercitino giorno e notte nella meditazione di queste due cose, ricordando l'ammonimento di san Paolo a Timoteo: "Dedicati alla lettura, all'esortazione e all'insegnamento" (1 Tm 4,13). "Tutta la Scrittura, infatti, ispirata da Dio, è utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e preparato per ogni opera buona" (2 Tm 3,16s).

8 Data però la molteplicità e varietà delle verità così trasmesse, al punto che risulta difficile comprenderle e, una volta comprese, non è facile ricordarle in modo da averle pronte quando capita l'occasione d'insegnarle, con grande saggezza i nostri maggiori ricapitolarono tutto il succo di questa dottrina salutare in quattro formule distinte, che sono: il Simbolo apostolico, i sette sacramenti, il Decalogo e l'Orazione domenicale o Padre nostro. Infatti tutto quello che a norma della fede cristiana si deve ritenere e conoscere su Dio, sulla creazione e il governo del mondo, sulla redenzione del genere umano, sulla ricompensa dei buoni e sulla punizione dei malvagi, è contenuto nell'insegnamento del Simbolo. Quelli che costituiscono i segni e gli strumenti per procurarci la divina grazia sono racchiusi nell'insegnamento relativo ai sette sacramenti.

Quanto poi si riferisce alle Leggi, il cui fine è la carità, si trova descritto nel Decalogo.

Finalmente tutto quello che gli uomini possono salutarmente desiderare, sperare e chiedere, è racchiuso nella Preghiera del Signore. Ecco perché spiegando queste quattro formule, che costituiscono come i punti comuni di riferimento della Sacra Scrittura, non rimane quasi più niente da insegnare circa le cose che il cristiano è tenuto a imparare e a desiderare.


Suggerimenti ai parroci per unire alla spiegazione del Vangelo quella del Catechismo

Riteniamo quindi opportuno avvertire i parroci che ogni qualvolta essi son chiamati a spiegare un passo del Vangelo o qualsiasi brano della Sacra Scrittura, la materia di quel testo, qualunque esso sia, ricade sotto una delle quattro formule riassuntive suddette e a quella essi dovranno ricorrere per trovarvi la fonte della spiegazione richiesta. Nel caso, per esempio, che si debba spiegare il Vangelo della prima domenica d'Avvento: "Ci saranno segni nel sole, nella luna..." (Lc 21,25), quanto si riferisce a tale argomento si troverà in quell'articolo del Simbolo: "Verrà a giudicare i vivi e i morti". E così, valendosi della spiegazione di quell'articolo, il pastore d'anime insegnerà insieme il Credo e il Vangelo.

Perciò in ogni suo impegno d'insegnamento e d'interpretazione prenderà l'abitudine di riferire ogni cosa a quei quattro generi di argomenti, ai quali fanno capo, come abbiamo detto, tutti gli sforzi e gli insegnamenti della Sacra Scrittura.

Nell'insegnare, poi, ognuno terrà quell'ordine che sembrerà più adatto alle condizioni della persona e del tempo. Noi però, seguendo l'autorità dei santi Padri, che nell'iniziazione cristiana dei neofiti cominciavano dalla dottrina della fede, abbiamo giudicato opportuno mettere al primo posto quanto si riferisce alla fede.

PARTE PRIMA

LA FEDE E IL SUO SIMBOLO

 

Definizione della fede

9 Le Sacre Scritture attribuiscono al termine fede molti significati: noi ne parliamo come di una disposizione, in forza della quale prestiamo assenso completo alle verità divinamente manifestate. Che una tale fede sia necessaria al conseguimento della salvezza, nessuno potrà porlo seriamente in dubbio, specialmente ricordando quanto è scritto: "Senza la fede è impossibile piacere a Dio" (Eb 11,6). Essendo infatti la meta proposta all'uomo per la sua beatitudine troppo sublime per poter essere raggiunta dalla capacità della ragione umana, era necessario riceverne conoscenza da Dio. Ora questa conoscenza è appunto la fede e la sua efficacia fa sì che riteniamo per certo quanto l'autorità della Chiesa nostra madre addita come rivelato da Dio. In nessun fedele infatti può nascere dubbio intorno a verità di cui Dio, verità per essenza, è garante.

Cosi appare chiara la differenza che corre tra questa fede, prestata a Dio, e quella riposta negli scrittori della storia umana. Essa varia notevolmente per estensione, intensità, dignità. È detto infatti nelle Sacre Scritture: "Uomo di poca fede, perché hai dubitato?" (Mt 14,31) e altrove: "grande è la tua fede" (Mt 15,28) e ancora: "Accresci la nostra fede" (Lc 17,5); infine: "la fede senza le opere è una fede morta" (Gc 2,20) e "la fede... opera attraverso la carità" (Gal 5,6). Tuttavia la fede è sempre genericamente la stessa e ai molteplici suoi gradi conviene la medesima natura e il significato della definizione. Quanto poi essa sia fruttifera e quanto beneficio ne ricaviamo, sarà spiegato nel commento dei singoli articoli.

Il Simbolo della fede

10 

 I cristiani devono dunque conoscere in primo luogo le verità che, animati dallo Spirito divino, i santi Apostoli, maestri e dottori della fede, distribuirono nei dodici articoli del Simbolo. Avendo infatti essi ricevuto dal Signore l'ordine di andare, quali suoi ambasciatori (2 Cor 5,20), nel mondo intero, ad annunciare il Vangelo a ogni creatura (Mc 16,15), decisero di redigere una formula della fede cristiana, che permettesse a tutti l'unanimità del sentimento e della professione e rimuovesse ogni possibilità di scisma tra i chiamati all'unità della fede, perfezionandoli nell'unità di spirito e di credenza (1 Cor 1,10).1 E, dopo averla composta, gli Apostoli chiamarono questa professione di fede e di speranza cristiana "Simbolo"; sia perché risultante dalle varie sentenze messe dai singoli in comune, sia perché di essa avrebbero potuto servirsi, quasi di sigillo e di parola d'ordine, per distinguere facilmente i disertori e gli intrusi, falsi fratelli (Gal 2,4) intenti ad adulterare l'Evangelo (2 Cor 2,17), da coloro che si erano arruolati sinceramente nella milizia di Cristo.

Divisione del Simbolo

11 Tra le molte verità proposte dalla religione cristiana ai fedeli, a tutte e singole le quali occorre prestare sicuro e incrollabile assenso, la prima ed essenziale, quasi fondamento e ricapitolazione di tutta la verità, è quella che Dio medesimo ci insegnò intorno all'unità dell'essenza divina e alla distinzione delle tre Persone, nonché alle azioni, che in singolar modo a ciascuna di esse sono attribuite. Il parroco mostrerà come la dottrina riguardante tale mistero sia compendiata nel Simbolo degli Apostoli.

Come già notarono i nostri Padri, che studiarono con pietà e amore l'argomento, esso appare distribuito in tré parti principali. Nella prima è studiata la prima Persona della natura divina e l'opera mirabile della creazione; nella seconda, la seconda Persona e insieme il mistero dell'umana redenzione; nella terza infine la terza Persona, principio e sorgente della nostra santità; il tutto condensato in molteplici e opportune sentenze. Queste, secondo una consuetudine dai nostri Padri frequentemente seguita, son chiamate "articoli". In realtà, come le membra del corpo sono distinte mediante articolazioni, cosi in questa confessione di fede è rettamente e lucidamente chiamato articolo ogni inciso che, per se stesso e indipendentemente dal conseguente, vuole il nostro assenso.

 

Articolo 1

IO CREDO IN DIO PADRE ONNIPOTENTE CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA

Significato dell'articolo

12 Ecco il senso racchiuso in queste parole: ritengo con certezza e riconosco senza ombra di dubbio che v'è un Dio Padre, cioè la prima Persona della Trinità, il quale nella onnipotente sua virtù trasse dal nulla il cielo, la terra e quanto è contenuto nell'ambito del cielo e della terra; egli regge e governa tutto il creato. Ne solamente credo con il cuore in lui e lo confesso con le labbra, ma aspiro a lui con il fervore e l'amore più intensi, come al sommo e perfettissimo bene. Questa, in breve, una prima delucidazione dell'articolo. Ma poiché quasi ogni suo vocabolo nasconde sublimi misteri, occorre che il parroco vi consacri attentissima considerazione, affinché il popolo fedele ascenda, pavido e tremante, a contemplare la gloria della maestà divina entro i limiti stabiliti da Dio.

 

Valore e significato della parola "Credo" nel dominio della fede cristiana

13 IO CREDO. Qui il verbo "credere" non significa reputare, stimare, opinare, bensì, secondo l'insegnamento della Sacra Scrittura, significa il sicurissimo assenso, in virtù del quale l'intelligenza aderisce, con fermezza e tenacia, a Dio che rivela i propri misteri. Perciò chi crede (nel senso qui inteso) possiede indubbia e nettissima convinzione di qualcosa. Né si pensi che la conoscenza insita nella fede sia meno sicura, per il fatto che le realtà proposteci a credere sono invisibili; perché se la luce divina che ce le fa percepire non le fa raggiare nell'evidenza, non permette tuttavia che ne dubitiamo.

Il medesimo Dio che comandò alla luce di scaturire dalle tenebre, quello stesso rifulse nei nostri cuori (2 Cor 4,6), perché il Vangelo non fosse velato per noi, come lo è per coloro che periscono (ibid. 4,3). Ne consegue che chi possiede simile celeste conoscenza data dalla fede è immune da ogni vana curiosità di ricerca. Infatti Dio, comandandoci di credere, non ci volle intenti a scrutare i divini giudizi, il loro piano, la loro causa, ma impose quella fede inalterabile che da all'anima il riposo nella conoscenza della verità eterna. Ora, se l'Apostolo proclama che Dio solo è veritiero, mentre tutti gli uomini mentiscono (Rm 3,4), e se noi normalmente reputiamo segno di impudente arroganza non prestar credito a un uomo che, fornito di saggezza e gravita, ci comunichi qualcosa e pretendere che comprovi con ragioni e testimoni il suo asserto, di quale temeraria stoltezza non si renderà reo chi, ascoltando la parola di Dio, oserà chiedere le ragioni della celeste salutare dottrina? Perciò la fede deve bandire non solo ogni parvenza di dubbio, ma anche ogni velleità di dimostrazione.

 

Necessità dell'atto esterno di fede

14 II parroco non mancherà inoltre di insegnare a colui che dice "Io credo" che, oltre a esprimere così l'assenso intimo del proprio spirito, in cui si compendia l'atto interno della fede, deve con la massima sollecitudine manifestare pubblicamente, con esplicita professione di fede, quanto porta chiuso nel cuore. Nei fedeli deve aleggiare quello spirito che spingeva il Profeta a esclamare: "Ho creduto e per questo ho parlato" (Sal 115,11). Essi devono imitare gli Apostoli, che rispondevano alle autorità del popolo: "Non possiamo tacere quanto abbiamo visto e udito" (At 4,20); memori della bella frase di san Paolo: "Io non arrossisco del Vangelo, che è la virtù di Dio per la salvezza di tutti i credenti" (Rm 1,16) e di quell'altra, in cui è la diretta conferma della sentenza qui illustrata: "Crediamo con il cuore per essere giustificati; confessiamo con le labbra per essere salvati" (Rm 10,10).

 

Conoscenza di Dio per mezzo della fede

15 IN Dio. Già di qui c'è dato di apprezzare la dignità e l'eccellenza della sapienza cristiana e con ciò il debito contratto verso la divina bontà, potendo noi rapidamente salire, quasi attraverso i gradini della fede, alla conoscenza della più nobile e desiderabile realtà. Qui appunto risiede una delle grandi differenze tra la filosofia cristiana e la sapienza di questo mondo. Mentre questa, guidata semplicemente dal lume di natura, muovendo adagio adagio dagli effetti e da tutto ciò che è percepito dai sensi, riesce solo dopo diuturni sforzi a contemplare a malapena le realtà invisibili di Dio, a riconoscerlo e comprenderlo quale prima Causa e Autore di tutto il creato; quella invece affina talmente la penetrazione dello spirito umano, che esso può innalzarsi al cielo senza fatica. Illuminato dallo splendore divino, scorge dapprima l'eterna fonte stessa della luce e poi quanto giace al disotto di essa.

Perciò a noi è dato di constatare con la più intensa letizia spirituale come veramente, secondo la parola del principe degli Apostoli, siamo chiamati dal fondo delle tenebre a una luce mirabile (1 Pt 2,9) e possiamo trasalire di ineffabile gioia nella nostra fede (ibid. 1,8). A ragione dunque i fedeli proclamano anzitutto di credere in Dio, la maestà del quale, con Geremia, definiamo incomprensibile (Ger 32,19). Egli dimora, come dice l'Apostolo, in uno splendore inaccessibile, che nessuno vide o può vedere (1 Tm 6,16). Parlando a Mosè disse Dio stesso: "Nessuno mi vedrà e sopravviverà" (Es 33,20). Infatti, per arrivare a Dio, vertice del sublime, l'intelligenza nostra deve essere del tutto astratta dai sensi; il che non è concesso alle facoltà naturali in questa vita.

 

La conoscenza razionale di Dio

16 Tuttavia Dio, secondo la sentenza dell'Apostolo, non mancò di dare di sé testimonianza, beneficandoci, inviando dal cielo le piogge e le stagioni fruttifere, ricolmando di nutrimento e di gioia le creature umane (At 14,16). Così ai sapienti fu evitato di concepire intorno a Dio nozioni indegne e concesso di eliminare dal suo concetto ogni elemento corporeo, materiale, composito. Essi inoltre collocarono in Dio la pienezza di tutti i beni, la fonte perenne e inesauribile di bontà e di misericordia, da cui rifluisce su tutte le realtà e nature create ogni bene e ogni perfezione. Lo chiamarono sapiente, autore e tutore della verità, giusto, benefico: con tutti quei nomi, insomma, in cui è espressa la suprema e assoluta perfezione; sostennero poi che la sua immensa e infinita virtù riempie ogni luogo e raggiunge ogni estremo. Tutto ciò traspare molto più nettamente dalle Sacre Scritture, come mostrano, per esempio, i passi seguenti: "Dio è spirito" (Gv 4,24); "Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto" (Mt 5,48); "Tutto è nudo e scoperto ai suoi occhi" (Eb 4,13); "O profondità dei tesori della sapienza e della scienza divina!" (Rm 11,33); "Dio è veritiero" (Rm 3,4); " Io sono la via, la verità, la vita" (Gv 14,6); "La tua destra è ricolma di giustizia" (Sai 47,11); "Tu apri la tua mano ed empi di benedizione ogni essere che respira" (Sai 144,16); "Dove mi rifugerò per evitare il tuo spirito e il tuo volto? Se salgo al cielo, ivi tu sei: se scenderò nell'inferno, sei presente; se all'alba prenderò le mie ali e mi lancerò verso i confini del mare, tu sei lì" (Sal 138,7-9); "II Signore dice: non riempio io forse il cielo e la terra?" (Ger 23,24).

 

La conoscenza di Dio mediante la fede è superiore alla conoscenza razionale

17 Sono grandi in verità e insigni queste nozioni, che circa la natura di Dio, in armonia con l'autorità della Sacra Scrittura, i filosofi trassero dalla contemplazione del creato. Eppure anche qui scopriremo la necessità di una dottrina rivelata, se riflettiamo che la fede, come abbiamo detto, non solo fa sì che le verità scoperte dai sapienti dopo paziente studio brillino d'un tratto e senza sforzo anche agli ignoranti, ma che la loro conoscenza, conseguita attraverso la pedagogia della fede, penetri nei nostri intelletti in modo infinitamente più sicuro e immune da errori di quel che si verificherebbe se l'avessero raggiunte mediante i ragionamenti della scienza umana.

Però quanto non è da reputarsi più nobile quella conoscenza della divinità che non è indistintamente data a tutti dallo spettacolo della natura, ma particolarmente fu irraggiata nei credenti dal lume della fede? Orbene, questa è condensata in quegli articoli del Simbolo che ci manifestano l'unità dell'essenza divina e la distinzione delle tre Persone e ci additano Dio come ultimo fine dell'uomo, da cui dobbiamo attenderci la celestiale ed eterna beatitudine, come apprendemmo da san Paolo: "Dio è rimuneratore di chi lo cerca" (Eb 11,6). Di qual valore sia tutto ciò e come trascenda i beni, ai quali la conoscenza avrebbe potuto aspirare da sola (1 Cor 2,9), già molto prima dell'Apostolo lo aveva spiegato Isaia: "Dall'origine dei secoli, al di fuori di te, o Signore, non fu inteso da orecchio o percepito da occhio umano quanto tu hai preparato a coloro che ti amano" (Is 64,4).

 

Unità di Dio

18 Da quanto abbiamo esposto risulta che dobbiamo anche confessare l'esistenza di un solo Dio, non di più dei. Attribuendo infatti a Dio la suprema bontà e perfezione, è inconcepibile che l'infinito e l'assoluto si riscontrino in più d'un soggetto. E se a uno poi manca qualcosa per toccare la perfezione assoluta, con ciò stesso è imperfetto, né può convenirgli la natura divina. Molti passi scritturali confermano simili deduzioni. È scritto infatti: "Ascolta, Israele: il Signore Dio nostro è Dio unico" (Dt 6,4). Ed è comando di Dio: "Non avrai altro Dio, fuori che me" (Es 20,3). Dio inoltre spesso ammonisce per mezzo del Profeta: "Io sono il primo e l'ultimo; nessun Dio fuori di me" (Is 41,4; 44,6). E apertamente assicura l'Apostolo: "Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo" (Ef 4,5). Né ci sorprenda il fatto che talora la Sacra Scrittura attribuisce l'appellativo Dio anche a nature create. Chiamando infatti talora dei i profeti e i giudici non rispecchia i preconcetti dei gentili, che empiamente e stoltamente si raffigurarono molteplici divinità, ma, secondo il parlare usuale, vollero esprimere qualche esimia loro virtù o qualche speciale funzione a essi da Dio affidata. In conclusione la fede cristiana crede e professa un Dio solo, nella natura, nella sostanza, nell'essenza, come il Simbolo del Concilio Niceno, per rassodare tale verità, ha spiegato. Né basta: elevandosi più in alto, la fede intende l'unità in modo tale da venerare l'unità nella trinità e la trinità nell'unità. Di questo mistero, che segue appunto nel Simbolo, dobbiamo ora trattare.

 

Dio, Padre di tutte le cose per creazione, Padre in modo peculiare dei cristiani per adozione

19 PADRE. Poiché il vocabolo di "Padre" è attribuito a Dio per molteplici ragioni, dovremo anzitutto spiegare quale sia il significato più proprio di questa parola. Già alcuni di coloro le cui tenebre non erano state dissipate dal sole della fede avevano compreso essere Dio la sostanza eterna, da cui il mondo aveva ricevuto l'essere e dalla cui provvidenza è governato e conservato nella sua ordinata disposizione. Presa dunque la similitudine dalle realtà umane, poiché chi propaga l'essere in una famiglia e ne vigila le sorti con il consiglio e l'autorità è chiamato padre, furono indotti a chiamare Padre quel Dio che riconoscevano artefice e moderatore di tutte le cose.

Anche le Sacre Scritture ricorsero al medesimo appellativo, quando, parlando di Dio, vollero mostrare come a Dio si dovessero attribuire la creazione, il potere e la mirabile provvidenza nell'universo. Vi leggiamo infatti: "Non è lo stesso Padre tuo che ti ha posseduto, ti ha fatto, ti ha creato?" (Dt 32,6). E altrove: "Non è forse uno solo il Padre di tutti noi? Uno solo il nostro Creatore?" (Mi 2,10). Ben più spesso e quasi con peculiare proprietà, soprattutto nei libri del Nuovo Testamento, Dio è chiamato Padre dei cristiani, poiché questi non ricevettero, nel timore, lo spirito di schiavitù, bensì lo spirito di adozione, quali figli di Dio, che li autorizza a invocare: "Abbà, Padre" (Rm 8,15). Il Padre infatti ci usò tale amore, che in verità possiamo essere nominati e in realtà siamo figli di Dio (1 Gv 3,1). Se poi figli, anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Gesù Cristo, primogenito tra innumerevoli fratelli (Rm 8,17.29), che non arrossisce nel chiamarci tali (Eb 2,11). Sicché a buon diritto i fedeli professano la loro fede in Dio loro padre, sia che si consideri la relazione generica nascente dalla creazione e dalla provvidenza, sia che si tenga conto del singolare vincolo della spirituale adozione.

 

Il valore del nome Padre nella Divinità

20 Oltre le nozioni testé spiegate, il parroco mostrerà a quali più sublimi misteri l'intelletto debba innalzarsi nell'ascoltare l'appellativo di Padre. Gli oracoli divini infatti cominciano, con il vocabolo di "Padre", a farci intravedere quanto si nasconde più misteriosamente in quella luce inaccessibile, che è dimora di Dio e che la ragione e l'intelletto dell'uomo mai avrebbero potuto da sé, non dico raggiungere, ma neppure sospettare. Poiché quel nome dimostra che nell'unica essenza divina dobbiamo riconoscere non già una sola Persona, bensì una distinzione di Persone.

Tre di fatto sono le Persone nell'unica Divinità: quella del Padre, da nessuno generato; del Figlio, generato dal Padre anteriormente a tutti i secoli; dello Spirito Santo, pur dall'eternità procedente dal Padre e dal Figliolo. Nell'unica sostanza divina il Padre è la prima Persona che, con il Figlio unigenito e con lo Spirito Santo, forma un solo Dio, un solo Signore, non già nella singolarità di un'unica Persona, bensì nella trinità di un'unica sostanza.

 

Le tre Persone divine sono distinte per le loro rispettive proprietà

21 Non essendo permesso concepire tra queste tre Persone alcuna differenza o ineguaglianza, dovranno intendersi distinte solamente in virtù delle loro proprietà; per cui il Padre è non generato, il Figlio è generato dal Padre, lo Spirito Santo procede da entrambi. E professeremo fra le tre Persone una tale identità di essenza e di sostanza, che nella confessione completa di un Dio vero ed eterno riterremo dover adorare, piamente e santamente, nelle Persone la proprietà, nell'essenza l'unità, nella trinità l'uguaglianza. Sicché quando diciamo che la Persona del Padre è la prima, non bisogna pensare che nella trinità sussista una differenza come se una fosse anteriore o posteriore, maggiore o minore.

Lo spirito dei fedeli sia immune da una tale empietà: la religione cristiana proclama nelle tre Persone l'identica eternità e la stessa maestà di gloria. Noi affermiamo senza esitazione che il Padre è veramente la prima Persona, perché è principio senza principio; e poiché ciò che la contrassegna è la proprietà di Padre, a essa sola conviene l'aver generato dall'eternità il Figlio. Infatti pronunciamo insieme in questo articolo i nomi di "Dio" e di "Padre", per ricordare costantemente che Dio è stato sempre Padre.

 

Non occorre istituire intorno alla Trinità troppo sottile ricerca

22 Siccome in nessun altro campo vi è tanto pericolo nell'indagine e tanta possibilità di errori gravissimi come nel presentare e spiegare questa sublime e difficilissima verità, il parroco insegnerà doversi scrupolosamente ritenere i vocaboli propri di essenza e di persona, con i quali viene formulato il mistero, ricordando ai fedeli come l'unità è nell'essenza, la distinzione nelle Persone. Dopo ciò, non è affatto necessario inoltrarsi in analisi più minute, memori della sentenza biblica: "Chi vuole scandagliare la maestà, sarà sopraffatto dalla gloria" (Prv 25,27). Deve apparire sufficiente il fatto che quanto per fede riteniamo certo e indiscusso lo apprendemmo da Dio, gli oracoli del quale vogliono l'assenso, se non si è irreparabilmente folli e miserabili. Egli ha detto infatti: "Andate a istruire tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). E altrove: "Tre sono i testimoni nel cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; e i tre costituiscono una sola sostanza" (1 Gv 5,7). Tuttavia colui il quale crede per divina grazia a tali verità preghi assiduamente e scongiuri Dio Padre, che dal nulla trasse l'universo, tutto disponendo dolcemente (Sap 8,1), che ci concesse la capacità di divenire figli di Dio (Gv 1,12) e all'umana intelligenza discoprì il mistero trinitario. Preghi, dico, affinché accolto un giorno nei tabernacoli eterni (Lc 16,9), sia degno di scorgere questa meravigliosa fecondità di Dio Padre, che, intuendo e comprendendo se stesso, genera un Figlio, pari e uguale a se stesso; di contemplare come l'identico Amore di carità dei due, che è lo Spirito Santo, procedente dal Padre e dal Figliolo, stringe reciprocamente, con eterno e indissolubile vincolo, il Genitore e il Generato; come infine si attui cosi, nella divina Trinità, l'unità di essenza e la perfetta distinzione delle tre Persone.

 

L'onnipotenza di Dio

23 ONNIPOTENTE. Le Sacre Scritture vogliono spiegare con molti nomi la perfezione sovrana e l'infinita grandezza di Dio, per mostrare con quale rispetto e pietà debba venerarsi l'adorabile maestà sua. Ma il pastore insegnerà anzitutto che l'onnipotenza è il qualificativo preferito. Dio stesso dice di sé: "Io, Dio onnipotente" (Gn 17,1). E Giacobbe, inviando i figli a Giuseppe, li accomiata con l'augurio: "II mio Dio onnipotente ve lo renda placabile" (Gn 43,14). Nell'Apocalisse infine è scritto: "Dio, Signore onnipotente, che è, che era e che verrà" (Ap 1,8); e ancora: "II gran giorno si chiama il giorno di Dio onnipotente" (ibid. 16,14). Talora il medesimo concetto è espresso con più parole, come appare dai passi seguenti: "Niente è impossibile avanti a Dio" (Lc 1,37); "La mano di Dio è forse impotente?" (Nm 11,23); "II potere ti spetta, quando tu voglia" (Sap 12,18) e simili. È evidente che le varie espressioni adombrano il medesimo contenuto: l'onnipotenza.

Questo attributo sta a significare che nulla possono l'intelligenza e la fantasia raffigurarsi, che Dio non possa compiere. Egli ha la virtù di compiere non solamente effetti che, per quanto grandissimi, rientrano in qualche modo nell'ambito della nostra comprensione, come ridurre il tutto nel nulla o produrre all'istante molteplici mondi, ma anche gesta infinitamente più grandiose, superiori a ogni immaginazione dello spirito umano. Pur tutto potendo, Dio non può però mentire, ingannare, essere ingannato, peccare, perire, ignorare qualcosa; tutti attributi di esseri, le cui operazioni sono imperfette. Appunto perché l'operazione di Dio è sempre perfettissima, diciamo che non può compiere quelle azioni, le quali sono indizio di debolezza, non già di una somma e infinita potenza operativa, quale egli possiede. In conclusione noi crediamo Dio onnipotente, rimuovendo da lui con ogni cura tutto ciò che sia difforme e contrario alla perfezione suprema della sua essenza.

 

Necessità e utilità della fede nell'onnipotenza di Dio

24 II parroco mostrerà con quanta sapienza nel Simbolo sia stato proposto alla nostra fede quest'unico attributo di Dio, tralasciati gli altri che gli convengono. In realtà, proclamando Dio onnipotente, implicitamente veniamo a riconoscerlo onnisciente, dominatore e signore dell'universo. Inoltre, se riteniamo per certo che egli può fare tutto, ne segue che riconosceremo in lui tutte quelle altre perfezioni, mancando le quali ci riuscirebbe incomprensibile l'esercizio della onnipotenza. Infine nulla meglio della persuasione che Dio tutto può fare potrebbe corroborare in noi i sentimenti di fede e di speranza. La ragione, guadagnata la nozione dell'onnipotenza divina, aderirà senza ombra di esitazione a qualunque cosa sia necessario credere, per quanto insigne e mirabile, per quanto superiore alle leggi e all'ordine di natura. Anzi riterrà tanto più agevolmente doversi prestar fede, quanto più sublimi sono le manifestazioni degli oracoli divini. Così, sul terreno delle sante speranze, l'animo sarà sbigottito dalla grandezza della meta agognata, ma trarrà coraggio e fiducia dal pensiero frequente che nulla è impossibile all'onnipotenza di Dio.

Di questa fede dovremo in particolar modo premunirci quando ci accingiamo a compiere qualcosa di notevole per il vantaggio del prossimo, o quando con le preghiere desideriamo impetrare qualcosa da Dio. Per il primo caso lo stesso Signore ci ammaestrò quando, rimproverando agli Apostoli la loro incredulità, esclamò: "Se avrete fede quanto un granello di senapa, direte a questo monte: passa di là; e passerà e niente vi sarà impossibile" (Mt 17,20). Per il secondo, abbiamo la testimonianza di san Giacomo: "Chi chiede, chieda con fede, senza esitare; chi esita, è simile all'onda del mare, spinta in ogni lato dal vento e non s'illuda di ottener qualcosa da Dio" (Gc 1,6.7).

Tale fede del resto ci procura parecchi altri importanti vantaggi: ci educa anzitutto alla modestia e all'umiltà dello spirito, come suggerisce il principe degli Apostoli: "Umiliatevi sotto la potente mano di Dio" (1 Pt 5,6). In secondo luogo ci insegna a non tremare, poiché null'altro v'è da temere se non Dio solo, che tiene in suo potere noi e tutte le nostre cose. Ammonisce infatti il Salvatore: "Io vi additerò chi dobbiate temere: temete colui che, dopo avervi tolta la vita, ha potere di mandarvi all'inferno" (Lc 12,5).

Infine ci aiuta a riconoscere e a celebrare i benefici immensi che Dio ci ha elargito; poiché chi riconosce Dio onnipotente, non può avere ingratitudine sì nera da non gridare spessissimo: "Grandi cose ha fatto per me colui che è potente" (Lc 1,49).

 

L'onnipotenza è principalmente attribuita al Padre

25 Dal fatto che in questo articolo chiamiamo onnipotente il Padre, nessuno sia tratto erroneamente a pensare che tale attributo a lui convenga, senza essere parimenti comune al Figlio e allo Spirito Santo. Poiché come diciamo Dio il Padre, Dio il Figlio, Dio lo Spirito Santo, pur non riconoscendo tré dei, bensì un solo Dio, così pure confessiamo l'onnipotenza del Padre, del Figlio e dello Spirito, senza riconoscere tre onnipotenti, ma un solo onnipotente. Tuttavia al Padre più particolarmente riserviamo tal nome, perché fonte di qualsiasi origine; come in particolare si attribuisce al Figlio, eterno Verbo del Padre, la sapienza, e allo Spirito Santo, Amore di entrambi, la bontà; quantunque questi e simili attributi appartengano, secondo la regola della fede cattolica, solidalmente a tutte e tre le Persone.

 

26 CREATORE DEL CIELO E DELLA TERRA.

Quanto ora diremo per spiegare la creazione dell'universo, mostrerà come sia necessario istruire in antecedenza i fedeli circa l'onnipotenza di Dio. Non avendo infatti lasciato alcun dubbio sulla potenza sconfinata del Creatore, è così agevolata la fede nel prodigio di sì grande opera. Dio non ha formato il mondo da una materia preesistente, ma lo creò dal nulla, non costretto dalla violenza o dalla necessità, ma di propria spontanea volontà. L'unica causa che lo spinse all'atto creativo fu il desiderio di espandere la sua bontà sulle cose create. La natura di Dio infatti, beatissima in sé, non ha bisogno di nulla, secondo le parole di David: "Io ho detto al Signore: tu sei il mio Dio, perché non hai bisogno dei miei beni" (Sal 15,2). Ma come, indotto dalla sua sola bontà, ha compiuto tutto ciò che ha voluto, così gettando le basi dell'universo non si è uniformato a un esemplare o a un disegno esistente fuori di lui. Infatti se la sua intelligenza racchiude in se stessa i prototipi di tutte le cose, il sovrano Artefice, contemplandoli in sé e quasi imitandoli, creò all'inizio le realtà dell'universo, con la sapienza e potenza infinita che gli sono proprie. Egli parlò e le cose furono; comandò e vennero create (Sal 32,9).

Nei termini poi cielo e terra occorre intendere tutto quanto essi contengono. Ai cieli infatti, che il Profeta chiamò opera delle sue dita (Sal 8,4), Dio aggiunse il luminoso ornamento del sole, della luna, delle rimanenti stelle e, affinché servissero a distinguere le stagioni, i giorni, gli anni, dispose il corso sicuro e costante dei globi celesti, in modo che nulla appaia più mobile del loro orbitare perpetuo, nulla più certo del loro movimento.

 

Creazione degli angeli

27 Dio inoltre trasse dal nulla il mondo spirituale e gli angeli innumerevoli, perché gli fossero ministri assidui, arricchendoli poi con i doni della sua ineffabile grazia e del suo alto potere. Le parole infatti della Sacra Scrittura: "II diavolo non perseverò nel vero" (Gv 8,44), dimostrano nettamente come esso e gli altri angeli apostati avevano dalla loro origine ricevuto la grazia. Dice in proposito sant'Agostino: "Dio creò gli angeli dotati di retta volontà, vale a dire animati da un casto amore, che a lui li avvinceva, dando loro l'essere ed elargendo insieme la grazia. Possiamo perciò ritenere che gli angeli santi non furono mai sprovvisti di rettitudine nella volontà, cioè dell'amor di Dio" (sant'Agostino, De civit. Dei, 12, 9, 2). Riguardo alla loro scienza, abbiamo la dichiarazione dei Libri sacri: "Ma tu, mio signore, sei sapiente, come è sapiente l'angelo di Dio, sì che tutto conosci sulla terra" (2 Re 14,20). Infine il santo re David attribuisce loro la potenza, dichiarando potenti gli angeli per intima virtù ed esecutori dell'ordine divino (Sal 102,20). Anzi le Sacre Scritture li chiamano spesso forze ed eserciti del Signore. Purtroppo, sebbene tutti arricchiti di tali doni celesti, molti, avendo ripudiato Dio loro padre e creatore, furono espulsi dalle sublimi sedi e chiusi nel carcere oscurissimo della terra, dove pagano eternamente la pena della loro superbia. Di essi parla san Pietro: "Dio non ha risparmiato gli angeli peccatori, ma li ha precipitati nell'inferno, abbandonandoli agli abissi delle tenebre, dove li mantiene per il Giudizio" (2 Pt 2,4).

 

Creazione dei viventi

28 Dio inoltre con la sua parola volle che la terra, ben fondata sulla sua stabilità, avesse posto nella parte centrale del mondo; e fece si che le montagne si innalzassero e le valli si aprissero nei punti designati (Sal 103,8.9). E perché l'acqua non la sommergesse, fissò il confine oltre il quale mai si spingesse l'inondazione. Quindi vi spiegò sopra una magnifica veste di alberi, di erbe, di fiori e, come antecedentemente aveva popolato l'acqua e l'aria di innumerevoli specie di animali, cosi fece per la terra.

Creazione dell'uomo

29 Infine Dio trasse dal fango l'uomo, organizzandolo corporalmente in modo tale da divenire suscettibile, non per forza di natura, ma per beneficio divino, di immortalità e d'impassibilità. Creò poi la sua anima a immagine e similitudine propria, dotandolo di libero arbitrio e temperando in lui gli istinti e gli appetiti in modo che mai potessero sopraffare il dominio della ragione. Aggiunse il meraviglioso dono della giustizia originale e volle che l'uomo comandasse a tutti gli ammali. Tutto ciò del resto potrà essere attinto agevolmente dai parroci, per l'istruzione dei fedeli, dalla storia sacra del Genesi.

Ecco così spiegato quel che deve intendersi nell'inciso relativo alla creazione del cielo e della terra. Il profeta aveva già tutto brevemente riassunto con le parole: "Tuoi sono, o Signore, i cieli e la terra; tu hai fondato il globo terracqueo e quanto lo riempie" (Sal 88,12). Molto più sinteticamente si espressero i Padri del Concilio Niceno, introducendo nel Simbolo due soli vocaboli: "le cose visibili e le invisibili". Tutto ciò, infatti, che è compreso nell'universo e riconosciamo creato da Dio, o cade sotto la percezione dei nostri sensi ed è detto visibile, o può essere percepito solamente dalla nostra ragione e intelligenza, ed è chiamato invisibile.

 

La divina Provvidenza

30 Non dobbiamo però concepire la nostra fede in Dio, creatore e autore di tutte le cose, in modo da supporre che queste, compiutasi l'opera creativa, possano sussistere indipendentemente dalla sua potenza infinita. Come tutto, per assurgere all'esistenza, fu suscitato dalla saggia e buona onnipotenza del Creatore, così tutto ripiomberebbe istantaneamente nel nulla, se l'eterna sua Provvidenza non assistesse il creato e non lo conservasse con la medesima virtù che gli diede l'essere. Lo attesta la Sacra Scrittura: "Che cosa potrebbe sussistere, se tu non lo volessi? E se non fosse ognora sorretto da te, che cosa potrebbe conservarsi?" (Sap 11,26).

Dio non solamente tutela e regge l'universo con la sua Provvidenza, ma spinge con intima efficacia al movimento e all'azione tutto ciò che si muove e opera nel mondo, non già sopprimendo l'efficienza delle cause seconde, bensì prevenendola. La sua efficacia misteriosa raggiunge le singole realtà e, secondo la parola della Sapienza, opera con potenza da un'estremità all'altra (del mondo) e tutto governa soavemente (Sap 8,1).

Annunciando agli Ateniesi quel Dio che essi adoravano senza conoscerlo, l'Apostolo esclamava: "Egli non è lontano da ciascuno di noi, poiché in lui abbiamo la vita, il movimento e l'essere" (At 17,27.28).

 

L'atto creativo è comune alla santissima Trinità

31 E basti per quanto riguarda la spiegazione del primo articolo. Aggiungeremo tuttavia che l'opera della creazione è comune a tutte le Persone della santa e indivisa Trinità. Poiché, mentre in questo articolo del Simbolo degli Apostoli confessiamo Dio Padre, creatore del cielo e della terra, nelle Sante Scritture leggiamo del Figlio: "Tutto è stato fatto per suo mezzo" (Gv 1,3) e dello Spirito Santo: "Lo Spirito del Signore aleggiava sulle acque" (Gn 1,2); e altrove: "Nel Verbo del Signore i cieli sono stati resi stabili e dallo Spirito della sua bocca è profluito ogni loro pregio" (Sal 32,6).

 

Articolo 2

E IN GESÙ CRISTO, SUO UNICO FIGLIOLO, NOSTRO SIGNORE

 

Utilità dell'articolo

32 Quanto mirabile e ricco vantaggio si sia riversato su tutto il genere umano dalla fede e dalla confessione di questo articolo lo mostrano da una parte la testimonianza di san Giovanni: "Chi professerà che Gesù è Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio" (1 Gv 4,15); dall'altra quell'attestato di beatitudine, elargito da nostro Signore al principe degli Apostoli: "Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non te l'ha rivelato la carne e il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli" (Mt 16,17). Qui sta il fondamento più saldo della nostra salvezza e redenzione. Ma per intenderne appieno le ripercussioni benefiche, occorre insistere specialmente sulla perdita di quel felicissimo stato, in cui Dio aveva collocato i primi rappresentanti del genere umano. Curi perciò il parroco che i fedeli vengano a conoscere la causa delle nostre misere condizioni.

 

La caduta dell'uomo

33 Adamo mancò all'obbedienza verso Dio con il trasgredirne il comando: "Mangerai i frutti di qualsiasi albero del paradiso, ma non toccherai quelli dell'albero della scienza del bene e del male, poiché il giorno in cui li toccherai ne morrai" (Gn 2,16.17). Cadde perciò in tanta disgrazia da perdere senz'altro la santità e la giustizia in cui era stato posto e da subire tutti quegli altri malanni che il Concilio Tridentino spiegò ampiamente (sess. 5, can. 1, 2; sess. 6, can. 1). Ricorderanno i pastori che il peccato e la sua pena non sono rimasti circoscritti al solo Adamo, ma da lui, seme e causa, si sono naturalmente propagati a tutta la posterità.

Necessità della fede nel Redentore

34 Risollevare il genere umano precipitato dall'altissimo grado di dignità, ricondurlo al suo primiero stato, non era impresa proporzionata alle forze degli uomini o degli angeli. L'unico rimedio possibile alla rovina e ai mali era che l'infinita virtù del Figlio di Dio, assunta la fragilità della nostra carne, cancellasse l'infinita malizia del peccato e a Dio ci riconciliasse a prezzo del suo sangue.

Credere e professare il mistero della redenzione è e fu sempre per gli uomini necessario al conseguimento della salvezza; per questo Dio l'annunzio fin dall'inizio. Cosi, nell'atto stesso di condanna, scagliato sull'uman genere subito dopo il peccato, fu indicata la speranza della redenzione nelle parole con cui preannunziò al demonio la sconfitta, a cui l'avrebbe costretto con la liberazione degli uomini: "Porrò inimicizia fra te e la donna, tra il tuo e il suo seme; essa ti schiaccerà il capo e tu insidierai il suo tallone" (Gn 3,15). Più tardi confermò ripetute volte la medesima promessa, manifestando il proprio disegno in una maniera più esplicita, soprattutto a coloro cui volle dar prova di singolare benevolenza. Tale mistero fu spesso accennato, fra gli altri, al patriarca Abramo e in modo apertissimo quando egli, docile ai comandi di Dio, stette per immolare l'unico suo figlio Isacco. Disse infatti: "Poiché hai fatto ciò, non risparmiando il tuo unigenito, ti benedirò e moltiplicherò la tua progenie come le stelle del cielo e l'arena innumerevole sulla sponda del mare. Possederà essa le porte dei tuoi nemici; nel seme tuo saranno benedette tutte le genti della terra, perché obbedisti alla mia voce" (Gn 22,16-18), dalle quali parole era naturale ricavare che dalla progenie di Abramo sarebbe uscito colui che doveva donare la salvezza a tutti gli affrancati dal giogo immane di Satana. Ora il liberatore non poteva essere altri che il Figlio di Dio, uscito dalla progenie di Abramo, secondo la carne.

Poco più tardi, perché il ricordo della promessa fosse conservato, il Signore strinse il medesimo patto con Giacobbe, nipote di Abramo. Nel sogno gli apparve infatti una scala poggiata sulla terra e toccante con l'apice i cieli, e sulla scala vide gli angeli di Dio scendere e salire, come narra la Scrittura. E udì il Signore, dal sommo della scala, dirgli: "Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, il Dio di Isacco; darò la terra su cui dormi a te e alla tua posterità, numerosa come la polvere della terra. Ti propagherai a oriente e a occidente, a settentrione e a mezzogiorno; saranno benedette in te e nella tua semenza tutte le tribù della terra" (Gn 28,12-14).

Dio non ristette poi dal rinnovare la promessa, suscitando il senso dell'attesa tra i discendenti di Abramo e tra molti altri ancora. Anzi, bene organizzatasi la società e la religione dei Giudei, essa divenne anche più nota in mezzo al popolo. Molte furono le figure e molte le profezie delle grandi cose buone che il salvatore e redentore nostro Cristo ci avrebbe arrecato. In particolare i Profeti, il cui spirito era illuminato da luce celeste, apertamente, quasi vi fossero presenti, preannunziarono al popolo la nascita del Figlio di Dio, le opere ammirabili che, fatto uomo, avrebbe compiuto, la sua dottrina, i costumi, la sua vita, la morte, la risurrezione e tutti gli altri suoi misteri. Sicché, se prescindiamo dalla diversità, che è tra futuro e passato, vediamo che nessuna divergenza sussiste tra le predizioni dei profeti e la predicazione degli Apostoli, tra la fede dei vecchi Patriarchi e la nostra. Spieghiamo ora tutte le parti di questo articolo.

 

Il nome di Gesù, imposto per divino comando, è ben appropriato al Redentore

35 IN GESÙ CRISTO. Gesù, che significa "salvatore", è il nome proprio di colui che è Dio e uomo. Non gli fu imposto a caso o per volontà e decisione umana, bensì per decisione e comando di Dio. Infatti l'angelo annunciò alla madre di lui. Maria: "Ecco, concepirai nel seno e partorirai un figlio, al quale porrai nome Gesù" (Le 1,31). E più tardi non solo comandò a Giuseppe, sposo della Vergine, di chiamare il bambino con quel nome, ma ne addusse anche la ragione, dicendo: "Giuseppe, figlio di David, non esitare a prender Maria in tua consorte; poiché quel ch'è nato in lei, è da Spirito Santo. Partorirà un figliolo, cui porrai nome Gesù; perché egli libererà il suo popolo dai suoi peccati" (Mt 1,20-21).

Molti personaggi veramente portano nella Sacra Scrittura questo nome: per esempio il figlio di Nave, che successe a Mosè e, cosa a questo negata, introdusse nella terra promessa il popolo liberato da lui dall'Egitto; e il figlio del gran sacerdote losedech. Ma con quanta maggiore verità non troviamo noi che esso conviene al nostro Salvatore. Egli infatti conferì la luce, la libertà, la salvezza non a un popolo, ma all'umanità di tutti i tempi; umanità non già oppressa dalla fame o dal dominio egiziano o babilonese, bensì sperduta nell'ombra della morte, gemente nei durissimi ceppi del peccato e del diavolo; guadagnò per lei il diritto ereditario al regno celeste e la riconciliò con Dio Padre.

In quei personaggi dobbiamo scorgere raffigurato Cristo Signore, dal quale il genere umano fu ricolmato dei doni mentovati. Tutti i nomi del resto, che furono preannunziati come riferiti, per disposizione divina, al Figlio di Dio, si riassumono in quest'unico nome di Gesù; poiché mentre essi esprimono, ciascuno sotto un parziale punto di vista, la salvezza che egli ci doveva impartire, questo abbraccia l'efficacia e la ragione della universale salvezza umana.

 

Gesù Cristo re, sacerdote, profeta

36 Al nome di Gesù è stato accoppiato quello di Cristo, che significa "Unto" ed è titolo di onore e di ministero, riservato però non a uno solo, ma a diversi uffici, perché gli antichi Padri chiamavano cristi i sacerdoti e i re che Dio aveva comandato di ungere, in vista della dignità del loro ufficio. In realtà i sacerdoti sono coloro che raccomandano a Dio, con l'assidua preghiera, il popolo, offrono a Dio sacrifici, implorano per la gente. Ai re poi è affidato il governo dei popoli; a essi spetta soprattutto tutelare il prestigio delle leggi e la vita degli innocenti, vendicare l'audacia dei perversi. Ora poiché tali funzioni sembrano rispecchiare sulla terra la maestà di Dio, era naturale che i candidati all'ufficio sacerdotale o regale fossero unti con unguento. Fu anche antica consuetudine ungere i Profeti, interpreti di Dio immortale, araldi fra gli uomini dei celesti segreti, esortatori efficaci alla correzione dei costumi, per mezzo di precetti e di previsioni.

Venendo al mondo, il nostro salvatore Gesù Cristo assunse l'ufficio della triplice personalità di profeta, di sacerdote e di re; per questo è stato chiamato Cristo ed è stato unto, allo scopo di assolvere il molteplice compito, non per le mani di alcun mortale, ma per virtù del Padre celeste: non con unguento terreno, ma con olio spirituale. Nella sua santissima anima infatti fu versata una pienezza di doni dello Spirito Santo, più ricca e generosa di quella che alcuna natura creata possa ospitare. Lo aveva mirabilmente annunciato il profeta, rivolgendosi direttamente al Redentore: "Tu hai amato la giustizia e odiato l'iniquità; perciò il Signore, tuo Dio, ti ha consacrato con olio di letizia sopra i tuoi compagni" (Sai 44,8). E anche più esplicitamente l'aveva mostrato Isaia: "Lo Spirito del Signore è sopra di me, avendomi unto e mandato a evangelizzare i mansueti" (Is 61,1).

Gesù Cristo fu dunque il profeta e il maestro per eccellenza, poiché ci fece manifesta la volontà di Dio e dal suo insegnamento il mondo intero attinse la conoscenza del Padre celeste. Tale qualifica gli conviene tanto più propriamente, in quanto tutti coloro che meritarono il nome di Profeti furono suoi discepoli, inviati con il precipuo scopo di annunziare lui, il profeta che sarebbe venuto per la salvezza di tutti.

Parimenti Cristo fu sacerdote, non di quell'ordine sacerdotale cui appartennero nell'antica legge i sacerdoti della tribù di Levi, ma di quello cantato da David con le parole: "Tu sei sacerdote in eterno, secondo l'ordine di Melchisedech" (Sal 109,4); concetto accuratamente spiegato dall'Apostolo nella lettera agli Ebrei. Infine in Cristo riconosciamo un re, non solo in quanto Dio, ma anche in quanto uomo e partecipe della nostra natura, avendo di lui dichiarato l'angelo: "Regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe e il suo regno non conoscerà tramonto" (Le l,32s). Il regno di Cristo però è spirituale ed eterno: iniziato sulla terra, si corona in cielo. Egli esercita mirabilmente le prerogative regali nella Chiesa governandola, proteggendola dall'impeto e dalle imboscate dei nemici, imponendole leggi e non solo elargendole santità e giustizia, ma dandole capacità e forza sufficiente per perseverare. Sebbene nei confini di tal regno siano promiscuamente compresi buoni e cattivi e quindi tutti gli uomini a rigore vi appartengano, tuttavia coloro che, uniformandosi ai suoi precetti, conducono vita integra e pura, sperimentano sopra ogni altro l'esimia bontà e beneficenza del nostro Re. Tale regno non toccò a Gesù Cristo per essere rampollo di illustri sovrani, in virtù di un diritto ereditario o comunque umano: egli fu re perché nella sua umanità Dio concentrò quanto la natura umana può possedere di potenza, di grandezza, di dignità. Con ciò stesso Dio gli conferì il regno del mondo intero e tutto nel dì del giudizio sarà pienamente e perfettamente sottoposto a lui, come già del resto si comincia a vedere nella vita presente.

 

Gesù Cristo è Figlio di Dio per generazione ineffabile

37 Suo UNICO FIGLIOLO. Queste parole propongono alla fede e alla meditazione dei cristiani misteri anche più alti intorno a Gesù e precisamente che egli è Figlio di Dio e vero Dio, uguale al Padre, che lo generò fin dall'eternità. Inoltre riconosciamo così che egli è la seconda Persona della Trinità, del tutto uguale alle altre due. Non si può infatti immaginare qualcosa di vario e di dissimile nelle Persone divine, avendo m tutte ammesso la stessa essenza, volontà e potenza. Questo articolo di fede risulta da molti tratti biblici, ma soprattutto dal celeberrimo testo di san Giovanni: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio" (Gv 1,1).

Sentendo che Gesù è Figlio di Dio, non dobbiamo ricorrere con il pensiero a una origine che implichi qualche elemento terreno o mortale. Noi non possiamo cogliere con la ragione e compiutamente comprendere l'atto mediante il quale, da tutta l'eternità, il Padre generò il Figlio; però lo dobbiamo credere con fermezza e venerare con il più intimo ossequio del cuore, esclamando, stupiti avanti al mirabile mistero, con il Profeta: "Chi spiegherà la sua generazione?" (Is 53,8). Dobbiamo dunque ritenere che il Figlio possiede la medesima natura, potenza e sapienza del Padre, come confessiamo più apertamente nel Simbolo niceno: "In Gesù Cristo suo unico Figliolo, nato dal Padre prima di tutti i secoli; Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio; generato, non fatto, consustanziale al Padre; per mezzo di lui tutto è stato fatto".

 

Duplice natività e filiazione di Gesù Cristo

38 Tra le diverse similitudini presentate per adombrare la maniera e la natura della generazione eterna, la più felice è quella ricavata dalla genesi del pensiero umano. San Giovanni appunto chiama Verbo il Figlio di Dio. Infatti, come la nostra mente, intuendo in certo modo se stessa, foggia un'immagine di sé, che i teologi chiamano "verbo", così Dio (per quanto è dato paragonare con le realtà umane le divine), comprendendo sé, genera il Verbo eterno. Ma vai meglio arrestarsi a contemplare quel che la fede propone; cioè credere e professare che Gesù Cristo è insieme vero Dio e vero uomo; generato, come Dio, prima dell'alba dei secoli, dal Padre; come uomo, nato nel tempo da Maria, vergine e madre.

 

Gesù Cristo unica Persona e unico Figlio del Padre

39 Pur riconoscendo la sua duplice generazione, crediamo unico il Figlio, perché è un'unica persona, in cui convergono la natura divina e l'umana. Sotto l'aspetto della generazione divina non ha fratelli o coeredi, perché Figlio unico del Padre; mentre noi uomini siamo opera e formazione delle sue mani. Sotto l'aspetto invece dell'origine umana, egli non solo chiama molti con il nome di fratelli, ma anche li tratta come tali, affinché con lui raggiungano la gloria dell'eredità paterna. Son coloro che ricevettero con fede Gesù Cristo Signore e manifestano in pratica, con le opere di carità, la fede oralmente professata. In questo senso egli fu chiamato dall'Apostolo: "Primogenito fra una moltitudine di fratelli" (Rm 8,29).

 

Gesù Cristo è nostro Signore secondo le due nature

40 NOSTRO SIGNORE. Le Sacre Scritture attribuiscono al Salvatore molteplici qualità, di cui alcune chiaramente gli spettano come Dio, altre come uomo, avendo egli in sé, con la duplice natura, le proprietà rispettive. Rettamente dunque dicevamo che Gesù Cristo, per la sua natura divina, è onnipotente, eterno, immenso; mentre per la sua natura umana, diciamo che ha patito, è morto, è risorto. Ma, oltre questi, altri attributi convengono a entrambe le nature, come quando, in questo articolo, lo diciamo nostro Signore; a buon diritto del resto, potendosi riferire tale qualifica all'una e all'altra natura.

Infatti egli è Dio eterno come il Padre; così pure è Signore di tutte le cose quanto il Padre. E come egli e il Padre non sono due distinti dei, ma assolutamente lo stesso Dio, così non sono due Signori distinti. Ma anche come uomo, per molte ragioni è chiamato Signore nostro. Anzitutto perché fu nostro Redentore e ci liberò dai nostri peccati, giustamente ricevette la potestà di essere vero nostro Signore e meritarne il nome. Insegna infatti l'Apostolo: "Si umiliò, fattosi ubbidiente fino alla morte e morte di croce; perciò Dio lo ha esaltato, conferendogli un nome, che è sopra ogni altro, onde al nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, in cielo, in terra, nell'inferno; e ogni lingua proclami che il Signore Gesù Cristo è nella gloria di Dio Padre" (Fil 2,8-11 ). Egli stesso disse di sé dopo la risurrezione: "Mi è stato conferito ogni potere in cielo e sulla terra" (Mt 28,18). Inoltre è chiamato Signore per aver riunito in una sola Persona due nature, la divina e l'umana. Per questa mirabile unione meritò, anche senza morire per noi, d'essere costituito quale Signore, sovrano di tutte le creature in genere e specialmente dei fedeli che gli obbediscono e lo servono con intimo affetto.

 

Quanto il cristiano debba a Gesù Cristo

41 Infine il parroco esorterà il popolo fedele a riconoscere quanto sia giusto che noi, sopra tutti gli uomini - avendo tratto da lui il nome di cristiani e non potendo ignorare gli immensi benefici di cui ci ha ricolmato, anche perché la sua bontà ce li fece conoscere per fede - ci consacriamo per sempre come servi docili al Redentore e Signor nostro. Promettemmo di farlo quando l'iniziazione battesimale ci schiuse le porte della Chiesa. Dichiarammo allora di rinunciare a Satana e al mondo e di donarci tutti a Gesù Cristo. Se dunque per essere introdotti nella milizia cristiana ci consacrammo a nostro Signore con sì santa e solenne promessa, di qual supplizio non saremo meritevoli, se dopo aver passato la soglia della Chiesa, dopo aver conosciuto la volontà e la legge di Dio e aver usufruito della grazia dei sacramenti, vivessimo secondo le prescrizioni e le massime del mondo e del diavolo, quasi che nell'atto del battesimo, non a Cristo Signore e Redentore avessimo dato il nostro nome, ma al mondo e a Satana? Ma in quale anima non accenderà fuochi di amore la volontà di così grande Signore, tanto benigna e propizia verso di noi, che, pur avendoci in suo completo potere, quali servi riscattati con il suo sangue, ci circonda di così profondo amore che non ci chiama servi, ma amici e fratelli? (Gv 15,15). Questa, senza dubbio, è la causa più giusta, e forse la maggiore, per riconoscerlo, venerarlo, servirlo sempre come nostro Signore.

 

Articolo 3

IL QUALE FU CONCEPITO DI SPIRITO SANTO, NACQUE DA MARIA VERGINE

 

Significato dell'articolo

42 Da quanto è stato esposto nell'articolo precedente i fedeli possono comprendere quale prezioso e singolare beneficio Dio abbia accordato al genere umano, chiamandoci, dalla schiavitù di un tiranno crudelissimo, alla libertà. Se poi esamineremo il piano e i mezzi coi quali volle attuare ciò, vedremo come nulla ci sia di più insigne e meraviglioso della benevolenza e bontà divina verso di noi.

Fu CONCEPITO DI SPIRITO SANTO. Il parroco comincerà a mostrare, spiegando il terzo articolo, la grandezza di questo mistero, che le Sacre Scritture propongono spesso alla nostra meditazione, come il cardine fondamentale della nostra salvezza. Insegnerà che il suo significato è questo: noi dobbiamo credere e professare che lo stesso Gesù Cristo, unico Signor nostro, Figlio di Dio, assumendo per noi carne umana nel seno di una Vergine, fu concepito, non già da germe virile, come gli altri uomini, ma per virtù dello Spirito Santo, sopra ogni legge di natura (Mt 1,20; Le 1,35). Restando la stessa Persona divina che era dall'eternità, divenne uomo; ciò che prima non era. Che quelle parole si debbano intendere cosi, risulta nettamente dalla professione di fede del sacro Concilio di Costantinopoli, dove è detto: "Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; si incarnò nel seno di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo e si fece uomo".

Il medesimo concetto spiegò san Giovanni Evangelista, che aveva attinto la conoscenza di questo sublime mistero sul petto del Salvatore. Esposta la natura del Verbo divino con le parole: "In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio" (Gv 1,1), conclude: "E il Verbo si fece carne e abitò fra noi" (ibid. 14). Il Verbo appunto, che è una delle ipostasi della natura divina, ha assunto la natura umana in modo che unica fosse l'ipostasi e la persona delle due nature: la divina e l'umana. Sicché la meravigliosa unione delle due nature conservò le azioni e proprietà dell'una e dell'altra e, secondo la frase del pontefice san Leone Magno, la sublimazione non annullò l'inferiore natura, come l'assunzione non degradò la superiore (Sermo 1, De Nativ. 2).

 

L'opera dell'incarnazione, comune a tutta la Trinità, è in modo speciale attribuita allo Spirito Santo

43 Non dovendosi però trascurare la delucidazione dei termini, il parroco insegnerà che se diciamo il Piglio di Dio, concepito per virtù dello Spirito Santo, non vogliamo asserire che il mistero dell'incarnazione fu compiuto unicamente da questa Persona della divina Trinità. Se il solo Figlio assunse natura umana, tuttavia tutte le tre divine Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo, furono autrici del mistero. E infatti regola imprescindibile della fede cristiana che quanto Dio opera fuori di sé, nel creato, è comune alle tre Persone, delle quali nessuna fa qualcosa senza o più dell'altra.

Solamente questo non può essere comune a tutte: che una Persona proceda dall'altra. Il Figlio infatti è generato solamente dal Padre; lo Spirito Santo poi procede dal Padre e dal Figliolo. Fuori di ciò, le tre Persone compiono insieme, senza alcuna discrepanza, tutto ciò che deriva da esse fuori di loro e in questa classe di operazioni va collocata l'incarnazione del Figlio di Dio. Ciò nonostante tra le proprietà comuni a tutte e tre le divine Persone ve n'è di quelle che le Sacre Scritture sogliono attribuire all'una o all'altra delle Persone e cioè: il dominio di tutte le cose al Padre, la sapienza al Figlio, l'amore allo Spirito Santo. E poiché il mistero della divina incarnazione esprime l'immensa e mirabile benevolenza di Dio verso di noi, essa viene ascritta allo Spirito Santo in precipua maniera.

 

L'incarnazione di Cristo implica elementi naturali e altri soprannaturali

44 Va notato che questo mistero comprende fatti naturali e fatti soprannaturali. Riconosciamo anzitutto la natura umana, nel ritenere che il corpo di Gesù Cristo è stato formato dal purissimo sangue della Vergine Madre. E proprietà infatti dei corpi di tutti gli uomini l'essere formati dal sangue della madre loro. Ma oltrepassa ogni ordine di natura e ogni capacità di intelligenza umana il fatto che, non appena la beata Vergine, consentendo all'angelico annuncio, pronunciò le parole: "Ecco l'ancella del Signore, si faccia di me secondo quanto hai detto" (Lc 1,38), immediatamente il corpo santissimo di Gesù Cristo fu formato e a esso fu congiunta l'anima razionale, riuscendo nel medesimo istante perfetto Dio e perfetto uomo. Nessuno può mettere in dubbio che si tratti qui di un'originale e stupenda opera dello Spirito Santo; poiché nessun corpo può, secondo il corso normale della natura, essere avvivato da anima umana, prima del tempo prescritto.

Altra circostanza meravigliosa fu questa: non appena l'anima fu unita al corpo, anche la divinità si unì all'uno e all'altro. Perciò appena il corpo fu formato e animato, nel medesimo istante al corpo e all'anima fu congiunta la divinità.

Da ciò segue che il Salvatore fu nel medesimo istante perfetto Dio e perfetto uomo e che la Vergine santissima potè realmente e propriamente essere chiamata Madre di Dio e madre di un uomo, avendo concepito simultaneamente l'Uomo-Dio. L'angelo le aveva annunciato: "Ecco, concepirai nel seno e partorirai un figlio, cui porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo" (Lc 1,31). Così veniva in realtà verificata la predizione di Isaia: "Una vergine concepirà e partorirà un figliolo" (Is 7,14). Il medesimo evento aveva adombrato Elisabetta quando, ricolma di Spirito Santo, conobbe il concepimento del Figlio di Dio ed esclamò: "Donde a me questo, che la Madre del Signor mio venga a me?" (Lc 1,43).

 

Nell'anima di Gesù Cristo fu la pienezza di tutte le grazie; ma Cristo non può esser detto per ciò figlio adottivo di Dio

45 Come il corpo di Gesù Cristo, secondo quanto abbiamo detto, fu formato con il sangue purissimo della più illibata tra le vergini, senza intervento alcuno di uomo, ma per sola virtù dello Spirito Santo, così, non appena fu concepito, ebbe l'anima inondata  dallo Spirito di Dio e dalla copia dei suoi carismi. Come attesta san Giovanni (Gv 3,34), Dio non conferì a lui lo spirito con parsimonia, come agli altri individui, adornati della santità e della grazia, ma infuse nell'anima sua cosi copioso flusso di carismi, che tutti dobbiamo attingervi (ibid. 1,16). Non ci è permesso però di chiamare Gesù Cristo figlio "adottivo" di Dio, sebbene abbia ricevuto quello spirito, in virtù del quale i santi conseguono l'adozione di figli di Dio. Essendo Figlio di Dio per natura, non possono in verun modo convenirgli ne il dono ne il titolo, impliciti nell'adozione.

Queste le delucidazioni che ci è sembrato opportuno presentare intorno al mirabile mistero del divino concepimento. Perché da esse discendano frutti salutari sopra di noi, i fedeli dovranno soprattutto tener presenti alla memoria e scolpiti nel cuore questi punti: che propriamente fu Dio ad assumere la nostra carne, facendosi uomo in una maniera che né la mente può comprendere, né l'umana parola spiegare; e che volle incarnarsi affinché noi uomini ritornassimo figli di Dio. Meditandoli con attenta cura, non tralascino mai di credere e di adorare, con cuore confidente, tutti i misteri racchiusi in questo articolo, astenendosi da ogni curiosa indagine o analisi, che non sarebbero senza grave pericolo.

 

Maria Vergine partorì Cristo

46.  NACQUE DA MARIA VERGINE. Ecco la seconda parte di questo articolo. Il parroco la spiegherà con particolare cura, dovendo i fedeli credere non solo che Gesù Cristo fu concepito per virtù dello Spirito Santo, ma che nacque da Maria Vergine, dalla quale fu dato alla luce. Quanta intima letizia scaturisca dalla contemplazione di questo mistero fu già indicato dalla voce angelica, che prima recò al mondo la felicissima novella: "Eccomi a recarvi l'annunzio di grande allegrezza per tutto il popolo" (Lc 2,10). Appare parimenti dal cantico della milizia celeste, intonato dagli angeli: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà" (ibid. 14). Così cominciava ad attuarsi la grandiosa promessa di Dio ad Abramo, che dovevano un giorno essere benedette, nel seme suo, tutte le nazioni (Gn 22,18). Infatti Maria, che noi proclamiamo e onoriamo vera Madre di Dio, avendo partorito chi era insieme Dio e uomo, discendeva dal re David.

 

Mirabile nascita di Gesù Cristo

47 Come il concepimento di Cristo supera ogni ordine di natura, nella sua natività parimenti nulla cogliamo che non sia divino. Nacque Gesù infatti dalla Madre (che cosa si sarebbe mai potuto immaginare di più miracoloso?) senza detrarre alcunché alla materna verginità. Come più tardi egli uscirà dalla tomba chiusa e sigillata e penetrerà nel luogo dove saranno radunati i discepoli, nonostante le porte serrate (Gv 20,19), o come i raggi del sole, per non uscire dall'ambito dell'esperienza naturale di ogni giorno, attraversano la compatta sostanza del vetro senza romperla o comunque lederla, in maniera molto più sublime Gesù Cristo uscì dal seno materno, senza la minima offesa alla dignità verginale della sua genitrice. Per questo ne celebriamo con lodi giustissime l'incorruttibile e perpetua verginità, privilegio attuato per virtù dello Spirito Santo, che assistè la Madre nel concepimento e nel parto, in modo da conferirle la fecondità, conservandole la permanente integrità verginale.

 

Paragone fra Gesù Cristo e Adamo, fra Maria ed Eva

48 L'Apostolo chiama ripetute volte Gesù Cristo nuovo Adamo (1 Cor 15,21.22) e lo paragona all'antico. In realtà se tutti gli uomini muoiono nel primo, tutti sono richiamati a vita nel secondo. E come Adamo è stato il padre del genere umano nell'ordine di natura, così Gesù Cristo è per tutti l'autore della grazia e della gloria (Rm 5,14). Parimenti si può stabilire un'analogia fra la Vergine Madre, seconda Eva, e la prima: analogia corrispondente a quella sopra illustrata fra il secondo Adamo, Cristo, e il primo.

Avendo creduto alle lusinghe del serpente (Gn 3,6), Eva attirò sul genere umano la maledizione e la morte; avendo Maria creduto all'annuncio dell'angelo, fece sì che la bontà di Dio ridonasse agli uomini benedizione e vita. A causa di Eva nasciamo figli della collera (Ef 2,3), ma da Maria ricevemmo Gesù Cristo, per merito del quale siamo rigenerati come figli della grazia. A Eva fu detto: "Partorirai figli nel dolore" (Gn 3,16); Maria fu esente dalla dura legge e, salva restando in lei l'integrità della verginale pudicizia, partorì Gesù Cristo figlio di Dio, senza alcun dolore, come sopra abbiamo detto.

 

Tipi e profezie dell'incarnazione del Signore

49 Essendo tanto numerose e insigni le meraviglie racchiuse nel concepimento e nella natività, fu opportuno che la divina Provvidenza ne preannunziasse l'avvento con molte immagini e predizioni. I santi Dottori hanno interpretato come pertinenti a questo mistero molti passi scritturali. Principalmente hanno inteso come figurativa la porta del santuario, che Ezechiele vide serrata (£% 44,2); la pietra che, secondo la visione di Daniele (Dn 2,34), si stacca, senza intervento umano, dalla montagna e, divenuta a sua volta un alto monte, riempie tutta la terra; la verga di Aronne che, unica tra le verghe dei capi di Israele, miracolosamente fiorisce (Nm 17,8); il roveto infine che Mosè vide ardere, senza consumarsi (Es 3,2). Del resto l'Evangelista narra minutamente la storia della natività di Gesù Cristo (Lc 2) e a noi non conviene insistervi, potendo il parroco leggerla direttamente.

 

L'incarnazione di Gesù Cristo mirabile esempio di umiltà

50 II parroco dovrà spiegare assiduo zelo, affinché tali misteri, registrati per nostra istruzione (Rm 15,4), aderiscano intimamente all'intelletto e al cuore dei fedeli. Anzitutto perché il ricordo di così segnalato beneficio li spinga a tributarne grazie all'autore Dio; in secondo luogo, perché dinanzi ai loro occhi sia stimolo alla imitazione un così meraviglioso esempio di umiltà. Riflettere spesso alla maniera in cui Dio volle umiliarsi per comunicare la propria gloria agli uomini, fino ad assumerne la fragile infermità; meditare la degnazione di un Dio che si fa uomo e pone a servizio dell'uomo quella sua infinita maestà, al cui cenno, secondo la parola biblica, tremano di sbigottimento le colonne del cielo (Gb 26,11); contemplare il mistero della nascita sulla terra di chi è nei cieli adorato dagli angeli, costituiscono senza dubbio l'esercizio più utile ai nostri spiriti, il più efficace per debellare la nostra superbia. Se Dio compì tutto ciò per noi, che cosa non dovremo far noi per obbedirgli? Con quanta prontezza e alacrità d'animo non dovremo noi prediligere e attuare tutti i doveri dell'umiltà!

Riflettano i fedeli di quanta salutare dottrina Cristo pargolo ci nutre, prima di articolare parola. Ecco: nasce povero; è respinto dall'albergo; nasce in una miserrima stalla a mezzo inverno. Scrive infatti san Luca: "E avvenne che, mentre ivi si trovavano, si compì per lei il tempo del parto e partorì il suo Figlio primogenito; lo fasciò e lo pose in una mangiatoia, perché non trovarono posto nell'albergo" (Lc 2,6.7). Avrebbe potuto l'Evangelista nascondere sotto parole più umili la maestà e la gloria che riempiono il cielo e la terra? Non dice genericamente che non v'era più posto nell'albergo; ma che non ve n'era per colui che può dire: "Mia è la terra con quanto contiene" (Sal 49,12). Tale testimonianza ha la conferma di un altro Evangelista: "Venne nella sua proprietà e i suoi non l'accolsero" (Gv 1,11).

 

L'incarnazione manifesta la dignità umana

51 Mentre mediteranno tutto ciò, i fedeli non dimenticheranno che Dio volle sottostare all'umile fragilità della nostra carne, affinché il genere umano fosse innalzato al più alto livello della dignità. Sufficientemente traspare la nobiltà insigne, conferita all'uomo per dono divino, dal fatto che fu uomo colui che era nel medesimo tempo vero e perfetto Dio. Noi possiamo ormai dire con orgoglio che il Figlio di Dio è ossa e carne nostra; cosa che non possono fare gli spiriti beati. Ha detto l'Apostolo: "Ha assunto la natura dei figli di Abramo, non la natura angelica" (Eb 2,16).

 

A Gesù Cristo dobbiamo preparare una dimora nei nostri cuori

52 Guardiamoci bene dal far sì che, per nostra disgrazia, come non trovò posto nell'albergo per nascere, così non ne trovi nei nostri cuori, quando viene per nascervi, non corporalmente, ma spiritualmente. Desidera egli, bramosissimo com'è della nostra salvezza, questa mistica natività. Perciò, come egli si fece uomo, nacque e fu santificato, anzi fu la santità stessa, per virtù dello Spirito Santo, in maniera soprannaturale, così occorre che noi nasciamo, non da sangue, ne da voler di carne, ne da voler di uomo, ma da Dio (Gv 1,13) e che dopo ciò procediamo nella vita come creature rinnovellate in novità di spirito (Rm 6,4.5; 7,6), custodendo gelosamente quella santità e integrità di mente che si addicono a individui rigenerati nello spirito di Dio. Così ritrarremo in noi stessi una qualche sembianza di quella concezione e natività del Figlio di Dio, in cui crediamo fermamente e che accogliamo e adoriamo come il mistero che racchiude il capolavoro della sapienza divina (1 Cor 2,7).

 

Articolo 4

PATÌ SOTTO PONZIO FILATO, FU CROCIFISSO, MORÌ E FU SEPOLTO

 

Significato dell'articolo

53 Protestando di non conoscere altro che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso (1 Cor 2,2), l'Apostolo mostra luminosamente quanto sia necessaria la conoscenza di questo articolo e quanta cura debba il parroco impiegare affinché i fedeli evochino spesso nel loro animo la passione del Signore. A tal fine debbono praticarsi gli sforzi più assidui, affinché i fedeli, stimolati dal ricordo costante di sì segnalato beneficio, si consacrino tutti al pensiero della bontà e dell'amor di Dio verso di noi. Con la prima parte di quest'articolo (della seconda parleremo più tardi) la fede ci impone di credere che Gesù Cristo fu infisso alla croce, mentre Ponzio Filato, in nome dell'imperatore Tiberio, governava la provincia della Giudea. Fu catturato, infatti, deriso, oppresso da ogni sorta d'insulti e di tormenti, per essere alla fine sollevato sulla croce.

 

L'anima di Gesù Cristo fu saturata di pene                   

54 PATÌ. Nessuno dovrà mettere in dubbio che la sua anima, nella parte inferiore, non fu insensibile agli spasimi. Avendo egli realmente assunta l'umana natura, è necessario riconoscere che la sua sensibilità fu suscettibile delle più atroci sofferenze. Noi lo sentiamo gemere: "L'anima mia è addolorata a morte" (Mt 26,38; Mc 14,34). In realtà, pur unita alla persona divina, la natura umana percepì tutta l'acerbità della passione, come se quella unione non avesse avuto luogo, poiché tutte le proprietà della natura umana e della divina si erano perfettamente conservate nella persona di Gesù Cristo. Quindi rimaneva in lui ogni elemento passibile e mortale e viceversa tutto ciò che vi era di impassibile e di immortale, come compete alla natura divina, manteneva le sue qualità peculiari.

 

Epoca della passione

55 SOTTO PONZIO FILATO. Il parroco mostrerà come la speciale cura con cui vediamo qui rilevato che la passione di Gesù Cristo accadde nel tempo in cui Ponzio Pilato governava la provincia della Giudea svela anzitutto il proposito di far sì che la conoscenza di un evento così grandioso e prezioso riuscisse per tutti più sicura, indicandone il momento preciso. Anche l'Apostolo Paolo usò la medesima precauzione (1 Tm 6,13). In secondo luogo mira a far constatare l'avveramento della profezia pronunziata dal Salvatore stesso: "Lo daranno in balia dei Gentili, per essere schernito, flagellato e crocifisso" (Mt 20,19).

Perché Gesù Cristo patì il supplizio della croce

56 Fu CROCIFISSO. E ugualmente da attribuirsi a un divino proposito la preferenza data alla morte di croce e precisamente fu volere divino che la vita rifluisse su di noi proprio di dove era scaturita la morte. Il serpente, che mediante un albero aveva vinto i nostri progenitori, fu sconfitto da Gesù Cristo mediante l'albero della croce. I santi Padri hanno ampiamente svolto le ragioni molteplici che possono addursi per mostrare quanto fosse conveniente che, fra le varie forme di supplizio, il Redentore sostenesse quello della croce. I parroci però si limiteranno ad avvertire i fedeli che per essi è sufficiente credere che il Salvatore prescelse tale genere di morte come il più acconcio alla redenzione del genere umano, appunto perché, fra tutti, è più umiliante e ignominioso. Infatti non solamente il supplizio della croce fu sempre ritenuto dai pagani come abominevole e infamante, ma anche nella legge di Mosè è detto: "Maledetto colui che è confitto sul legno" (Dt 21,23; Gal 3,13).

 

Spesso si deve esporre al popolo la passione del Signore

57. Il parroco non tralascerà di narrare la storia contenuta in questo articolo, che i santi Evangelisti espongono con la massima diligenza, affinché i fedeli posseggano una chiara nozione di quei capisaldi del mistero, che più appaiono necessari per corroborare la verità della nostra fede. In verità tutta la religione e la fede cristiana poggiano, come su granitica base, su questo articolo, posto il quale, il resto si regge perfettamente. Tra le difficoltà in cui possono imbattersi l'intelligenza e la ragione umana, senza dubbio il mistero della croce appare come la più ardua di tutte. È appena concepibile che la nostra salvezza possa dipendere da una croce e da colui che vi fu confitto; ma è proprio qui che si ammira, secondo la frase dell'Apostolo, la suprema provvidenza di Dio: "Vedendo che il mondo con la scienza non lo aveva riconosciuto nelle opere della sua divina sapienza, piacque a Dio di salvare, mediante la follia della predicazione, coloro che avrebbero creduto" (1 Cor 1,21).

Nessuna meraviglia dunque se i Profeti prima dell'avvento di Gesù Cristo e gli Apostoli dopo la sua morte e risurrezione, si adoperarono così tenacemente a persuadere gli uomini che egli era il Redentore del mondo, inducendoli all'ossequio e all'obbedienza verso il Crocifisso. Appunto perché il mistero della croce costituisce il fatto più strano per l'umana ragione, il Signore non ha mai cessato, dopo il primo peccato, di annunziare la morte del proprio Figlio, mediante gli oracoli dei Profeti e gli episodi prefigurativi.

Ecco qualche breve evocazione delle figure: Abele soppresso dalla gelosia del fratello (Gn 4,8); il sacrificio di Isacco (Gn 22,6-8); l'agnello immolato dagli ebrei all'uscita dall'Egitto (Es 12,5-7); il serpente di bronzo innalzato da Mosè nel deserto (Nm 21,8.9). Tutto ciò raffigurava in anticipo la passione e la morte di Cristo (Gv 3,14). Circa poi le profezie, è troppo noto, perché occorra esporlo largamente qui, quanti pronunziarono vaticini sull'una e sull'altra. Senza parlare di David, i Salmi del quale abbracciano tutti i misteri fondamentali della nostra redenzione (Salì; 21; 68; 109), gli oracoli di Isaia (53) risultano così limpidi ed espliciti da potersi dire che raccontano eventi accaduti, anziché profetare gesta future (Girolamo, Epist. 53, Ad Paulinum).

Gesù Cristo realmente morì; la divinità però rimase sempre congiunta al corpo e all'anima

58 MORTO. Il parroco spiegherà come per questa parola dobbiamo credere che Gesù Cristo, dopo crocifisso, morì realmente e fu sepolto. Non senza motivo tale fatto è proposto separatamente alla fede dei credenti, essendosi da taluni negata la sua morte in croce. I santi Apostoli ritennero necessario contrapporre a tale errore questa dottrina di fede, sulla cui verità nessun dubbio è più consentito, avendo concordemente tutti gli Evangelisti asserito che Gesù Cristo rese il suo spirito (Mt 27,50; Mc 15,37; Lc 23,46; Gv 19,30). Del resto, essendo vero e perfetto uomo, Gesù Cristo poteva veramente morire. La morte dell'uomo, infatti, non è altro che la separazione dell'anima dal corpo.

Riconoscendo che Gesù Cristo è morto vogliamo appunto dire che la sua anima si divise dal corpo. Non diciamo però che se ne separò anche la divinità, ma crediamo e riconosciamo fermamente che, separatasi l'anima dal corpo, la divinità rimase sempre unita al corpo nel sepolcro e all'anima discesa agli inferi. Era del resto opportuno che il Figlio di Dio morisse, per sconfiggere attraverso la morte il diavolo, signore della morte, e affrancare coloro che il timore della morte teneva per tutta la vita nei ceppi della schiavitù (Eb 2, 14.15).

 

La morte di Cristo fu volontaria

59 In Gesù Cristo si verificò questo di speciale: che morì quando volle morire e sostenne una morte non già provocata dalla violenza altrui, ma una morte volontaria, di cui aveva egli stesso fissato il luogo e il tempo. Aveva scritto infatti Isaia: "È stato sacrificato perché lo ha voluto" (Is 53,7). E il Signore stesso disse di sé prima della passione: "Io do la mia vita per riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie; ma io da me stesso la do e son padrone di darla e padrone di riprenderla" (Gv 10,17.18). Circa poi il tempo e il luogo, disse queste parole, mentre Erode tendeva insidie alla sua incolumità: "Andate a dire a quella volpe: ecco io scaccio i demoni e opero guarigioni oggi, domani e il terzo giorno sono al termine. Ma oggi, domani e il giorno seguente, bisogna che io cammini, perché non si ammette che un Profeta perisca fuori di Gerusalemme" (Lc 13,32.33). Egli nulla compì contro la sua volontà, per estraneo comando, ma si offrì volontariamente e andando incontro ai suoi nemici, esclamò: "Eccomi qua" (Gv 18,5), sopportando dopo ciò spontaneamente i crudeli e ingiusti tormenti, che quelli gli inflissero. Nella meditazione di tutte le sue pene amarissime ciò rappresenta senza dubbio il mezzo più potente per commuovere l'animo. Infatti, se uno sopportasse per causa nostra dolori, non già deliberatamente affrontati, ma inevitabili, potremmo scorgere in questo un mediocre beneficio. Ma se costui, semplicemente per amor nostro, soggiacesse con prontezza a una morte, cui poteva agevolmente sottrarsi, allora il beneficio ci parrebbe così grande, che nessuna gratitudine o riconoscenza sarebbe sufficiente. Donde è agevole argomentare l'infinita ed eccellente carità di Gesù Cristo, il suo merito sconfinato e divino presso di noi.

La sepoltura di Cristo conferma della sua risurrezione

60 SEPOLTO. Confessando a parte che egli fu sepolto non dobbiamo credere che sia questa un'altra parte dell'articolo, con qualche speciale difficoltà, oltre quelle già analizzate a proposito della morte. Se crediamo che Gesù Cristo morì, non ci sarà difficile anche ritenere che fu sepolto. La parola è stata aggiunta per due ragioni: primo, per evitare ogni dubbio intorno alla sua morte, costituendo la prova della sepoltura il più evidente argomento della morte; in secondo luogo, perché riceva maggior luce e conferma il miracolo della risurrezione. Quella parola però non vuoi dire solamente che il corpo di Gesù Cristo fu sepolto. Principalmente con essa viene proposto di credere che Dio propriamente è stato sepolto, con la stessa validità con cui, in base alla formula della fede cattolica, diciamo con verità che Dio è morto e che è nato da una vergine. Infatti, mai essendosi la divinità separata dal corpo ed essendo stato questo chiuso nel sepolcro, è evidente che possiamo giustamente affermare che Dio è stato sepolto.

Intorno al genere e al luogo della sepoltura, il parroco potrà limitarsi a riferire quanto narrano gli Evangelisti (Mt 27,58-60; Mc 15,46; Le 23,53; Gv 19,38). Ma due circostanze dovranno essere poste in luce. Primo, che nel sepolcro il corpo di Gesù Cristo non fu affatto soggetto a corruzione, conforme al vaticinio del Profeta: "Non permetterai, o Signore, che il tuo Santo conosca corruzione" (Sal 15,10; At 2,31). Secondo, (e ciò riguarda tutte le parti dell'articolo) che la sepoltura, come la passione e la morte, vanno strettamente attribuite a Gesù Cristo quale uomo, non già quale Dio. Solo la natura umana infatti è suscettibile di patimenti e di morte; ma noi riferiamo tutto ciò anche a Dio, solo perché possiamo affermarlo di una Persona che era, nel medesimo tempo, perfetto Dio e perfetto uomo.

Come va meditato il beneficio della passione

61 Quindi il parroco esporrà, intorno alla passione e alla morte di Gesù Cristo, quelle considerazioni che rendono possibile ai fedeli, se non la comprensione, per lo meno la contemplazione di così sublime mistero. Faccia considerare anzitutto chi sia colui che ha sofferto. Non ci è dato intenderne o spiegarne a parole la dignità. San Giovanni dice che è il Verbo, il quale è in Dio (Gv 1,1). L'Apostolo ne fa una descrizione magnifica: "è colui che Dio costituì erede dell'universo; per suo mezzo diede origine ai secoli; è fulgore della gloria e impronta della sostanza del Padre. Egli sorregge l'universo con la forza della sua parola. Dopo averci purificato dai nostri peccati, siede alla destra della maestà suprema, nel più alto dei cieli" (Eb 1,2.3). In una parola, chi soffre è Gesù Cristo, Dio e uomo; soffre il creatore, per quelli stessi ch'egli chiamò all'esistenza; soffre il padrone, per gli schiavi; soffre colui, per virtù del quale furon suscitati dal nulla gli angeli, gli uomini, i cieli, gli elementi tutti; colui, insomma, nel quale, per il quale e dal quale sono tutte le cose (Rm 11,36). Nessuna meraviglia quindi se nell'istante in cui gli spasimi della passione lo stringevano, tutto l'edificio del creato fu scosso nelle sue basi. Narra appunto il Vangelo: "La terra tremò e le pietre si spezzarono; le tenebre si diffusero su tutta la terra e il sole si oscurò" (Mt 27,51; Lc 23,44). Se le creature inanimate e insensibili piansero la passione del Creatore, pensino i fedeli con quali lacrime essi, pietre vive dell'edificio santo di Dio (1 Pt 2,5), debbano esprimere il loro cordoglio.

 

I peccati degli uomini causa della passione

62 Si devono anche esporre le cause della passione, onde meglio traspariscano l'intensità e la profondità dell'amore di Dio verso di noi. Chi indaghi la ragione per la quale il Figlio di Dio affrontò la più acerba delle passioni, troverà che, oltre la colpa ereditaria dei progenitori, essa deve riscontrarsi principalmente nei peccati commessi dagli uomini dall'origine del mondo sino a oggi e negli altri che saranno commessi fino alla fine del mondo. Soffrendo e morendo il Figlio di Dio nostro salvatore mirò appunto a redimere e annullare le colpe di tutte le età, dando al Padre soddisfazione cumulativa e copiosa. Per meglio valutarne l'importanza, si rifletta che non solamente Gesù Cristo soffrì per i peccatori, ma che in realtà i peccatori furono cagione e ministri di tutte le pene subite. Scrivendo agli Ebrei l'Apostolo ci ammonisce precisamente: "Pensate a colui che tollerò tanta ostilità dai peccatori e l'animo vostro non si abbatterà nello scoraggiamento" (Eb 12,3).

Più strettamente sono avvinti da questa colpa coloro che più di frequente cadono in peccato. Perché se i nostri peccati trassero Gesù Cristo nostro Signore al supplizio della croce, coloro che si tuffano più ignominiosamente nell'iniquità, di nuovo, per quanto è da loro, crocifiggono in sé il Figlio di Dio e lo disprezzano (ibid. 6,6), delitto ben più grave in noi che negli Ebrei. Questi, secondo la testimonianza dell'Apostolo, se avessero conosciuto il Re della gloria, non l'avrebbero giammai crocifisso (1 Cor 2,8), mentre noi, pur facendo professione di conoscerlo, lo rinneghiamo con i fatti e quasi sembriamo alzar le mani violente contro di lui.

La Sacra Scrittura attesta però che Gesù Cristo, oltre che volontariamente, fu preda della morte per volontà del Padre. Ecco come si esprime Isaia: "L'ho colpito a causa dei delitti del mio popolo" (Is ,53,8). Poco prima il medesimo Profeta, saturo dello spirito di Dio, contemplando il Signore coperto di piaghe, aveva gridato: "Ci siamo tutti sperduti come pecore; ciascuno ha seguito la sua via e il Signore ha fatto piombare su di lui le nostre iniquità" (Is 53,6). Parlando poi del Figlio, disse: "Se darà la vita sua per il peccato, scorgerà una lunga progenie" (ibid. 10). Il medesimo concetto è espresso, con parole anche più energiche, dall'Apostolo, il quale mira a mostrarci quante ragioni abbiamo per riporre forte speranza nell'infinita misericordia di Dio. "Colui" egli dice "che non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede per il bene di tutti noi, non ci donò forse con esso ogni altra cosa?" (Rm 8,32).

 

Asprezza della passione nel corpo e nell'anima

63 A questo punto il parroco mostrerà quanto crudele sia stata l'acerbità della passione. Se rievochiamo alla memoria la circostanza che il sudore del Signore, alla previsione dei tormenti e degli spasimi che dopo poco doveva subire, fu sudore di sangue che cadeva fino in terra (Lc 22,44), facilmente scopriremo che nulla sarebbe stato possibile aggiungere di terribile ai suoi dolori. Il sudore sanguigno mostra l'amarezza ineffabile suscitata dal pensiero dei tormenti imminenti; che cosa dunque diremo della loro diretta esperienza? E questi dolori sofferti da Gesù Cristo ne colpirono sia il corpo sia l'anima.

Nessuna parte del suo corpo fu immune da sofferenze atroci: i piedi e le mani trapassate dai chiodi; il capo recinto di spine e percosso a colpi di canna; il volto insozzato di sputi, malmenato con schiaffi; tutto il corpo battuto con i flagelli. Uomini di ogni stirpe e di ogni classe si accordarono nell'infierire contro il Signore e il suo Cristo (Sal 2,2). Pagani ed Ebrei furono solidalmente istigatori, autori e strumenti della passione. Giuda lo tradì, Pietro lo rinnegò, tutti lo abbandonarono (Mt 26, 27; Mc 14, 15; Lc 22, 23; Gv 13-19).

Che cosa poi rileveremo nella crocifissione? Il patimento o la vergogna, o non piuttosto l'uno e l'altra? In realtà non sarebbe stato possibile escogitare genere di morte più obbrobrioso e doloroso di quello, al quale erano di solito destinati i più scellerati e pericolosi fra gli uomini e durante il quale la lentezza del supplizio rendeva più cocente lo spasimo. Del resto la stessa costituzione fisica di Gesù Cristo rendeva più atroce la sofferenza. Il suo corpo infatti, formato per virtù dello Spirito Santo, era dotato di maggior sensibilità e delicatezza del corpo degli uomini normali; quindi in esso erano più affinate le capacità sensibili. Fu perciò per esso più doloroso affrontare tanti tormenti.

D'altra parte nessuno potrà revocare in dubbio che anche il dolore dell'animo arrivò all'estremo in Gesù Cristo. I santi che affrontarono supplizi e tormenti non mancarono di un certo conforto spirituale, divinamente concesso, sostenuti dal quale poterono con energia serena tollerare l'aculeo del martirio. Anzi accadde che molti, pur fra indicibili spasimi, sembravano soffusi di una vera letizia interiore. L'Apostolo, per esempio, esclamava: "Godo nei mali che soffro per voi e compio nel mio corpo quanto manca alle sofferenze di Gesù Cristo, soffrendo io stesso per il corpo suo, la Chiesa" (Col 1,24). E altrove: "Sono colmo di gioia, sovrabbondo di letizia in ogni nostra tribolazione" (2 Cor 7,4). Gesù Cristo nostro Signore invece bevve un calice di passione amarissima, che nessuna stilla di soavità aveva temperato; al contrario permise alla natura umana, da lui assunta, di sentire tutti i tormenti, quasi fosse solamente uomo e non Dio.

 

I frutti della passione

64 Infine il parroco spiegherà con diligenza i vantaggi e i benefici scaturiti per noi dalla passione del Signore. Anzitutto dalla passione del Signore seguì la nostra liberazione dal peccato. Dice san Giovanni: "Egli ci ha amato e ci ha mondato dalle nostre colpe con il suo sangue" (Ap 1,5). E l'Apostolo dal canto suo afferma: "Ci ha fatto rivivere, perdonandoci tutti i peccati, cancellando la sentenza di pena emanata contro di noi, ch'egli soppresse, affiggendola alla croce" (Col 2,13.14). In secondo luogo ci ha strappati alla schiavitù del demonio. Lo stesso Signore ha detto infatti: "Adesso si fa giudizio di questo mondo; adesso il principe di questo mondo sarà cacciato fuori e io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me" (Gv 12,31.32). In terzo luogo pagò il debito contratto per i nostri peccati. Inoltre, non essendo possibile offrire a Dio sacrificio più accetto e gradito, Gesù Cristo ci ha riconciliati con il Padre, rendendolo verso di noi propizio e placato. Infine, avendo scontato la pena del peccato, ci dischiuse l'ingresso dei cieli, che la colpa comune a tutto il genere umano aveva serrato. Il che fu espresso dall'Apostolo, con le parole: "Nutriamo fiducia di essere ammessi nel santuario, in virtù del sangue di Gesù Cristo" (Eb 10,19).

Non mancano nel Vecchio Testamento simboli raffiguranti questo mistero. Coloro ai quali era vietato di rientrare in patria prima della morte del sommo sacerdote (Nm 35,25) stavano a significare che nessuno poteva entrare nella patria celeste, per quanto giusta e pia la sua vita, prima che il sommo ed eterno sacerdote Gesù Cristo subisse la morte. Dopo questa, immediatamente i battenti del paradiso si spalancarono per coloro che, purificati attraverso i sacramenti, ricchi di fede, di speranza e di carità, partecipano ai frutti della sua passione.

 

La Passione del Signore, sacrificio sommamente accetto

65 II parroco mostrerà come tutti questi magnifici doni divini ci vennero dalla passione: anzitutto perché si tratta di una soddisfazione integrale e perfetta sotto ogni punto di vista, che Gesù Cristo offrì a Dio Padre per i nostri peccati in una maniera mirabile. Anzi il prezzo da lui pagato in vece nostra, non solo pareggiò, ma oltrepassò i nostri debiti. Il sacrificio inoltre fu sommamente accetto a Dio: appena offerto dal Figlio sull'altare della croce, l'ira e l'indignazione del Padre furono placate. Tali concetti esprime l'Apostolo, quando dice: "Cristo ci amò e si offrì per noi quale vittima e oblazione di soave profumo a Dio" (Ef 5,2). A tale redenzione si riferiscono le parole del principe degli Apostoli: "Non siete stati redenti con oro e argento corruttibili dalla fatuità delle vostre consuetudini paterne e tradizionali, ma con il sangue prezioso di Gesù Cristo, agnello candido e incontaminato" (? Pt 1,18.19) e san Paolo insegna: "Cristo ci ha liberato dalla maledizione della legge, diventando lui maledizione per noi" (Gal 3,13).

 

La Passione del Signore è il modello di ogni virtù

66 Con questi immensi benefici, un altro ne abbiamo raggiunto: fissando lo sguardo nella sola passione, noi scorgiamo esempi mirabili di tutte le virtù. Essa infatti insegna la pazienza, l'umiltà, l'esimia carità, la mansuetudine, l'obbedienza, la più tenace costanza d'animo, non solamente nel sostenere i più forti dolori per la giustizia, ma anche nell'affrontare impavidamente la morte. Si può dire quindi, senza esagerare, che il nostro Salvatore, nel solo giorno della passione, riassunse in sé tutti quei precetti di vita, che aveva inculcato durante il periodo della sua predicazione.

Quanto abbiamo detto, brevemente, riguarda la salutifera passione di Gesù Cristo nostro Signore. Che dunque i misteri contemplati siano assiduamente presenti alle anime nostre e che noi apprendiamo cosi a soffrire, a morire, a essere sepolti con il Signore! Così, eliminata ogni bruttura di peccato, risorgendo con lui a nuova vita, possiamo un giorno, con la pietosa sua grazia, essere fatti degni di partecipare al regno e alla gloria dei cieli.

 

Articolo 5

DISCESE ALL'INFERNO, IL TERZO GIORNO RISUSCITÒ DA MORTE

 

Significato dell'articolo

67 Interessa senza dubbio moltissimo conoscere la gloria della sepoltura di Gesù Cristo nostro Signore di cui abbiamo poco fa parlato. Ma deve interessare anche di più i fedeli il conoscere i trionfi strepitosi che egli riportò sul demonio debellato e l'inferno spogliato. Di ciò, appunto, e insieme della risurrezione, dobbiamo ora parlare. Avremmo potuto benissimo trattare separatamente i due argomenti, ma seguendo l'autorità dei santi Padri, riteniamo conveniente unire nella medesima esposizione la discesa all'inferno e la risurrezione.

 

Che cosa voglia dire, genericamente, "inferno"

68 DISCESE ALL'INFERNO. Nella prima parte dell'articolo ci viene proposto di credere che, dopo la morte di Gesù Cristo, la sua anima discese all'inferno e vi rimase finché il corpo restò nel sepolcro. Con queste parole riconosciamo che, in quel tempo, la medesima persona di Gesù Cristo fu nell'inferno e giacque nel sepolcro, il che non deve sorprendere. Infatti, come spesso abbiamo ripetuto, sebbene l'anima fosse uscita dal corpo, tuttavia la divinità non si separò mai né dall'anima, né dal corpo.

II parroco getterà molta luce sul senso dell'articolo, spiegando subito che cosa si debba intendere qui con il termine "inferno". Ammonirà anzitutto che esso non sta a significare il "sepolcro", come alcuni, non meno empiamente che ignorantemente, interpretarono. Abbiamo infatti appreso già dall'articolo precedente che Gesù Cristo nostro Signore fu sepolto; ne v'era motivo perché gli Apostoli, nel redigere la regola della fede, ripetessero il medesimo concetto, con formula più oscura. Qui il vocabolo in questione vuole significare quelle nascoste sedi, in cui stanno le anime di coloro che non hanno conseguito la beatitudine celeste. La Sacra Scrittura offre molteplici esempi di questo uso. In san Paolo leggiamo: "In nome di Gesù, ogni ginocchio si curvi, in cielo, in terra, nell'inferno" (Fil 2,10). Negli Atti degli Apostoli san Pietro assicura che Gesù Cristo nostro Signore risuscitò, dopo aver superato i dolori dell'inferno (At 2,24).

 

Che cosa voglia dire specificamente

69 Tali sedi non son tutte del medesimo genere. Una è quella prigione tenebrosa e orribile, nella quale le anime dei dannati giacciono in un fuoco perpetuo e inestinguibile, insieme agli spiriti immondi. In questo significato abbiamo i termini equivalenti di Geenna, abisso, inferno propriamente detto. In secondo luogo c'è la sede del fuoco purgante, soffrendo nel quale, per un determinato tempo, le anime dei giusti subiscono l'espiazione, onde possano salire alla patria eterna, chiusa a ogni ombra di colpa. Anzi, sulla verità di questa dottrina, che i santi concili proclamano contenuta nella Scrittura come nella Tradizione apostolica, il parroco insisterà con rinnovata diligenza, poiché viviamo in tempi nei quali la sana dottrina non trova agevole accesso presso gli uomini. Infine una terza sede è quella in cui le anime dei santi furono ospitate prima della venuta di Gesù Cristo nostro Signore. Esse vi dimorarono quietamente, immuni da ogni pena, alimentate dalla beatifica speranza della redenzione.

 

Reale discesa dell'anima di Gesù Cristo nell'inferno

70 Gesù Cristo scendendo nell'inferno liberò appunto le anime di questi giusti, aspettanti il Salvatore nel seno di Abramo. Ne dobbiamo credere che vi sia disceso in modo da farvi pervenire soltanto la sua virtù e la sua potenza, ma non la sua anima. Dobbiamo invece ritenere con tutta fermezza che la sua anima discese realmente e con la sua presenza nell'inferno. Abbiamo in proposito l'esplicita testimonianza di David: "Non lascerai l'anima mia nell'inferno" (Sal 15,10).

La discesa di Gesù Cristo all'inferno nulla detrasse all'infinita sua potenza, né gettò alcun'ombra offuscatrice sullo splendore della sua santità. Al contrario fu cosi solennemente confermato quanto era stato dichiarato circa la sua santità e la sua figliolanza da Dio, già manifestata da tanti miracoli. Ce ne persuaderemo senza indugio, se riflettiamo alle ben diverse ragioni, per le quali scesero in quella sede Gesù Cristo e gli altri. Tutti vi erano penetrati prigionieri; egli invece, libero e vincitore fra morti, vi entrò per debellare i demoni, dai quali essi erano tenuti prigionieri a causa della colpa originale. Inoltre, di tutti gli altri che erano discesi nell'inferno, una parte era stretta dalle più opprimenti pene; un'altra parte, pur libera da dolori sensibili, era amareggiata dalla privazione della visione di Dio e dall'aspettativa ansiosa della sperata beatitudine. Cristo signore invece vi discese non per soffrire, bensì per liberare i giusti dalla molestia dell'ingrata prigione e conferir loro il frutto della propria passione. Nella sua discesa dunque non si riscontra nessuna diminuzione dell'infinita sua dignità e potenza.

 

Cristo discendendo nel limbo liberò le anime dei santi

71 Poi si dovrà insegnare come Gesù Cristo nostro Signore è disceso nel limbo, per condurre seco in cielo i santi Padri e tutti gli altri uomini pii, liberandoli dal carcere, dopo aver strappato al demonio la sua preda; il che fu da lui compiuto in maniera ammirabile e con gloria grande. Il suo aspetto sfolgorò su quei prigionieri una luce chiarissima e riempì le loro anime di letizia immensa e di gaudio; anzi elargì a esse ancora la più desiderabile delle beatitudini che consiste nella visione di Dio. Così fu compiuta la promessa fatta al buon ladrone: "Oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43). Questa liberazione dei buoni era stata molto tempo innanzi predetta da Osea con queste parole: "O morte, io sarò la tua morte; o inferno, io sarò la tua distruzione" (Os 13,14); e dal Profeta Zaccaria: "Per te, a causa del sangue del tuo patto, io ritirerò i tuoi prigionieri dalla fossa senz'acqua" (Zc 9,11); nonché dal passo dell'Apostolo: "Egli ha spogliato i principati e le potestà, offrendoli a spettacolo e trionfando di loro" (Col 2,15).

Per meglio intendere il valore di questo mistero, dobbiamo sovente ricordare che per beneficio della passione di Cristo han ricevuto la salvezza non solo gli uomini pii, nati dopo l'avvento del Signore, ma anche quelli che lo avevan preceduto da Adamo in poi e che saranno per nascere fino alla fine del mondo. Perciò avanti che egli morisse e risorgesse da morte, le porte dei cieli non si aprirono mai per alcuno, ma le anime dei buoni, uscite di questa vita, erano portate nel seno di Abramo o venivano purificare nel fuoco del purgatorio, come avviene anche ora a quelli che han qualcosa da lavare o da scontare.

V'è infine un'altra causa della discesa di Cristo signore negli inferi, ed è la manifestazione della sua forza e potenza anche in quel luogo, com'era stato nel cielo e sulla terra, affinché si avverasse che al suo nome ogni ginocchio si piega in cielo, in terra e negli inferi (Fil 2,10). Chi non ammirerà a questo punto l'immensa benignità di Dio verso il genere umano? Chi non sarà preso dallo stupore, considerando che egli, non soltanto ha voluto subire per noi un'acerbissima morte, ma è ancor voluto scendere nei penetrali della terra, per toglierne le anime, a lui tanto care, e portarle seco alla beatitudine?

 

Il glorioso mistero della risurrezione di Cristo

72 RISUSCITÒ. Segue la seconda parte dell'articolo, a spiegar la quale con la maggiore premura sono d'incitamento al parroco queste parole dell'Apostolo: "Ricordati che il Signore nostro Gesù Cristo è risorto dai morti" (2 Tm 2,8). E fuor di dubbio che il precetto dato a Timoteo vale anche per tutti gli altri che hanno cura di anime. Il significato dell'articolo è questo: Cristo nostro Signore spirò sulla croce all'ora nona del venerdì e fu sepolto in quel medesimo giorno dai discepoli, i quali, con il permesso del procuratore Pilato, chiusero il corpo del Signore, deposto dalla croce, entro un sepolcro nuovo, situato in un attiguo giardino. Ma il terzo giorno dalla morte, che divenne il giorno del Signore, al primo chiarore dell'alba, l'anima di lui si congiunse di nuovo con il corpo; e così egli, che era rimasto per tre giorni nella morte, ritornò alla vita, abbandonata morendo, e risorse.

 

Cristo è risorto per virtù propria

73. Con la parola "risurrezione" tuttavia non si deve intendere soltanto che Cristo risuscitò da morte, come avvenne a molti altri, ma che risorse per sua forza e virtù; cosa che fu esclusiva di lui. La natura infatti non tollera, ne è stato mai concesso ad alcuno, di rievocare se stesso da morte a vita per propria virtù. Ciò era riservato all'infinita potenza di Dio, secondo la parola dell'Apostolo: "Se egli è stato crocifisso a causa della sua debolezza [umana], vive però per virtù di Dio" (2 Cor 13,4). La quale divina virtù non essendo stata mai separata né dal corpo di Cristo nel sepolcro, né dall'anima durante la discesa negli inferi, rimaneva sempre presente, sia nel corpo, per potersi ricongiungere all'anima, sia nell'anima, per poter ritornare nel corpo. Cosi potè ritornare a vita per propria virtù e risorgere dai morti.

David, pieno dello spirito di Dio, lo aveva predetto con queste parole: "La sua destra e il suo braccio gli hanno dato vittoria" (Sal 97,1); e lo stesso Cristo nostro Signore lo confermò con la divina testimonianza della sua parola: "Io do la mia vita per riprenderla di nuovo; son padrone di darla e padrone di riprenderla" (Gv 10,17). Disse inoltre ai Giudei, per confermare la verità della sua dottrina: "Disfate questo tempio e in tre giorni lo rimetterò in piedi" (ibid. 2,19). Queste parole, sebbene i Giudei le intendessero del magnifico tempio costruito di pietra, egli le riferiva al tempio del suo corpo, com'è spiegato, a questo punto, dalle parole della Sacra Scrittura. E se talora leggiamo nella Scrittura che Cristo nostro Signore fu risuscitato dal Padre (Rm 8,11), questo si deve riferire a lui in quanto uomo, appunto come si riferiscono a lui, in quanto Dio, le altre che dicono essere egli risorto per sua propria virtù.

 

Cristo primogenito dei morti

74 Un'altra cosa fu peculiare di Cristo: egli primo di tutti fruì di questo divino beneficio della risurrezione. Infatti nella Scrittura è chiamato il primo a rinascere fra i morti (Col 1,18), e primogenito dei morti (Ap 1,5). E, com'è detto dall'Apostolo: "Cristo è risuscitato da morte, primizia dei dormienti; poiché da un uomo venne la morte e da un uomo la risurrezione da morte; come in Adamo tutti muoiono, così tutti in Cristo saranno vivificati. Ciascuno però a suo luogo: Cristo è la primizia; poi quelli che sono di Cristo" (1 Cor 15,20ss).

Queste parole devono intendersi della risurrezione perfetta, per la quale, soppressa ogni necessità di morte, passeremo alla vita immortale. Ora in questo genere di risurrezione Gesù Cristo ha il primo luogo. Poiché se consideriamo quella risurrezione o ritorno alla vita, a cui sia congiunta la necessità di una seconda morte, allora prima di Cristo molti altri sono stati risuscitati da morte, a condizione però di morire un'altra volta. Invece Gesù Cristo dopo aver vinta e sottomessa la morte, è risorto in guisa da non poter più morire, com'è apertamente confermato dal passo: "Cristo risuscitato da morte non muore più; la morte più non lo dominerà" (Rm 6,9).

 

Perché Cristo è risorto il terzo giorno

75 IL TERZO GIORNO. Il parroco dovrà spiegare la frase, affinché i fedeli non credano che il Signore sia rimasto nel sepolcro tutti interi i tre giorni. Egli vi è stato un intero giorno naturale, più una parte del giorno antecedente e di quello seguente. Ciò basta perché si possa dire con verità ch'egli è stato tre giorni nel sepolcro e che al terzo giorno è risorto. Per mostrare chiaramente la sua divinità non volle differire la resurrezione alla fine del mondo; d'altro lato, perché lo si credesse vero uomo e realmente morto, volle rivivere non subito dopo la morte, ma dopo tre giorni, tempo sufficiente a provarne la vera morte.

 

Perché nel Simbolo costantinopolitano fu aggiunto "secondo le Scritture"

76 I Padri del primo Concilio di Costantinopoli aggiunsero a questo punto: secondo le Scritture. La frase, desunta dall'Apostolo, fu da loro trasportata nel Simbolo, perché l'Apostolo stesso ha insegnato che il mistero della risurrezione è sommamente necessario, con queste parole: "Se poi Cristo non è risuscitato, vana è dunque la nostra predicazione, vana è ancora la vostra fede; che se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede, poiché sareste tuttora nei vostri peccati" (1 Cor 15,14-17). Sant'Agostino, ammirando la fede di questo articolo, scrisse: "Non è grande cosa credere che Cristo è morto: pagani, Giudei e tutti i malvagi lo credono: tutti credono che sia morto. Ma la fede dei cristiani sta nella risurrezione di Cristo; questo per noi è cosa grande: credere che egli sia risorto" (In Psalmos, 120, 6). Per questo ancora il Signore ha parlato assai di frequente della sua risurrezione e quasi mai ha discorso con i discepoli della passione, senza menzionare la risurrezione. Così dopo aver detto: "II Figlio dell'uomo sarà dato nelle mani dei Gentili, sarà schernito, flagellato e gli sarà sputato in faccia, e dopo flagellato lo uccideranno", aggiunse in fine: "E il terzo giorno risorgerà" (Lc 18,32). Avendogli i Giudei chiesto di provare con qualche prodigio e miracolo la sua dottrina, rispose che nessun altro segno sarebbe stato loro dato, se non quello del Profeta Giona (Lc 11,29; Mt 12,38s): "Come Giona rimase nel ventre del cetaceo tre giorni e tre notti,  così sarebbe stato il Figlio dell'uomo, per tre giorni e tre notti, nel seno della terra".

 

Necessità e scopo della risurrezione di Gesù Cristo

77 Per meglio comprendere il valore e il significato dell'articolo, tre cose si devono ricercare e conoscere. Primo: perché fu necessaria la risurrezione di Cristo; secondo: quale sia il fine o scopo della medesima; terzo: quali utilità e quali benefici ne siano derivati per noi.

Quanto al primo punto, la risurrezione di Cristo fu necessaria per mostrare la giustizia di Dio. Era infatti sommamente opportuno che Dio esaltasse colui che, per obbedirgli, era stato umiliato e coperto di ogni ignominia. L'Apostolo addusse questa ragione scrivendo ai Filippesi: "Umiliò se stesso, fattosi ubbidiente fino alla morte e morte di croce. Per la qual cosa Dio lo esaltò" (Fil 2,8.9). Secondo, per confermare la fede nostra, senza la quale non può sussistere la giustificazione dell'uomo; ora l'argomento maggiore che Cristo è figlio di Dio sta nel fatto che egli sia risuscitato dai morti per sua virtù. Terzo, per alimentare e sorreggere la nostra speranza, poiché, essendo Cristo risorto, nutriamo certa speranza di risorgere anche noi; le membra infatti devono seguire le sorti del capo. Appunto in questo senso l'Apostolo conclude la sua argomentazione, scrivendo a quei di Corinto e di Tessalonica (1 Cor 15,12; 1 Ts 4,13). Anche Pietro, principe degli Apostoli, ha scritto: "Benedetto Dio, Padre del nostro Signore Gesù Cristo, il quale per la sua grande misericordia ci ha rigenerati a una viva speranza, mediante la risurrezione di Cristo da morte, e a una eredità incorruttibile" (1 Pt 1,3.4).

Da ultimo bisogna insegnare che la risurrezione del Signore fu necessaria per compire il mistero della redenzione, in quanto Cristo morendo ci ha liberato dai peccati e risorgendo ci ha restituito quei preziosi beni che avevamo perduto con la colpa. Perciò l'Apostolo ha scritto: "Cristo fu dato a morte per i nostri peccati e risuscitò per nostra giustificazione" (Rm 4,25). Affinché, dunque, nulla mancasse alla salvezza del genere umano, fu necessario che Cristo risorgesse, come era stato necessario che morisse.

 

Utilità della risurrezione di Gesù Cristo

78 Da quanto abbiamo detto possiamo rilevare l'utilità grande che la risurrezione di Cristo nostro Signore ha recata ai fedeli. Anzitutto, per essa riconosciamo che Dio è immortale, pieno di gloria, vincitore della morte e del demonio; titoli che senza dubbio dobbiamo credere e confessare di Gesù Cristo. Di più, la risurrezione di Cristo produce anche la risurrezione del nostro corpo, sia perché è stata la causa efficiente di questo mistero, sia perché noi tutti dobbiamo risorgere secondo l'esempio del Signore, come attesta l'Apostolo, circa la risurrezione dei corpi: "Da un uomo venne la morte e da un uomo la risurrezione da morte" (1 Cor 15,21). Infatti, in tutto il mistero della nostra redenzione, Dio si è servito dell'umanità di Cristo come di efficace strumento: quindi la sua risurrezione fu come uno strumento per operare la nostra. Inoltre la risurrezione di Cristo si può considerare quale modello, essendo la più perfetta di tutte.

Come il corpo di Cristo risorgendo a gloria immortale s'è trasformato, così anche i nostri corpi, già deboli e mortali, si rileveranno adorni di gloria e d'immortalità. Insegna l'Apostolo che noi aspettiamo come salvatore il nostro Signore Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro povero corpo per farlo conforme al corpo della sua gloria (Fil 3.20.21).

Questo si può dire anche dell'anima, morta nel peccato, mostrandoci l'Apostolo medesimo in qual senso la risurrezione di Cristo può servirle da esemplare: "Come Cristo risuscitò da morte per gloria del Padre, così noi viviamo di nuova vita. Poiché se siamo come innestati alla somiglianza della sua morte, lo saremo anche a quella della risurrezione" (Rm 6,4.5); e poco dopo aggiunge: "Sapendo noi che Cristo, risuscitato da morte, non muore più, la morte più non lo dominerà. Poiché quanto all'esser lui morto, morì per il peccato una volta; quanto poi al vivere, egli vive per Dio. Nella stessa guisa anche voi fate conto di esser morti al peccato e vivi per Dio, in Cristo Gesù" (ibid. 9-11).

 

Esempi che si ricavano dalla risurrezione di Cristo

79 Due pertanto sono gli esempi da imitare nella risurrezione di Cristo. L'uno è che, lavate le macchie del peccato, iniziamo un nuovo genere di vita, in cui rifulgano l'integrità dei costumi, l'innocenza, la santità, la modestia, la giustizia, la beneficenza, l'umiltà. L'altro si è il perseverare in questo nuovo genere di vita in modo tale da non uscir mai più, con l'aiuto di Dio, fuori della via di giustizia, nella quale siamo entrati. Giacché le parole dell'Apostolo non significano soltanto che la risurrezione di Cristo è un esempio della nostra, ma dichiarano pure che essa ci offre anche la capacità di risorgere e ci elargisce la forza e lo spirito per coltivare la santità, la giustizia e per osservare i precetti di Dio. Come infatti dalla sua morte prendiamo non solo l'esempio del morire al peccato, ma la virtù per morirvi di fatto, così la sua risurrezione ci somministra le forze per conseguire la giustizia, onde poi camminare in devota e santa pietà verso Dio, secondo la novità di quella vita, alla quale siamo risorti. Questo soprattutto ha voluto ottenere il Signore con la sua risurrezione: che noi, già morti con lui al peccato e al mondo, con lui risorgessimo a un genere e a una norma tutta nuova di vita.

 

I segni della nostra risurrezione spirituale

80 Quali siano i segni principali di questa risurrezione, ce lo ricorda l'Apostolo, il quale con le parole: "Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo alla destra di Dio" (Col 3,1) mostra chiaramente che coloro i quali desiderano aver vita, onori, riposo e ricchezze là dov'è Cristo, sono davvero risorti con lui. Invece con le altre: "Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra" (ibid. 2), ha aggiunto come una seconda nota, per distinguere se veramente siamo risorti con Cristo. Come infatti il gusto suole indicare lo stato di salute del corpo, così se uno apprezza tutto ciò che è vero, pudico, giusto, santo, se nell'intimo senso della sua mente assapora la dolcezza delle cose celesti, allora avrà la prova migliore che l'anima così bene affetta è davvero risorta con Gesù Cristo a una vita nuova e spirituale.

 

Articolo 6

SALÌ AL CIELO, SIEDE ALLA DESTRA DI DIO PADRE ONNIPOTENTE

 

Significato dell'articolo

81 II Profeta David, contemplando ripieno dello spirito di Dio la beata e gloriosa ascensione del Signore, esorta tutti a celebrare con grande letizia e gaudio un tale trionfo, con queste parole: "Popoli tutti, battete le mani, giubilate a Dio con canto di trionfo: è asceso Iddio in mezzo al tripudio" (Sal 46,2.6). Intenderà da ciò il parroco il dovere di spiegare con il massimo impegno questo mistero e di curare con diligenza che i fedeli non solo lo apprendano con la fede dell'intelletto, ma si sforzino con l'aiuto di Dio di esprimerlo nelle opere della vita. Quanto alla spiegazione di questo sesto articolo, in cui principalmente si tratta di questo divino mistero, è bene cominciare dalla prima parte ed enuclearne il significato.

 

Cristo è asceso in cielo per sua virtù come Dio e come uomo

82 ASCESE AL CIELO. I fedeli devono fermamente credere che Cristo, compiuto il mistero della nostra redenzione, ascese al cielo, in corpo e anima come uomo, mentre, in quanto Dio, non ne fu mai assente, poiché riempie ogni luogo della sua divinità. Il parroco insegnerà come egli ascese per virtù propria, non elevato per forza altrui, come Elia che fu tratto in cielo da un carro di fuoco (2 Re 2,11), o il Profeta Abacuc (Dn 14,35), o il  diacono Filippo (At 8,39) che, portati nell'aria per divina virtù, trasvolarono notevoli distanze. E lo fece per virtù propria non solo come Dio, per l'onnipotente virtù della sua divinità, ma anche come uomo. Poiché sebbene tale cosa non potesse compiersi con le forze naturali, pure la virtù, di cui era dotata l'anima beata di Cristo, potè muovere il corpo come le piacque; e questo, che già era glorificato, potè facilmente ubbidire all'impero dell'anima che lo muoveva. Questa è la ragione per cui crediamo che Cristo, come Dio e come uomo, è asceso al cielo per sua virtù.

 

Che significa "sedere alla destra del Padre"

83 SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE. Queste parole si trovano nella seconda parte dell'articolo e sarà opportuno far notare che abbiamo qui una metafora, frequente nella Sacra Scrittura per cui, indulgendo alla struttura del nostro intelletto, attribuiamo a Dio affetti e membra umane, mentre, essendo puro spirito, non si può concepire in lui nulla di corporeo. Ora, poiché tra gli uomini stimiamo che si debba tributare maggior onore a chi sta alla destra, noi applichiamo la stessa idea alle cose celesti e, per spiegare la gloria che Cristo come uomo si è guadagnata sopra tutti gli uomini, diciamo che siede alla destra del Padre. Ma qui sedere non significa il luogo o la posizione del corpo, ma il fermo e stabile possesso di quella suprema e regale potestà e gloria che ha ricevuto dal Padre. Dice l'Apostolo: "Risuscitandolo da morte e collocandolo alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni principato, potestà, virtù, dominazione e sopra qualunque nome, che sia pronunziato non solo in questo secolo ma anche nel futuro, tutto pose sotto i piedi di lui" (Ef 1,20-22).

Appare da queste parole che questa gloria è così propria e peculiare di Cristo che non può convenire a nessun'altra natura creata, come il medesimo Apostolo attesta in altro luogo: "A quale degli angeli disse egli mai: "Siedi alla mia destra"?" (Eb 1,13).

 

Tutti i misteri della vita di Cristo si riferiscono all'Ascensione

84 II parroco spiegherà più a lungo il senso dell'articolo, narrando la storia dell'ascensione, che l'Evangelista san Luca ha con ordine mirabile descritto negli Atti degli Apostoli (1,2-12). E qui occorrerà soprattutto osservare che tutti gli altri misteri si riferiscono all'ascensione e in essa trovano la perfezione e il compimento. Infatti come l'incarnazione del Signore è l'inizio di tutti i misteri della nostra religione, così l'ascensione chiude la sua peregrinazione quaggiù. Di più, gli altri articoli del Simbolo che si riferiscono a Cristo nostro Signore mostrano la sua immensa bontà e abbassamento, nulla potendosi pensare di più deprimente e umiliante di questo: che il Figlio di Dio abbia assunto la natura e debolezza umana e abbia voluto patire e morire per noi. Confessando invece nell'articolo precedente che egli è risorto da morte e, in questo, che è asceso al cielo e siede alla destra del Padre, non possiamo affermare nulla di più grandioso e ammirabile per descrivere la sua gloria eccelsa e la sua divina maestà.

 

Cause dell'Ascensione

85 Bisognerà spiegare con cura per qual motivo Cristo nostro Signore è asceso al cielo. Anzitutto perché al suo corpo, ornato nella risurrezione dalla gloria dell'immortalità, conveniva non già il soggiorno di questa oscura abitazione terrena, ma l'altissimo e splendido domicilio del cielo. E ciò non solo per insediarsi nel soglio regale di gloria, acquistato con il sangue, ma anche per curare la nostra salvezza. Secondo, per mostrar di fatto che il suo regno non è di questo mondo (Gv 18,36). I regni del mondo sono terreni e labili; si basano sulla copia delle ricchezze e la potenza del braccio; invece il regno di Cristo non è terreno, quale se l'aspettavano i Giudei, ma spirituale ed eterno. Cristo stesso ha mostrato che sono spirituali i suoi beni e tesori, collocando in cielo la sua sede, dove sono da stimarsi più ricchi e più forniti di beni quelli che con più diligenza cercano le cose di Dio. San Giacomo infatti attesta che Dio ha eletto i poveri in questo mondo, per farli ricchi di fede ed eredi del regno promesso da Dio a coloro che lo amano (Gc 2,5). Terzo, perché con lo spirito e con il desiderio lo seguissimo nella sua ascensione. Come infatti con la sua morte e risurrezione ci aveva lasciato un modello di morte e risurrezione spirituale, così con l'ascensione ci insegna a levarci con il pensiero nel cielo, pur restando sulla terra, confessando che noi siamo quaggiù ospiti e pellegrini in cerca della patria (Eb 11,13), ma già concittadini dei santi e familiari di Dio (Ef 2,19); giacché, come dice ancora il medesimo Apostolo: "La nostra patria è nei cieli" (Fil 3,20).

 

Benefici dell'Ascensione

86 II Profeta David molto tempo prima, secondo l'Apostolo, aveva cantato l'efficacia e la grandezza dei beni ineffabili che la benignità di Dio ha effuso in noi: "Asceso in alto, ne menò schiava la schiavitù; distribuì doni agli uomini" (Sal 67,19; Ef 4,8). Il decimo giorno infatti (dopo l'ascensione) mandò lo Spirito Santo, la cui feconda virtù riempì tutta la moltitudine presente di fedeli, attuando la magnifica promessa: "È meglio per voi che io me ne vada; perché se io non vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando sarò andato, ve lo manderò" (Gv 16,7). Ascese al cielo, secondo il detto dell'Apostolo, anche per comparire dinanzi a Dio a nostro vantaggio e fungere da nostro avvocato presso il Padre (Eb 9,24). "Figlioli miei" dice san Giovanni "scrivo a voi queste cose affinché non pecchiate; ma se alcuno avrà peccato, abbiamo un avvocato presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto; egli è propiziazione per i nostri peccati" (1 Gv 2,1). Ne v'è certo fonte alcuna, da cui i fedeli abbiano ad attingere maggiore letizia e giocondità di animo, quanto dal saper costituito patrono della nostra causa e intercessore della nostra salvezza nostro Signore Gesù Cristo, che gode presso l'eterno Padre di somma grazia e autorità.

Finalmente Cristo ci ha preparato nel cielo un posto, come aveva promesso (Gv 14,2) e, a nome di noi tutti, egli, come capo, è venuto in possesso della gloria celeste. Entrando nel cielo ci ha aperto le porte che il peccato di Adamo aveva chiuse e ci ha spianato la via per arrivare alla beatitudine celeste, come aveva predetto ai discepoli nell'ultima cena. Appunto per mostrarlo apertamente con il fatto, introdusse con sé nella casa della beatitudine eterna le anime dei buoni, che aveva strappate dagli inferi.

A questa mirabile copia di doni celesti è seguita una salutare serie di vantaggi. Anzitutto si è molto accresciuto il merito della nostra fede. Infatti la fede si riferisce alle cose invisibili e remote dalla ragione e dall'intelligenza dell'uomo. Ora se il Signore non si fosse allontanato da noi, il merito della nostra fede rimarrebbe diminuito, poiché Cristo stesso chiama beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto (Gv 20,29).

Secondo, l'ascensione di Cristo al cielo è adattissima a confermare nei nostri cuori la speranza, poiché come professiamo che Cristo uomo è asceso al cielo e ha collocato la natura umana alla destra del Padre, così vivamente speriamo di ascendere colà anche noi sue membra, per ricongiungerci con il nostro Capo. Il Signore medesimo lo ha attestato con le parole: "Padre, io voglio che quelli i quali mi hai dato siano essi pure con me, dove sono io" (Gv 17,24).

Terzo notevolissimo beneficio da noi conseguito si è l'aver rapito verso il cielo il nostro amore, infiammandoci di ardore divino. E stato detto con somma verità che il nostro cuore è là dov'è il nostro tesoro (Mt 6,21). Certo, se Cristo nostro Signore dimorasse qui in terra, tutta la nostra mente sarebbe intenta nella visione e nella familiarità di lui uomo; lo ammireremmo solo come l'uomo che ci ha tanto beneficato e lo ameremmo di un amore terreno. Invece salendo al cielo egli ha reso spirituale il nostro amore e ha fatto sì che veneriamo e amiamo come Dio colui che ora pensiamo assente. Ciò s'intende meglio, sia con l'esempio degli Apostoli che, finché il Signore fu presente, sembravano giudicarlo con criteri umani; sia con la parola stessa del Signore che disse: "È meglio per voi che me ne vada". Infatti l'amore imperfetto con cui amavano Cristo presente doveva perfezionarsi con l'amore divino mediante la discesa dello Spirito Santo; perciò aggiunse subito: "Se io non vado, non verrà a voi il Consolatore" (Gv 16,7).

Quarto, dopo l'ascensione il Signore ha ampliato la sua dimora terrena, cioè la Chiesa, che è governata sotto la virtù e la guida dello Spirito Santo. A essa lasciò, come Pastore universale tra gli uomini e come supremo gerarca, Pietro, principe degli Apostoli; altri costituì Apostoli, altri Profeti, Evangelisti, Pastori e Dottori (Ef 4,11). Sedendo ora alla destra del Padre, distribuisce sempre a questi e a quelli doni diversi; perché, attesta l'Apostolo, a ciascuno di noi è data la grazia secondo la misura del dono di Cristo (Ef 4,7).

Da ultimo, quel che abbiamo insegnato sopra sul mistero della morte e risurrezione devono i fedeli pensarlo anche dell'ascensione. Perché sebbene noi dobbiamo la nostra salute e redenzione alla passione di Cristo, che con i suoi meriti ha aperto ai giusti la via dal cielo, tuttavia la sua ascensione non ci è proposta solo come un modello, che ci insegna a guardare in alto e ad ascendere in cielo con lo spirito, ma ci ha pure procacciato la forza divina per farlo.

 

Articolo 7

DI LÀ HA DA VENIRE A GIUDICARE I VIVI E I MORTI

 

Significato dell'articolo

87 Tre sono gli insigni compiti di nostro Signore Gesù Cristo, diretti ad abbellire e illustrare la sua Chiesa: egli è redentore, patrono e giudice. Abbiamo veduto negli articoli precedenti come egli abbia con la sua passione e morte redento il genere umano e con l'ascensione in cielo abbia preso a patrocinare la nostra causa in perpetuo. Resta ora da considerarlo come giudice in questo articolo, il quale significa che Cristo nostro Signore nell'ultimo giorno giudicherà tutto il genere umano.

 

La duplice venuta di Cristo

88 La Sacra Scrittura menziona due venute del Figlio di Dio: l'una, quando assunse l'umana natura per la nostra salvezza, facendosi uomo nel seno della Vergine; l'altra, quando alla fine dei secoli, verrà a giudicare tutti gli uomini. Questa seconda venuta nella Scrittura è chiamata "giorno del Signore". Di essa l'Apostolo dice: "II dì del Signore verrà come il ladro notturno" (1 Ts 5,2); e il Salvatore stesso: "Quanto poi a quel giorno e quell'ora, nessuno lo sa" (Mt 24,36).

Per la realtà del supremo giudizio basti quel passo dell'Apostolo: "È necessario per tutti noi comparire davanti al tribunale di Cristo, affinché ciascuno ne riporti quel che è dovuto al corpo, secondo che ha fatto il bene o il male" (2 Cor 5,10). La Sacra Scrittura è piena di passi, che i parroci incontreranno a ogni pagina, assai opportuni non solo a confermare detta verità, ma anche a metterla sotto gli occhi dei fedeli. Osserveranno che come dal principio del mondo fu sempre nel massimo desiderio di tutti il giorno in cui il Signore rivestì l'umana carne e riposero in esso la speranza della liberazione, così, dopo la morte e ascensione del Figlio di Dio, dobbiamo desiderare ardentemente quel secondo giorno del Signore, aspettando quella beata speranza e l'apparizione della gloria del grande Dio (Tt 2,13).

Il duplice giudizio: "particolare" e "generale"

89 Per amor di chiarezza i parroci distingueranno bene le due epoche, nelle quali ciascuno deve comparire innanzi al Signore per rendere ragione di tutti e singoli i pensieri, le opere, le parole e sentire poi l'immediata sentenza del giudice. La prima viene quando muore ciascuno di noi: subito l'anima si presenta al tribunale di Dio, ove si fa giustissimo esame di quanto ha operato, detto o pensato e questo si chiama "giudizio particolare". La seconda verrà quando tutti gli uomini saranno riuniti insieme in un giorno e in un luogo stabilito innanzi al tribunale del Giudice, affinché tutti e singoli, spettatori e ascoltatori, gli uomini di tutti i secoli sappiano la propria sentenza. Il verdetto non sarà, per gli empi e scellerati, la minore delle pene, mentre i pii e i giusti ne trarranno grande premio e frutto, poiché sarà manifesto come ciascuno si è diportato in questa vita. E questo si chiama il "giudizio universale".

 

Necessità del giudizio universale

90 E necessario spiegare perché, oltre al giudizio privato dei singoli, si farà anche quello universale. Primo, avviene spesso che sopravvivano ai defunti dei figlioli, imitatori dei genitori, o dei discepoli, fedeli nell'amarne e propugnarne gli esempi, le parole e le azioni; il che necessariamente fa aumentare il premio o la pena dei defunti medesimi. Ora, poiché tale vantaggio o danno di valore sociale, non cesserà prima della fine del mondo, è giusto che di tutta questa partita di parole e di opere fatte bene o male, si faccia una completa disamina, impossibile a farsi senza il giudizio universale. Secondo, poiché la fama dei buoni è spesso lesa, mentre gli empi vengono esaltati come innocenti, la giustizia di Dio vuole che i primi ricuperino innanzi all'assemblea di tutti gli uomini la stima, ingiustamente loro tolta. Terzo, poiché gli uomini, buoni o cattivi, hanno compiuto nella vita le loro azioni con il loro corpo, ne segue che le azioni buone o cattive spettino anche ai corpi, che ne furono lo strumento. E giusto dunque dare ai corpi, insieme con le rispettive anime, il dovuto premio di eterna gloria o il castigo: ciò che non si può fare senza la risurrezione degli uomini e il giudizio universale.

Quarto, bisognava mostrare finalmente che nei casi prosperi o avversi, i quali capitano talora promiscuamente agli uomini buoni e cattivi, nulla avviene fuori della infinita sapienza e giustizia di Dio. Quindi è necessario non solo stabilire premi per i buoni e castighi per i cattivi nella vita futura, ma anche applicarli in un giudizio pubblico e generale, affinché riescano più notori ed evidenti e così si lodi da tutti Dio per la sua giustizia e provvidenza, in compenso dell'ingiusto lamento che persone anche sante talora fanno come uomini, vedendo gli empi pieni di ricchezza e colmi di onori.

Il Profeta infatti dice: "Mancò poco non vacillassero i miei piedi; mancò un nulla non sdrucciolassero i miei passi, quando mi adirai per i prepotenti, nel vedere la prosperità degli empi". E poco più oltre: "Ecco come gli empi sono tranquilli e crescono sempre in potenza! Io dunque indarno purificai il mio cuore e ho lavato nell'innocenza le mie mani! Ed eccomi tutto il giorno battuto e ogni mattina mi si rinnova il tormento" (Sal 72,2.3, 12-14). E questo il lamento di molti. Era necessario pertanto che si indicesse un giudizio universale, affinché gli uomini non dicessero che Dio, passeggiando sulla volta del cielo, non si cura delle cose terrene (Gb 22,14).

A buon diritto quindi questa formula di verità fu inclusa nei dodici articoli della fede cristiana, affinché gli animi di coloro che dubitano della provvidenza e giustizia di Dio vengano sostenuti dall'efficacia di questa dottrina.

Quinto, bisognava che la prospettiva di questo giudizio rallegrasse i buoni e atterrisse i cattivi, affinché, conoscendo la giustizia di Dio, quelli non si scoraggino e questi rinsaviscano nel timore e nell'attesa dell'eterno supplizio. Perciò il Signore e Salvatore nostro, parlando dell'ultimo giorno, dichiarò che vi sarebbe stato un giudizio universale e ne descrisse i segni precursori (Mt 24,29s), affinché vedendoli apparire intendessimo essere imminente la fine del mondo. Quindi, salito al cielo, mandò degli angeli a consolare gli Apostoli piangenti per la sua assenza, con queste parole: "Quel Gesù che è stato assunto qui da voi al cielo, verrà precisamente nella stessa maniera in cui lo avete visto andare al cielo" (A( 1,11).

 

Cristo è stato costituito giudice anche come uomo

91 La Sacra Scrittura mostra che a Cristo nostro Signore non solo come Dio, ma anche come uomo, è stato affidato questo giudizio. Infatti sebbene la potestà di giudicare sia comune a tutte le tre Persone della santissima Trinità, pure la si attribuisce particolarmente al Figlio, così come gli si attribuisce la sapienza. Che poi, come uomo debba giudicare il mondo, è confermato dalla parola del Signore: "Come il Padre ha la vita in sé, così diede pure al Figlio l'avere in se stesso la vita. E gli ha dato il potere di fare il giudizio, perché è Figlio d'uomo" (Gv 5,26).

Era poi oltremodo conveniente che tale giudizio fosse presieduto da Cristo nostro Signore; perché, trattandosi di giudicare gli uomini, questi potessero con i loro occhi corporei mirare il Giudice, ascoltare con le proprie orecchie la sentenza proferita, percepire insomma con i sensi tutto intero il giudizio. Era ancora giustissimo che l'Uomo che fu condannato dalla più iniqua sentenza umana, fosse visto da tutti sul seggio di giudice. Perciò il principe degli Apostoli, dopo avere esposto, nella casa di Cornelio, per sommi capi la religione cristiana, e aver insegnato che Cristo, appeso e ucciso sulla croce dai giudei, era risorto a vita il terzo giorno, soggiunse: "Ci ha comandato di predicare al popolo e attestare come da Dio egli è stato costituito giudice dei vivi e dei morti" (At 10,42).

 

Segni che precederanno il giudizio

92 Sono tre i segni principali che, secondo le Sacre Scritture, precederanno il giudizio: la predicazione del Vangelo per l'universo mondo, l'apostasia e l'Anticristo. Dice infatti il Signore: "S'annunzierà questo Vangelo del regno in tutta la terra, per testimonianza a tutte le nazioni; e allora verrà la fine" (Mt 24,14); e l'Apostolo ci ammonisce di non farci sedurre circa l'imminenza del giorno del Signore: "Se prima non sia seguita la ribellione e non si sia manifestato l'uomo del peccato, non avverrà il giudizio" (2 Ts 2,3).

 

Premio dei buoni

93 Quanto alla forma e alla natura del giudizio, il parroco potrà agevolmente conoscerla, sia dalle profezie di Daniele (Dn 7,9ss), sia dall'insegnamento dei Vangeli (Mt 24, 25; Mc 13) e dell'Apostolo (Rm 2). Ma qui si dovrà con grande diligenza meditare la sentenza del Giudice. Cristo Salvatore nostro, guardando con lieto volto i giusti collocati alla sua destra, pronuncerà la loro sentenza con somma benignità: "Venite, benedetti dal Padre mio, possedete il regno preparato a voi fin dalla fondazione del mondo" (Mt 25,34). Non ci sono parole più gioconde di queste: e ben lo intenderà chi le porrà a paragone con la condanna degli empi. Con esse gli uomini giusti e pii sono chiamati dalle fatiche al riposo, da questa valle di lacrime al sommo gaudio, dalle miserie alla beatitudine sempiterna, meritata con le opere di carità.

 

Condanna degli empi

94 Rivolto poi a quelli che staranno alla sua sinistra, fulminerà contro di essi la sua giustizia con queste parole: "Via da me, maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo e i suoi angeli" (Mt 25,41 ). Con le prime, "Via da me", viene espressa la maggiore delle pene che colpirà gli empi, con l'essere cacciati il più possibile lungi dal cospetto di Dio, ne li potrà consolare la speranza che un giorno potranno fruire di tanto bene. Questa è dai teologi chiamata "pena del danno", per la quale gli empi saranno privati per sempre, nell'inferno, della luce della visione divina. L'altra parola, "maledetti", aumenterà sensibilmente la loro miseria e calamità. Se mentre son cacciati dalla presenza di Dio fossero stimati degni almeno di qualche benedizione, questo tornerebbe a grande loro sollievo; ma poiché nulla di simile potranno aspettarsi, che allevi la loro disgrazia, la divina giustizia, cacciandoli giustamente, li colpisce con ogni sua maledizione.

Seguono poi le parole: "al fuoco eterno"; è il secondo genere di pena che i teologi chiamano "pena del senso", perché si percepisce con i sensi del corpo, come avviene dei flagelli, delle battiture o di altro più grave supplizio, tra i quali non è a dubitare che il tormento del fuoco provochi il più acuto dolore sensibile. Aggiungendo a tanto male la durata perpetua, se ne deduce che la pena dei dannati rappresenta il colmo di tutti i supplizi. Ciò è meglio spiegato dalle parole che terminano la sentenza: "preparato per il diavolo e per i suoi angeli". Siccome la nostra natura è tale che noi più facilmente sopportiamo le nostre molestie, se abbiamo come socio delle nostre disgrazie qualcuno, la cui prudenza e gentilezza ci possano in qualche modo giovare, quale non sarà la miseria dei dannati, cui non sarà mai concesso, in tanti tormenti, separarsi dalla compagnia dei perdutissimi demoni. Tale sentenza giustamente il Signore e Salvatore nostro emanerà contro gli empi, perché questi hanno trascurato tutte le opere di vera pietà: non hanno offerto cibo all'affamato e bevanda all'assetato; non hanno alloggiato l'ospite, vestito l'ignudo, visitato l'infermo e il carcerato.

 

Conviene parlare spesso del giudizio

95 Tutto questo i pastori devono frequentemente inculcare al popolo fedele, perché la verità di questo articolo, concepita con viva fede, ha un'efficacia immensa a frenare le prave cupidigie dell'animo e allontanare gli uomini dal peccato. Perciò nel Siracide è detto: "In tutte le tue opere ricordati della tua fine e non cadrai mai nel peccato" (Sir 7,40). È ben difficile infatti che uno sia così proclive al peccato, da non sentirsi richiamato al dovere dal pensiero che un giorno dovrà rendere ragione innanzi al giustissimo Giudice non solo delle opere e delle parole, ma anche dei pensieri più occulti, e pagare la pena dei suoi demeriti. Mentre il giusto verrà sempre più spronato a praticare la virtù e proverà letizia grande, anche in mezzo alla povertà, all'infamia e ai dolori, pensando a quel giorno nel quale, dopo le lotte di questa vita d'angosce, sarà dichiarato vincitore davanti a tutti gli uomini e, entrato nella patria celeste, vi riceverà onori divini ed eterni. Quel che importa, dunque, è di esortare i fedeli ad abbracciare un santo tenore di vita ed esercitarsi in ogni pratica di pietà, onde possano con maggior sicurezza d'animo aspettare il grande giorno del Signore, anzi, desiderarlo con sommo ardore, come si conviene ai figli di Dio.

 

Articolo 8

CREDO NELLO SPIRITO SANTO

 

Significato dell'articolo

96 Sono state fin qui esposti, per il nostro programma, gli articoli relativi alla prima e alla seconda Persona della santissima Trinità; restano ora da spiegare quelli che si riferiscono alla terza Persona, cioè allo Spirito Santo. Nel chiarire questa parte, i parroci dovranno impiegare tutto il loro zelo e la loro diligenza, non essendo lecito al cristiano ignorare o fraintendere questo articolo al pari di quelli precedenti. Perciò l'Apostolo non permise che alcuni cristiani di Efeso ignorassero la Persona dello Spirito Santo. Avendoli interrogati se avessero ricevuto lo Spirito Santo e avendo essi risposto di non saper nemmeno se esistesse lo Spirito Santo, egli soggiunse subito: "Con quale battesimo dunque siete stati battezzati?" (At 19,1.2). Con queste parole volle significare che è necessarissima ai fedeli la conoscenza ben particolare di questo articolo. Da esso, come frutto principale, riceveranno la convinzione che, a ben riflettere, devono ascrivere tutto quanto hanno, a dono e beneficio dello Spirito Santo. Ciò li farà sentire più modestamente e umilmente di sé e li inciterà a porre ogni loro speranza nell'aiuto di Dio. Questo appunto deve essere il primo gradino del cristiano verso la somma sapienza e felicità.

 

Significato proprio del termine "Spirito Santo"

97 Si comincerà a spiegare l'articolo partendo dal valore e significato che assume qui la parola "Spirito Santo". Essa si applica ugualmente bene al Padre e al Figliolo, poiché ciascuno dei due è spirito ed è santo; infatti noi crediamo che Dio è spirito. Inoltre designa anche gli angeli e le anime dei buoni; bisogna quindi badare che il popolo non sia indotto in errore dall'ambiguità del vocabolo. Dovrà pertanto insegnarsi in questo articolo che con il nome di "Spirito Santo" s'intende la terza Persona della santissima Trinità; senso che s'incontra nella Sacra Scrittura del Vecchio e più frequentemente del Nuovo Testamento. David infatti implora: "Non mi levare il tuo Santo Spirito" (Sal 50,13). Nel Libro della Sapienza si legge: "Chi ha conosciuto la tua volontà, se tu non gli hai dato la sapienza e non gli hai inviato dal cielo il tuo Spirito Santo?" (Sap 9,17). E altrove: "II Signore ha creato la sapienza nello Spirito Santo" (Sir 1,9).

Nel Nuovo Testamento si legge che dobbiamo esser battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19); che la santissima Vergine ha concepito per virtù di Spirito Santo (Mt 1,20; Le 1,35) e che san Giovanni ci rinvia a Gesù Cristo, perché ci battezzi nello Spirito Santo (Gv 1,33). Così si dica di molti altri testi.

 

Perché la terza Persona della santissima Trinità manca di nome proprio

98 Nessuno si meravigli che la terza Persona non abbia, come la prima e la seconda, un nome proprio. La seconda Persona ha un nome proprio e si chiama Figlio, in quanto il suo eterno procedere dal Padre si chiama propriamente "generazione", come è stato spiegato negli articoli antecedenti. Come, dunque, quel procedere viene chiamato generazione, così la Persona procedente vien detta propriamente Figlio e quella da cui procede, Padre. Ora, non essendo stato dato un nome proprio alla emanazione della terza Persona, chiamata genericamente "spirazione" e "processione", ne segue che anche la Persona prodotta manchi di nome proprio. Non lo ha, perché noi siamo costretti ad attingere i nomi, che attribuiamo a Dio, dalle cose create e come tra queste non troviamo altro modo di comunicare la natura e l'essenza all'infuori della virtù generativa, ne segue che non possiamo esprimere con vocabolo proprio la maniera con la quale Dio comunica tutto se stesso per forza di amore. Perciò la terza Persona è stata chiamata con il nome generico di Spirito Santo: nome che le conviene a perfezione, perché egli infonde in noi la vita spirituale e senza il soffio della sua santissima ispirazione non possiamo far nulla che sia degno della vita eterna.

 

Lo Spirito Santo è uguale in tutto al Padre e al Figliolo

99 Spiegato il senso del vocabolo, s'insegnerà anzitutto al popolo che lo Spirito Santo è Dio, come il Padre e il Figliolo, uguale a essi, com'essi onnipotente ed eterno, infinitamente perfetto, buono e sapiente, identico in natura al Padre e al Figlio. Tutto questo è bene espresso dalla preposizione "in", dicendo: "Credo nello Spirito Santo". Essa è stata preposta a tutte le singole Persone della santissima Trinità, appunto per esprimere la forza della nostra fede. Ed è anche confermato da aperte testimonianze della Scrittura. San Pietro, negli Atti degli Apostoli, dopo aver detto: "Anania, come mai Satana tentò il cuor tuo da mentire allo Spirito Santo?", soggiunse: "Non hai mentito a uomini, ma a Dio" (At 5,3). Egli cioè chiama Dio colui che poco prima aveva chiamato Spirito Santo.

Inoltre san Paolo spiega ai Corinzi che il Dio di cui aveva parlato era lo Spirito Santo: "Vi sono distinzioni di operazioni, ma è lo stesso Dio colui che opera in tutti tutte le cose"; e più oltre: "Ma tutte queste cose le opera quell'uno identico Spirito, il quale distribuisce a ciascuno secondo il suo beneplacito" (1 Cor 12,6.11). E negli Atti attribuisce allo Spirito Santo quello che i Profeti ascrivono unicamente a Dio. Isaia infatti aveva scritto: "Ho udito la voce del Signore che diceva: "Chi manderò?"... E mi disse: "Va' a questo popolo e di' loro:... Aggrava il cuore di questo popolo, indura le sue orecchie, chiudi i suoi occhi di guisa che non veda con gli occhi e non oda con le orecchie" (Is 6,8). E l'Apostolo, citando queste parole, osserva: "Lo Spirito Santo ha ben parlato per mezzo del Profeta Isaia" (At 28,25).

Di più, la Scrittura congiungendo la Persona dello Spirito Santo con il Padre e con il Figlio, per esempio là dove ordina di adoperare nel Battesimo il nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo, toglie ogni motivo di dubbio circa la verità di questo mistero; perché se il Padre è Dio e il Figlio è Dio, è forza confessare che anche lo Spirito Santo, congiunto a essi da pari grado di onore, sia Dio. Inoltre chi si battezza in nome di qualsiasi creatura non può trame alcun frutto. "Forse siete stati battezzati nel nome di Paolo?" (1 Cor 1,13), domanda l'Apostolo per mostrare che questo non gioverebbe alla loro salute. Venendo dunque battezzati nel nome dello Spirito Santo, bisogna ammettere che egli è Dio.

Questo medesimo ordine delle tre divine Persone, con il quale si prova la divinità dello Spirito Santo, si ritrova sia nella prima lettera di Giovanni: "Tre sono che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo; e questi tre sono una cosa sola" (1 Gv 5,7), sia nella celebre dossologia trinitaria, con cui si concludono le laudi e i salmi: "Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santo".

Da ultimo, a preziosa conferma di questa verità, tutte quelle cose che crediamo essere proprie di Dio, per attestazione della Sacra Scrittura, convengono allo Spirito Santo. A lui viene attribuito l'onore dei templi, dicendo l'Apostolo: "Non sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo?" (1 Cor 6,19); a lui vengono attribuite la santificazione (2 Ts 2,12) e la vivificazione (Gv 6,64; 2 Cor 3,6), lo scrutare i misteri di Dio (1 Cor 2,10), il parlare per bocca dei Profeti (2 Pt 1,21), l'esser dappertutto (Sap 1,7): cose che si possono attribuire solo alla divinità.

 

Lo Spirito Santo è Persona distinta dal Padre e dal Figlio

100 Bisogna ancora spiegare accuratamente ai fedeli che lo Spirito Santo è Dio nel senso che costituisce una terza Persona nella natura divina, distinta dal Padre e dal Figlio e prodotta per via di volontà. Tralasciando gli altri testi scritturali, la forma del Battesimo insegnataci dal Salvatore chiaramente mostra che lo Spirito Santo è una terza Persona, per sé sussistente nella natura divina e distinta dalle altre (Mt 28,19). Anche le parole dell'Apostolo sono chiare in proposito: "La grazia del nostro Signore Gesù Cristo, la carità di Dio e la partecipazione dello Spirito siano con tutti voi. Così sia" (2 Cor 13,13).

Il medesimo è mostrato molto più apertamente dall'aggiunta che i Padri del primo Concilio di Costantinopoli fecero a questo punto, per confutare l'empio errore di Macedonio: "[Credo] nello Spirito Santo, che è signore ed è vivificatore; e procede dal Padre e dal Figlio; che è adorato e glorificato insieme con il Padre e con il Figlio; che parlò per mezzo dei Profeti". Chiamando lo Spirito Santo "signore", i Padri fanno rilevare quanto sia superiore agli angeli. Essi furono, sì, creati da Dio spiriti nobilissimi; ma, come attesta san Paolo, sono tutti spiriti amministratori, mandati in ministero per coloro che acquisteranno l'eredità della salute (Eb 1,14). Lo dicono poi "vivificante", perché l'anima ha più vita nell'unirsi a Dio che il corpo, il quale si alimenti e sostenga per l'unione con l'anima. E poiché la Sacra Scrittura attribuisce allo Spirito Santo questa unione dell'anima con Dio, giustamente lo Spirito Santo viene detto vivificante.

 

La processione dello Spirito Santo

101 Circa le parole "Che procede dal Padre e dal Figlio" si deve insegnare ai fedeli che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da un unico principio, per via di eterna processione. Tanto ci è proposto a credere dalla regola ecclesiastica, da cui non è lecito al cristiano dipartirsi, ed è confermato dall'autorità della Scrittura e dei concili. Infatti Cristo nostro Signore, parlando dello Spirito Santo, disse: "Egli mi glorificherà perché riceverà del mio" (Gv 16,14). Il medesimo si ricava dal fatto che nella Sacra Scrittura lo Spirito Santo è talora detto "Spirito di Cristo", talora "Spirito del Padre"; ora è detto "mandato dal Padre", ora "dal Figlio", per significare con chiarezza che procede ugualmente e dal Padre e dal Figlio.

"Se uno non ha lo Spirito di Cristo" disse san Paolo "questi non è di lui" (Rm 8,9); e scrivendo ai Galati: "Ha mandato Dio lo Spirito del Figlio suo nei vostri cuori, il quale grida: "Abbà, Padre" (Gal 4,6). San Matteo lo chiama Spirito del Padre: "Non siete voi che parlate, ma lo Spirito del Padre vostro" (Mt 10,20); e il Signore nella Cena dice: "II Consolatore che io vi manderò, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli attesterà di me" (Gv 15,26). E altrove così afferma che lo Spirito Santo deve esser mandato dal Padre: "II Padre lo manderà nel nome mio" (Gv 14,26). Siccome tutte queste espressioni dobbiamo intenderle della processione dello Spirito Santo, ne segue che questi procede dal Padre e dal Figlio. Tale è l'insegnamento da impartire, intorno alla Persona dello Spirito Santo.

 

Doni ed effetti dello Spirito Santo

102 Bisognerà inoltre insegnare che vi sono alcuni effetti mirabili e doni grandissimi dello Spirito Santo, che diciamo scaturiti ed emanati da lui, come da fonte inesauribile di bontà. Sebbene le opere esterne della santissima Trinità siano comuni a tutte le tre Persone, pure molte di esse si attribuiscono in particolare allo Spirito Santo, per farci intendere che esse provengono dall'amore immenso di Dio verso di noi. Infatti, poiché lo Spirito Santo procede dalla divina volontà quasi infiammata d'amore, si capisce che gli effetti attribuiti come propri allo Spirito Santo derivano dall'amore immenso di Dio verso di noi. Ne segue che lo Spirito Santo è detto "dono", significandosi con questa parola ciò che si dona benignamente e gratuitamente, senza speranza di ricompensa. Perciò tutti i doni e benefici conferitici da Dio - "E che cosa abbiamo noi", come dice l'Apostolo, "che non l'abbiamo ricevuto da Dio?" (1 Cor 4,7) - dobbiamo riconoscerli con animo pio e grato come elargiti per concessione e grazia dello Spirito Santo.

Molteplici poi sono i suoi effetti. Omettendo la creazione del mondo, la propagazione e il governo delle cose create, di cui abbiamo parlato nel primo articolo, abbiamo mostrato or ora che si attribuisce in modo proprio allo Spirito Santo il dare la vita, come conferma il passo d'Ezechiele: "Vi darò lo Spirito e vivrete" (Ez 37,6). Ma è il Profeta Isaia (11,2) che enumera gli effetti principali e più propri dello Spirito Santo: spirito di sapienza e d'intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, spirito di timor di Dio, i quali tutti si chiamano "doni dello Spirito Santo" e talora semplicemente "Spirito Santo".

Perciò sagacemente sant'Agostino (De Trinit., 15,19) ci avverte di badare quando nella Sacra Scrittura occorre la parola "Spirito Santo", per assicurarci se si tratti della terza Persona della santissima Trinità, oppure dei suoi effetti e operazioni. Le due cose sono differenti tra loro, come il creatore differisce dalle creature. E con tanto maggior diligenza si dovrà sviluppare questo argomento, in quanto appunto da questi doni dello Spirito attingiamo i precetti della vita cristiana e possiamo giudicare se lo Spirito Santo sia veramente in noi.

Tra tutti i suoi munifici doni è da esaltare quella grazia che ci fa giusti e ci suggella con il promesso Spirito Santo, pegno della nostra eredità (Ef 1,13). Essa unisce la nostra mente a Dio con il vincolo strettissimo dell'amore, perciò avviene che, accesi da ardente desiderio di pietà, iniziamo una nuova vita (2 Pt 1,4) e fatti partecipi della natura divina, ci diciamo e siamo in realtà figlioli di Dio (1 Gv 3,1).

 

Articolo 9

CREDO LA SANTA CHIESA CATTOLICA, LA COMUNIONE DEI SANTI

 

Senso dell'articolo

103 Facilmente s'intenderà la diligenza che i parroci devono mettere nello spiegare ai fedeli la verità di questo nono articolo, considerando principalmente due cose: anzitutto che i Profeti, come nota sant'Agostino (In Psalmos, 30, 2 e 8), hanno più chiaramente e apertamente parlato della Chiesa che di nostro Signore Gesù Cristo prevedendo che molti più potevano errare ed esser ingannati su questo punto che sul mistero dell'incarnazione. Infatti non sarebbero mancati uomini empi, i quali, a somiglianza della scimmia che si finge uomo, avrebbero dichiarato di esser essi soli cattolici, affermando, con non minore empietà che superbia, che la Chiesa cattolica si trova solo presso di loro. Qualora si abbia bene impressa nell'animo questa verità, facilmente si potrà evitare il terribile scoglio dell'eresia. Poiché non si deve chiamare subito eretico uno che abbia peccato contro la fede, ma se, disprezzata l'autorità della Chiesa, difende pertinacemente le sue empie opinioni. E poiché non può macchiarsi di eresia se presterà fede a quanto in questo articolo gli vien proposto di credere, adoperino ogni cura i pastori affinché i fedeli, premuniti, grazie alla cognizione di questo articolo, contro le arti del nemico, perseverino nella verità. Questo articolo dipende dal precedente: ivi infatti abbiamo dimostrato che lo Spirito Santo è fonte munifica di ogni santità; qui professiamo che Egli ha donato la santità alla Chiesa.

 

Significato generico del termine "chiesa"

104 II termine "chiesa" viene dal greco ed è stato dai latini applicato alla religione dopo la divulgazione del Vangelo; importa quindi conoscerne il significato. Chiesa significa "convocazione"; ma gli scrittori hanno poi usato il vocabolo nel senso di "assemblea" o "riunione", senza badare se vi si adorasse il vero Dio o le false divinità. Leggiamo invero negli Atti, a proposito degli Efesini, che un funzionario, quietata la folla, disse: "Se poi chiedete qualche cosa d'altro, si risolverà in una chiesa [adunanza] legittima" (At 19,39). E si trattava del popolo efesino, votato al culto di Diana. E non soltanto i popoli che non conoscono Dio, ma anche le congreghe di uomini empi sono a volte chiamate chiesa: "Io ho in odio" dice David "la chiesa [compagnia] dei malvagi e non mi metto a sedere accanto agli empi" (Sal 25,5).

 

Significato speciale del termine "chiesa"

105 L'uso ordinario della Sacra Scrittura volse poi questa parola a significare soltanto la "società cristiana" e le "assemblee dei fedeli", di coloro cioè che per mezzo della fede sono chiamati alla luce della verità e alla cognizione di Dio, per adorare lui, vivo e vero, con pia e santa mente, e servirlo di tutto cuore. La Chiesa dunque, per dir tutto con una frase di sant'Agostino, è il popolo fedele sparso per l'universo intero (In Psalmos, 149, 2 e 10).

Grandi misteri sono compresi in questo vocabolo. Nel senso di "convocazione" infatti vi rifulgono la benignità e lo splendore della grazia divina e si rileva la differenza grande che corre tra la Chiesa e le altre pubbliche società. Queste si basano sulla ragione e la prudenza umana; quella è fondata sulla sapienza e il consiglio di Dio. Egli ci ha chiamato internamente con il soffio dello Spirito Santo, che schiude il cuore degli uomini, ed esternamente con l'opera e il ministero dei pastori e dei predicatori. Quale sia il fine a noi proposto da questa chiamata, cioè la cognizione e il possesso dei beni eterni, s'intenderà bene da chi noterà la ragione per cui in antico il popolo fedele, posto sotto la Legge, si chiamava "sinagoga" o "congrega". Codesto nome gli fu imposto, secondo sant'Agostino, perché a modo di gregge, cui si addice esser congregato, era rivolto solo ai beni terreni e caduchi. Ma il popolo cristiano giustamente è detto Chiesa e non sinagoga, perché, disprezzate le cose terrene e mortali, aspira solo a quelle celesti ed eterne.

 

Altri nomi della Chiesa

106 Vi sono molti altri nomi, pieni di significato, che servono a designare la società cristiana. L'Apostolo la chiama "casa" e "edificio di Dio": "Qualora io tardassi, sappi come comportarti nella casa di Dio, che è la Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità" (1 Tm 3,15).

La Chiesa vien detta "casa" in quanto è come una famiglia retta da un solo capo, in cui v'è comunione di tutti i beni spirituali. È anche chiamata "gregge delle pecorelle" di Cristo, di cui Cristo è porta e pastore (Gv 10,1.2).

E' detta anche "sposa di Cristo". Così l'Apostolo ai Corinzi: "Vi ho sposati per presentarvi, qual pura vergine, a un sol uomo, a Cristo" (2 Cor 11,2); e agli Efesini: "Uomini, amate le vostre mogli, come Cristo amò la Chiesa"; e più sotto, parlando del matrimonio: "Questo sacramento è grande; lo dico in rapporto a Cristo e alla Chiesa" (Ef 5,25.32). Infine la Chiesa è detta anche "corpo di Cristo", nelle lettere a quelli di Efeso (1,23) e di Colossi (1,24). Il che deve validamente stimolare i fedeli a mostrarsi degni dell'immensa clemenza e bontà di Dio, che li ha eletti a essere suo popolo.

 

La Chiesa militante e quella trionfante

107 Dopo questo, è necessario enumerare le singole parti della Chiesa e far rilevare le reciproche differenze, affinché il popolo intenda meglio la natura, le proprietà, i doni e le grazie della Chiesa a Dio diletta e mai cessi di lodare il suo nome santissimo.

Due sono le parti principali della Chiesa: la "trionfante" e la "militante". La prima è l'assemblea illustre e felice degli spiriti beati e di coloro che hanno trionfato del mondo, della carne e del perfido demonio. Liberi e sicuri dalle molestie di questa vita, essi godono la beatitudine eterna. La seconda è l'insieme di tutti i fedeli che ancora vivono sulla terra. Si chiama militante, perché i suoi mèmbri devono sempre combattere con quei terribili nemici che sono il mondo, la carne e il demonio. Ma non si deve per questo ritenere che siano due chiese; bensì, come abbiamo detto, due parti della medesima Chiesa, una delle quali ha preceduto ed è già in possesso della patria celeste; l'altra segue sulla terra fino al giorno in cui, ricongiunta al Salvatore, si riposerà nella felicità eterna.

 

Chi è compreso nella Chiesa

108 Nella Chiesa militante vi sono due specie di uomini: i buoni e i cattivi. I cattivi partecipano dei medesimi sacramenti e professano la stessa fede dei buoni, ma ne differiscono per la vita e i costumi. Buoni sono quelli i quali sono congiunti e stretti tra loro non solo dalla professione della fede e dalla comunione dei sacramenti, ma anche dal soffio della grazia e dal vincolo della carità. Di essi è scritto: "II Signore conosce quelli che sono i suoi" (2 Tm 2,19). Gli uomini possono congetturare chi siano gli appartenenti a questa schiera di buoni, non già saperlo con sicurezza. Quindi non si deve credere che Cristo abbia voluto alludere a questa parte della Chiesa quando ci ha rimesso alla Chiesa, ordinandoci di ubbidire alla medesima (Mt 18,17). Essendo sconosciuta, come potrebbe uno esser certo a qual giudice debba ricorrere e a quale autorità debba ubbidire? La Chiesa abbraccia i buoni e i cattivi, come attestano la Sacra Scrittura e gli scritti dei santi Padri. Questo volle intendere l'Apostolo scrivendo: "Un solo corpo, un solo spirito" (Ef 4,4).

Questa Chiesa è manifesta e visibile e viene paragonata a una città posta sopra un monte, che si vede dappertutto; poiché, dovendo tutti ubbidirle, è necessario conoscerla. E abbraccia non solo i buoni ma anche i cattivi, come molte parabole del Vangelo c'insegnano; per esempio là dove il regno dei cicli, cioè la Chiesa militante, è paragonato alla rete che si getta nel mare o al campo in cui viene soprasseminato il loglio (Mt 13,47.24); o all'aia in cui si ammucchiano frumento e pula (Le 3,17); o alle dieci vergini, metà fatue e metà savie (Mt 15,1.2). Si deve vedere una figura e un'immagine della Chiesa anche nell'antica arca di Noè (Gn 7), dov'erano chiusi non solo gli animali mondi, ma anche gli immondi. E sebbene la fede cattolica affermi con verità e costanza che alla Chiesa appartengono i buoni e i cattivi, bisogna tuttavia spiegare ai fedeli che, secondo le medesime norme di fede, è ben diversa la condizione di entrambi. I cattivi sono compresi nella Chiesa come la pula sta insieme con il frumento sull'aia o come le membra guaste restano congiunte al corpo vivo.

 

Chi è escluso dalla Chiesa

109 Segue da ciò che solo tre categorie di uomini sono escluse dalla Chiesa: gli infedeli, gli eretici e scismatici, gli scomunicati. Gli infedeli, perché non sono mai entrati nella Chiesa, mai l'hanno conosciuta, ne mai sono stati fatti partecipi dei sacramenti nella comunione del popolo cristiano. Gli eretici e gli scismatici, perché si sono separati dalla Chiesa e non appartengono più alla medesima, come i disertori non appartengono più all'esercito da cui sono fuggiti. Non si deve però ritenere che essi non soggiacciano alla potestà della Chiesa, che li chiama in giudizio, li punisce e li anatematizza. Gli scomunicati, infine, perché, essendo stati esclusi dalla Chiesa in seguito a un giudizio della medesima, non appartengono più a essa, fino a resipiscenza. Quanto agli altri uomini, pur peccatori e scellerati, è certo che essi continuano a essere nella Chiesa. E questo lo si deve ricordare spesso ai fedeli, affinché essi siano ben persuasi che anche quando la vita di certi prelati della Chiesa fosse viziosa, costoro sono sempre nella Chiesa, ne resta diminuita la loro potestà.

 

Vari significati del termine "chiesa"

110 Con il nome di chiesa si sogliono anche designare le varie parti della Chiesa universale, come fa l'Apostolo quando nomina le chiese di Corinto (1 Cor 1,2), della Galazia (Gal 1,2), di Laodicea (Col 4,16), di Tessalonica (1 Ts 1,1). Talora chiama chiesa anche le private famiglie dei fedeli, come quando dice di salutare la chiesa domestica di Prisca e di Aquila (Rm 16,4): "Vi salutano nel Signore grandemente Aquila e Priscilla con la loro chiesa domestica" (1 Cor 16,19); e la stessa parola adopera scrivendo a Filemone (Fm 1,2).

Talora il vocabolo chiesa designa i suoi capi e pastori: "Se non ti ascolta, dillo alla Chiesa" (Mt 18,17); volendo intendere qui i capi della Chiesa. Si dice chiesa anche il luogo ove il popolo si aduna per la predica o altra funzione religiosa (1 Cor 11,18). Ma in questo articolo per Chiesa s'intende principalmente il popolo cristiano composto di buoni e di cattivi e non solo coloro che sono a capo, ma anche quelli che devono ubbidire.

 

Note caratteristiche della Chiesa

111 SANTA, CATTOLICA. Si spieghino ai fedeli le proprietà di questa Chiesa, dalle quali si rileva quanto sia grande il beneficio di Dio verso coloro che in essa nascono e sono educati.

 

Unità della Chiesa

112 La prima proprietà ricordata nel Simbolo dei Padri [niceni] è l'unità. Sta scritto: "Una è la mia colomba, una è la mia bella" (Ct 6,8). Una così grande moltitudine di uomini, diffusa per ogni dove, è detta una per i motivi elencati dall'Apostolo agli Efesini: "Uno è il Signore, una la fede, uno il Battesimo" (Ef 4,5). Uno è anche il suo capo e moderatore: quello invisibile è Cristo nostro Signore che l'eterno Padre ha costituito capo di tutta la Chiesa, suo mistico corpo (Ef 1,22), e quello visibile che siede sulla cattedra di Roma, quale successore legittimo di Pietro, principe degli Apostoli.

Unanime fu il consenso dei Padri nel ritenere necessario questo capo visibile, per costituire e conservare l'unità della Chiesa. San Girolamo lo vide chiaramente e ne scrisse in questi termini contro Gioviniano: "Uno solo viene eletto affinchè, costituito il capo, sia tolta ogni occasione di scisma" (1 Adv. lovin., 1, 26). E a Damaso: "Taccia l'invidia, receda l'ambizione della romana dignità; io parlo con il successore del Pescatore, con il discepolo della croce. Io non seguo altri che Cristo come primo duce: ma mi unisco in comunione con la tua Beatitudine, cioè con la cattedra di Pietro, sapendo che su questa pietra è stata edificata la Chiesa. Chiunque mangerà l'agnello fuori di questa casa è un estraneo; chiunque non starà nell'arca di Noè, perirà nelle acque del diluvio" (Epist., 15, 2). Molto tempo prima avevano detto la stessa cosa Ireneo (Adv. haereses, 3, 3) e  Cipriano, il quale ultimo, parlando dell'unità della Chiesa, scrive: "II Signore dice a Pietro: "Io, o Pietro, dico a tè che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa". Edifica la Chiesa sopra uno solo e, sebbene attribuisca a tutti gli Apostoli, dopo la risurrezione, uguale potestà e dica: "Come il Padre ha mandato me, cosi io mando voi; ricevete lo Spirito Santo", pure, volendo far manifesta l'unità, dispose con la sua autorità che l'origine di detta unità derivasse da uno solo" (Cipriano, De cath. Eccl. unitate, 4).

Ottato di Milevi scrive: "Non ti può scusar l'ignoranza, sapendo bene che in Roma, a Pietro per primo, fu data la cattedra episcopale sulla quale sedette il capo di tutti gli Apostoli, affinché tutti conservassero in lui solo l'unità della sede e i singoli Apostoli non estollessero ciascuno la propria. Perciò è scismatico e prevaricatore chi contro quest'unica cattedra ne colloca un'altra" (Ottato, Contro Parmen., 2, 2). Anche san Basilio scrive: "Pietro è stato collocato nel fondamento. Egli aveva detto: "Tu sei il Cristo figlio del Dio vivente" e in cambio aveva udito di dover essere la pietra; non però nella stessa maniera di Cristo. Cristo è la pietra veramente immobile; Pietro è immobile per virtù di quella. Gesù elargisce agli altri le sue dignità; è sacerdote e fa i sacerdoti; è pietra e costituisce la pietra: così elargisce ai suoi servi le cose sue" (Basilio, Hom. [falsamente ascritta] De paenit., 4). Infine sant'Ambrogio afferma: "Pietro è anteposto a tutti, perché solo fra tutti confessa [la divinità di Cristo]" (sant'Ambrogio, Exp. evang. sec. Lucam, 10, 175).

Se uno obietta che la Chiesa, paga dell'unico capo e sposo Gesù Cristo, non ne debba cercare un altro, la risposta è pronta. Gesù Cristo è non solo l'autore, ma ancora l'interiore ministro dei singoli sacramenti; perché è lui che battezza e che assolve; eppure ha istituito degli uomini come ministri esteriori dei sacramenti. Perciò ha preposto alla Chiesa, che egli regge con il suo intimo soffio, un uomo quale vicario e ministro della sua potestà. Una Chiesa visibile ha bisogno di un capo visibile: quindi il nostro Salvatore, dando a Pietro con solenni parole l'incarico di pascolare le sue pecore, lo ha costituito capo e pastore della grande famiglia dei fedeli, nel senso che il suo successore avesse la medesima potestà di reggere e governare tutta la Chiesa.

Del resto, scrive l'Apostolo ai Corinzi, "Uno e identico è lo spirito che infonde la grazia ai fedeli, come l'anima da vita alle membra del corpo" (1 Cor 12,11). E invitando quelli di Efeso a mantenere questa unità scrive: "Siate solleciti nel conservare l'unità dello spirito mediante il vincolo della pace: un solo corpo e un solo spirito" (Ef 4,3.4).

Come il corpo umano si compone di molte membra, tutte avvivate da una sola anima che da vista agli occhi, udito alle orecchie e agli altri sensi le rispettive virtù, così il corpo mistico di Cristo, la Chiesa, si compone di molti fedeli. Unica è anche la speranza, come ivi l'Apostolo testifica, alla quale siamo stati chiamati, poiché tutti speriamo la medesima cosa: la vita eterna e beata. Una è infine la fede che tutti devono ricevere e professare. "Non ci siano scismi tra voi" dice l'Apostolo (1 Cor 1,10), e uno pure è il Battesimo, che è il sacramento della fede cristiana.

 

Santità della Chiesa

113 La seconda proprietà della Chiesa è la santità, come insegna il principe degli Apostoli scrivendo: "Ma voi, stirpe eletta, gente santa" (1 Pt 2,9). È detta "santa", perché consacrata e dedicata a Dio, com'è consuetudine chiamare sante tutte le cose di questo genere, anche materiali, purché ordinate e destinate al culto divino, come per esempio, nell'antica Legge, i vasi sacri, le vesti, gli altari e anche i primogeniti che venivano dedicati all'Altissimo. Né deve recare meraviglia che la Chiesa sia detta santa, sebbene contenga molti peccatori, giacché i fedeli si chiamano santi, in quanto sono divenuti popolo di Dio e, mediante la fede e il Battesimo, si sono consacrati a Cristo, anche se poi peccano e non mantengono le promesse fatte. Allo stesso modo chi esercita un'arte è sempre chiamato artefice, anche se non osserva i precetti dell'arte sua. Perciò san Paolo chiama i fedeli di Corinto "santificati" e "santi" (1 Cor 1,2), sebbene sia noto che ve ne fossero taluni che egli acerbamente rimprovera come carnali e peggio (ibid. 3,1).

Santa è la Chiesa, perché congiunta come corpo al suo santissimo capo, che è Cristo nostro Signore, fonte di ogni santità, dal quale ci vengono i carismi dello Spirito Santo e le ricchezze della divina bontà. Molto efficacemente sant'Agostino, interpretando quelle parole del Profeta: "Proteggi l'anima mia perché sono santo", dice: "Osi pure il corpo mistico di Cristo, osi, come un solo uomo, gridare dagli estremi confini della terra e dire con il suo Capo e sotto il suo Capo: "Io sono santo" poiché ha ricevuto la grazia di santità, la grazia del Battesimo e della remissione dei peccati" (In Psalmos, 85, 2). E dopo poco aggiunge: "Se è vero che tutti i cristiani e i fedeli, battezzati in Cristo, hanno rivestito Cristo, come dice l'Apostolo: "Tutti voi che siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal 3,27); se è vero che son divenuti membra del suo corpo, eppure dicono di non esser santi, allora fanno ingiuria al Capo le cui membra sono sante".

Infine si aggiunga che solo la Chiesa possiede il culto legittimo del sacrificio e l'uso salutare dei sacramenti. Per essi, come per efficaci strumenti della grazia divina, Dio produce la vera santità, di guisa tale che i veramente santi non possono essere fuori di questa Chiesa. È chiaro dunque che la Chiesa è santa; e santa perché è il corpo di Cristo, da cui viene santificata e dal cui sangue viene lavata.

 

Cattolicità della Chiesa

114 Terza proprietà della Chiesa è il dirsi "cattolica" ossia "universale", epiteto che le conviene a buon diritto perché, come attesta sant'Agostino: "Da Oriente a Occidente si diffonde con lo splendore di un'unica fede" (Sermo, 242, 4). Essa non è, come le nazioni civili o le conventicole eretiche, ristretta nei confini di un regno o nell'ambito di una razza; ma abbraccia nel seno della sua carità tutti gli uomini: barbari o sciti, schiavi o liberi, maschi o femmine (Gai 3,28). Perciò sta scritto: "Ci hai ricomperati per Dio con il tuo sangue, da tutte le tribù e lingue e popoli e nazioni; e ci hai fatti regno per il nostro Dio" (Ap 5,9). David dice della Chiesa: "Chiedimi e ti darò in retaggio i popoli, in possesso le più lontane regioni" (Sai 2,8); e altrove: "Porrò Rahab e Babilonia tra coloro che mi han conosciuto" e "Ogni uomo è nato in essa" (Sai 86,4.5).

Del resto tutti i fedeli, da Adamo a oggi e da oggi alla fine del mondo, i quali professano la vera fede, appartengono alla medesima Chiesa, che è stata edificata sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti. Tutti questi sono stati costituiti e fondati su quella pietra angolare che è Cristo, il quale delle due cose ne ha fatta una e ha annunciato la pace ai vicini e ai lontani (Ef 2,14-20). Si dice universale anche perché quanti vogliono conseguire la salute eterna devono aderire alla Chiesa, non diversamente da coloro che, per non perire nel diluvio, entrarono nell'arca.

 

Apostolicità della Chiesa

115 Questa pertanto è la norma più sicura per distinguere la vera Chiesa dalla falsa. Ma la verità della Chiesa si può riconoscere anche dall'origine che, per una grazia evidente, deriva dagli Apostoli. La verità della sua dottrina non è recente ne nata ora, ma trasmessa un tempo dagli Apostoli e disseminata poi per tutto il mondo. Segue da ciò che nessuno deve dubitare che le empie teorie degli eretici, contrarie alla dottrina della Chiesa predicata dal tempo degli Apostoli fino a oggi, si allontanano dalla fede della vera Chiesa.

Perciò, affinché tutti capissero quale fosse la Chiesa cattolica, per divina ispirazione i

Padri aggiunsero nel Simbolo l'epiteto di "apostolica". Infatti lo Spirito Santo che presiede alla Chiesa non la governa con altra sorta di ministri all'infuori di quelli apostolici. Questo Spirito fu prima donato agli Apostoli ed è poi sempre rimasto nella Chiesa, grazie all'infinita benignità di Dio. Ma come soltanto questa Chiesa non può errare nell'insegnare la disciplina della fede e dei costumi, perché governata dallo Spirito Santo, così tutte le altre, che si arrogano il nome di chiese, essendo guidate dallo spirito del demonio, devono necessariamente cadere in perniciosissimi errori di fede e di costumi.

 

Figure della Chiesa nel Vecchio Testamento

116 Le figure del Vecchio Testamento sono efficacissime per eccitare l'animo dei fedeli e per richiamare alla memoria bellissimi insegnamenti; per questo soprattutto gli Apostoli le hanno adoperate. I parroci non trascurino questa parte dell'insegnamento, che offre molte utilità. Un chiaro significato ha l'arca di Noè, che fu costruita per divino comando, solo perché nessun dubbio rimanesse circa il suo significato relativo alla Chiesa. Questa infatti Dio l'ha costituita in guisa tale che chiunque entra in essa attraverso il Battesimo rimane salvo da ogni pericolo di morte eterna; mentre quelli che ne sono fuori rimangono sommersi dai loro delitti: appunto come avvenne a quelli che non entrarono nell'arca. Altra figura è quella della grande città di Gerusalemme, il cui nome nella Scrittura designa spesso la Chiesa. In essa soltanto era lecito offrire sacrifici a Dio, perché nella sola Chiesa, e non fuori, si trova il vero culto e il vero sacrificio accetto a Dio.

 

La Chiesa stessa è oggetto di fede

117 Da ultimo bisogna insegnare in quale senso sia articolo di fede il credere la Chiesa. Certo, ognuno con l'intelligenza e con i sensi percepisce l'esistenza terrena della Chiesa, cioè l'esistenza di un'assemblea di uomini, addetti e consacrati a Gesù Cristo; né sembra vi sia bisogno della fede a capirlo, poiché nemmeno i Giudei o i Turchi lo pongono in dubbio. Ma soltanto la mente illuminata dalla fede, e non dietro considerazioni umane, può comprendere i misteri contenuti nella santa Chiesa di Dio, parte dei quali abbiamo già spiegato, parte vedremo poi, spiegando il sacramento dell'Ordine. Dunque se anche questo articolo, come gli altri, supera la facoltà e le forze della nostra intelligenza, a buon diritto professiamo di considerare la fondazione, gli uffici e la dignità della Chiesa, non con gli occhi dell'umana ragione, ma anche con quelli della fede.

Infatti non furono gli uomini i fondatori di questa Chiesa, ma lo stesso Dio immortale, che l'ha edificata sopra saldissima roccia, come disse il Profeta: "Lo stesso Altissimo l'ha fondata" (Sal 86,5). Perciò si chiama "eredità di Dio" (Sai 27,9), "popolo di Dio" (Os 2,1). La potestà che ha ricevuta non è umana, ma di attribuzione divina. E come non si può acquistare con le forze umane, così solo la fede ci fa intendere che nella Chiesa vi sono le chiavi del regno dei cieli (Mt 16,19); che essa ha ricevuto il potere di rimettere i peccati (Gv 20,23), di scomunicare (Mt 16,19), di consacrare il vero corpo di Cristo (Lc 22,19) e che i cittadini in essa dimoranti non hanno qui dimora stabile, ma ne vanno cercando una futura (Eb 13,14).

Bisogna pertanto credere necessariamente la Chiesa una, santa e cattolica. Noi crediamo nelle tre Persone della Trinità, Padre, Figliolo e Spirito Santo, in guisa tale da collocare in essi tutta la nostra fede. Ma qui, mutando il modo di dire, professiamo di credere "la santa Chiesa", e non "nella santa Chiesa"; questo per distinguere, anche con la diversità della frase, Dio creatore dell'universo dalle cose create e per attribuire a un dono della sua bontà gli immensi benefici che sono stati conferiti alla Chiesa.

 

In che consista la "comunione dei santi"

118 LA COMUNIONE DEI SANTI. San Giovanni Evangelista, scrivendo ai fedeli intorno ai misteri divini, da questa ragione del suo insegnamento: "Affinché voi pure abbiate società con noi e la nostra società sia con il Padre e con il Figliolo di lui, Gesù Cristo" (1 Gv 1,3). Questa società consiste nella comunione dei santi, oggetto del presente articolo. Sarebbe davvero desiderabile che i responsabili delle chiese imitassero la diligenza di Paolo e degli altri Apostoli nello spiegare questo articolo, che non solo è come un'interpretazione del precedente ed è fecondo di frutti assai ubertosi, ma anche chiarisce qual uso debba farsi dei misteri contenuti nel Simbolo. Noi dobbiamo investigarli e accettarli appunto per esser ammessi nella grandiosa e beata società dei santi e una  volta ammessi perseverarvi costantemente, rendendo grazie con gaudio a Dio Padre, che ci ha fatti degni di partecipare alla sorte dei santi nella luce (Col 1,12).

Anzitutto si dovrà insegnare ai fedeli che il presente articolo è come una spiegazione di quello precedente intorno alla Chiesa, una, santa e cattolica; poiché l'unità di spirito da cui è retta fa sì che sia comune tutto quanto essa possiede. Il frutto di tutti i sacramenti appartiene a tutti i fedeli, i quali con essi, come per mezzo di catene, vengono legati e uniti a Cristo: soprattutto con il Battesimo, per il quale, come attraverso una porta, entrano nella Chiesa.

Che questa comunione dei santi indichi quella dei sacramenti, è manifesto dalle parole del Simbolo: "Confesso un solo Battesimo". Seguono a questo, prima l'Eucaristia, poi tutti gli altri sacramenti. Infatti sebbene il nome di "comunione" convenga a tutti i sacramenti, in quanto ci congiungono a Dio e ci fanno partecipi di lui, la cui grazia riceviamo, pure si appropria meglio all'Eucaristia, la quale attua questa comunione.

 

La comunione dei santi illustrata dall'esempio del corpo umano

119 Nella Chiesa c'è da considerare anche un'altra comunione. Tutto quanto viene praticato con devota e santa mente da uno, appartiene a tutti e a tutti giova, in virtù della carità, che non cerca il proprio vantaggio (1 Cor 13,5). Lo prova la testimonianza di sant'Ambrogio, il quale commentando quel passo del salmo: "Io sono il compagno di quelli che ti temono", osserva: "Come diciamo che un membro è partecipe di tutto il corpo, così diciamo che ciascuno è unito a tutti gli altri che temono il Signore. Perciò Gesù Cristo prescrivendo la formula di preghiera ci fece dire: "il nostro pane" e non "il mio pane" e così via; affinché considerassimo non soltanto il nostro bene individuale, ma quello di tutti" (Exp. de Psalmo, 118, 8, 54).

La comunione dei beni viene spesso illustrata nella Sacra Scrittura con l'appropriata similitudine delle membra del corpo umano. Nel corpo vi son molte membra, che tuttavia formano un solo corpo, nel quale ciascuno compie l'ufficio proprio, non tutti il medesimo. Dette membra non hanno uguale dignità ne compiono funzioni ugualmente utili e decorose, e ciascuna bada non al comodo proprio ma all'utilità di tutto il corpo. E sono congiunte così bene tra loro che, se ne duole una, soffrono anche le altre, per una certa affinità e consenso di natura; mentre se gode, provano anche le altre membra un senso di benessere. Il medesimo si verifica nella Chiesa. Anche in lei vi sono membra diverse, cioè le varie nazioni di giudei e di gentili, liberi e schiavi, poveri e ricchi; ma, una volta ricevuto il Battesimo, diventano un solo corpo, con Cristo per capo. Inoltre a ognuno nella Chiesa è assegnato il suo ufficio. Vi sono alcuni Apostoli, altri Dottori, costituiti tali per la pubblica utilità; ad alcuni spetta il governare e l'insegnare, ad altri l'obbedire e l'essere soggetti.

 

Quali membri della Chiesa godono dei suoi beni spirituali

120 Coloro che vivono una vita cristiana nella carità godono tanti e preziosi doni e benefici divini e sono giusti e cari a Dio. Mentre le membra morte, cioè gli uomini peccatori e lontani dalla grazia di Dio, pur non venendo privati del beneficio di essere membra del corpo della Chiesa, non percepiscono, perché morti, quel frutto spirituale di cui godono gli uomini giusti e pii. Nondimeno, restando sempre nella Chiesa, vengono aiutati da coloro che vivono secondo lo spirito, perché possano ricuperare la grazia e la vita perduta, cogliendo quei frutti di cui restano privi coloro che sono del tutto separati dalla Chiesa.

E sono comuni non soltanto quei doni che rendono gli uomini cari a Dio e giusti, ma anche le grazie cosiddette gratis date, tra cui si annoverano la scienza, la profezia, il dono delle lingue e dei miracoli e simili: doni che sono concessi anche ai cattivi per motivo non di utilità privata ma pubblica, a edificazione della Chiesa. Infatti la virtù delle guarigioni è concessa non a beneficio di chi la possiede, ma per chi è malato.

Del resto l'individuo veramente cristiano nulla possiede di così strettamente suo che non lo debba ritenere in comune con gli altri. Quindi deve essere pronto a sollevare la miseria dei poveri, essendo chiaro che non possiede la carità di Dio chi, fornito di sostanze, non aiuta il fratello che vede nel bisogno (1 Gv 3,17). Così stando le cose, è evidente che quelli i quali vivono in questa santa comunione sono in certo modo felici e possono a buon diritto esclamare: "Quanto sono amabili le tue tende, o Signore degli eserciti! L'anima mia sospira e sviene negli atri del Signore" e ancora: "Beati coloro che abitano nella tua casa, o Signore" (Sal 83, 2.3.5).

 

Articolo 10

LA REMISSIONE DEI PECCATI

 

Significato dell'articolo

121 Nessuno che veda questo articolo sulla remissione dei peccati annoverato tra gli altri articoli di fede può dubitare che esso contenga un mistero divino e per giunta necessarissimo a conseguire la salvezza. Come infatti abbiamo già spiegato, senza la ferma fede di tutto quello che il Simbolo ci propone di credere, non si apre la porta della misericordia di Cristo. Se fosse necessario confermare con qualche testimonianza ciò che deve esser noto a tutti, basterà ricordare quanto attestò ai discepoli il Salvatore poco prima dell'ascensione, quando apri loro la mente a intendere le Scritture e disse che Cristo doveva patire e il terzo giorno risorgere dai morti e che sarebbe stata predicata nel nome di lui la penitenza per la remissione dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme (Lc 24,46.47). I parroci, riflettendo bene a queste parole, facilmente intenderanno che, se è necessario esporre ai fedeli le altre verità della religione, è necessarissimo, per obbligo loro fatto da Dio, spiegare con diligenza il presente articolo.

 

Il potere di rimettere i peccati nella Chiesa

122 Dovere del parroco su questo punto è di insegnare che nella Chiesa cattolica si trova non solo la remissione dei peccati, di cui Isaia aveva predetto: "II popolo che abita [in Sion] riceverà il perdono della sua iniquità" (Is 33,24), ma anche la potestà di rimettere i peccati. Per essa, ove i sacerdoti ne facciano uso secondo le leggi prescritte da Gesù Cristo nostro Signore, si deve credere che i peccati vengono veramente rimessi e perdonati.

Questo perdono ci viene donato così abbondantemente, professando per la prima volta la fede, con l'acqua del Battesimo, che non vi rimane più né colpa da cancellare (sia quella contratta per origine, sia quella commessa per propria opera o omissione), né pena da scontare. Ma la grazia del Battesimo non libera da ogni infermità della natura; che anzi non si trova quasi nessuno che nella lotta contro i moti della concupiscenza, perenne incitatrice al peccato, resista con tanta energia e difenda con tanta vigilanza la sua integrità da evitare ogni ferita.

Essendo pertanto necessario che nella Chiesa vi fosse la potestà di rimettere i peccati anche per una via diversa dal sacramento del Battesimo, a essa furono consegnate le chiavi del regno dei cieli, in virtù delle quali fossero perdonati a qualsiasi penitente i peccati commessi anche fino all'ultimo giorno della vita.

La Scrittura ne contiene chiarissima testimonianza in san Matteo, dove il Signore così parla a san Pietro: "Darò a te le chiavi del regno dei cieli; qualunque cosa avrai legato sulla terra sarà legata anche nei cieli e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli" (Mt 16,19). E altrove: "Quanto legherete sulla terra, sarà legato nel cielo e quanto scioglierete sulla terra, sarà sciolto nel cielo" (ibid. 18,18). San Giovanni attesta che il Signore, dopo aver alitato sugli Apostoli, disse: "Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).

 

Nessun peccato è irremissibile nella Chiesa

123 Questa potestà della Chiesa non è ristretta a certe specie di peccati e non si può ammettere o pensare delitto così enorme che la Chiesa non abbia potestà di rimetterlo, come non c'è uomo così infame e scellerato che, qualora si penta davvero dei suoi misfatti, non debba avere speranza certa di perdono. E nemmeno tale potestà è circoscritta a un dato tempo. A qualunque ora il peccatore vorrà tornare alla salvezza, non dovrà essere respinto, come ha insegnato il nostro Salvatore quando rispose al principe degli Apostoli, che lo interrogava su quante volte (sette forse?) si dovesse perdonare ai peccatori: "Non sette, ma settanta volte sette" (Mt 18,22).

 

A chi è riservata la potestà di rimettere i peccati

124 Se consideriamo i ministri di questo potere, lo vedremo restringersi, perché il Signore non lo concesse a tutti, ma soltanto ai vescovi e ai sacerdoti. Lo stesso si dica sul modo di esercitarlo, giacché solo mediante i sacramenti e osservandone la forma si possono rimettere i peccati. Non è stato dato alla Chiesa il diritto di sciogliere dai peccati in altra maniera. Ne segue che i sacerdoti e i sacramenti servono come strumenti per perdonare i peccati: sono strumenti con i quali Cristo nostro Signore, autore e donatore della salute, opera in noi la remissione dei peccati e la giustizia.

 

La remissione dei peccati avviene solo per autorità divina

125 Affinché i fedeli meglio apprezzino questo dono celeste, elargito alla Chiesa per la singolare misericordia di Dio verso di noi, e lo usino con più ardente slancio di pietà, curi il parroco di dimostrare la dignità e l'ampiezza di questa grazia, che si rileva soprattutto esponendo con diligenza quanto grande sia la virtù di rimettere i peccati e fare gli uomini da ingiusti giusti. E noto che ciò avviene per l'infinita e immensa potenza di Dio; quella medesima che crediamo necessaria per risuscitare dai morti e creare il mondo. E se, come vuole sant'Agostino (In evang. loh., 72, 3), deve considerarsi maggiore opera render giusto un uomo che creare dal nulla il ciclo e la terra, essendo la creazione opera solo di infinita virtù, ne segue a maggior ragione che la remissione dei peccati sia da attribuire alla potenza infinita.

Verissime sono pertanto le parole degli antichi Padri, con cui professano che solo Dio perdona agli uomini i peccati, né si può riferire ad altri che alla sua somma bontà e potenza un'opera così mirabile. "Io sono" dice il Signore stesso per bocca del profeta, "quegli che cancella le tue iniquità" (Is 43,25). Come, dunque, nessuno può rimettere il debito, se non il creditore, così essendo noi obbligati a Dio per i nostri peccati - e perciò preghiamo ogni giorno: "rimetti a noi i nostri debiti" (Mt 6,12) - è evidente che nessuno, tranne lui, può perdonare i nostri peccati.

Questo dono mirabile e divino non fu concesso a nessuna creatura umana prima che Dio si facesse uomo. Primo di tutti, Gesù Cristo salvatore nostro, come uomo, essendo ugualmente vero Dio, ricevette questo dono dal Padre celeste: "Affinché sappiate" disse "che il Figlio dell'uomo ha potere sulla terra di rimettere i peccati, levati su" disse al paralitico "piglia il tuo letto e vattene a casa" (Mt 9,6; Mc 2,9).

Fattosi uomo per elargire agli uomini il perdono dei peccati, il Redentore, prima di salire al cielo e sedervi in perpetuo alla destra del Padre, concesse questa potestà ai vescovi e ai sacerdoti nella Chiesa. Non dimentichiamo però, come abbiamo già detto, che Cristo perdona i peccati di propria autorità, mentre i sacerdoti solo in quanto sono suoi ministri. Perciò, se è vero che noi dobbiamo ammirare e considerare profondamente le cose operate dalla Potenza infinita, è chiaro che dovremo ammirare questo preziosissimo dono che, per benignità di Cristo, è stato elargito alla Chiesa.

 

Benignità di Dio nel modo di rimettere i peccati

126 Ma il modo stesso che Dio, Padre clementissimo, ha stabilito per cancellare i peccati del mondo, deve efficacemente eccitare l'animo dei fedeli a contemplare la grandezza di questo beneficio. Egli infatti volle che i nostri peccati venissero espiati con il sangue del suo Figlio unigenito, affinché questi pagasse la pena da noi meritata per i nostri peccati ed egli, giusto, fosse condannato per i peccatori, innocente, subisse una acerbissima morte per i colpevoli. Quante volte perciò ricorderemo che noi non fummo già riscattati con vile moneta, ma con il prezioso sangue di Cristo, agnello incontaminato e senza macchia (1 Pt 1,18.19), ci sarà facile dedurre che nulla di più salutare ci poteva essere concesso da Dio di questa facoltà di rimettere i peccati, dono che mostra tutta la misteriosa provvidenza di Dio e il suo immenso amore per noi.

E' altresì necessario che ciascuno ritragga da questa meditazione il maggior frutto possibile, poiché chi offende Dio con il peccato mortale perde i meriti che gli venivano dalla passione e morte di Cristo; così gli è negato l'accesso a quel paradiso che il Redentore gli aveva aperto a prezzo del suo preziosissimo sangue. Perciò ogni volta che pensiamo a questo, non possiamo non pensare seriamente alla profonda miseria nostra.

Ma se consideriamo quale ammirabile potere fu da Dio concesso alla sua Chiesa e se, fermi in questo articolo di fede, crediamo che a ognuno è dato, con l'aiuto divino, di ritornare al primitivo stato di grazia e dignità, allora con il cuore pieno di esultanza ci sentiamo spinti a rivolgere a Dio le più vive grazie. Se quando siamo gravemente malati, ci sembrano buoni e gradevoli perfino i tarmaci che la scienza medica ci somministra, quanto più soavi dovranno essere per noi quei rimedi che la, sapienza di Dio istituì a cura delle anime e quindi a restaurazione della vita? Soprattutto perché portano con sé non già una dubbia speranza di salvezza, come le medicine che si prendono per il corpo, ma una sicura salvezza a coloro che bramano di essere sanati.

 

Con quanto impegno deve essere accolto il beneficio del perdono

127 I fedeli, dopo aver conosciuto la preziosità di così insigne beneficio, saranno esortati a sforzarsi di usarne religiosamente. Poiché è impossibile evitare che chi rifiuta uno strumento utile, anzi necessario, non ne risulti suo spregiatore. Tanto più che il Signore affidò alla Chiesa questa potestà di rimettere i peccati, appunto perché tutti facessero ricorso al salutifero rimedio. Come infatti senza il Battesimo nessuno può riacquistare l'innocenza, così chiunque voglia ricuperare la grazia del Battesimo, perduta con colpe mortali, dovrà ricorrere a un altro genere di espiazione e precisamente al sacramento della Penitenza.

Però si devono ammonire i fedeli perché, essendo stata prospettata una possibilità di perdono così ampia da non essere circoscritta da alcun limite di tempo, non si sentano più proclivi al peccato o più pigri alla resipiscenza. Nel primo caso, evidentemente irrispettosi e sprezzanti verso tale divina potestà, sarebbero indegni della misericordia di Dio; nel secondo, dovrebbero vivamente paventare che, colti dalla morte, non si trovino ad avere inutilmente creduto in un perdono dei peccati, che il continuo procrastinare ha fatto loro perdere per sempre.

 

 

Articolo 11

LA RISURREZIONE DELLA CARNE

 

Significato dell'articolo

128 Che questo articolo abbia molto valore per rafforzare la verità della nostra fede è ben chiaro dal fatto che è non solo proposto ai fedeli dalle Sacre Scritture perché lo credano, ma viene anche confermato con molti argomenti. Questo raramente accade per gli altri articoli del Simbolo; si può quindi comprendere come su di esso poggi la speranza della nostra salvezza, come su solidissimo fondamento. Infatti, argomenta l'Apostolo, "Se non vi è la risurrezione dei morti, neppure Cristo è risorto e se Cristo non è risorto, è inutile la nostra predicazione, come inutile è la vostra fede" (1 Cor 15,14).

Nello spiegarlo dunque il parroco non porrà minore impegno di quanto si affaticarono molti empi nel distruggerlo. Sarà dimostrato fra poco come dalla sua conoscenza ridondino a vantaggio dei fedeli grandi e segnalate utilità.

 

Perché si dice: "la risurrezione della carne"

129 Si dovrà osservare anzitutto che la risurrezione degli uomini in questo articolo è detta "risurrezione della carne". Ciò non è stato fatto senza ragione; poiché gli Apostoli vollero insegnare così una verità che è necessario ammettere: l'immortalità dell'anima. E, perché nessuno credesse che l'anima muore con il corpo e fossero poi entrambi richiamati alla vita, mentre da moltissimi luoghi delle Sacre Scritture l'anima risulta certamente immortale, nell'articolo si fa menzione solamente della risurrezione della carne. E sebbene spesso, anche nelle Sacre Scritture, la parola carne significhi tutto l'uomo, come per esempio in Isaia: "Ogni carne è come fieno" (40,6) e in san Giovanni: "II Verbo si fece carne" (1,14), tuttavia in questo luogo essa significa il corpo, per farci comprendere che delle due parti, anima e corpo, di cui è composto l'uomo, la seconda sola, cioè il corpo, si corrompe e ritorna nella polvere della terra, dalla quale fu tratto, mentre l'anima rimane incorrotta. Ma poiché nessuno è richiamato alla vita, se prima non sia morto, dell'anima non si può dire propriamente che risorge.

Si fa menzione della carne anche per confutare l'eresia propagata da Imeneo e Fileto (2 Tm 2,17), mentre ancora viveva l'Apostolo. Costoro asserivano che la risurrezione menzionata nelle Sacre Scritture non è la corporea, ma la spirituale, per la quale si risorge dalla morte del peccato alla vita della grazia. Con le parole dell'articolo evidentemente si esclude quell'errore e si conferma la risurrezione del corpo.

 

La risurrezione della carne si deve illustrare con le Scritture

130 Sarà cura del parroco illustrare questa verità con esempi tolti dal Vecchio e dal Nuovo Testamento e da tutta la storia ecclesiastica. Vi furono infatti dei richiamati a vita da Elia (1 Re 17,22) e da Eliseo (2 Re 4,34) nell'Antico Testamento; oltre quelli che risuscitò da morte nostro Signore Gesù Cristo (Mt 9,25), alcuni furono risuscitati dai santi Apostoli (At 9,40) e da altri moltissimi. Ora queste risurrezioni confermano l'insegnamento dell'articolo. Come infatti crediamo che molti furono risuscitati da morte, così deve credersi che tutti saremo richiamati alla vita. Anzi il miglior frutto che dobbiamo ricavare da questi miracoli è appunto di credere con la fede più grande questo articolo.

Sono molti i testi di cui i parroci che posseggano una conoscenza pur mediocre delle Sacre Scritture potranno servirsi. 1 più notevoli sono nel Vecchio Testamento e si possono leggere: in Giobbe, dove dice che egli, nella sua carne, vedrà il suo Dio (19,26); in Daniele, dove parla di quelli che dormono nella polvere della terra, per svegliarsi, altri alla vita eterna, altri all'eterno obbrobrio (12,2). Nel Nuovo Testamento poi abbiamo quel che san Matteo riferisce circa la disputa che ebbe il Signore con i Sadducei (Mt 22,23) e quello che narrano gli Evangelisti intorno all'ultimo giudizio (Mt 25,31). Si aggiunga anche quel che espone con tanta acutezza l'Apostolo, scrivendo ai fedeli di Corinto e di Tessalonica (1 Cor 15,12; 1 Ts 4,13).

 

Utilità degli esempi

131 Ma sebbene questa verità sia certissima per fede, gioverà molto mostrare, con esempi e con ragionamenti, che quanto la fede propone di credere, non è contrario alla natura e alla ragione umana. Difatti l'Apostolo così risponde a chi domandi come possano risorgere i morti: "O sciocco, quel che tu stesso semini, non nasce se prima non muore. E seminandolo, non semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco, per esempio di grano o di altro genere. Dio poi gli da il corpo come vuole". E poco dopo dice: "Si semina nella corruzione, risorgerà nella incorruzione" (1 Cor 15,36.38.42). A questa similitudine san Gregorio mostra che se ne possono aggiungere molte altre. "La luce" egli scrisse "ogni giorno sparisce dai nostri occhi come se morisse e ritorna di nuovo come se risorgesse; gli alberi perdono il verde e di nuovo lo riacquistano, come se risorgessero; i semi muoiono imputridendo e risorgono di nuovo germinando" (Gregorio, Moralia, 14, 55).

 

Si deve dimostrare con argomenti

132 Anche le ragioni che vengono addotte dagli scrittori ecclesiastici possono essere adatte a provare questa verità. In primo luogo, essendo l'anima immortale e avendo una propensione naturale, come parte dell'uomo, al corpo umano, si dovrà ritenere che non sia naturale per essa restare sempre divisa dal corpo. E poiché ciò che è contrario alla natura ed è violento non può durare a lungo, sembra ragionevole che si ricongiunga al corpo; ne segue che vi sarà la risurrezione dei corpi. Di questo argomento il nostro Salvatore si servì quando, disputando con i Sadducei, dall'immortalità delle anime dedusse la risurrezione dei corpi (Mt 22,32).

Secondo, Dio, che è sommamente giusto, ha apparecchiato supplizi per i cattivi e premi per i buoni. Moltissimi però muoiono senza aver scontato la pena e più ancora senza aver ricevuto il premio delle loro virtù. Dunque le anime dovranno ricongiungersi necessariamente ai loro corpi, perché questi, di cui gli uomini si servono per peccare, ricevano il castigo o il premio delle loro azioni. Questo argomento è stato trattato con molta cura da san Giovanni Crisostomo in un'omelia al popolo di Antiochia (Hom. Ad pop. Ant., 1, 9).

Ecco perché l'Apostolo, parlando della risurrezione, dice: "Se per questa vita sola speriamo in Cristo, siamo i più miserabili degli uomini" (1 Cor 15,19). Tali parole nessuno vorrà riferirle alla miseria dell'anima, che è immortale e, se anche i corpi non risorgessero, pure nella vita futura potrebbe godere la beatitudine, ma bisogna intenderle come riferite a tutto l'uomo. Se infatti al corpo non fossero dati i premi condegni per le sue pene, ne seguirebbe che coloro i quali, come gli Apostoli, hanno sopportato nella vita tante disgrazie e travagli sarebbero i più miseri dei mortali. La stessa cosa, ma molto più chiaramente, è insegnata da san Paolo con queste parole ai Tessalonicesi: "Noi stessi ci gloriarne di voi nelle chiese di Dio, della vostra pazienza e fede in mezzo a tutte le persecuzioni e tribolazioni da voi sopportate: indizio del giusto giudizio di Dio, perché siate ritenuti degni del regno di Dio, per cui anche patite. E giusto che Dio renda tribolazioni a coloro che vi affliggono; e a voi tribolati dia riposo con noi, all'apparire che farà dal cielo il Signore Gesù coi potenti suoi angeli, in un incendio di fiamme, per fare vendetta di coloro che non han riconosciuto Dio e non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù Cristo" (2 Ts 1,4-8).

Inoltre gli uomini, fintantoché l'anima è separata dal corpo, non possono raggiungere la felicità piena, ricolma di ogni bene. Infatti, come ogni parte separata dal tutto è imperfetta, così è anche l'anima che non sia unita al corpo. Perciò ne segue che è necessaria la risurrezione dei corpi perché nulla manchi alla completa felicità dell'anima.

Con queste ragioni e con altre simili il parroco potrà istruire i fedeli su questo articolo.

 

Tutti gli uomini risorgeranno

133 Sarà inoltre necessario spiegare, secondo la dottrina dell'Apostolo, quali debbano essere i risuscitati alla vita; poiché, scrivendo ai Corinzi, egli dice: "Come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti saranno vivificati" (1 Cor 15,22). Prescindendo dunque da qualsiasi differenza di buoni e cattivi, tutti, pur non avendo la stessa sorte, risorgeranno da morte: quanti fecero il bene, in risurrezione di vita; quanti fecero il male, in risurrezione di condanna (Gv 5,29).

Quando diciamo tutti vogliamo indicare tanto quelli che al momento del giudizio saranno già morti, quanto quelli che moriranno. San Girolamo infatti scrive che la Chiesa ammette l'opinione che tutti dovranno morire, nessuno eccettuato, e che questa è più vicina al vero (Epist. ad Minerv., 119); la stessa opinione è anche quella di sant'Agostino (De civit. Dei, 20, 20). Né a essa contraddice quel che l'Apostolo scrive ai Tessalonicesi: "Quelli che morirono in Cristo, risorgeranno i primi; in seguito, noi che viviamo, che siamo rimasti, verremo rapiti nell'aria, insieme con quelli, incontro a Cristo" (1 Ts 4,16). Sant'Ambrogio infatti spiegando questo passo, dice: "Nello stesso rapimento verrà prima la morte come in un sopore, di modo che l'anima uscita ritorna in un attimo. Nell'essere sollevati moriranno, affinché giungendo presso il Signore ricevano la vita per la presenza del Signore; perché con il Signore non possono esserci morti" (Comm. in 1 epist. ad Thes., 4, 16). Tale opinione viene approvata dall'autorità di sant'Agostino nella Città di Dio (ibid.).

 

Risorgerà il corpo di ciascuno

134 Ma poiché è molto importante la certezza che sia lo stesso e identico corpo di ciascuno di noi, quantunque corrotto e ridotto in polvere, a risuscitare alla vita, il parroco deve accuratamente spiegarlo. Tale è il pensiero dell'Apostolo quando dice: "Quest'essere corruttibile deve rivestirsi di incorruzione" (1 Cor 15,53), volendo manifestamente indicare con il termine questo, il proprio corpo. Anche Giobbe profetizzò di esso in modo chiarissimo dicendo: "E nella carne mia vedrò il mio Dio; lo vedrò io stesso, i miei occhi lo mireranno e non un altro" (19,26). Ciò risulta dalla stessa definizione della risurrezione; infatti essa, secondo il Damasceno, è un richiamo a quello stato dal quale sei caduto (Exp. fidei, 4, 27).

Finalmente, se consideriamo la ragione già sopra indicata per cui avverrà la risurrezione, non ci può essere alcun dubbio in proposito. Dicemmo infatti che i corpi saranno resuscitati, affinchè abbia ciascuno quel che è dovuto al suo corpo, secondo quel che operò, sia di bene, sia di male (2 Cor 5,10). L'uomo deve dunque necessariamente risorgere nello stesso corpo, con cui servì a Dio o al demonio, per ricevere con il medesimo corpo le corone del trionfo e i premi o per soffrire le pene e i supplizi.

 

Il corpo risorgerà integro

135 E non risorgerà solo il corpo; ma anche tutto ciò che è parte della sua vera natura, del decoro e ornamento dell'uomo, deve ritornare a lui. Abbiamo uno splendido argomento di sant'Agostino: "Non vi sarà allora nei corpi ombra di difetto; se alcuni furono troppo obesi e grassi per la pinguedine, non prenderanno tutta la massa del corpo; ma quel che supererà la misura normale, sarà considerato superfluo. Al contrario, tutto quello che nel corpo sarà consumato da malattia o vecchiaia, sarà ridonato da Cristo per virtù divina, come a coloro che furono gracili per magrezza Cristo riparerà non solo il corpo, ma tutto quello che fu tolto dalla miseria di questa vita" (De civit. Dei, 22,19). Così in un altro luogo: "Non riprenderà l'uomo i capelli che aveva, ma quelli che gli stavano bene, secondo il passo: "Tutti i capelli del vostro capo sono numerati"; essi devono ripararsi secondo la divina sapienza" (ibid.). Anzitutto ci saranno ridonate tutte le membra che fanno parte della completa natura umana. Chi dalla nascita sia stato privo degli occhi o li abbia perduti per qualche malattia, gli zoppi, gli storpi e i minorati risorgeranno con il corpo intero e perfetto; altrimenti non sarebbe soddisfatto il desiderio dell'anima, la quale tende all'unione con il corpo. Tale desiderio tutti crediamo con certezza che debba essere appagato.

Inoltre è certo che la risurrezione, appunto come la creazione, va annoverata fra le migliori opere di Dio. Come dunque tutte le cose dal principio della creazione uscirono perfette dalle mani di Dio, così dovrà avvenire anche nella risurrezione. Né ciò si deve dire solo dei martiri, dei quali sant'Agostino afferma: "Non saranno senza quelle membra: poiché la mutilazione non potrebbe non essere un difetto del corpo; altrimenti quelli che furono decapitati, dovrebbero risorgere senza la testa. Però rimarranno nelle loro membra le cicatrici della spada, più risplendenti dell'oro e di qualsiasi pietra preziosa, come le cicatrici delle piaghe di Cristo" (ibid.). Ciò si afferma con verità anche dei cattivi, anche se le loro membra siano state amputate per una colpa personale; poiché l'acutezza del dolore sarà in ragione delle membra che essi avranno.

Perciò una tale restituzione delle membra non ridonderà a loro felicità, ma disgrazia e miseria, poiché i meriti non vengono attribuiti alle membra, bensì alla persona alla quale sono unite. A quelli che fecero penitenza saranno restituite per premio; a quelli invece che aborrirono la penitenza, per supplizio.

Se i parroci considereranno attentamente tutto questo, non mancheranno loro i fatti e i pensieri per muovere e infiammare all'amore della religione gli animi dei fedeli, affinché considerando i fastidi e le afflizioni di quaggiù, dirigano i loro ardenti desideri verso la gloria beata della risurrezione, preparata per i giusti e per i pii.

 

Immortalità dei corpi risorti

136 Rimane ora da far comprendere ai fedeli che, sebbene per quanto ne costituisce la sostanza debba resuscitare l'identico corpo che ha subito la morte, il suo stato però sarà molto differente. A parte infatti le altre circostanze in questo sta la differenza dei corpi risuscitati da quel che erano prima: mentre allora erano soggetti alle leggi della morte, dopo richiamati a vita, a prescindere dalle differenze tra buoni e cattivi, tutti saranno immortali. Questa meravigliosa reintegrazione della natura fu meritata dalla grande vittoria che Cristo riportò sulla morte, come ci insegnano le Sacre Scritture. Sta scritto infatti: "Egli precipiterà la morte in sempiterno" (Is 25,8); e altrove: "Sarò la tua morte, o morte" (Os 13,14). Spiegando tali parole, l'Apostolo dice: "La morte, l'ultima nemica, sarà distrutta" (1 Cor 15,26). E in san Giovanni leggiamo: "D'ora in poi non vi sarà più la morte" (Ap 21,4).

Era molto conveniente che il peccato di Adamo fosse del tutto vinto per merito di Cristo nostro Signore, il quale distrusse l'impero della morte. E questo è anche conforme alla divina giustizia, perché i buoni potessero godere per sempre una vita beata; i cattivi invece, dovendo scontare pene eterne, pur cercando la morte, non la potessero trovare; desiderassero di morire, e la morte ostinatamente fuggisse loro (Ap 9,6). Questa immortalità sarà comune ai buoni e ai cattivi.

 

Doti dei corpi risorti

137 I corpi redivivi dei santi avranno fulgide e meravigliose facoltà, per le quali diverranno molto più nobili di quello che furono. Le più notevoli sono quelle quattro, che son dette "doti", e sono rilevate dai Padri, sulle orme dell'Apostolo.

La prima è l' "impassibilità"; dono e dote, la quale farà sì che essi non possano soffrire niente di molesto o essere colpiti da dolori o incomodi. Infatti non potranno a essi nuocere né la violenza del freddo, né l'ardore del fuoco, né l'impeto delle acque. "Viene seminato" dice l'Apostolo "nella corruzione; risorgerà nella incorruzione" (1 Cor 15,42). Gli Scolastici la chiamarono impassibilità invece che "incorruzione", per esprimere quel che è proprio del corpo glorioso; poiché i beati non hanno l'impassibilità in comune coi dannati, perché i corpi di questi, sebbene incorruttibili, possono patire caldo, freddo e ogni dolore.

Viene poi lo "splendore", per il quale i corpi dei santi rifulgeranno come il sole. Lo attesta, in san Matteo, il nostro Salvatore: "I giusti risplenderanno come il sole nel regno del loro Padre" (13,43). E perché nessuno dubitasse di questa promessa, la confermò con l'esempio della sua trasfigurazione (Mt 17,2). Questa dote l'Apostolo la chiama ora "gloria", ora splendore. "Riformerà" dice "il corpo nostro umile, rassomigliandolo al corpo del suo splendore" (Fil 3,21 ); e di nuovo: "È seminato nella miseria, sorgerà nella gloria" (1 Cor 15,43). Di questa gloria vide un'immagine il popolo d'Israele nel deserto, quando la faccia di Mosè, di ritorno dal colloquio avuto con Dio sul Sinai, risplendeva talmente che i figli d'Israele non vi potevano fissare gli occhi (Es 34,29). Questo splendore è un fulgore speciale che viene al corpo dalla somma felicità dell'anima ed è come un riflesso della beatitudine di cui gode l'anima: come la stessa anima diventa beata, in quanto su di essa si posa una parte della felicità divina. Non si creda però che tutti si abbelliscano di tal privilegio in ugual misura, come del primo; saranno, si, tutti egualmente impassibili i corpi dei santi, ma non avranno un uguale splendore; poiché, come assicura l'Apostolo, altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Una stella infatti differisce dall'altra per lo splendore; così nella risurrezione dei morti (1 Cor 15,41).

A questa dote va congiunta quella che chiamano "agilità", per cui il corpo sarà liberato dal peso, che ora l'affatica e con grandissima facilità potrà muoversi verso quella parte dove l'anima vorrà, così che nulla potrà esservi di più celere di quel movimento, come insegnano apertamente sant'Agostino nella Città di Dio (13,18 e 20) e san Girolamo nel commento a Isaia (cap. 40). Perciò l'Apostolo dice: "Viene seminato nella debolezza, risorgerà nella forza" (1 Cor 15,43).

A queste doti va aggiunta la sottilità o "sottigliezza", la quale pone il corpo completamente sotto l'impero dell'anima così da servirla con immediatezza, come mostrano le parole dell'Apostolo: "Si semina un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale" (1 Cor 15,44). Questi sono quasi tutti i punti principali da illustrare nella spiegazione dell'articolo.

 

Frutti salutari dell'articolo

138 Ma perché i fedeli sappiano quale frutto possono ricavare dalla conoscenza di sì numerosi e grandi misteri, si dovrà prima inculcare che dobbiamo ringraziare Dio, il quale ha nascosto queste cose ai sapienti e le ha rivelate ai piccoli. Quanti uomini infatti, illustri per prudenza o per singolare dottrina, non furono completamente all'oscuro di questa verità così certa? L'averla dunque Dio manifestata a noi, che non potevamo aspirare a comprenderla, ci deve fare eternamente lodare la sua benignità e clemenza.

Con il meditare quest'articolo, coglieremo anche il grande frutto che, nella morte di quanti per natura o benevolenza furono a noi congiunti, potremo facilmente consolare sia gli altri che noi stessi; consolazione di cui si servì l'Apostolo scrivendo ai Tessalonicesi intorno ai defunti (1 Ts 4,13). Ma anche in tutti gli altri affanni e disgrazie, il pensiero della futura risurrezione ci darà gran sollievo nel dolore. Ricordiamo il santo Giobbe, il quale sollevava l'animo afflitto e addolorato con questa sola speranza, che avrebbe finalmente potuto contemplare nella risurrezione Iddio suo signore (Gb 19,26s).

Oltre a ciò, questo pensiero sarà molto efficace nel persuadere i fedeli a mettere ogni diligenza nel menare una vita retta, integra, pura da ogni macchia di peccato. Se infatti penseranno che le immense ricchezze, successive alla risurrezione, sono preparate per loro, facilmente s'innamoreranno della virtù e della pietà. D'altro canto nessuna cosa potrà avere maggiore efficacia a sedare le passioni dell'animo e a ritrarre gli uomini dal peccato, che ammonirli spesso di quali mali e dolori saranno colpiti i cattivi che nell'ultimo giorno andranno alla risurrezione del giudizio (Gv 5,29).

 

Articolo 12

LA VITA ETERNA

 

Significato dell'articolo

139 I santi Apostoli, nostre guide, vollero chiudere il Simbolo, compendio della nostra fede, con l'articolo riguardante la "vita eterna", sia perché dopo la risurrezione della carne i fedeli non devono aspettare che il premio della vita eterna; sia perché la felicità perfetta e piena di ogni bene deve essere sempre dinanzi ai nostri occhi e apprendessimo che la mente e i pensieri nostri devono essere tutti fissi in essa. Perciò i parroci, istruendo i fedeli, non lasceranno mai di accenderne gli animi con il proporre loro i premi della vita eterna. Così tutto quello che essi avranno insegnato, anche se sommamente grave a sopportare per il nome cristiano, lo crederanno leggero e giocondo e diverranno più pronti e alacri nell'obbedire a Dio.

 

La vita eterna è una beatitudine perpetua

140 Sotto queste parole, che qui servono a spiegare la nostra beatitudine, sono nascosti molti misteri. E perciò necessario spiegarli in modo che siano a tutti noti, secondo la capacità di ciascuno. Si deve dunque far notare ai fedeli che la vita eterna significa non tanto la perpetuità della vita, alla quale partecipano anche i demoni e gli uomini cattivi, quanto la perpetuità della beatitudine, capace di soddisfare appieno il desiderio dei beati. Così la intendeva quel dottore della Legge, che nel Vangelo chiese al Signore nostro salvatore che cosa dovesse fare per possedere la vita eterna (Mt 19,16; Mc 10,17; Lc 18,18), ossia: "Che cosa devo fare per poter giungere a quel luogo dove è dato godere della felicità perfetta?". In questo senso le Sacre Scritture intendono tali parole, come si può osservare in molti luoghi (Mt 25,46; Gv 3,15; Rm 6,23).

 

Natura della beatitudine eterna

141 È stato dato appunto questo appellativo a tale beatitudine, perché non la si credesse consistere in cose materiali e caduche, le quali non possono essere eterne. Infatti questa stessa parola "beatitudine" non poteva bene esprimere quel che si voleva indicare, soprattutto perché vi sono stati certuni che, gonfi di fatua sapienza, han posto il sommo bene in quelle cose che si percepiscono coi sensi. Mentre queste periscono e invecchiano, la beatitudine non si può circoscrivere con limiti di tempo; che anzi le cose terrene sono del tutto aliene dalla vera felicità, dalla quale si allontana moltissimo chi è trasportato dall'amore e dal desiderio del mondo. Sta scritto infatti: "Non amate il mondo, ne quel che è nel mondo. Se qualcuno ama il mondo, in lui non è la carità del Padre". E poco appresso: "II mondo passa e insieme con esso la sua concupiscenza" (1 Gv 2,15.17). Questo dunque avranno cura i parroci di fissare nella mente dei fedeli, per persuaderli a disprezzare le cose del mondo e a non credere che si possa ottenere felicità quaggiù, dove non siamo cittadini, ma ospiti (1 Pt 2,11).

Tuttavia anche in questa vita potremo ben dirci beati per la virtù della speranza, purché, rigettando l'empietà e i desideri mondani, viviamo con sobrietà, con giustizia e con pietà, aspettando che si realizzi la speranza beata e la venuta della gloria del grande Dio e di Gesù Cristo nostro salvatore (Tt 2,13).

Moltissimi però, i quali credevano di esser sapienti, non avendo compreso queste cose, credettero doversi cercare la felicità in questa vita; divennero stolti e caddero nelle miserie più gravi (Rm 1,22).

Ma dal significato dell'espressione "vita eterna" impariamo anche che questa felicità, una volta raggiunta, non può più perdersi, come erroneamente alcuni supposero. Infatti la felicità risulta dall'unione di tutti i beni, senza mescolanza di alcun male: la quale felicità per appagare il desiderio dell'uomo, deve consistere necessariamente nella vita eterna. Non potrebbe infatti il beato non volere che gli sia dato di godere per sempre di quei beni che ha ottenuto. Se dunque tale possesso non fosse stabile e certo, sarebbe tormentato dall'angoscia del timore.

 

Ineffabilità della beatitudine eterna

142 Queste stesse parole però, "vita beata", mostrano a sufficienza che la grandezza della felicità dei beati nella patria celeste da essi solamente e da nessun altro può esser compresa. Infatti se noi, per significare una cosa, facciamo uso di un nome comune anche a molte altre, è chiaro che per esprimere esattamente quella cosa manca la parola propria. Poiché dunque la felicità viene espressa con voci tali che convengono egualmente ai beati e a tutti coloro che vivono una vita eterna, si può allora capire che essa è una realtà troppo alta e preclara, per poterne esprimere perfettamente la sostanza con una parola propria. Infatti nelle Sacre Scritture si danno a questa beatitudine celeste moltissimi altri nomi, come per esempio: "regno di Dio", "di Cristo", "dei cieli", "Paradiso", "Città santa", "nuova Gerusalemme", "casa del Padre" (Mc 9,46; At 14,21; 1 Cor 6,9; Ef5,5; 2 Pt 1,11; Mt 7,21; Le 23,43; Ap 3,12; 21,2.10). Tuttavia è chiaro che nessuno di essi vale a esprimerne la grandezza.

 

La fede nella beatitudine promuove la pietà

143 I parroci non si lascino qui sfuggire l'occasione di richiamare i fedeli, con la visuale dei premi tanto grandi racchiusi nel nome di vita eterna, alla pietà, alla giustizia e a tutti i doveri della religione cristiana. È noto infatti che si suole valutare la vita tra i beni più grandi cui si tende per natura. A ragione quindi la suprema felicità è stata significata mediante l'idea di vita eterna. Che se nulla è più amato, nulla può esservi di più caro o di più giocondo di questa piccola nostra vita piena di affanni, la quale va soggetta a sì numerose e varie miserie, che si dovrebbe con più verità chiamare morte; con quale ardore dell'animo, con quale impegno non dovremo desiderare la vita eterna che, distrutti tutti i mali, contiene la ragione perfetta e assoluta di tutti i beni? Poiché, come tramandarono i santi Padri, la felicità della vita eterna si deve definire come liberazione da tutti i mali e acquisto di tutti i beni. Circa i mali vi sono chiarissime testimonianze nelle Sacre Scritture. E detto infatti nell'Apocalisse: "Non avranno più né fame, né sete; né cadrà sopra essi il caldo del sole, né altro ardore" (7,16). E di nuovo: "Asciugherà Iddio dai loro occhi ogni lacrima e non vi sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le vecchie cose sparirono" (ibid. 21,4). Invece si avrà per i beati un'immensa gloria, con infinite specie di stabile letizia e di godimento. Ma la grandezza di questa gloria non può essere compresa dall'animo nostro, né può penetrare nel nostro spirito; sicché dovremo necessariamente penetrare in essa, cioè nel gaudio del Signore, affinché da esso circonfusi, sia soddisfatto perfettamente il desiderio del nostro cuore.

 

Duplice beatitudine: "essenziale" e "accessoria"

144 Quantunque, come scrive sant'Agostino, sembri che possano essere enumerati più facilmente i mali di cui mancheremo, che i beni e i piaceri che godremo (Sermo, 127, 2, 3), pure si dovrà spiegare brevemente e con chiarezza quanto varrà a infiammare i fedeli alla brama di conseguire quell'immensa felicità. Ma prima si dovrà notare la distinzione, insegnata dai più autorevoli scrittori di argomenti soprannaturali. Essi infatti stabiliscono che vi sono due generi di beni, di cui uno spetta alla natura della beatitudine, l'altro ne discende. Per ragioni pedagogiche, chiamarono i primi "beni essenziali", gli altri "accessori".

 

Beatitudine essenziale

145 La beatitudine sostanziale, che con un termine comune può dirsi "essenziale", consiste nel vedere Dio e godere della sua bellezza; perché qui è la fonte e il principio di ogni bontà. "Questa è la vita eterna" dice Cristo nostro Signore "che conoscano te, solo vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato" (Gv 17,3). San Giovanni sembra voglia spiegare codesta frase quando dice: "Carissimi, ora siamo figli di Dio; ma ancora non è manifesto quel che saremo; sappiamo però che quando lo sarà, saremo simili a lui, poiché lo vedremo quale è" (1 Gv 3,2). Il che vuoi dire che la beatitudine consiste in queste due cose: che vedremo Dio come è nella sua natura e nella sua sostanza e che diverremo come dei. Infatti chi gode di lui, sebbene ritenga la propria sostanza, riveste tuttavia una forma mirabile e quasi divina, in modo che sembri più un dio che un uomo.

Come poi questo possa avvenire si spiega dal fatto che ciascuna cosa è conosciuta o per la sua essenza o per una sua immagine che la rappresenti. Ma poiché non vi è nessuna cosa simile a Dio, per la cui sola somiglianza si possa giungere alla perfetta conoscenza di lui, ne segue che nessuno può vedere la natura ed essenza di lui, se la stessa essenza divina non si congiunge a noi. Questo vogliono significare le parole dell'Apostolo: "Ora vediamo attraverso uno specchio, in enigma; allora invece, faccia a faccia" (1 Cor 13,12). Quando dice in enigma, come spiega sant'Agostino, intende un'idea o immagine adatta a far conoscere Dio (De Trinit, 15, 9). Lo stesso mostra chiaramente san Dionigi, quando dice che per nessuna sembianza di cose inferiori si possono conoscere quelle superiori (De div. nomin., cap. 1). Infatti con la sembianza di nessuna cosa corporea si può conoscere l'essenza e la sostanza di ciò che non ha corpo, specialmente se consideriamo che le idee o immagini delle cose devono essere meno materiali e più spirituali delle cose stesse, che rappresentano. Lo possiamo facilmente constatare nella conoscenza di tutte le cose. Ma poiché è impossibile che di una cosa creata esista un'idea così pura e spirituale, quale è Dio stesso, da una tale immagine non potremo mai conoscere perfettamente l'essenza divina. Si aggiunga che tutte le cose sono circoscritte da determinati limiti di perfezione, mentre Dio è infinito e nessuna somiglianza di cosa creata può racchiudere la sua immensità.

Non rimane dunque altro modo per conoscere l'essenza divina che essa stessa si congiunga a noi, innalzando in una maniera meravigliosa più in alto la nostra intelligenza; cosi diveniamo idonei a contemplare la bellezza della sua natura. Questo lo otterremo con il lume della gloria, quando, illuminati dal suo splendore, vedremo nel suo lume il vero lume di Dio; poiché i beati sempre intuiranno Dio presente. Con questo dono, il più grande e il migliore di tutti, fatti partecipi i beati dell'essenza divina, godono la vera e permanente beatitudine (2 Pt 1,4). E noi dobbiamo crederlo con tanta certezza, che è perfino definito nel Simbolo dei Padri (niceni), doverla noi per benignità divina aspettare con sicura speranza.  Vi si dice infatti: "Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà ".

Queste cose sono del tutto divine, né possono essere spiegate a parole o comprese con il pensiero. Nondimeno possiamo scorgere un'immagine di questa beatitudine anche nelle cose percepite dai sensi. Come il ferro, se accostato al fuoco, assimila il fuoco e, sebbene la sua sostanza non muti, tuttavia sembra qualche cosa di differente, cioè fuoco, allo stesso modo quelli che sono ammessi alla gloria celeste, infiammati dall'amore di Dio, vengono così trasformati, pur non cessando di essere ciò che sono, da poter dire che differiscono da quelli che sono in questa vita, molto più che il ferro incandescente dal ferro normale (Anselmo, Lib. de simil., cap. 56). Per dirla in breve: la somma e assoluta beatitudine che diciamo essenziale deve porsi nel possesso di Dio. Infatti cosa può mancare per la felicità perfetta a chi possiede Dio ottimo e perfettissimo?

 

Beatitudine accidentale

146 Alla beatitudine essenziale s'aggiungono degli abbellimenti comuni a tutti i beati che, essendo meno lontani dalla ragione umana, sogliono commuovere ed eccitare con maggior forza gli animi nostri. A questo genere appartengono quelli a cui sembra alludere l'Apostolo scrivendo ai Romani: "Gloria e onore e pace a ognuno che fa il bene (Rm 2,10). Infatti i beati non godono solo di quella gloria, che mostrammo essere in fondo la beatitudine essenziale di Dio, ovvero congiunta strettissimamente con la sua natura; ma anche di quella che risulta dalla conoscenza chiara e precisa che ciascuno dei beati avrà dell'eccellente e splendida dignità degli altri. Ma pure quanto grande non si dovrà stimare l'onore che Dio loro concede, essendo essi chiamati non più servi, ma amici, fratelli e figli di Dio? Perciò con queste amorosissime e onorevolissime parole il nostro Salvatore inviterà i suoi eletti: "Venite benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi" (Mt 25,34). Cosicché a buon diritto si può esclamare: "I tuoi amici, o Dio, sono stati troppo onorificati" (Sal 138,17). Ma saranno lodati anche da Cristo signore dinanzi al Padre celeste e ai suoi angeli.

Inoltre, se è vero che la natura ingenerò in tutti gli uomini il desiderio di essere onorati da quelli che sono illustri per sapienza, ritenendosi che tali attestati di considerazione siano le più efficaci prove del merito, quanto non dovrà credersi grande la gloria dei beati, professando l'uno verso l'altro la stima più profonda.

Sarebbe infinita l'enumerazione di tutti i godimenti di cui sarà ripiena la gloria dei beati e non possiamo immaginarceli neppure. Tuttavia i fedeli devono persuadersi che di tutto quel che di giocondo può toccarci o desiderarsi in questa vita, sia che si riferisca alla conoscenza dell'intelletto, sia alla perfezione del corpo, di tutto la vita beata dei celesti ridonderà, sebbene in un modo più alto di quel che l'occhio possa vedere, l'orecchio possa udire o che comunque possa penetrare nel cuore dell'uomo, come afferma l'Apostolo (2 Cor 2,9). Il corpo, che prima era grossolano e materiale, quando nel cielo, tolta la mortalità, sarà diventato tenue e spirituale, non avrà più bisogno di alimenti; l'anima poi si satollerà di quel pascolo eterno di gloria, che sarà offerto a tutti dall'Autore di quel grande convito (Lc 12,37).

Chi mai potrà desiderare preziose vesti ovvero ornamenti regali per il corpo lassù dove non si avrà bisogno di tali cose e tutti saranno coperti di immortalità e di splendore, insigniti della corona della gloria eterna? Ma se è parte della felicità umana anche il possesso di una casa vasta e sontuosa, che cosa si può concepire di più vasto e sontuoso dello stesso cielo, che è illuminato in ogni parte dallo splendore divino? Perciò il profeta, ponendosi dinanzi agli occhi la bellezza di tale dimora e ardendo della brama di giungere a quella beata sede, dice: "Come sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore delle virtù! Anela e si strugge l'anima mia per il desiderio degli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente" (Sal 83,2s).

 

Come si acquista sicuramente la beatitudine

147 I parroci devono ardentemente desiderare e cercare con ogni studio che questo sia il volere di tutti i fedeli, questa la voce comune di tutti, "Poiché nella casa del Padre mio" dice il Signore "vi sono molte dimore (Gv 14,2) nelle quali saranno dati premi maggiori e minori, secondo che ognuno avrà meritato. Infatti chi semina con parsimonia, mieterà con parsimonia (2 Cor 9,6) e chi semina largamente mieterà pure largamente". Perciò non solo spingeranno i fedeli verso la beatitudine, ma li avvertiranno spesso che il modo certo per ottenerla è di istruirsi nella fede e nella carità, perseverando nella preghiera e nella salutare frequenza dei sacramenti, esercitandosi in tutte le opere caritatevoli verso il prossimo. Allora la misericordia di Dio, il quale preparò quella gloria beata a chi lo ama, farà sì che si avveri un giorno il detto del profeta: "Starà il mio popolo nella bellezza della pace, nei tabernacoli della fiducia e nella quiete opulenta" (Is 32,18).