Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXXVI Giornata Mondiale della Gioventù (Solennità di Cristo Re, 21 Novembre 2021)

Papa Francesco con i giovani alla Gmg di Cracovia APPubblichiamo di seguito il testo del Messaggio che il Santo Padre Francesco invia ai giovani e alle giovani del mondo in occasione della 36.ma Giornata Mondiale della Gioventù che sarà celebrata a livello diocesano il 21 novembre 2021, Solennità di Cristo Re, sul tema “Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto” (cfr At 26,16):

Messaggio del Santo Padre

“Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto” (cfr At 26,16)

Carissimi giovani!

Vorrei ancora una volta prendervi per mano per proseguire insieme nel pellegrinaggio spirituale che ci conduce verso la Giornata Mondiale della Gioventù di Lisbona nel 2023.

L’anno scorso, poco prima che si diffondesse la pandemia, firmavo il messaggio il cui tema era “Giovane, dico a te, alzati!” (cfrLc7,14). Nella sua provvidenza, il Signore già ci voleva preparare per la durissima sfida che stavamo per vivere.

Nel mondo intero si è dovuta affrontare la sofferenza per la perdita di tante persone care e per l’isolamento sociale. L’emergenza sanitaria ha impedito anche a voi giovani – per natura proiettati verso l’esterno – di uscire per andare a scuola, all'università, al lavoro, per incontrarvi... Vi siete trovati in situazioni difficili, che non eravate abituati a gestire. Coloro che erano meno preparati e privi di sostegno si sono sentiti disorientati. Sono emersi in molti casi problemi familiari, come pure disoccupazione, depressione, solitudine e dipendenze. Senza parlare dello stress accumulato, delle tensioni ed esplosioni di rabbia, dell’aumento della violenza.

Ma grazie a Dio questo non è l’unico lato della medaglia. Se la prova ci ha mostrato le nostre fragilità, ha fatto emergere anche le nostre virtù, tra cui la predisposizione alla solidarietà. In ogni parte del mondo abbiamo visto molte persone, tra cui tanti giovani, lottare per la vita, seminare speranza, difendere la libertà e la giustizia, essere artefici di pace e costruttori di ponti.

Quando un giovane cade, in un certo senso cade l'umanità. Ma è anche vero che quando un giovane si rialza, è come se si risollevasse il mondo intero. Cari giovani, quale grande potenzialità c’è nelle vostre mani! Quale forza portate nei vostri cuori!

Così oggi, ancora una volta, Dio dice a ciascuno di voi: “Alzati!”. Spero con tutto il cuore che questo messaggio ci aiuti a prepararci a tempi nuovi, a una nuova pagina nella storia dell’umanità. Ma non c’è possibilità di ricominciare senza di voi, cari giovani. Per rialzarsi, il mondo ha bisogno della vostra forza, del vostro entusiasmo, della vostra passione. È in questo senso che insieme a voi vorrei meditare sul brano degli Atti degli Apostoli in cui Gesù dice a Paolo: “Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto” (cfrAt26,16).

Paolo testimone davanti al re

Il versetto a cui si ispira il tema della Giornata Mondiale della Gioventù 2021 è tratto dalla testimonianza di Paolo di fronte al re Agrippa, mentre si trova detenuto in prigione. Lui, un tempo nemico e persecutore dei cristiani, adesso è giudicato proprio per la sua fede in Cristo. A distanza di circa venticinque anni, l’Apostolo racconta la sua storia e l’episodio fondamentale del suo incontro con Cristo.

Paolo confessa che nel passato aveva perseguitato i cristiani, finché un giorno, mentre andava a Damasco per arrestarne alcuni, una luce “più splendente del sole” avvolse lui e i suoi compagni di viaggio (cfr At 26,13), ma solo lui udì “una voce”: Gesù gli rivolse la parola e lo chiamò per nome.

“Saulo, Saulo!”

Approfondiamo insieme questo avvenimento. Chiamandolo per nome, il Signore fa capire a Saulo che lo conosce personalmente. È come se gli dicesse: “So chi sei, so che cosa stai tramando, ma ciò nonostante mi rivolgo proprio a te”. Lo chiama due volte, in segno di una vocazione speciale e molto importante, come aveva fatto con Mosè (cfr Es 3,4) e con Samuele (cfr 1 Sam 3,10). Cadendo a terra, Saulo riconosce di essere testimone di una manifestazione divina, una rivelazione potente, che lo sconvolge, ma non lo annienta, anzi, lo interpella per nome.

In effetti, solo un incontro personale, non anonimo con Cristo cambia la vita. Gesù mostra di conoscere bene Saulo, di “conoscerlo dentro”. Anche se Saulo è un persecutore, anche se nel suo cuore c’è l’odio per i cristiani, Gesù sa che questo è dovuto all’ignoranza e vuole dimostrare in lui la sua misericordia. Sarà proprio questa grazia, questo amore non meritato e incondizionato, la luce che trasformerà radicalmente la vita di Saulo.

“Chi sei, Signore?”

Di fronte a questa presenza misteriosa che lo chiama per nome, Saulo chiede: «Chi sei, o Signore?» (At 26,15). Questa domanda è estremamente importante e tutti, nella vita, prima o poi la dobbiamo fare. Non basta aver sentito parlare di Cristo da altri, è necessario parlare con Lui personalmente. Questo, in fondo, è pregare. È un parlare direttamente a Gesù, anche se magari abbiamo il cuore ancora in disordine, la mente piena di dubbi o addirittura di disprezzo verso Cristo e i cristiani. Mi auguro che ogni giovane, dal profondo del suo cuore, arrivi a porre questa domanda: “Chi sei, o Signore?”.

Non possiamo dare per scontato che tutti conoscano Gesù, anche nell’era di internet. La domanda che molte persone rivolgono a Gesù e alla Chiesa è proprio questa: “Chi sei?”. In tutto il racconto della vocazione di San Paolo, è l’unica volta in cui lui parla. E alla sua domanda, il Signore risponde prontamente: «Io sono Gesù, che tu perseguiti» (ibid.).

“Io sono Gesù, che tu perseguiti!”

Attraverso questa risposta, il Signore Gesù rivela a Saulo un mistero grande: che Lui si identifica con la Chiesa, con i cristiani. Fino ad allora, Saulo non aveva visto nulla di Cristo se non i fedeli che aveva rinchiuso in prigione (cfr At 26,10), per la cui condanna a morte egli stesso aveva votato (ibid.). E aveva visto come i cristiani rispondevano al male con il bene, all’odio con l’amore, accettando le ingiustizie, le violenze, le calunnie e le persecuzioni sofferte per il nome di Cristo. Dunque, a ben vedere, Saulo in qualche modo – senza saperlo – aveva incontrato Cristo: lo aveva incontrato nei cristiani!

Quante volte abbiamo sentito dire: “Gesù sì, la Chiesa no”, come se l’uno potesse essere alternativo all’altra. Non si può conoscere Gesù se non si conosce la Chiesa. Non si può conoscere Gesù se non attraverso i fratelli e le sorelle della sua comunità. Non ci si può dire pienamente cristiani se non si vive la dimensione ecclesiale della fede.

“È duro per te rivoltarti contro il pungolo”

Queste sono le parole che il Signore rivolge a Saulo dopo che è caduto a terra. Ma è come se già da tempo gli stesse parlando in modo misterioso, cercando di attirarlo a sé, e Saulo stesse resistendo. Quello stesso dolce “rimprovero”, nostro Signore lo rivolge a ogni giovane che si allontana: “Fino a quando fuggirai da me? Perché non senti che ti sto chiamando? Sto aspettando il tuo ritorno”. Come il profeta Geremia, noi a volte diciamo: “Non penserò più a lui” (Ger 20,9). Ma nel cuore di ognuno c'è come un fuoco ardente: anche se ci sforziamo di contenerlo, non ci riusciamo, perché è più forte di noi.

Il Signore sceglie uno che addirittura lo perseguita, completamente ostile a Lui e ai suoi. Ma non esiste persona che per Dio sia irrecuperabile. Attraverso l’incontro personale con Lui è sempre possibile ricominciare. Nessun giovane è fuori della portata della grazia e della misericordia di Dio. Per nessuno si può dire: è troppo lontano… è troppo tardi… Quanti giovani hanno la passione di opporsi e andare controcorrente, ma portano nascosto nel cuore il bisogno di impegnarsi, di amare con tutte le loro forze, di identificarsi con una missione! Gesù, nel giovane Saulo, vede esattamente questo.

Riconoscere la propria cecità

Possiamo immaginare che, prima dell’incontro con Cristo, Saulo fosse in un certo senso “pieno di sé”, ritenendosi “grande” per la sua integrità morale, per il suo zelo, per le sue origini, per la sua cultura. Certamente era convinto di essere nel giusto. Ma, quando il Signore gli si rivela, viene “atterrato” e si ritrova cieco. Improvvisamente scopre di non essere capace di vedere, non solo fisicamente ma anche spiritualmente. Le sue certezze vacillano. Nel suo animo avverte che ciò che lo animava con tanta passione – lo zelo di eliminare i cristiani – era completamente sbagliato. Si rende conto di non essere il detentore assoluto della verità, anzi di esserne ben lontano. E, insieme alle sue certezze, cade anche la sua “grandezza”. Improvvisamente si scopre smarrito, fragile, “piccolo”.

Questa umiltà – coscienza della propria limitatezza – è fondamentale! Chi pensa di sapere tutto di sé, degli altri e persino delle verità religiose, farà fatica a incontrare Cristo. Saulo, diventato cieco, ha perso i suoi punti di riferimento. Rimasto solo, nel buio, le uniche cose chiare per lui sono la luce che ha visto e la voce che ha sentito. Che paradosso: proprio quando uno riconosce di essere cieco, comincia a vedere!

Dopo la folgorazione sulla via di Damasco, Saulo preferirà essere chiamato Paolo, che significa “piccolo”. Non si tratta di un nickname o di un “nome d’arte” – oggi tanto in uso anche tra la gente comune: l’incontro con Cristo lo ha fatto sentire veramente così, abbattendo il muro che gli impediva di conoscersi in verità. Egli afferma di sé stesso: «Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio» (1 Cor 15,9).

Santa Teresa di Lisieux, come altri santi, amava ripetere che l’umiltà è la verità. Oggigiorno tante “storie” condiscono le nostre giornate, specialmente sulle reti sociali, spesso costruite ad arte con tanto di set, telecamere, sfondi vari. Si cercano sempre di più le luci della ribalta, sapientemente orientate, per poter mostrare agli “amici” e followers un’immagine di sé che a volte non rispecchia la propria verità. Cristo, luce meridiana, viene a illuminarci e a restituirci la nostra autenticità, liberandoci da ogni maschera. Ci mostra con nitidezza quello che siamo, perché ci ama così come siamo.

Cambiare prospettiva

La conversione di Paolo non è un tornare indietro, ma l’aprirsi a una prospettiva totalmente nuova. Infatti, lui prosegue il cammino verso Damasco, ma non è più quello di prima, è una persona diversa (cfr At 22,10). Ci si può convertire e rinnovare nella vita ordinaria, facendo le cose che siamo soliti fare, ma con il cuore trasformato e motivazioni differenti. In questo caso, Gesù chiede espressamente a Paolo di andare fino a Damasco, dove era diretto. Paolo obbedisce, ma adesso la finalità e la prospettiva del suo viaggio sono radicalmente cambiate. D’ora in poi, vedrà la realtà con occhi nuovi. Prima erano quelli del persecutore giustiziere, d’ora in poi saranno quelli del discepolo testimone. A Damasco, Anania lo battezza e lo introduce nella comunità cristiana. Nel silenzio e nella preghiera, Paolo approfondirà la propria esperienza e la nuova identità donatagli dal Signore Gesù.

Non disperdere la forza e la passione dei giovani

L’atteggiamento di Paolo prima dell’incontro con Gesù risorto non ci è tanto estraneo. Quanta forza e quanta passione vivono anche nei vostri cuori, cari giovani! Ma se l’oscurità intorno a voi e dentro di voi vi impedisce di vedere correttamente, rischiate di perdervi in battaglie senza senso, perfino di diventare violenti. E purtroppo le prime vittime sarete voi stessi e coloro che vi sono più vicini. C’è anche il pericolo di lottare per cause che all’origine difendono valori giusti, ma che, portate all’esasperazione, diventano ideologie distruttive. Quanti giovani oggi, forse spinti dalle proprie convinzioni politiche o religiose, finiscono per diventare strumenti di violenza e distruzione nella vita di molti! Alcuni, nativi digitali, trovano nell’ambiente virtuale e nelle reti sociali il nuovo campo di battaglia, ricorrendo senza scrupoli all’arma delle fake news per spargere veleni e demolire i loro avversari.

Quando il Signore irrompe nella vita di Paolo, non annulla la sua personalità, non cancella il suo zelo e la sua passione, ma mette a frutto queste sue doti per fare di lui il grande evangelizzatore fino ai confini della terra.

Apostolo delle genti

Paolo in seguito sarà conosciuto come “l’apostolo delle genti”: lui, che era stato un fariseo scrupoloso osservante della Legge! Ecco un altro paradosso: il Signore ripone la sua fiducia proprio in colui che lo perseguitava. Come Paolo, ognuno di noi può sentire nel profondo del cuore questa voce che gli dice: “Mi fido di te. Conosco la tua storia e la prendo nelle mie mani, insieme a te. Anche se spesso sei stato contro di me, ti scelgo e ti rendo mio testimone”. La logica divina può fare del peggior persecutore un grande testimone.

Il discepolo di Cristo è chiamato ad essere «luce del mondo» (Mt 5,14). Paolo deve testimoniare quello che ha visto, ma adesso è cieco. Siamo di nuovo al paradosso! Ma proprio attraverso questa sua personale esperienza Paolo potrà immedesimarsi in coloro ai quali il Signore lo manda. Infatti, è costituito testimone «per aprire i loro occhi, perché si convertano dalle tenebre alla luce» (At 26,18).

“Alzati e testimonia!”

Nell’abbracciare la vita nuova che ci è data nel battesimo, riceviamo anche una missione dal Signore: “Mi sarai testimone!”. È una missione a cui dedicarsi, che fa cambiare vita.

Oggi l’invito di Cristo a Paolo è rivolto a ognuno e ognuna di voi giovani: Alzati! Non puoi rimanere a terra a “piangerti addosso”, c’è una missione che ti attende! Anche tu puoi essere testimone delle opere che Gesù ha iniziato a compiere in te. Perciò, in nome di Cristo, ti dico:

- Alzati e testimonia la tua esperienza di cieco che ha incontrato la luce, ha visto il bene e la bellezza di Dio in sé stesso, negli altri e nella comunione della Chiesa che vince ogni solitudine.

- Alzati e testimonia l’amore e il rispetto che è possibile instaurare nelle relazioni umane, nella vita familiare, nel dialogo tra genitori e figli, tra giovani e anziani.

- Alzati e difendi la giustizia sociale, la verità e la rettitudine, i diritti umani, i perseguitati, i poveri e i vulnerabili, coloro che non hanno voce nella società, gli immigrati.

- Alzati e testimonia il nuovo sguardo che ti fa vedere il creato con occhi pieni di meraviglia, ti fa riconoscere la Terra come la nostra casa comune e ti dà il coraggio di difendere l’ecologia integrale.

- Alzati e testimonia che le esistenze fallite possono essere ricostruite, che le persone già morte nello spirito possono risorgere, che le persone schiave possono ritornare libere, che i cuori oppressi dalla tristezza possono ritrovare la speranza.

- Alzati e testimonia con gioia che Cristo vive! Diffondi il suo messaggio di amore e salvezza tra i tuoi coetanei, a scuola, all’università, nel lavoro, nel mondo digitale, ovunque.

Il Signore, la Chiesa, il Papa, si fidano di voi e vi costituiscono testimoni nei confronti di tanti altri giovani che incontrate sulle “vie di Damasco” del nostro tempo. Non dimenticate: «Se uno ha realmente fatto esperienza dell’amore di Dio che lo salva, non ha bisogno di molto tempo di preparazione per andare ad annunciarlo, non può attendere che gli vengano impartite molte lezioni o lunghe istruzioni. Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 120).

Alzatevi e celebrate la GMG nelle Chiese particolari!

Rinnovo a tutti voi, giovani del mondo, l’invito a prendere parte a questo pellegrinaggio spirituale che ci porterà a celebrare la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona nel 2023. Il prossimo appuntamento, però, è nelle vostre Chiese particolari, nelle diverse diocesi ed eparchie del mondo, dove, nella solennità di Cristo Re si celebrerà – a livello locale – la Giornata Mondiale della Gioventù 2021.

Spero che tutti noi possiamo vivere queste tappe come veri pellegrini e non come “turisti della fede”! Apriamoci alle sorprese di Dio, che vuole far risplendere la sua luce sul nostro cammino. Apriamoci ad ascoltare la sua voce, anche attraverso i nostri fratelli e le nostre sorelle. Così ci aiuteremo gli uni gli altri a rialzarci insieme, e in questo difficile momento storico diventeremo profeti di tempi nuovi, pieni di speranza! La Beata Vergine Maria interceda per noi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 14 settembre 2021, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce

FRANCESCO

Testo in lingua francese

«Lève-toi : car je t’établis témoin des choses que tu as vues !» (cf.Ac26,16)

Chers jeunes!

Je voudrais vous prendre une fois encore par la main afin de poursuivre ensemble le pèlerinage spirituel qui nous conduit vers la Journée Mondiale de la Jeunesse de Lisbonne en 2023.

L’année dernière, peu avant la propagation de la pandémie, j’avais signé le message dont le thème était “Jeune, je te le dis, lève-toi” (cf Lc 7, 14).Dans sa providence, le Seigneur voulait déjà nous préparer pour le défi très dur que nous étions sur le point de vivre.

Dans le monde entier, il a fallu affronter la souffrance de la perte de tant de personnes chères et de l’isolement social. La crise sanitaire a empêché, vous aussi les jeunes – projetés par nature vers l’extérieur –, de sortir pour aller à l’école, à l’université, au travail, de vous rencontrer… Vous vous êtes retrouvés dans des situations difficiles que vous n’aviez pas l’habitude de gérer.Ceux qui étaient moins préparés et sans soutien se sont sentis désorientés.Dans de nombreux cas des problèmes familiaux sont apparus, ainsi que le chômage, la dépression, la solitude et les dépendances.Sans parler du stress accumulé, des tensions et des explosions de colère, de l’augmentation de la violence.

Mais Dieu merci, ceci n’est pas l’unique face de la médaille. Si l’épreuve nous a montré nos fragilités, elle a aussi fait ressortir nos vertus parmi lesquelles la prédisposition à la solidarité. Partout dans le monde nous avons vu de nombreuses personnes, y compris de nombreux jeunes, lutter pour la vie, semer l’espérance, défendre la liberté et la justice, être artisans de paix et bâtisseurs de ponts.

Quand un jeune tombe, c’est, en un certain sens, l’humanité qui tombe.Mais il est aussi vrai que quand un jeune se relève, c’est comme si le monde entier se relevait.Chers jeunes, quel grand potentiel se trouve entre vos mains !Quelle force vous portez dans vos cœurs !

Ainsi, aujourd’hui encore, Dieu dit à chacun de vous: “Lève-toi !”. J’espère de tout mon cœur que ce message puisse nous aider à nous préparer à des temps nouveaux, à une nouvelle page dans l’histoire de l’humanité. Mais il n’est pas possible de recommencer sans vous, chers jeunes. Pour se relever, le monde a besoin de votre force, de votre enthousiasme, de votre passion. C’est en ce sens que je voudrais méditer avec vous sur le passage des Actes des Apôtres dans lequel Jésus dit à Paul “ Lève-toi! Je te rends témoin de ce que tu as vu” (cf. Ac 26, 16).

Paul témoin devant le roi

Le verset dont s’inspire le thème de la Journée Mondiale de la Jeunesse 2021 est tiré du témoignage de Paul devant le roi Agrippa, alors qu’il se trouve en prison. Lui qui jadis était un ennemi et un persécuteur des chrétiens, est maintenant jugé précisément pour sa foi en Christ. Environ vingt-cinq ans plus tard, l’Apôtre raconte son histoire et l’épisode fondamental de sa rencontre avec le Christ.

Paul confesse que, dans le passé, il avait persécuté les chrétiens, jusqu’à ce qu’un jour, alors qu’il allait à Damas pour en arrêter quelques-uns, une lumière “plus resplendissante que le soleil” l’entoura lui et ses compagnons de voyage (cf. Ac 26, 13), mais lui seul entendit “une voix”: Jésus lui adressa la parole et l’appela par son nom.

“Saul, Saul !”

Approfondissons ensemble cet évènement. En l’appelant par son nom, le Seigneur fait comprendre à Saul qu’il le connaît personnellement. C’est comme s’il lui disait: “Je sais qui tu es, je sais ce que tu manigances, mais néanmoins je m’adresse à toi”. Il l’appelle à deux reprises, en signe d’une vocation spéciale et très importante, comme il l’avait fait avec Moïse (cf. Ex 3, 4) et avec Samuel (cf. 1 Sam 3, 10).En tombant à terre, Saul reconnaît être témoin d’une manifestation divine, d’une révélation puissante qui le bouleverse mais ne l’anéantit pas, au contraire, qui l’interpelle par son nom.

En effet, seule une rencontre personnelle, non anonyme avec le Christ change la vie. Jésus montre qu’il connaît bien Saul, “qu’il le connaît de l’intérieur”. Même si Saul est un persécuteur, même si dans son cœur il y a de la haine pour les chrétiens, Jésus sait que cela est dû à l’ignorance et il veut démontrer en lui sa miséricorde. Cette grâce, cet amour immérité et inconditionné, sera précisément la lumière qui transformera radicalement la vie de Saul.

“Qui es-tu, Seigneur ?”

Face à cette présence mystérieuse qui l’appelle par son nom, Saul demande: « Qui es-tu, Seigneur ? » (Ac 26, 15).Cette question est extrêmement importante et dans la vie, tôt ou tard, nous devons tous la poser.Il ne suffit pas d’avoir entendu parler du Christ par d’autres, il est nécessaire de parler personnellement avec lui.Au fond, c’est cela prier.C’est parler directement à Jésus, même si peut-être nous avons le cœur encore en désordre, l’esprit plein de doutes ou même de mépris envers le Christ et les chrétiens. Je souhaite que chaque jeune, du fond de son cœur, parvienne à poser cette question: “Qui es-tu, Seigneur ?”.

Nous ne pouvons pas présumer que tout le monde connaisse Jésus, même à l’ère de l’internet.La question que de nombreuses personnes posent à Jésus et à l’Eglise est précisément celle-ci: “Qui es-tu?”.Dans tout le récit de la vocation de saint Paul, c’est l’unique fois où il parle.Et à sa question, le Seigneur répond tout de suite: « Je suis Jésus que tu persécutes » (ibid.).

“Je suis Jésus que tu persécutes !”

A travers cette réponse, le Seigneur Jésus révèle à Saul un grand mystère: le fait qu’il s’identifie avec l’Eglise, avec les chrétiens.Jusque-là, Saul n’avait rien vu du Christ si ce n’est les fidèles qu’il avait enfermés en prison (cf. Ac 26, 10), dont lui-même avait voté la condamnation à mort (ibid.).Et il avait vu comment les chrétiens répondaient au mal par le bien, à la haine par l’amour, en acceptant les injustices, les violences, les calomnies et les persécutions endurées pour le nom du Christ. Donc, à bien voir, Saul en quelque sorte – sans le savoir – avait rencontré le Christ: il l’avait rencontré dans les chrétiens!

Combien de fois avons-nous entendu dire: “Jésus oui, l’Eglise non”, comme s’ils pouvaient être interchangeables.On ne peut pas connaître Jésus sans connaître l’Eglise.On ne peut connaître Jésus qu’à travers les frères et sœurs de sa communauté.On ne peut pas se dire pleinement chrétiens si l’on ne vit pas la dimension ecclésiale de la foi.

“Il est dur pour toi de résister à l’aiguillon.”

Ce sont les paroles que le Seigneur adresse à Saul après qu’il soit tombé à terre. Mais c’est comme s’il lui parlait mystérieusement depuis longtemps, en essayant de l’attirer à lui, et que Saul résistait. Ce même doux “reproche”, notre Seigneur le fait à chaque jeune qui s’éloigne: “Jusqu’à quand fuiras-tu loin de moi? Pourquoi n’entends-tu pas que je t’appelle ? J’attends ton retour”. Comme le prophète Jérémie, nous disons parfois: «Je ne penserai plus à lui» (Jr 20, 9). Mais dans le cœur de chacun il y a comme un feu ardent: même si nous nous efforçons de le contenir, nous n’y parvenons pas, parce qu’il est plus fort que nous.

Le Seigneur choisit quelqu’un même qui le persécute, complètement hostile à lui et aux siens.Mais il n’existe personne qui soit irrécupérable pour Dieu.A travers la rencontre personnelle avec lui, il est toujours possible de recommencer.Aucun jeune n’est hors de portée de la grâce et de la miséricorde de Dieu.A personne, on ne peut dire: il est trop loin... c’est trop tard... Combien de jeunes bien qu’ayant la passion de s’opposer et d’aller à contre-courant, portent cependant caché dans leur cœur le besoin de s’engager, d’aimer de toutes leurs forces, de s’identifier à une mission ! Jésus, dans le jeune Saul, voit exactement cela.

Reconnaître sa cécité

Nous pouvons imaginer que, avant la rencontre avec le Christ, Saul était en un certain sens “plein de lui-même”, se considérant “grand” par son intégrité morale, par son zèle, par ses origines, par sa culture. Il était certainement convaincu d’être dans le vrai. Mais, quand le Seigneur se révèle à lui, il est “terrassé” et se retrouve aveugle. Tout à coup, il découvre qu’il n’est pas capable de voir non seulement physiquement, mais aussi spirituellement. Ses certitudes vacillent. Dans son âme, il ressent que ce qui l’animait avec tant de passion – le zèle pour éliminer les chrétiens – était complètement faux. Il se rend compte de ne pas être le détenteur absolu de la vérité, d’en être au contraire bien loin. Et, de même que ses certitudes, sa “grandeur” aussi tombe. Soudain, il se découvre perdu, fragile, “petit”.

Cette humilité – conscience de ses propres limites – est fondamentale! Celui qui pense tout savoir de lui-même, des autres et même des vérités religieuses, aura de la peine à rencontrer le Christ. Saul, devenu aveugle, a perdu ses repères. Seul, dans le noir, les seules choses claires pour lui sont la lumière qu’il a vue et la voix qu’il a entendue. Quel paradoxe: c’est précisément quand on reconnaît qu’on est aveugle, qu’on commence à voir.

Après avoir été ébloui sur le chemin de Damas, Saul préférera être appelé Paul, qui signifie “petit”.Il ne s’agit pas d’un surnom ou d’un “nom d’artiste” – aujourd’hui très utilisé même parmi les gens ordinaires: la rencontre avec le Christ l’a fait se sentir vraiment ainsi, en abattant le mur qui l’empêchait de se connaître en vérité.Il affirme de lui-même: «Moi, je suis le plus petit des Apôtres, je ne suis pas digne d’être appelé Apôtre, puisque j’ai persécuté l’Église de Dieu» (1 Co 15, 9).

Sainte Thérèse de Lisieux, comme d’autres saints, aimait à répéter que l’humilité est la vérité. De nos jours, de nombreuses “histoires” assaisonnent nos journées, en particulier sur les réseaux sociaux, souvent construites artificiellement avec beaucoup de décors, caméras, divers fonds d’écran.On cherche toujours plus les lumières de la scène, savamment orientées, pour pouvoir montrer aux “amis” et followers une image de soi qui souvent ne reflète pas notre vérité.Le Christ, lumière de midi, vient nous éclairer et nous rendre notre authenticité, en nous libérant de tout masque.Il nous montre nettement ce que nous sommes, parce qu’il nous aime tels que nous sommes.

Changer de perspective

La conversion de Paul n’est pas un retour en arrière, mais l’ouverture à une perspective totalement nouvelle. En effet, il poursuit le chemin vers Damas, mais il n’est plus celui qu’il était, il est une personne différente (cf. Ac 22, 10). Nous pouvons nous convertir et nous renouveler dans la vie ordinaire, en faisant les choses que nous avions l’habitude de faire, mais avec le cœur transformé et des motivations différentes. Dans ce cas, Jésus demande expressément à Paul d’aller jusqu’à Damas où il se rendait. Paul obéit, mais maintenant la finalité et la perspective de son voyage ont changé radicalement. Dorénavant il verra la réalité avec des yeux nouveaux. Avant ils étaient ceux du persécuteur justicier, désormais ils seront ceux du disciple témoin. A Damas, Ananie le baptise et l’introduit dans la communauté chrétienne. Dans le silence et la prière, Paul approfondira sa propre expérience et la nouvelle identité qui lui a été donnée par le Seigneur Jésus.

Ne pas disperser la force et la passion des jeunes

L’attitude de Paul avant la rencontre avec Jésus ressuscité ne nous est pas si étrangère.Que de force et de passion vivent aussi dans vos cœurs, chers jeunes !Mais si l’obscurité autour de vous et en vous vous empêche de voir correctement, vous risquez de vous perdre dans des combats qui n’ont pas de sens, jusqu’à devenir violents.Et malheureusement vous en serez vous-mêmes les premières victimes, ainsi que ceux qui vous sont proches.Il y a aussi le danger de lutter pour des causes qui, à l’origine, défendent des valeurs justes, mais qui, portées à l’exaspération, deviennent des idéologies destructrices.Combien de jeunes aujourd’hui, peut-être poussés par leurs convictions politiques ou religieuses, finissent par devenir des instruments de violence et de destruction dans la vie de beaucoup! Certains, nés dans l’ère du numérique, trouvent dans l’environnement virtuel et sur les réseaux sociaux le nouveau champ de bataille, faisant recours sans scrupule à l’arme des fake news pour répandre des poisons et démolir leurs adversaires.

Quand le Seigneur fait irruption dans la vie de Paul, il n’annule pas sa personnalité, il n’efface pas son zèle et sa passion, mais il met à profit ses dons pour faire de lui le grand évangélisateur jusqu’aux extrémités de la terre.

Apôtre des nations

Paul sera connu plus tard comme “l’apôtre des nations”: lui, qui a été un pharisien scrupuleux observant de la Loi! Voici un autre paradoxe: le Seigneur place sa confiance précisément en celui qui le persécutait. Comme Paul, chacun de nous peut entendre au fond de son cœur cette voix qui lui dit: “Je te fais confiance. Je connais ton histoire et je la prends dans mes mains, avec toi. Même si tu as souvent été contre moi, je te choisis et je fais de toi mon témoin”. La logique divine peut faire du pire persécuteur un grand témoin.

Le disciple du Christ est appelé à être «lumière du monde» (Mt 5, 14). Paul doit témoigner de ce qu’il a vu, mais maintenant il est aveugle. Nous sommes de nouveau dans un paradoxe! Mais précisément à travers son expérience personnelle, Paul pourra s’identifier à ceux vers qui le Seigneur l’envoie. En effet, il a été établi témoin « pour leur ouvrir les yeux, pour les ramener des ténèbres vers la lumière» (Ac 26, 18).

“Lève-toi et témoigne !”

En embrassant la vie nouvelle qui nous est donnée dans le baptême, nous recevons également une mission du Seigneur: “Tu seras mon témoin !”.C’est une mission à laquelle il faut se consacrer, qui change la vie.

Aujourd’hui, l’invitation du Christ à Paul s’adresse à chacun et à chacune de vous, jeunes: Lève-toi !Tu ne peux pas rester à terre à “t’apitoyer sur ton sort”, il y a une mission qui t’attend !Toi aussi, tu peux être témoin des œuvres que Jésus a commencées à accomplir en toi. C’est pourquoi, au nom du Christ, je te dis :

- Lève-toi et témoigne de ton expérience d’aveugle qui a rencontré la lumière, qui a vu le bien et la beauté de Dieu en lui-même, dans les autres et dans la communion de l’Eglise qui l’emporte sur toute solitude.

- Lève-toi et témoigne de l’amour et du respect qu’il est possible d’instaurer dans les relations humaines, dans la vie familiale, dans le dialogue entre parents et enfants, entre jeunes et personnes âgées.

- Lève-toi et défends la justice sociale, la vérité et la rectitude, les droits humains, les persécutés, les pauvres et les vulnérables, les sans-voix dans la société, les immigrés.

- Lève-toi et témoigne du nouveau regard qui te fait voir la création avec des yeux pleins d’émerveillement, qui te fait reconnaître la Terre comme notre maison commune et qui te donne le courage de défendre l’écologie intégrale.

- Lève-toi et témoigne que les existences qui ont échoué peuvent être reconstruites, que les personnes déjà mortes en esprit peuvent ressusciter, que les personnes esclaves peuvent redevenir libres, que les cœurs oppressés par la tristesse peuvent retrouver l’espérance.

- Lève-toi et témoigne avec joie que le Christ vit! Répands son message d’amour et de salut parmi ceux de ton âge, à l’école, à l’université, au travail, dans le monde numérique, partout.

Le Seigneur, l’Eglise, le Pape, vous font confiance et vous constituent témoins à l’égard de tant d’autres jeunes que vous rencontrez sur les “voies de Damas” de notre temps. N’oubliez pas: «Si quelqu’un a vraiment fait l’expérience de l’amour de Dieu qui le sauve, il n’a pas besoin de beaucoup de temps de préparation pour aller l’annoncer, il ne peut pas attendre d’avoir reçu beaucoup de leçons ou de longues instructions. Tout chrétien est missionnaire dans la mesure où il a rencontré l’amour de Dieu en Jésus Christ» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 120).

Levez-vous et célébrez la JMJ dans vos Eglises particulières!

Je vous renouvelle à tous, jeunes du monde entier, l’invitation à prendre part à ce pèlerinage spirituel qui nous conduira à célébrer la Journée Mondiale de la Jeunesse à Lisbonne en 2023. Le prochain rendez-vous, cependant, est dans vos Eglises particulières, dans les différents diocèses et éparchies du monde entier où, en la solennité du Christ-Roi, la Journée Mondiale de la Jeunesse 2021 sera célébrée au niveau local.

J’espère que nous pourrons tous vivre ces étapes comme de vrais pèlerins et non comme des “touristes de la foi” !Ouvrons-nous aux surprises de Dieu, qui veut faire resplendir sa lumière sur notre chemin.Ouvrons-nous à écouter sa voix, également à travers nos frères et nos sœurs.Ainsi nous nous aiderons les uns les autres à nous relever ensemble, et en ce moment historique difficile nous deviendrons prophètes des temps nouveaux, pleins d’espérance !Que la Bienheureuse Vierge Marie intercède pour nous.

Rome, Saint Jean de Latran, 14 septembre 2021, Fête de l’Exaltation de la Sainte Croix.

FRANÇOIS

Testo in lingua inglese

“Stand up. I appoint you as a witness of what you have seen. (cf.Acts26:16)”

Dear young people,

Once again I would like to take you by the hand and walk with you on the spiritual pilgrimage that leads to the 2023 World Youth Day in Lisbon.

Last year’s Message, which I signed shortly before the pandemic broke out, had as its theme: “Young man, I say to you, arise!” (cf. Lk 7:14). In his providence, the Lord was already preparing us for the grave challenge we were about to experience.

Everywhere in the world, we suffered the loss of so many of our dear ones and experienced social isolation. The health emergency was a particular setback for you young people, for your life is naturally directed outwards: to school or university, to work and social gatherings. You found yourselves in difficult situations that you were not used to facing. Those who found it harder, or lacked support, felt disoriented. We saw a rise in family problems, unemployment, depression, loneliness and addictive behaviour, to say nothing of growing stress, tensions, outbursts of anger and increased violence.

Yet, thank God, this was only one side of the coin. The experience showed us our fragility, but it also revealed our virtues, including our inclination to solidarity. All over the world, we saw great numbers of individuals, including many young people, helping to save lives, sowing seeds of hope, upholding freedom and justice, and acting as peacemakers and bridge builders.

Whenever a young person falls, in some sense all humanity falls. Yet it is also true that when a young person rises, it is as if the whole world rises as well. Young people, what great potential you have in your hands! What great strength you have in your hearts!

Today too, God is saying to each one of you: “Arise!” I fervently hope that this Message may help us prepare for new times and a new page in the history of humanity. Yet we cannot begin anew without you, dear young people. If our world is to arise, it needs your strength, your enthusiasm, your passion. I would like, then, to meditate with you on the passage of the Acts of the Apostles where Jesus says to Saint Paul: “Arise! I have appointed you to testify to what you have seen” (cf. Acts 26:16).

Paul’s witness before the king

The verse that has inspired the theme of the 2021 World Youth Day is taken from the testimony of Paul before King Agrippa following his imprisonment. Paul, formerly the enemy and persecutor of Christians, is now on trial precisely for his faith in Christ. Some twenty-five years later, the apostle recounted the story of his fateful encounter with Christ.

Paul states that he persecuted Christians, until one day while travelling to Damascus to arrest some of them, a light “brighter than the sun” shone around him and his companions (cf. Acts 26:13). He alone, however, heard “a voice”: the voice of Jesus who spoke to him, calling him by name.

Saul! Saul!

Let us take a closer look at this event. By calling Saul by name, the Lord made him realize that he knew him personally. It was as if he said: “I know who you are and what you are up to; even so, I am speaking directly to you”. Twice, the Lord calls Paul by name as the sign of an important special vocation; so he had earlier done with Moses (cf. Ex 3:4) and Samuel (cf. 1 Sam 3:10). Falling to the ground, Saul realizes that he is witnessing a theophany, a powerful divine revelation that throws him into confusion, but does not destroy him. Instead, he finds himself called by name.

Only a personal and non-anonymous encounter with Christ changes lives. Jesus shows that he knows Saul very well, “inside out”. Even though Saul is a persecutor, even though his heart is full of hatred for Christians, Jesus realizes that this is due to ignorance. He wants to show in him his mercy. This grace, this unmerited and unconditional love, will be the light that radically transforms Saul’s life.

Who are you, Lord?

Before this mysterious presence calling out his name, Saul asks: “Who are you, Lord?” (Acts 26:15) This question is decisive, and sooner or later all of us have to ask it. It is not enough to hear other people speak about Jesus; we need to speak to him ourselves, personally. Deep down, this is what prayer is all about. Prayer means talking directly with Jesus, even though our heart may still be confused and our mind full of doubts or even contempt for Christ and Christians. I pray that every young person, in the depths of his or her heart, will eventually ask the question: “Who are you, Lord?”

We can no longer assume that everyone knows Jesus, even in the age of the internet. The question that many people are asking of Jesus and his Church is precisely this: “Who are you?” In the entire story of Saint Paul’s calling, this is the only time in which he, Paul, speaks. And the Lord immediately replies: “I am Jesus whom you are persecuting” (ibid.).

“I am Jesus, whom you are persecuting!”

With this answer, Jesus reveals to Saul a great mystery: that he sees himself as one with the Church, with Christians. Up to that point, Saul had seen nothing of Christ, but only the faithful whom he had cast into prison (cf. Acts 26:10) and in whose killing he had consented (ibid.). He had seen how Christians responded to evil with goodness, hatred with love, enduring injustice, violence, calumnies and persecutions for the name of Christ. In some way, without knowing it, Saul had already encountered Christ. He had encountered him in Christians!

How many times have we heard it said “Jesus yes, the Church no!”, as if one could be an alternative to the other. One cannot know Jesus if one does not know the Church. One cannot know Jesus apart from the brothers and sisters in his community. We cannot call ourselves fully Christian unless we experience faith’s ecclesial dimension.

“It hurts you to kick against the goads”

With these words, the Lord speaks to Saul after he had fallen to the ground. Yet for some time he had no doubt been mysteriously repeating those same words to Saul, in an attempt to draw him to himself. Saul, however, had resisted. Our Lord addresses that same gentle “reproach” to every young person who turns away from him: “How long will you flee from me? Why can’t you hear me calling you? I am waiting for you to come back to me”. There are times when we too say, like the prophet Jeremiah: “I will no longer think about him” (cf. Jer 20:9). Yet a fire burns in every person’s heart: even if we try to stifle it, we will not succeed, because it is stronger than we are.

The Lord chose someone who was persecuting him, completely hostile to him and his followers. We see that, in God’s eyes, no one is lost. Thanks to a personal encounter with him, we can always start over again. No young person is ever beyond the reach of God’s grace and mercy. Of no one can we say: He’s too far gone… It’s too late… How many young people passionately rebel and go against the grain, while deep in their hearts they feel a need to be committed, to love with all their heart, to have a mission in life! In the young Saul, Jesus saw exactly that.

Recognizing our blindness

We can imagine that, before his encounter with Christ, Saul was to some extent “full of himself”, thinking he was “great” on the basis of his moral integrity, zeal, background and education. Certainly, he was convinced of being right. Once the Lord reveals himself, Saul “falls to the ground”, blinded. Suddenly, he is unable to see, both physically and spiritually. His certainties are shaken. In his heart, he realizes that his passionate zeal to kill Christians was utterly wrong. He realizes that he does not possess absolute truth, and is indeed far from it. His certainties and his pride dissipate; suddenly he finds himself disoriented, weak and “small”.

Such humility – the awareness of our limitations – is essential! Those who are convinced that they know everything about themselves, other persons and even religious truths, will find it hard to encounter Christ. Saul, once blinded, lost his reference points. Alone in darkness, the only clear things were the light he saw and the voice he heard. How paradoxical! Only when we are blinded, do we start to see!

After his overpowering experience on the road to Damascus, Saul preferred to be called Paul, a name that means “small”. This was not like those nicknames or made-up names so common today. His encounter with Christ changed his life; it made him feel truly small and tore down everything preventing him from truly coming to know himself. As he tells us: “I became the least of the apostles, unfit to be called an apostle, because I persecuted the Church of God” (1 Cor 15:9).

Saint Therese of Lisieux, like so many other saints, loved to say that humility is truth. Nowadays we fill up our time, especially on social media, with any number of “stories”, often carefully constructed with backdrops, web cameras and special effects. More and more, we want to be in the spotlight, perfectly framed, ready to show our “friends” and “followers” an image of ourselves that does not reflect who we really are. Christ, the noonday sun, comes to enlighten us and to restore our authenticity, freeing us from all our masks. He shows us clearly who we are, for that is exactly how he loves us.

Changing perspective

Paul’s conversion did not involve turning back, but being open to a completely new way of seeing things. He continued on his journey to Damascus, but something had changed; now he was a different person (cf. Acts 22:10). Conversion can renew our everyday lives. We continue to do what we did before, but our hearts and motives are now changed. In the case of Paul, Jesus told him to continue on to Damascus, where he had originally been going. Paul obeyed, but the goal and purpose of his journey were radically altered. From this point on, Paul will view things with new eyes, no longer as a persecutor and executioner, but as a disciple and a witness. In Damascus, Ananias will baptize him and present him to the Christian community. In silence and prayer, Paul would deepen his experience and the new identity bestowed on him by the Lord Jesus.

Do not dissipate the strength and passion of youth

Paul’s attitude prior to his encounter with the risen Jesus is not so strange for us. How much strength and passion also well up in your own hearts, dear young people! Yet the darkness around and inside you can prevent you from seeing things rightly. You can risk finding yourselves lost in fighting meaningless and even violent battles. Sadly, the first victims will be yourselves and those closest to you. There is also the danger of fighting for causes that begin by upholding just values, but once carried to extremes, turn into destructive ideologies. How many young people today inspired, perhaps driven, by political or religious convictions, end up becoming instruments of violence and destruction in the lives of many others! Some, moving with ease in the digital world, use virtual reality and social networks as a new battlefield, unscrupulously employing the weapon of fake news to spread venom and to wipe out their adversaries.

When the Lord broke into Paul’s life, he did not suppress his personality or passionate zeal. Instead, he brought those gifts of his to full flower by making him a great herald of the Gospel to the very ends of the earth.

The apostle of the nations

Henceforth, Paul would be called the “apostle of the nations”. Paul, who had been a Pharisee, a scrupulous follower of the Law! Here we see yet another paradox: the Lord putting his trust in the very one who had persecuted him. Like Paul, each of us can hear a voice in our heart saying: “I trust you. I know your story and I lay hold of it, together with you. Even if you have often been against me, I choose you and make you my witness”. God’s ways of thinking can turn the worst persecutor into a great witness.

Christ’s disciples are called to be “the light of the world” (Mt 5:14). Paul must now testify to what he saw, but for the time being he is blind. Another paradox! Yet by virtue of his personal experience, Paul can fully identify with those to whom the Lord will send him. That was why he was made a witness: “to open their eyes, so that they may turn from darkness to light” (Acts 26:18).

“Arise and bear witness!”

When we embrace the new life bestowed on us in baptism, the Lord gives us an important and life-changing mission: “You are to be my witness!”

Today Christ speaks to you the same words that he spoke to Paul: Arise! Do not remain downcast or caught up in yourself: a mission awaits you! You too can testify to what Jesus has begun to accomplish in your lives. In Jesus’ name, I ask you:

- Arise! Testify that you too were blind and encountered the light. You too have seen God’s goodness and beauty in yourself, in others and in the communion of the Church, where all loneliness is overcome.

- Arise! Testify to the love and respect it is possible to instil in human relationships, in the lives of our families, in the dialogue between parents and children, between the young and the elderly.

- Arise! Uphold social justice, truth and integrity, human rights. Protect the persecuted, the poor and the vulnerable, those who have no voice in society, immigrants.

- Arise! Testify to the new way of looking at things that enables you to view creation with eyes brimming with wonder, that makes you see the Earth as our common home, and gives you the courage to promote an integral ecology.

- Arise! Testify that lives of failure can be rebuilt, that persons spiritually dead can rise anew, that those in bondage can once more be free, that hearts overwhelmed by sorrow can rediscover hope.

- Arise! Testify joyfully that Christ is alive! Spread his message of love and salvation among your contemporaries, at school and in the university, at work, in the digital world, everywhere.

The Lord, the Church and the Pope trust you and appoint you to bear witness before all those other young people whom you will encounter on today’s “roads to Damascus”. Never forget that “anyone who has truly experienced God’s saving love does not need much time or lengthy training to go out and proclaim that love. Every Christian is a missionary to the extent that he or she has encountered the love of God in Christ Jesus” (Evangelii Gaudium, 120).

Arise and celebrate WYD in the particular Churches!

Once again, I invite all of you, young people throughout the world, to take part in this spiritual pilgrimage leading to the celebration of the 2023 World Youth Day in Lisbon. The next event, however, will take place in your particular Churches, in the different dioceses and eparchies of the world, where the 2021 World Youth Day will be celebrated locally, on the Solemnity of Christ the King.

I hope that all of us can experience these steps along the way as true pilgrims, and not merely as “religious tourists”! May we be increasingly open to God’s surprises, for he wants to light up our path. May we be more and more open to hearing his voice, also through the voices of our brothers and sisters. In this way, we will help one another to arise together and, at this troubled time in our history, we will become the prophets of a new and hope-filled future! May the Blessed Virgin Mary intercede for all of us.

Rome, Saint John Lateran, 14 September 2021, Feast of the Exaltation of the Holy Cross

FRANCIS

Testo in lingua tedesca

“Steh auf! Ich erwähle dich zum Zeugen dessen, was du gesehen hast” (vgl.Apg26,16)

Liebe junge Menschen,

noch einmal möchte ich euch an die Hand nehmen, um unseren gemeinsamen geistlichen Pilgerweg fortzusetzen, der uns zum Weltjugendtag 2023 in Lissabon führt.

Letztes Jahr unterzeichnete ich kurz vor Ausbreitung der Pandemie die Botschaft, deren Thema lautete: „Jüngling, ich sage dir: Steh auf!“ (vgl. Lk 7,14). In seiner Vorsehung wollte der Herr uns bereits auf die äußerst harte Herausforderung vorbereiten, die wir erleben sollten.

Überall auf der Welt mussten wir leidvoll den Verlust so vieler geliebter Menschen und die soziale Isolation ertragen. Die gesundheitliche Notlage hat auch euch junge Menschen, die ihr von Natur aus weltoffen seid, daran gehindert, zur Schule, zur Universität, zur Arbeit zu gehen, euch zu treffen ... Ihr fandet euch in schwierigen Situationen wieder, die ihr nicht gewohnt wart zu bewältigen. Diejenigen, die weniger vorbereitet waren und denen es an Unterstützung fehlte, fühlten sich orientierungslos. In vielen Fällen traten familiäre Probleme auf, aber auch Arbeitslosigkeit, Depressionen, Einsamkeit und Abhängigkeiten. Ganz zu schweigen von aufgestautem Druck, Spannungen, Wutausbrüchen und vermehrter Gewalt.

Aber Gott sei Dank ist das nur die eine Seite der Medaille. Die Prüfung hat uns zwar unsere Schwächen vor Augen geführt, hat aber auch unsere Tugenden zum Vorschein gebracht, darunter unsere Veranlagung zur Solidarität. Überall auf der Welt haben wir viele Menschen gesehen, darunter auch viele junge Menschen, die für das Leben kämpfen, Hoffnung säen, für Freiheit und Gerechtigkeit eintreten, Friedensstifter und Brückenbauer sind.

Wenn ein junger Mensch fällt, fällt in gewisser Weise auch die Menschheit. Aber es ist auch wahr, dass, wenn ein junger Mensch aufsteht, es so ist, als würde die ganze Welt wieder aufstehen. Liebe junge Menschen, welch großes Potenzial liegt in euren Händen! Welche Kraft tragt ihr in euren Herzen!

So sagt Gott heute noch einmal zu jedem von euch: „Steh auf!“. Ich hoffe von ganzem Herzen, dass diese Botschaft uns helfen möge, uns auf neue Zeiten vorzubereiten, auf ein neues Kapitel in der Menschheitsgeschichte. Aber ohne euch, liebe Jugendliche, gibt es keine Chance für einen Neuanfang. Um aufzustehen, braucht die Welt eure Kraft, eure Begeisterung und eure Leidenschaft. In diesem Sinne möchte ich zusammen mit euch die Stelle aus der Apostelgeschichte betrachten, in der Jesus zu Paulus sagt: „Steh auf! Ich erwähle dich zum Zeugen dessen, was du gesehen hast“ (vgl. Apg 26,16).

Paulus als Zeuge vor dem König

Der Vers, der das Motto des Weltjugendtags 2021 angeregt hat, stammt aus dem Zeugnis des Paulus vor König Agrippa während der Zeit seiner Gefangenschaft. Er, der einst ein Feind und Verfolger der Christen war, wird nun für seinen Glauben an Christus verurteilt. Etwa fünfundzwanzig Jahre später erzählt der Apostel seine Geschichte und das grundlegende Ereignis seiner Begegnung mit Christus.

Paulus bekennt, dass er in der Vergangenheit die Christen verfolgt hatte, bis er eines Tages, während er unterwegs nach Damaskus war, um einige von ihnen zu verhaften, von einem Licht „heller als die Sonne“ umstrahlt wurde (vgl. Apg 26,13); er allein aber hörte „eine Stimme“: Jesus sprach zu ihm und rief ihn beim Namen.

Saulus, Saulus!”

Vertiefen wir gemeinsam dieses Geschehnis. Indem der Herr ihn beim Namen nennt, macht er Saulus klar, dass er ihn persönlich kennt. Es ist, als würde er zu ihm sagen: „Ich weiß, wer du bist, ich weiß, was du im Schilde führst, aber trotzdem wende ich mich gerade an dich“. Er ruft ihn zweimal, als Zeichen einer besonderen und sehr wichtigen Berufung, wie er es bei Mose (vgl. Ex 3,4) und bei Samuel (vgl. 1 Sam 3,10) getan hatte. Saulus stürzt zu Boden und erkennt, dass er Zeuge einer göttlichen Erscheinung, einer machtvollen Offenbarung ist, die ihn erschüttert, aber nicht auslöscht, sondern ihn sogar mit seinem Namen anspricht.

In der Tat verändert nur eine persönliche und nicht anonyme Begegnung mit Christus das Leben. Jesus zeigt, dass er Saulus gut kennt, dass er ihn innerlich kennt. Auch wenn Saulus ein Verfolger ist, auch wenn sein Herz voller Hass auf die Christen ist, so weiß Jesus doch, dass dies auf Unwissenheit beruht, und will an ihm sein Erbarmen bekunden. Gerade diese Gnade, diese unverdiente und bedingungslose Liebe wird das Licht sein, welches das Leben von Saulus radikal verändern sollte.

„Wer bist du, Herr?"

Angesichts dieser geheimnisvollen Präsenz, die ihn beim Namen ruft, fragt Saulus: »Wer bist du, Herr?« (Apg 26,15). Diese Frage ist äußerst wichtig und wir alle müssen sie uns irgendwann in unserem Leben stellen. Es reicht nicht aus, von anderen über Christus gehört zu haben, man muss mit ihm persönlich sprechen. Das bedeutet letztlich, zu beten. Es ist ein direktes Gespräch mit Jesus, auch wenn in unserem Herzen vielleicht noch Unordnung besteht, unser Geist von Zweifeln oder sogar von Geringschätzung für Christus und die Christen erfüllt ist. Ich wünsche mir, dass jeder junge Mensch aus tiefstem Herzen dazu kommt, diese Frage zu stellen: „Wer bist du, Herr?“

Wir können es nicht als selbstverständlich voraussetzen, dass alle Jesus kennen, selbst nicht im Zeitalter des Internets. Die Frage, die viele Menschen Jesus und der Kirche stellen, lautet genauso: „Wer bist du?“. In der gesamten Erzählung über die Berufung des Paulus ist dies das einzige Mal, dass er etwas sagt. Und auf seine Frage antwortet der Herr umgehend: »Ich bin Jesus, den du verfolgst« (ebd.).

„Ich bin Jesus, den du verfolgst!“

Durch diese Antwort offenbart der Herr Jesus Saulus ein großes Geheimnis: dass er sich mit der Kirche, mit den Christen identifiziert. Bis dahin hatte Saulus nichts von Christus gesehen, außer den Gläubigen, die er ins Gefängnis gesperrt hatte (vgl. Apg 26,10) und deren Todesurteil er selbst zugestimmt hatte (ebd.). Und er hatte gesehen, wie die Christen dem Bösen mit dem Gutem, dem Hass mit der Liebe antworteten und Ungerechtigkeit, Gewalt, Verleumdung und Verfolgung, die sie um des Namens Christi willen erlitten hatten, in Kauf nahmen. Wenn wir also genau hinschauen, war Saulus auf gewisse Weise Christus unwissentlich begegnet: Er war ihm in den Christen begegnet!

Wie oft haben wir sagen hören: „Jesus ja, die Kirche nein“, als ob das Eine eine Alternative zu dem Anderen sein könnte. Man kann Jesus nicht kennen, wenn man die Kirche nicht kennt. Man kann Jesus nicht kennenlernen, wenn nicht durch die Brüder und Schwestern seiner Gemeinschaft. Man kann sich nicht voll und ganz als Christ bezeichnen, wenn man nicht die kirchliche Dimension des Glaubens lebt.

„Es wird dir schwerfallen, gegen den Stachel auszuschlagen.“

Dies sind die Worte, die der Herr an Saulus richtet, nachdem er zu Boden gefallen ist. Aber es ist, als hätte er schon seit einiger Zeit auf geheimnisvolle Weise zu ihm gesprochen und versucht, ihn an sich zu ziehen; Saulus jedoch widersetzte sich. Unser Herr richtet dieselbe sanfte „Zurechtweisung“ an jeden jungen Menschen, der sich von ihm entfernt: „Wie lange willst du vor mir weglaufen? Warum hörst du nicht, dass ich dich rufe? Ich warte auf deine Rückkehr“. Wie der Prophet Jeremia sagen wir zuweilen: „Ich will nicht mehr an ihn denken“ (Jer 20,9). Aber im Herzen eines jeden von uns brennt es wie ein Feuer: Auch wenn wir versuchen, es einzudämmen, können wir es nicht, denn es ist stärker als wir.

Der Herr erwählt einen, der ihn sogar verfolgt und ihm und den Seinen völlig feindselig ist. Aber es gibt keinen Menschen, der für Gott unwiederbringlich verloren ist. Durch eine persönliche Begegnung mit ihm ist es immer möglich, neu anzufangen. Kein junger Mensch ist außerhalb der Reichweite von Gottes Gnade und Barmherzigkeit. Über niemanden kann man sagen: Er ist zu weit weg … Es ist zu spät! Wie viele junge Menschen sind leidenschaftlich darin, sich zu widersetzen und gegen den Strom zu schwimmen, tragen aber in der Verborgenheit ihres Herzens das Bedürfnis, sich zu engagieren, mit aller Kraft zu lieben, sich mit einer Mission zu identifizieren! Jesus sieht genau das in dem jungen Saulus.

Die eigene Blindheit erkennen

Wir können uns vorstellen, dass Saulus vor seiner Begegnung mit Christus in gewisser Weise „von sich eingenommen“ war und sich aufgrund seiner moralischen Integrität, seines Eifers, seiner Herkunft und seiner Kultur für „groß“ hielt. Sicherlich war er überzeugt, im Recht zu sein. Doch als der Herr sich ihm offenbart, wird er „zu Boden geworfen“ und findet sich blind wieder. Plötzlich stellt er fest, dass er nicht nur körperlich, sondern auch geistig nicht mehr sehen kann. Seine Gewissheiten geraten ins Schwanken. In seiner Seele spürt er, dass das, was ihn so leidenschaftlich angetrieben hatte - der Eifer, die Christen zu beseitigen - völlig falsch war. Er erkennt, dass er nicht der absolute Inhaber der Wahrheit ist, sondern vielmehr weit davon entfernt ist. Und zusammen mit seinen Gewissheiten fällt auch seine „Größe“. Plötzlich entdeckt er sich als verloren, zerbrechlich, „klein".

Diese Demut – das Bewusstsein der eigenen Begrenztheit – ist grundlegend! Wer glaubt, alles über sich selbst, andere und sogar religiöse Wahrheiten zu wissen, wird es schwer haben, Christus zu begegnen. Saulus ist erblindet und hat seine Orientierungspunkte verloren. In der Dunkelheit allein gelassen, ist das Einzige, das ihm klar ist, das Licht, das er sah, und die Stimme, die er hörte. Welch ein Paradox: Gerade wenn man erkennt, dass man blind ist, beginnt man zu sehen!

Nach seiner blitzartigen Erleuchtung auf dem Weg nach Damaskus wird Saulus es vorziehen, Paulus genannt zu werden, was „der Kleine“ bedeutet. Es handelt sich nicht um einen Spitznamen oder einen „Künstlernamen“, wie er heute selbst unter gewöhnlichen Menschen sehr gebräuchlich geworden ist: Die Begegnung mit Christus hat ihn dies wirklich so empfinden lassen und die Mauer niedergerissen, die ihn daran hinderte, sich selbst in Wahrheit zu erkennen. Er sagt von sich selbst: »Denn ich bin der Geringste von den Aposteln; ich bin nicht wert, Apostel genannt zu werden, weil ich die Kirche Gottes verfolgt habe« (1 Kor 15,9).

Die heilige Thérèse von Lisieux wiederholte wie andere Heilige gerne, dass Demut die Wahrheit sei. In der heutigen Zeit würzen vor allem in den sozialen Netzwerken so viele „Geschichten“ (stories) unsere Tage, die oft kunstvoll mit Kulissen, Kameras und verschiedenen Hintergründen gestaltet sind. Die Menschen suchen zunehmend das Rampenlicht, um „Freunden“ und Followers ein Bild von sich zu zeigen, das manchmal nicht der Wahrheit entspricht. Christus, das Mittagslicht, kommt, um uns zu erleuchten und uns in unserer Echtheit wiederherzustellen, indem er uns von allen Masken befreit. Er zeigt uns deutlich, was wir sind, denn er liebt uns so, wie wir sind.

Die Perspektive wechseln

Die Bekehrung des Paulus ist keine Rückwärtsbewegung, sondern ein Sich-öffnen für eine völlig neue Perspektive. In der Tat, er ist weiterhin unterwegs nach Damaskus, aber er ist nicht mehr der, der er vorher war, er ist ein anderer Mensch (vgl. Apg 22,10). Man kann sich im alltäglichen Leben bekehren und erneuern und dabei die gewohnten Dinge tun wie vorher, aber mit einem verwandelten Herzen und einer anderen Motivation. Jesus bittet Paulus in diesem Fall ausdrücklich darum, nach Damaskus zu gehen, dorthin, wohin er schon unterwegs war. Paulus gehorcht, aber nun haben sich das Ziel und die Perspektive seiner Reise radikal verändert. Von nun an wird er die Realität mit anderen Augen sehen. Zuvor sah er alles mit den Augen des Verfolgers und Vollstreckers, nun mit denen des Jüngers und Zeugen. In Damaskus wurde er von Hananias getauft und in die christliche Gemeinschaft eingeführt. In der Stille und im Gebet vertieft Paulus seine eigene Erfahrung und die neue Identität, die ihm Jesus, der Herr, verliehen hat.

Die Kraft und Leidenschaft der jungen Menschen darf nicht vertan werden

Die Haltung des Paulus vor seiner Begegnung mit dem auferstandenen Jesus ist uns nicht ganz fremd. Wie viel Kraft und Leidenschaft steckt auch in euren Herzen, liebe junge Menschen! Aber wenn die Dunkelheit um euch herum und in euch selbst euch daran hindert, richtig zu sehen, riskiert ihr, euch in sinnlosen Kämpfen zu verlieren und sogar verletzend zu werden. Und leider gehört ihr und diejenigen, die euch nahestehen, zu den ersten Opfern. Es besteht auch die Gefahr, dass man für Dinge kämpft, die ursprünglich gerechte Werte verteidigen, die aber, wenn man sie auf die Spitze treibt, zu zerstörerischen Ideologien werden. Wie viele junge Menschen werden heute, vielleicht getrieben von ihren politischen oder religiösen Überzeugungen, zu Werkzeugen der Gewalt und der Zerstörung im Leben vieler Menschen! Einige Digital Natives sehen in der virtuellen Umgebung und in den sozialen Netzwerken ein neues Schlachtfeld und nutzen skrupellos die Waffe der Fake News, um Gift zu verbreiten und ihre Gegner zu vernichten.

Als der Herr in das Leben des Paulus einbricht, nimmt er ihm weder seine Persönlichkeit noch löscht er seinen Eifer und seine Leidenschaft aus, sondern er nutzt diese Gaben, um ihn zum großen Verkünder zu machen, der das Evangelium bis an die Grenzen der Erde brachte.

Apostel für die Heiden

Paulus sollte später als „Apostel der Heiden“ bekannt werden, er, der zuvor ein gewissenhafter Pharisäer war, der das Gesetz befolgte! Hier gibt es ein weiteres Paradox: Der Herr setzt sein Vertrauen ausgerechnet in diese Person, die ihn verfolgte. Wie Paulus kann jeder von uns in der Tiefe seines Herzens diese Stimme hören, die zu ihm sagt: „Ich vertraue dir. Ich kenne deine Geschichte und nehme sie gemeinsam mit dir in meine Hände. Obwohl du dich oft gegen mich gestellt hast, erwähle ich dich und mache dich zu meinem Zeugen“. Die göttliche Logik kann den schlimmsten Verfolger zu einem großen Zeugen machen.

Der Jünger Christi ist berufen, »Licht der Welt« zu sein (Mt 5,14). Paulus muss bezeugen, was er gesehen hat, aber jetzt ist er blind. Hier sind wir beim nächsten Paradox! Aber gerade durch diese persönliche Erfahrung kann sich Paulus in diejenigen hineinversetzen, zu denen der Herr ihn sendet. Ja, er wird zum Zeugen bestellt, »um ihnen die Augen zu öffnen. Denn sie sollen sich von der Finsternis zum Licht« bekehren (Apg 26,18).

„Steh auf und leg Zeugnis ab!“

Wenn wir das neue Leben annehmen, das uns in der Taufe geschenkt wird, erhalten wir auch einen Auftrag vom Herrn: „Du sollst mein Zeuge sein!“. Dieser Aufgabe sollten wir nachkommen, sie verändert unser Leben.

Die Aufforderung Christi an Paulus richtet sich heute an jeden einzelnen von euch jungen Menschen: Steh auf! Du kannst nicht einfach am Boden liegenbleiben und dich selbst bemitleiden, es wartet eine Aufgabe auf dich! Auch du kannst ein Zeuge der Werke sein, die Jesus in dir begonnen hat. Deshalb sage ich dir im Namen Christi:

- Steh auf und gib Zeugnis von deiner Erfahrung als Blinder, der dem Licht begegnet ist, der die Güte und Schönheit Gottes in sich selbst, in den anderen und in der Gemeinschaft der Kirche gesehen hat, die alle Einsamkeit überwindet.

- Steh auf und lege Zeugnis ab von der Liebe und dem Respekt, die in menschlichen Beziehungen, im Familienleben, im Dialog zwischen Eltern und Kindern, zwischen Jung und Alt möglich sind.

- Steh auf und verteidige die soziale Gerechtigkeit, die Wahrheit und Rechtschaffenheit, die Menschenrechte, die Verfolgten, die Armen und Schwachen, die, die in der Gesellschaft keine Stimme haben, die Migranten.

- Erheb dich und lege Zeugnis ab von der neuen Sichtweise, die dich die Schöpfung mit staunenden Augen sehen lässt, die dich die Erde als unser gemeinsames Haus erkennen lässt und dir den Mut gibt, die integrale Ökologie zu verteidigen.

- Steh auf und gib Zeugnis davon, dass gescheiterte Leben wiederaufgebaut werden können, dass Menschen, die im Geiste bereits tot sind, wieder auferstehen können, dass versklavte Menschen wieder frei werden können, dass von Traurigkeit belastete Herzen wieder Hoffnung finden können.

- Steh auf und bezeuge freudig, dass Christus lebt! Verbreite seine Botschaft der Liebe und des Heils unter Gleichaltrigen, in der Schule, an der Universität, am Arbeitsplatz, in der digitalen Welt, überall.

Der Herr, die Kirche, der Papst, vertrauen euch und setzen euch als Zeugen für die vielen anderen jungen Menschen, denen ihr auf den „Damaskus-Wegen“ unserer Zeit begegnet. Vergesst nicht: »Wenn einer nämlich wirklich die ihn rettende Liebe Gottes erfahren hat, braucht er nicht viel Vorbereitungszeit, um sich aufzumachen und sie zu verkünden; er kann nicht darauf warten, dass ihm viele Lektionen erteilt oder lange Anweisungen gegeben werden. Jeder Christ ist in dem Maß Missionar, in dem er der Liebe Gottes in Jesus Christus begegnet ist« (Evangelii Gaudium, 120).

Steht auf und feiert den Weltjugendtag in den Teilkirchen!

Ich lade euch junge Menschen in aller Welt erneut ein, an dieser geistlichen Pilgerreise teilzunehmen, die uns im Jahr 2023 zur Feier des Weltjugendtags in Lissabon führen wird. Das nächste Treffen ist jedoch das in euren Teilkirchen, in den verschiedenen Diözesen und Eparchien der Welt, wo am Christkönigsfest auf lokaler Ebene der Weltjugendtag 2021 gefeiert wird.

Ich hoffe, dass wir alle diese Etappen als echte Pilger und nicht als „Glaubenstouristen“ erleben können! Seien wir offen für die Überraschungen Gottes, der unseren Weg mit seinem Licht erleuchteten möchte. Sein wir offen für das, was er uns sagen möchte – auch durch unsere Brüder und unsere Schwestern. So helfen wir uns gegenseitig dabei aufzustehen und werden in diesem schwierigen Moment der Geschichte wir zu Propheten einer neuen, hoffnungsvollen Zeit! Die selige Jungfrau Maria sei unsere Fürsprecherin.

Rom, Sankt Johannes im Lateran, am 14. September 2021, Fest Kreuzerhöhung.

FRANZISKUS

Testo in lingua spagnola

“¡Levántate! Te hago testigo de las cosas que has visto” (cf. Hch 26,16)

Queridos jóvenes:

Una vez más quisiera tomarlos de la mano para continuar juntos la peregrinación espiritual que nos conduce hacia la Jornada Mundial de la Juventud de Lisboa en el 2023.

El año pasado, un poco antes de que se propagara la pandemia, firmé el mensaje con el lema “Joven, a ti te digo, ¡levántate!” (cf. Lc 7,14). En su providencia, el Señor ya nos quería preparar para la durísima prueba que estábamos a punto de vivir.

En el mundo entero se tuvo que afrontar el sufrimiento causado por la pérdida de tantas personas queridas y por el aislamiento social. También a ustedes, jóvenes —que por naturaleza se proyectan hacia el exterior—, la emergencia sanitaria les impidió salir para ir a la escuela, a la universidad, al trabajo, para reunirse. Se encontraron en situaciones difíciles, que no estaban acostumbrados a gestionar. Quienes estaban menos preparados y privados de apoyo se sintieron desorientados. En muchos casos surgieron problemas familiares, así como desocupación, depresión, soledad y dependencias. Sin hablar del estrés acumulado, de las tensiones y explosiones de rabia, y del aumento de la violencia.

Pero gracias a Dios este no es el único lado de la medalla. Si la prueba nos mostró nuestras fragilidades, también hizo que aparecieran nuestras virtudes, como la predisposición a la solidaridad. En cada rincón del mundo vimos muchas personas, entre ellas numerosos jóvenes, luchar por la vida, sembrar esperanza, defender la libertad y la justicia, ser artífices de paz y constructores de puentes.

Cuando un joven cae, en cierto sentido cae la humanidad. Pero también es verdad que cuando un joven se levanta, es como si se levantara el mundo entero. Queridos jóvenes, ¡qué gran potencialidad hay en sus manos! ¡Qué fuerza tienen en sus corazones!

Por eso hoy, una vez más, Dios le dice a cada uno de ustedes: “¡Levántate!”. Espero de todo corazón que este mensaje nos ayude a prepararnos para tiempos nuevos, para una nueva página en la historia de la humanidad. Pero, queridos jóvenes, no es posible recomenzar sin ustedes. Para volver a levantarse, el mundo necesita la fuerza, el entusiasmo y la pasión que tienen ustedes. En este sentido, quisiera que meditemos juntos el pasaje de los Hechos de los Apóstoles en el que Jesús le dice a Pablo: “¡Levántate! Te hago testigo de las cosas que has visto” (cf. Hch 26,16).

Pablo testigo ante el rey

El versículo que inspira el lema de la Jornada Mundial de la Juventud 2021 está tomado del testimonio de Pablo ante el rey Agripa, mientras se encontraba detenido en la cárcel. Él, que un tiempo fue enemigo y perseguidor de los cristianos, ahora es juzgado por su fe en Cristo. Habían pasado unos veinticinco años cuando el Apóstol narra su historia y el episodio fundamental de su encuentro con Cristo.

Pablo confiesa que anteriormente había perseguido a los cristianos hasta que un día, cuando iba a Damasco para arrestar a algunos de ellos, una luz “más brillante que el sol” lo envolvió a él y a sus compañeros de viaje (cf. Hch 26,13), pero solamente él oyó “una voz”. Jesús le dirigió la palabra y lo llamó por su nombre.

“¡Saulo, Saulo!”

Profundicemos juntos este hecho. Llamando a Saulo por su nombre, el Señor le hizo comprender que lo conocía personalmente. Es como si le dijera: “Sé quién eres, sé lo que estás tramando, pero a pesar de todo me dirijo justo a ti”. Lo llamó dos veces, como signo de una vocación especial y muy importante, como había hecho con Moisés (cf. Ex 3,4) y con Samuel (cf. 1 S 3,10). Cayendo al suelo, Saulo comprendió que era testigo de una manifestación divina, de una revelación poderosa, que lo sacudió, pero no lo aplastó, al contrario, lo interpeló personalmente.

En efecto, sólo un encuentro personal —no anónimo— con Cristo cambia la vida. Jesús muestra que conoce bien a Saulo, que “conoce su interior”. Aun cuando Saulo es un perseguidor, aun cuando en su corazón siente odio hacia los cristianos, Jesús sabe que esto se debe a la ignorancia y quiere demostrar su misericordia en él. Será justamente esta gracia, este amor inmerecido e incondicional, la luz que transformará radicalmente la vida de Saulo.

“¿Quién eres, Señor?”

Ante esa presencia misteriosa que lo llama por su nombre, Saulo pregunta: «¿Quién eres, Señor?» (Hch 26,15). Esta pregunta es sumamente importante, y todos en la vida, antes o después, nos la tenemos que hacer. No basta haber escuchado hablar de Cristo a otros, es necesario hablar con Él personalmente. Esto, básicamente, es rezar. Es hablar a Jesús directamente, aunque tengamos el corazón todavía desordenado, la mente llena de dudas o incluso de desprecio hacia Cristo y los cristianos. Me gustaría que cada joven, desde lo profundo de su corazón, llegara a hacerse esta pregunta: “¿Quién eres, Señor?”.

No podemos dar por descontado que todos conocen a Jesús, aun en la era de internet. La pregunta que muchas personas dirigen a Jesús y a la Iglesia es justamente esta: “¿Quién eres?”. En todo el relato de la vocación de san Pablo esta es la única vez en la que él habla. Y a su pregunta, el Señor responde sin demora: «Yo soy Jesús, al que tú persigues» (ibíd.).

“Yo soy Jesús, al que tú persigues”

Por medio de esta respuesta, el Señor Jesús revela a Saulo un gran misterio: que Él se identifica con la Iglesia, con los cristianos. Hasta ahora, Saulo no había visto de Cristo más que a los fieles que había encerrado en la cárcel (cf. Hch 26,10), cuya condena a muerte él mismo había aprobado (ibíd.). Y había visto cómo los cristianos respondían al mal con el bien, al odio con el amor, aceptando las injusticias, la violencia, las calumnias y las persecuciones sufridas por el nombre de Cristo. Por eso, si se mira bien, Saulo de algún modo —sin saberlo— había encontrado a Cristo, ¡lo había encontrado en los cristianos!

Cuántas veces hemos oído decir: “Jesús sí, la Iglesia no”, como si uno pudiera ser una alternativa a la otra. No se puede conocer a Jesús si no se conoce a la Iglesia. No se puede conocer a Jesús si no por medio de los hermanos y las hermanas de su comunidad. No nos podemos llamar plenamente cristianos si no vivimos la dimensión eclesial de la fe.

“Te lastimas dando golpes contra el aguijón”

Estas son las palabras que el Señor dirigió a Saulo después de que cayera al suelo. Parece como si le estuviese hablando de modo misterioso desde largo tiempo, tratando de atraerlo hacía sí, y Saulo se estuviera resistiendo. Este mismo dulce “reproche”, nuestro Señor lo dirige a cada joven que se aleja: “¿Hasta cuándo huirás de mí? ¿Por qué no escuchas que te estoy llamando? Estoy esperando tu regreso”. Como el profeta Jeremías, nosotros a veces decimos: «No volveré a recordarlo» (Jr 20,9). Pero en el corazón de cada uno hay como un fuego ardiente, aunque nos esforcemos por contenerlo no lo conseguimos, porque es más fuerte que nosotros mismos.

El Señor eligió a alguien que incluso lo había perseguido, que había sido completamente hostil a Él y a los suyos. Pero no existe una persona que para Dios sea irrecuperable. Por medio del encuentro personal con Él siempre es posible volver a empezar. Ningún joven está fuera del alcance de la gracia y de la misericordia de Dios. De ninguno se puede decir: está demasiado lejos, es demasiado tarde. ¡Cuántos jóvenes tienen la pasión de oponerse e ir contracorriente, pero llevan escondida en el corazón la necesidad de comprometerse, de amar con todas sus fuerzas, de identificarse con una misión! Jesús, en el joven Saulo, ve exactamente esto.

Reconocer la propia ceguera

Podemos imaginar que, antes del encuentro con Cristo, Saulo estaba en cierto sentido “lleno de sí”, se consideraba “grande” por su integridad moral, por su celo, por sus orígenes y por su cultura. Ciertamente estaba convencido de que hacía lo correcto. Pero, cuando el Señor se le reveló, “aterrizó” y se encontró ciego. De repente descubrió que era incapaz de ver, no sólo físicamente sino también espiritualmente. Sus certezas vacilaron. En su interior advirtió que aquello que lo había animado con tanta pasión —el celo por eliminar a los cristianos— había sido una completa equivocación. Se dio cuenta de que no era el poseedor absoluto de la verdad, más aún, que estaba lejos de serlo. Y, junto a sus certezas, cayó también su “grandeza”. De repente se supo perdido, frágil, “pequeño”.

Esta humildad —conciencia del propio límite— es fundamental. A quien piensa que lo sabe todo de sí, de los otros e incluso de las verdades religiosas, le costará encontrar a Cristo. Saulo, volviéndose ciego, perdió sus puntos de referencia. Al quedarse solo en la oscuridad las únicas cosas claras para él fueron la luz que vio y la voz que sintió. Qué paradoja: justo cuando uno reconoce que está ciego es cuando comienza a ver.

Después de la revelación en el camino de Damasco, Saulo preferirá ser llamado Pablo, que significa “pequeño”. No se trata de un “nombre de usuario” o de un “nombre artístico” —tan en boga hoy incluso entre la gente común—, fue el encuentro con Cristo el que lo hizo sentirse realmente así, derribando el muro que le impedía conocerse de verdad. Él mismo afirmó de sí: «Porque yo soy el más insignificante de los apóstoles, incluso indigno de llamarme apóstol por haber perseguido a la Iglesia de Dios» (1 Co 15,9).

A santa Teresa de Lisieux, como a otros santos, le gustaba repetir que la humildad es la verdad. Hoy en día muchas “historias” sazonan nuestras jornadas, especialmente en las redes sociales, a menudo construidas artísticamente con mucha producción, con videocámaras y escenarios diferentes. Se buscan cada vez más los focos del primer plano, sabiamente orientados, para poder mostrar a los “amigos” y “seguidores” una imagen de sí que a veces no refleja la propia verdad. Cristo, luz meridiana, viene a iluminarnos y a restituirnos nuestra autenticidad, liberándonos de cualquier máscara. Nos muestra con nitidez lo que somos, porque nos ama tal como somos.

Cambiar de perspectiva

La conversión de Pablo no fue un volver para atrás, sino abrirse a una perspectiva totalmente nueva. En efecto, él continuó el camino hacia Damasco, pero ya no era el mismo de antes, era una persona distinta (cf. Hch 22,10). En la vida ordinaria es posible convertirse y renovarse haciendo las cosas que solemos hacer, pero con el corazón transformado y con motivaciones diferentes. En este caso, Jesús le pidió a Pablo expresamente que siguiera hasta Damasco, hacia donde se dirigía. Pablo obedeció, pero ahora la finalidad y la perspectiva de su viaje habían cambiado radicalmente. De ahora en adelante verá la realidad con ojos nuevos. Antes eran los ojos del perseguidor justiciero, desde ahora serán los del discípulo testigo. En Damasco, Ananías lo bautizó y lo introdujo en la comunidad cristiana. En el silencio y en la oración, Pablo profundizará la propia experiencia y la nueva identidad que le dio el Señor Jesús.

No dispersar la fuerza y la pasión de los jóvenes

La actitud de Pablo antes del encuentro con Jesús resucitado no nos resulta extraña. ¡Cuánta fuerza y cuánta pasión habitan también en los corazones de ustedes, queridos jóvenes! Pero si la oscuridad que los rodea y la que está dentro de ustedes les impide ver correctamente, corren el riesgo de perderse en batallas sin sentido, hasta volverse violentos. Y lamentablemente las primeras víctimas serán ustedes mismos y aquellos que están más cerca de ustedes. Existe también el peligro de luchar por causas que en el origen defienden valores justos pero que, llevadas al extremo, se vuelven ideologías destructivas. ¡Cuántos jóvenes hoy, tal vez empujados por las propias convicciones políticas o religiosas, terminan por convertirse en instrumentos de violencia y destrucción en la vida de muchos! Algunos, nativos digitales, encuentran en el ámbito virtual y en las redes sociales el nuevo campo de batalla, utilizando sin escrúpulos el arma de las noticias falsas para esparcir veneno y destruir a sus adversarios.

Cuando el Señor irrumpió en la vida de Pablo, no anuló su personalidad, no borró su celo y su pasión, sino que hizo fructificar sus talentos para hacer de él el gran evangelizador hasta los confines de la tierra.

Apóstol de las gentes

Posteriormente, Pablo será conocido como “el apóstol de las gentes”. ¡Él, que había sido un escrupuloso fariseo observante de la Ley! He aquí otra paradoja: el Señor depositó su confianza justamente en aquel que lo perseguía. Como Pablo, cada uno de nosotros puede sentir en lo profundo de su corazón esta voz que le dice: “Me fío de ti. Conozco tu historia y la tomo en mis manos, junto contigo. Aunque a menudo hayas estado en mi contra, te elijo y te hago mi testigo”. La lógica divina puede hacer del peor perseguidor un gran testigo.

El discípulo de Cristo está llamado a ser «luz del mundo» (Mt 5,14). Pablo debe dar testimonio de lo que ha visto, pero ahora está ciego. ¡Estamos de nuevo ante una paradoja! Pero es justamente a través de esta experiencia personal que Pablo podrá identificarse con aquellos a los que el Señor lo envía. En efecto, es constituido testigo «para abrirles los ojos y que se conviertan de las tinieblas a la luz» (Hch 26,18).

“¡Levántate y da testimonio!”

Al abrazar la vida nueva que nos fue dada en el bautismo, recibimos también una misión del Señor: “¡Serás mi testigo!”. Es una misión a la que dedicarse, que lleva a cambiar la vida.

Hoy la invitación de Cristo a Pablo se dirige a cada una y cada uno de vosotros, jóvenes: ¡Levántate! No puedes quedarte tirado en el suelo sintiendo pena de ti mismo, ¡hay una misión que te espera! También tú puedes ser testigo de las obras que Jesús ha comenzado a realizar en ti. Por eso, en nombre de Cristo, te digo:

- Levántate y testimonia tu experiencia de ciego que ha encontrado la luz, que ha visto el bien y la belleza de Dios en sí mismo, en los otros y en la comunión de la Iglesia que vence toda soledad.

- Levántate y testimonia el amor y el respeto que es posible instaurar en las relaciones humanas, en la vida familiar, en el diálogo entre padres e hijos, entre jóvenes y ancianos.

- Levántate y defiende la justicia social, la verdad, la honradez y los derechos humanos; a los perseguidos, a los pobres y los vulnerables, a los que no tienen voz en la sociedad y a los inmigrantes.

- Levántate y testimonia la nueva mirada que te hace ver la creación con ojos maravillados, que te hace reconocer la tierra como nuestra casa común y que te da el valor de defender la ecología integral.

- Levántate y testimonia que las existencias fracasadas pueden ser reconstruidas, que las personas que ya han muerto en el espíritu pueden resurgir, que las personas esclavas pueden volverse libres, que los corazones oprimidos por la tristeza pueden volver a encontrar la esperanza.

- ¡Levántate y testimonia con alegría que Cristo vive! Difunde su mensaje de amor y salvación entre tus coetáneos, en la escuela, en la universidad, en el trabajo, en el mundo digital, en todas partes.

El Señor, la Iglesia, el Papa confían en ustedes y los constituyen testigos para tantos otros jóvenes que encuentran en los “caminos de Damasco” de nuestro tiempo. No se olviden: «Si uno de verdad ha hecho una experiencia del amor de Dios que lo salva, no necesita mucho tiempo de preparación para salir a anunciarlo, no puede esperar que le den muchos cursos o largas instrucciones. Todo cristiano es misionero en la medida en que se ha encontrado con el amor de Dios en Cristo Jesús» (Exhort. ap. Evangelii gaudium, 120).

¡Levántense y celebren la JMJ en las Iglesias particulares!

Renuevo a todos ustedes, jóvenes del mundo, la invitación a formar parte de esta peregrinación espiritual que nos llevará a celebrar la Jornada Mundial de la Juventud en Lisboa en 2023. El próximo encuentro, no obstante, será en vuestras Iglesias particulares, en las diversas diócesis y heparquías del mundo donde, en la solemnidad de Cristo Rey, se celebrará la Jornada Mundial de la Juventud 2021 a nivel local.

Espero que todos nosotros podamos vivir estas etapas como verdaderos peregrinos y no como “turistas de la fe”. Abrámonos a las sorpresas de Dios, que quiere hacer resplandecer su luz en nuestro camino. Abrámonos a escuchar su voz, también por medio de nuestros hermanos y hermanas en la fe. De esta manera nos ayudaremos unos a otros a levantarnos juntos, y en este difícil momento histórico seremos profetas de tiempos nuevos, llenos de esperanza. Que la Bienaventurada Virgen María interceda por nosotros.

Roma, San Juan de Letrán, 14 de septiembre de 2021, Fiesta de la Exaltación de la Santa Cruz

FRANCISCO

Testo in lingua portoghese

“Levanta-te! Eu te constituo testemunha do que viste!” (cf. At 26, 16)

Queridos jovens,

Gostaria de tomar-vos pela mão, mais uma vez, para continuarmos juntos na peregrinação espiritual que nos conduz rumo à Jornada Mundial da Juventude de Lisboa em 2023.

No ano passado, pouco antes de se propagar a pandemia, assinava a mensagem cujo tema era «Jovem, Eu te digo, levanta-te!» (cf. Lc 7, 14). Na sua providência, o Senhor já queria preparar-nos para o desafio duríssimo que estávamos para viver.

O mundo inteiro teve de defrontar-se com o sofrimento causado pela perda de tantos entes queridos e pelo isolamento social. A emergência sanitária impediu também a vós jovens – por natureza projetados para o exterior – de sair para irdes à escola, à universidade, ao trabalho, para vos encontrardes… Vistes-vos em situações difíceis, que não estáveis acostumados a gerir. Aqueles que estavam menos preparados e desprovidos de apoio sentiram-se desorientados. Em muitos casos, surgiram problemas familiares, bem como desemprego, depressão, solidão e vícios; para não falar do stresse acumulado, das tensões e explosões de raiva, do aumento da violência.

Mas, graças a Deus, este não é o único lado da moeda. Se a provação pôs a descoberto as nossas fragilidades, fez emergir também as nossas virtudes, nomeadamente a predisposição à solidariedade. Em toda a parte, vimos tantas pessoas, incluindo muitos jovens, a lutar pela vida, semear esperança, defender a liberdade e a justiça, ser artífices de paz e construtores de pontes.

Quando cai um jovem, de certo modo cai a humanidade. Mas também é verdade que, quando um jovem se levanta, é como se o mundo inteiro se levantasse. Queridos jovens, que grande potencialidade tendes nas vossas mãos! Que força trazeis nos vossos corações!

Por isso, hoje, Deus diz a cada um de vós mais uma vez: «Levanta-te!» Espero de todo o coração que esta mensagem ajude a preparar-nos para tempos novos, para uma página nova na história da humanidade. Mas não há possibilidades de recomeçar sem vós, queridos jovens. Para levantar-se, o mundo precisa da vossa força, do vosso entusiasmo, da vossa paixão. É neste sentido que gostaria de meditar, juntamente convosco, sobre o trecho dos Atos dos Apóstolos onde Jesus diz a Paulo: «Levanta-te! Constituo-te testemunha do que viste» (cf. At 26, 16).

Paulo, testemunha diante do rei

O versículo que serve de inspiração ao tema do Dia Mundial da Juventude de 2021 encontra-se no testemunho de Paulo diante do rei Agripa, no tempo em que estava detido na prisão. Outrora inimigo e perseguidor dos cristãos, agora é julgado precisamente pela sua fé em Cristo. À distância de vinte e cinco anos dos factos, o Apóstolo conta a sua história e o episódio fundamental do seu encontro com Cristo.

Paulo confessa que, no passado, perseguira os cristãos, até que um dia, quando ia a Damasco para prender alguns deles, uma luz «mais brilhante do que o Sol» o envolveu, a ele e aos seus companheiros de viagem (cf. At 26, 13), mas só ele ouviu «uma voz»: falou-lhe Jesus, chamando-o pelo nome.

«Saulo, Saulo!»

Aprofundemos, juntos, o acontecimento. Ao chamá-lo pelo nome, o Senhor faz saber a Saulo que o conhece pessoalmente. É como se lhe dissesse: «Sei quem és, sei o que estás a tramar, mas, não obstante isso, é precisamente a ti que estou a falar». Pronuncia o seu nome duas vezes, querendo significar uma vocação especial e muito importante, como fizera com Moisés (cf. Ex 3, 4) e com Samuel (cf. 1 Sam 3, 10). Caindo por terra, Saulo reconhece que é testemunha duma manifestação divina, duma revelação vigorosa, que o transtorna mas sem o aniquilar; pelo contrário, interpela-o usando o nome.

Com efeito, só muda a vida um encontro pessoal, não anónimo, com Cristo. Jesus mostra que conhece bem Saulo, que «o conhece intimamente». Embora Saulo seja um perseguidor, embora haja ódio no seu coração contra os cristãos, Jesus sabe que isso se fica a dever à ignorância e quer manifestar nele a sua misericórdia. Será precisamente esta graça, este amor imerecido e incondicional, a luz que transformará radicalmente a vida de Saulo.

«Quem és tu, Senhor?»

Perante esta presença misteriosa que o chama pelo nome, Saulo pergunta: «Quem és tu, Senhor?» (At 26, 15). Trata-se duma questão extremamente importante, e todos nós mais cedo ou mais tarde na vida a devemos colocar. Não basta ter ouvido outros a falarem de Cristo; é necessário falar com Ele pessoalmente. No fundo, rezar é isto. É falar diretamente com Jesus, embora porventura tenhamos o coração ainda em desordem, a cabeça cheia de dúvidas ou mesmo de desprezo por Cristo e pelos cristãos. Faço votos de que cada jovem chegue, do fundo do coração, a fazer esta pergunta: «Quem és tu, Senhor?».

Não podemos presumir que todos conheçam Jesus, mesmo na era da internet. A pergunta que muitas pessoas dirigem a Jesus e à Igreja é precisamente esta: «Quem és?». Em toda a narrativa da vocação de São Paulo, esta é a única vez que ele fala. E, à sua pergunta, o Senhor responde prontamente: «Eu sou Jesus a quem tu persegues» (26, 15).

«Eu sou Jesus a quem tu persegues!»

Através desta resposta, o Senhor Jesus revela um grande mistério a Saulo: que Ele Se identifica com a Igreja, com os cristãos. Até então Saulo não vira nada de Cristo, senão os fiéis que metera na prisão (cf. At 26, 10), dando o próprio assentimento à sua condenação à morte (26, 10). E vira como os cristãos respondiam ao mal com o bem, ao ódio com o amor, aceitando as injustiças, as violências, as calúnias e as perseguições suportadas pelo nome de Cristo. Assim, bem vistas as coisas, de algum modo Saulo – sem o saber – tinha encontrado Cristo: encontrara-O nos cristãos.

Quantas vezes ouvimos dizer: «Jesus sim, a Igreja não», como se um pudesse ser alternativa à outra. Não se pode conhecer Jesus, se não se conhece a Igreja. Só se pode conhecer Jesus por meio dos irmãos e irmãs da sua comunidade. Ninguém pode dizer-se plenamente cristão, se não viver a dimensão eclesial da fé.

«É duro para ti recalcitrar contra o aguilhão»

Estas são as palavras que o Senhor dirige a Saulo, depois que ele caiu por terra. Mas é como se, já desde algum tempo, lhe estivesse a falar misteriosamente procurando atraí-lo para Si, e Saulo resistisse. A mesma suave «repreensão», dirige-a Nosso Senhor a cada jovem que se mantém afastado: «Até quando fugirás de Mim? Porque é que não sentes que te estou a chamar? Estou à espera do teu regresso». À semelhança do que sucedeu ao profeta Jeremias, às vezes dizemos: «Não pensarei mais n’Ele!?» (Jr 20, 9). Mas, no coração de cada um, há como que um fogo ardente: embora nos esforcemos por contê-lo, não conseguimos porque é mais forte do que nós.

O Senhor escolhe alguém que até O persegue, completamente hostil a Ele e aos seus. Mas, para Deus, não há pessoa que seja irrecuperável. Através do encontro pessoal com Ele, é sempre possível recomeçar. Nenhum jovem está fora do alcance da graça e da misericórdia de Deus. De ninguém se pode dizer: Está demasiado longe... É demasiado tarde... Quantos jovens sentem a paixão de se opor e ir contra corrente, mas trazem escondida no coração a necessidade de se comprometer, de amar com todas as suas forças, de se identificar com uma missão! No jovem Saulo, Jesus vê exatamente isto.

Reconhecer a própria cegueira

Podemos imaginar que, antes do encontro com Cristo, Saulo estivesse de certo modo «cheio de si», considerando-se «grande» pela sua integridade moral, o seu zelo, as suas origens, a sua cultura. Seguramente estava convencido da justeza da sua posição. Mas, quando o Senhor se lhe revela, é «lançado por terra» e fica cego. De repente, descobre que não é capaz, física e espiritualmente, de ver. As suas certezas vacilam. No íntimo, sente que aquilo que o animava com tanta paixão, ou seja, o zelo de eliminar os cristãos, estava completamente errado. Dá-se conta de não ser o detentor absoluto da verdade; antes pelo contrário, está bem longe dela. E, juntamente com as suas certezas, cai também a sua «grandeza». De repente, descobre-se perdido, frágil, «pequeno».

Esta humildade – consciência da própria limitação – é fundamental. Quem pensa que sabe tudo sobre si mesmo, os outros e até sobre as verdades religiosas, terá dificuldade em encontrar Cristo. Tendo ficado cego, Saulo perdeu os seus pontos de referência. Ficando sozinho na escuridão, para ele as únicas coisas claras são a luz que viu e a voz que ouviu. Que paradoxo! Precisamente quando uma pessoa reconhece estar cega, começa a ver…

Depois da fulguração na estrada de Damasco, Saulo preferirá ser chamado Paulo, que significa «pequeno». Não se trata dum pseudónimo nem dum «nome de arte» (tão usado hoje mesmo entre as pessoas comuns): o encontro com Cristo fê-lo sentir-se verdadeiramente assim, derrubando o muro que o impedia de se conhecer com toda a verdade. De si mesmo afirma: «É que eu sou o menor dos apóstolos, nem sou digno de ser chamado Apóstolo, porque persegui a Igreja de Deus» (1 Cor 15, 9).

Santa Teresa de Lisieux gostava de repetir, como aliás outros santos, que a humildade é a verdade. Hoje em dia muitas «histórias» condimentam os nossos dias, principalmente nas redes sociais, muitas vezes criadas habilmente com muitas filmagens, telecâmaras, variados cenários. Procuram-se cada vez mais as luzes da ribalta, sabiamente orientadas, para poder mostrar aos «amigos» e seguidores uma imagem de si mesmo que às vezes não reflete a própria verdade. Cristo, meridiana luz, vem iluminar-nos devolvendo-nos a nossa autenticidade, libertando-nos de todas as máscaras. Mostra-nos claramente o que somos, porque nos ama tal como somos.

Mudar de perspetiva

A conversão de Paulo não é um voltar para trás, mas abrir-se para uma perspetiva totalmente nova. Com efeito, ele continua o caminho para Damasco, mas já não é o mesmo de antes; é uma pessoa diversa (cf. At 22, 10). É possível converter-se e renovar-se na vida ordinária, realizando as coisas que costumamos fazer, mas com o coração transformado e com motivações diferentes. Neste caso, Jesus pede expressamente a Paulo que vá até Damasco, para onde se dirigia. Paulo obedece, mas agora a finalidade e a perspetiva da sua viagem mudaram radicalmente. A partir de agora, verá a realidade com olhos novos: antes, eram os olhos do perseguidor justiceiro; a partir de agora, serão os do discípulo testemunha. Em Damasco, Ananias batiza-o e introdu-lo na comunidade cristã. No silêncio e na oração, Paulo aprofundará a sua experiência e a nova identidade que o Senhor Jesus lhe deu.

Não dispersar a força e a paixão dos jovens

A atitude de Paulo, antes do encontro com Jesus ressuscitado, não nos é muito estranha. Quanta força e paixão vivem também nos vossos corações, queridos jovens! Mas, se a escuridão ao vosso redor e dentro de vós mesmos vos impedir de ver corretamente, correis o risco de perder-vos em batalhas sem sentido, e até de vos tornardes violentos. E, infelizmente, as primeiras vítimas sereis vós mesmos e aqueles que estão mais próximo de vós. Há também o perigo de lutar por causas que, originalmente, defendem valores justos, mas, levadas ao extremo, tornam-se ideologias destrutivas. Quantos jovens hoje, talvez impelidos pelas suas próprias convicções políticas ou religiosas, acabam por se tornar instrumentos de violência e destruição na vida de muitos! Alguns, que já nasceram rodeados dos meios digitais, encontram o novo campo de batalha no ambiente virtual e nas redes sociais, recorrendo sem escrúpulos à arma de falsas notícias para espalhar venenos e demolir os seus adversários.

Quando o Senhor irrompe na vida de Paulo, não anula a sua personalidade, não cancela o seu zelo e paixão, mas usa os seus dotes para fazer dele o grande evangelizador até aos confins da terra.

Apóstolo dos gentios

Em seguida, Paulo será conhecido como «o apóstolo dos gentios»; ele, que fora um fariseu escrupulosamente observante da Lei! Aqui está outro paradoxo: o Senhor deposita a sua confiança precisamente naquele que O perseguia. À semelhança de Paulo, cada um de nós pode ouvir no fundo do coração esta voz que lhe diz: «Confio em ti. Conheço a tua história e tomo-a nas minhas mãos juntamente contigo. Apesar de muitas vezes teres estado contra Mim, escolho-te e torno-te minha testemunha». A lógica divina pode fazer do pior perseguidor uma grande testemunha.

O discípulo de Cristo é chamado a ser «luz do mundo» (Mt 5, 14). Paulo tem de testemunhar o que viu, mas agora está cego. Estamos de novo perante um paradoxo! Mas, precisamente através desta sua experiência pessoal, Paulo poderá identificar-se com aqueles a quem o Senhor o envia. Com efeito, é constituído testemunha «para lhes abrir os olhos e fazê-los passar das trevas à luz» (At 26, 18).

«Levanta-te e testemunha!»

Ao abraçar a vida nova que nos é dada no Batismo, recebemos também uma missão do Senhor: «Serás minha testemunha». É uma missão que pede a nossa dedicação e faz mudar a vida.

Hoje, o convite de Cristo a Paulo é dirigido a cada um e cada uma de vós, jovens: Levanta-te! Não podes ficar por terra a «lamentar-te com pena de ti mesmo»; há uma missão que te espera! Também tu podes ser testemunha das obras que Jesus começou a realizar em ti. Por isso, em nome de Cristo, eu te digo:

– Levanta-te e testemunha a tua experiência de cego que encontrou a luz, viu o bem e a beleza de Deus em si mesmo, nos outros e na comunhão da Igreja que vence toda a solidão.

– Levanta-te e testemunha o amor e o respeito que se podem estabelecer nas relações humanas, na vida familiar, no diálogo entre pais e filhos, entre jovens e idosos.

– Levanta-te e defende a justiça social, a verdade e a retidão, os direitos humanos, os perseguidos, os pobres e vulneráveis, aqueles que não têm voz na sociedade, os imigrantes.

– Levanta-te e testemunha o novo olhar que te faz ver a criação com olhos cheios de maravilha, te faz reconhecer a Terra como a nossa casa comum e te dá a coragem de defender a ecologia integral.

– Levanta-te e testemunha que as existências fracassadas podem ser reconstruídas, as pessoas já mortas no espírito podem ressuscitar, as pessoas escravizadas podem voltar a ser livres, os corações oprimidos pela tristeza podem reencontrar a esperança.

– Levanta-te e testemunha com alegria que Cristo vive! Espalha a sua mensagem de amor e salvação entre os teus coetâneos, na escola, na universidade, no trabalho, no mundo digital, por todo o lado.

O Senhor, a Igreja, o Papa confiam em vós e constituem-vos testemunhas junto de muitos outros jovens que encontrais pelos «caminhos de Damasco» do nosso tempo. Não vos esqueçais: «Se uma pessoa experimentou verdadeiramente o amor de Deus que o salva, não precisa de muito tempo de preparação para sair a anunciá-lo, não pode esperar que lhe deem muitas lições ou longas instruções. Cada cristão é missionário na medida em que se encontrou com o amor de Deus em Cristo Jesus» (Francisco, Exort. ap. Evangelii gaudium, 120).

Levantai-vos e celebrai a JMJ nas Igrejas Particulares!

Renovo a todos vós, jovens do mundo inteiro, o convite a tomar parte nesta peregrinação espiritual que nos levará à celebração da Jornada Mundial da Juventude em Lisboa no ano de 2023. O próximo encontro, porém, é nas vossas Igrejas Particulares, nas várias dioceses e eparquias da terra, onde, na Solenidade de Cristo Rei, será celebrado – a nível local – o Dia Mundial da Juventude de 2021.

Espero que todos nós possamos viver estas etapas como verdadeiros peregrinos e não como «turistas da fé»! Abramo-nos às surpresas de Deus, que quer fazer resplandecer a sua luz sobre o nosso caminho. Abramo-nos à escuta da sua voz, inclusive através dos nossos irmãos e irmãs. Assim ajudar-nos-emos uns aos outros a levantar-nos juntos e, neste difícil momento histórico, tornar-nos-emos profetas de tempos novos, cheios de esperança! A Bem-Aventurada Virgem Maria interceda por nós.

Roma, São João de Latrão, na Festa da Exaltação da Santa Cruz, 14 de setembro de 2021.

FRANCISCO

Testo in lingua polacca

„Wstań. Ustanawiam cię świadkiem tego, co zobaczyłeś” (Dz 26, 16)

Drodzy młodzi!

Chciałbym raz jeszcze wziąć was za rękę, by wspólnie podążać w duchowej pielgrzymce, która prowadzi nas ku Światowemu Dniowi Młodzieży w Lizbonie w 2023 r.

W ubiegłym roku, na krótko przed wybuchem pandemii, podpisałem orędzie, którego temat brzmiał: „Młodzieńcze, tobie mówię: wstań!” (por. Łk 7,14). W Swej opatrzności, Pan już wówczas chciał nas przygotować na bardzo trudne wyzwanie, które stawało się naszym udziałem.

Na całym świecie trzeba było mierzyć się z cierpieniem, spowodowanym utratą bliskich osób i społecznym odizolowaniem. Zagrożenie zdrowia sprawiło, że także wy, młodzi – z natury rzeczy nastawieni na to, co zewnętrzne – byliście pozbawieni możliwości wychodzenia, by udać się do szkoły, na uczelnię, do pracy, na spotkanie… Znaleźliście się w trudnych sytuacjach, do opanowywania których nie byliście przyzwyczajeni. Ci z was, którzy byli słabiej przygotowani i pozbawieni wsparcia, poczuli się zdezorientowani. W wielu przypadkach ujawniły się problemy rodzinne, jak również te związane z brakiem pracy, depresją, samotnością i uzależnieniami. Nie mówiąc o narastającym stresie, o napięciach i wybuchach złości, o wzroście przemocy.

Jednakże, dzięki Bogu, nie jest to jedyna strona medalu. O ile ta próba pokazała nasze słabości, o tyle pozwoliła też ujawnić się naszym zdolnościom, a wśród nich: predyspozycji do bycia solidarnym. We wszystkich częściach świata widzieliśmy wiele osób, a wśród nich licznych młodych ludzi, walczących o życie, siejących nadzieję, broniących wolności i sprawiedliwości, będących twórcami pokoju i budowniczymi mostów.

Kiedy młody człowiek upada, w pewnym sensie upada ludzkość. Ale jest też prawdą, że kiedy młody człowiek powstaje z upadku, to tak, jakby podnosił się cały świat. Drodzy młodzi, jakże wielki potencjał znajduje się w waszych rękach! Jaką siłę niesiecie w waszych sercach!

I tak dziś, raz jeszcze, Bóg mówi do każdego z was: „Powstań!” Całym sercem mam nadzieję, że to przesłanie pomoże nam przygotować się na nowe czasy, na nową kartę w historii ludzkości. Jednak ponowne rozpoczęcie nie jest możliwe bez was, drodzy młodzi. Aby powstać, świat potrzebuje waszej siły, waszego entuzjazmu, waszego zapału. I w tym kontekście, chciałbym wspólnie z wami podjąć medytację nad fragmentem Dziejów Apostolskich, w którym Jezus mówi do Pawła: „Wstań. Ustanawiam cię świadkiem tego, co zobaczyłeś” (por. Dz 26, 16).

Paweł świadkiem wobec króla

Werset, który stał się inspiracją dla tematu Światowego Dnia Młodzieży 2021, zaczerpnięty jest ze świadectwa Pawła wobec króla Agryppy, w czasie, gdy był przetrzymywany w więzieniu. On, niegdyś wróg i prześladowca chrześcijan, teraz był sądzony właśnie ze względu na swą wiarę w Chrystusa. Z perspektywy około dwudziestu pięciu lat, Apostoł opowiada swoją historię i fundamentalne wydarzenie, jakim było jego spotkanie z Chrystusem.

Paweł wyznaje, że w przeszłości prześladował chrześcijan, aż pewnego dnia, gdy udawał się do Damaszku, by aresztować niektórych spośród nich, światło „jaśniejsze od słońca” ogarnęło jego i jego towarzyszy podróży (por. Dz 26,13), ale tylko on usłyszał „głos”: Jezus zwraca się do niego i woła go po imieniu.

„Szawle, Szawle!”

Przyjrzyjmy się wspólnie głębiej temu wydarzeniu. Wołając go po imieniu, Pan pozwala Szawłowi zrozumieć, że zna go osobiście. To tak, jakby mu powiedział: wiem, kim jesteś, wiem, co zamierzasz, ale mimo wszystko zwracam się właśnie do ciebie”. Woła go dwukrotnie, na znak powołania wyjątkowego i bardzo ważnego, tak, jak uczynił to z Mojżeszem (por. Wj 3,4) i z Samuelem (por. 1 Sm 3,10). Upadając na ziemię, Szaweł przyznaje, że jest świadkiem boskiej manifestacji, potężnego objawienia, które nim wstrząsa, ale go nie unicestwia, a wręcz przeciwnie: wzywa go po imieniu.

W efekcie, jedynie osobiste, nie anonimowe spotkanie z Chrystusem zmienia życie. Jezus pokazuje, że zna dobrze Szawła, że „zna jego wnętrze”. Nawet jeśli Szaweł jest prześladowcą, nawet jeśli w jego sercu panuje nienawiść względem chrześcijan, Jezus wie, że jest to spowodowane niewiedzą i chce okazać w nim Swoje miłosierdzie. To właśnie jest ta łaska, ta niezasłużona i bezwarunkowa miłość, światło, które radykalnie zmieni życie Szawła.

„Kto jesteś, Panie?”

Wobec tej tajemniczej obecności, która wzywa go po imieniu, Szaweł pyta: „Kto jesteś, Panie?” (Dz 26, 15). To pytanie jest niezwykle ważne i wszyscy, wcześniej czy później, musimy je postawić w naszym życiu. Nie wystarczy usłyszeć o Chrystusie od innych, konieczna jest osobista rozmowa z Nim. Tym, w istocie, jest modlitwa. Jest bezpośrednią rozmową z Jezusem, nawet jeśli być może mamy jeszcze nieuporządkowane serce, umysł pełen wątpliwości albo wręcz pogardy wobec Chrystusa i chrześcijan. Chciałbym, aby każdy młody człowiek w głębi swego serca zdobył się na postawienie tego pytania: „kto jesteś, Panie?”

Nie możemy zakładać, że wszyscy znają Jezusa, nawet w epoce Internetu. Pytanie, które wiele osób kieruje do Jezusa i do Kościoła brzmi właśnie tak: „kim jesteś?” W całej opowieści o powołaniu św. Pawła jest to jedyny moment, w którym zabiera on głos. A na jego pytanie Pan odpowiada bezzwłocznie: „Ja jestem Jezus, którego ty prześladujesz” (tamże).

„Ja jestem Jezus, którego ty prześladujesz”

Poprzez tę odpowiedź Pan Jezus objawia Szawłowi wielką tajemnicę: że utożsamia się On z Kościołem i chrześcijanami. Dotąd bowiem Szaweł nie widział nic z Jezusa w inny sposób, jak tylko poprzez wiernych, których zamykał w więzieniach (por. Dz 26,10), za których skazaniem na śmierć sam głosował (tamże). I widział, jak chrześcijanie odpowiadali dobrem na zło, na nienawiść – miłością, akceptując niesprawiedliwości, przemoc, obelgi i prześladowania znoszone dla imienia Chrystusa. Zatem, krótko mówiąc, Szaweł – nie wiedząc o tym – spotkał już Chrystusa: spotkał Go w chrześcijanach!

Ileż razy słyszeliśmy, jak mówi się: „Jezus tak, Kościół nie”, jakby jedno mogło być alternatywą dla drugiego. Nie można poznać Jezusa, nie znając Kościoła. Nie można poznać Jezusa inaczej, jak poprzez braci i siostry z Jego wspólnoty. Nie można mówić, że jest się w pełni chrześcijanami, jeśli nie żyje się eklezjalnym wymiarem wiary.

„Trudno ci wierzgać przeciwko ościeniowi”

To są słowa, które Pan kieruje do Szawła, kiedy ten upada na ziemię. Ale to tak, jakby już od jakiegoś czasu mówił do niego w tajemniczy sposób, próbując go przyciągnąć, a Szaweł stawiał opór. Ten sam słodki „wyrzut”, nasz Pan kieruje do każdego młodego człowieka, który się oddala: „Jak długo będziesz ode mnie uciekał? Dlaczego nie słyszysz, że cię wołam? Czekam na twój powrót.” Tak, jak prorok Jeremiasz, mówimy czasem: „nie będę Go już wspominał” (Jr 20,9). Ale w sercu każdego jest niczym płonący ogień: nawet jeśli będziemy próbowali go ograniczyć, nie uda nam się, bowiem jest od nas większy.

Pan wybiera tego, kto wręcz go prześladuje, całkowicie wrogiego Jemu i Jego uczniom. Ale dla Boga nie ma osoby, która byłaby stracona. Za sprawą osobistego spotkania z Nim, zawsze jest możliwe rozpoczęcie na nowo. Żaden młody człowiek nie jest poza zasięgiem łaski i miłosierdzia Bożego. O żadnym nie można powiedzieć: jest zbyt daleko… jest zbyt późno… Iluż młodych z zapałem przeciwstawia się i robi na opak, ale w sercu noszą ukrytą potrzebę zaangażowania się, kochania ze wszystkich sił, identyfikowania się z pewną misją! Jezus w młodym Szawle widzi właśnie to.

Uznać własną ślepotę

Możemy sobie wyobrazić, że przed spotkaniem z Chrystusem Szaweł był w pewnym sensie „napełniony sobą”, uważając się za „wielkiego” ze względu na swoją spójność moralną, na swój zapał, swoje pochodzenie, swoją kulturę. Oczywiście, był przekonany, że postępuje sprawiedliwie. Ale kiedy objawia mu się Pan, zostaje „uziemiony” i staje się ślepy. Niespodziewanie odkrywa, że nie jest w stanie widzieć, nie tylko fizycznie, ale też duchowo. To, czego był pewien, chwieje się. W głębi duszy przeczuwa, że to, co poruszało go z tak wielkim zapałem – zapał do likwidowania chrześcijan – było zupełnie błędne. Zdaje sobie sprawę, że nie jest absolutnym posiadaczem prawdy, przeciwnie: że jest od niej bardzo daleko. I, wraz z jego przekonaniami, upada także jego „wielkość”. Niespodziewanie odkrywa, że jest zagubiony, kruchy, „mały”.

Ta pokora – świadomość własnych ograniczeń – jest fundamentalna! Kto myśli, że wie wszystko o sobie samym, o innych a nawet o prawdzie religijnej, temu trudno będzie spotkać Chrystusa. Szaweł, stając się ślepy, stracił swoje punkty odniesienia. Został sam, w ciemności, a jedyne, co pozostało dla niego jasne, to światło, które zobaczył, i głos, który usłyszał. Cóż za paradoks: właśnie wówczas, gdy ktoś odkrywa, że jest ślepym, zaczyna widzieć!

Po olśnieniu w drodze do Damaszku, Szaweł będzie wolał być nazywany Pawłem, co znaczy „mały”. Nie chodzi o ksywkę czy też o „pseudonim artystyczny” – często używane także przez zwykłych ludzi: spotkanie z Chrystusem sprawiło, że naprawdę się tak poczuł, burząc mur, który nie pozwalał mu stanąć w prawdzie o sobie. W odniesieniu do samego siebie przyznaje on: „Jestem bowiem najmniejszy ze wszystkich apostołów i niegodzien zwać się apostołem, bo prześladowałem Kościół Boży” (1 Kor 15,9).

Św. Teresa z Lisieux, tak, jak inni święci, lubiła powtarzać, że pokora jest prawdą. W dzisiejszych dniach tyle „historii” warunkuje nasze dni, zwłaszcza w sieciach społecznościowych, często kunsztownie przygotowanych, z wieloma ustawieniami, kamerami, zróżnicowanymi tłami. Często ludzie szukają świateł reflektorów, zmyślnie ustawionych, aby móc pokazać „przyjaciołom” i followersom obraz siebie samych, który czasem nie odzwierciedla prawdy. Chrystus, światło Południa, przychodzi, by oświecić nas i by przywrócić nam naszą autentyczność, uwalniając nas ze wszystkich masek. Pokazuje nam wyraźnie kim jesteśmy, bowiem kocha nas takich, jakimi jesteśmy.

Zmienić perspektywę

Nawrócenie Pawła to nie cofnięcie się, ale otwarcie na zupełnie nową perspektywę. Rzeczywiście, kontynuuje on wędrówkę do Damaszku, ale nie jest już tym, kim był wcześniej, jest inną osobą (por. Dz 22,10). Można nawrócić się i odnowić w codziennym życiu, wykonując czynności, które zazwyczaj wykonujemy, ale z sercem przemienionym i nowymi motywacjami. W tym przypadku Jezus wprost prosi Pawła, by udał się aż do Damaszku, dokąd wcześniej się kierował. Paweł jest posłuszny, ale teraz cel i perspektywa jego podróży zmieniły się radykalnie. Odtąd będzie widział rzeczywistość nowymi oczami. Przedtem były to oczy prześladowcy-mściciela, odtąd będą to oczy ucznia-świadka. W Damaszku Ananiasz go ochrzci i wprowadzi do wspólnoty chrześcijańskiej. W milczeniu i modlitwie Paweł pogłębi osobiste doświadczenie i nową tożsamość, daną mu przez Pana Jezusa.

Nie rozpraszać siły i zapału młodych ludzi

Sposób bycia Pawła, zanim spotkał on Jezusa zmartwychwstałego, nie jest nam zupełnie obcy. Ileż sił i ileż zapału zamieszkuje również w waszych sercach, drodzy młodzi! Ale jeśli ciemność wokół was i w was samych przeszkadza wam we właściwym widzeniu, grozi wam, że zatracicie się w bitwach pozbawionych sensu, a wręcz, że staniecie się agresywni. I, niestety, pierwszymi ofiarami staniecie się wy i ci, którzy są wam bliscy. Istnieje też groźba walki o sprawy, które początkowo bronią słusznych wartości, ale które, doprowadzone do rozdrażnienia, stają się destrukcyjnymi ideologiami. Iluż młodych dzisiaj, być może motywowanych przez własne przekonania polityczne lub religijne, staje się ostatecznie narzędziami przemocy i zniszczenia w życiu wielu! Niektórzy, czujący się w świecie cyfrowym jak w domu, odnajdują w przestrzeni wirtualnej i w sieciach społecznościowych nowe pola bitew, bez skrupułów posługując się bronią fake newsów, aby rozsiewać truciznę i niszczyć przeciwników.

Kiedy Pan wkracza w życie Pawła, nie przekreśla jego osobowości, nie likwiduje jego zapału i jego pasji, ale sprawia, że te jego zdolności stają się owocne, aby uczynić z niego wielkiego ewangelizatora aż po krańce ziemi.

Apostoł narodów

Paweł będzie odtąd znany jako „apostoł narodów”: on, który był faryzeuszem, drobiazgowo przestrzegającym Prawa! Oto kolejny paradoks: Pan pokłada Swą ufność właśnie w tym, kto go prześladował. Niczym Paweł, każdy z nas może usłyszeć w głębi serca ten głos, który mówi: „ufam ci. Znam twoją historię i biorę ją w swoje ręce, wraz z tobą. Nawet jeśli często byłeś przeciwko mnie, wybieram ciebie i czynię cię moim świadkiem”. Boska logika może z najgorszego prześladowcy uczynić wielkiego świadka.

Uczeń Chrystusa jest wezwany do bycia „światłem świata” (Mt 5,14). Paweł musi świadczyć o tym, co widział, ale teraz pozostaje ślepy. Znów mamy do czynienia z paradoksem! Ale właśnie poprzez to osobiste doświadczenie, Paweł będzie w stanie utożsamić się z tymi, do których Pan go posyła. Bowiem w rzeczywistości został on uczyniony świadkiem, „aby otworzył im oczy i odwrócił od ciemności do światła” (Dz 26,18).

„Powstań i świadcz!”

Przyjmując nowe życie, otrzymane na Chrzcie świętym, otrzymujemy także misję od Pana: „będziesz mi świadkiem!”. To misja, której poświęcenie się odmienia życia.

Dziś zaproszenie Chrystusa do Pawła, jest skierowane do każdego i każdej z was młodych: powstań! Nie możesz pozostać na ziemi „użalając się nad sobą”, czeka na ciebie misja! Także ty możesz być świadkiem dzieł, które Jezus zaczął w tobie wypełniać. Dlatego w imię Chrystusa, mówię ci:

- Powstań i świadcz o swoim doświadczeniu ślepca, który napotkał światło, zobaczył dobro i piękno Boga w sobie samym, w innych i we wspólnocie Kościoła, która przezwycięża każdą samotność.

- Powstań i świadcz o miłości i szacunku, które można wprowadzać w relacje międzyludzkie, w życie rodzinne, w dialog pomiędzy rodzicami i dziećmi, młodymi i starszymi.

- Powstań i broń sprawiedliwości społecznej, prawdy i prawości, praw człowieka, prześladowanych, ubogich i kruchych, tych, którzy nie mają głosu w społeczeństwie, migrantów.

- Powstań i świadcz o nowym spojrzeniu, które pozwala ci patrzeć na stworzenie oczami pełnymi zachwytu, pozwala ci rozpoznawać w planecie Ziemi nasz wspólny dom i daje ci odwagę bronienia ekologii integralnej.

- Powstań i świadcz o tym, że przegrane życie może być odbudowane, że osoby, które już obumarły w duchu, mogą powrócić do życia, że osoby zniewolone mogą na powrót stać się wolnymi, że serca pogrążone w smutku mogą odzyskać radość.

- Wstań i świadcz z radością, że Chrystus żyje! Nieś jego przesłanie miłości i zbawienia wśród twoich rówieśników, w szkole, na uczelni, w pracy, w świecie cyfrowym, wszędzie.

Pan Bóg, Kościół, papież ufają wam i ustanawiają was świadkami wobec tylu innych młodych ludzi, których spotykacie na „drogach do Damaszku” naszych czasów. Nie zapominajcie: „jeśli ktoś rzeczywiście doświadczył miłości Boga, który go zbawia, nie potrzebuje wiele czasu, by zacząć Go głosić, nie może oczekiwać, aby udzielono mu wielu lekcji lub długich instrukcji. Każdy chrześcijanin jest misjonarzem w takiej mierze, w jakiej spotkał się z miłością Boga w Chrystusie Jezusie.” (Adhortacja apostolska Evangelii gaudium, 120)

Powstańcie i świętujcie ŚDM w Kościołach lokalnych!

Wobec wszystkich was, młodych całego świata, ponawiam zaproszenie do wzięcia udziału w tej duchowej pielgrzymce, która poprowadzi nas ku obchodom Światowego Dnia Młodzieży w Lizbonie w 2023 r. Jednakże najbliższe spotkanie odbędzie się w waszych Kościołach lokalnych, w różnych diecezjach i eparchiach świata, gdzie w uroczystość Chrystusa Króla Wszechświata będzie obchodzony – na poziomie lokalnym – Światowy Dzień Młodzieży 2021.

Mam nadzieję, że wszyscy będziemy mogli przeżywać te poszczególne etapy jako prawdziwi pielgrzymi, a nie „turyści wiary”! Otwórzmy się na niespodzianki Pana Boga, który chce rozświetlić Swoim światłem naszą drogę. Otwórzmy się na słuchanie Jego głosu, także poprzez naszych braci i nasze siostry. W ten sposób będziemy pomagali sobie nawzajem wspólnie powstawać, a w tym trudnym momencie historii staniemy się prorokami nowych czasów, pełnych nadziei! Najświętsza Maryja Panna wstawia się za nami.

Rzym, u św. Jana na Lateranie, 14 września 2021 r., w Święto Podwyższenia Krzyża Świętego.

FRANCISZEK

Testo in lingua araba

رسالة قداسة البابا فرنسيس

في مناسبة اليوم العالمي للشّبيبة

21 نوفمبر/تشرين الثاني 2021

"انهَضْ! سأَجعَلَ مِنكَ شاهِدًا لِهذهِ الرُّؤْيا" (أعمال الرّسل 26، 16)

أيّها الشباب الأعزّاء،

أودّ أن آخذ بيدكم مرّة أخرى حتى نتابع مسيرتنا معًا في رحلة حجّنا الروحيّ التي تقودنا إلى اليوم العالمي للشّبيبة في لشبونة في سنة 2023.

في السنة الماضية، قبل انتشار الجائحة بقليل، وقّعت على الرّسالة التي كان موضوعها "يا فَتى، أَقولُ لَكَ: قُمْ!" (راجع لوقا 7، 14). أراد الرّبّ يسوع، في عنايته، أن يهيّئنا للتحدّي الأصعب الذي كان على وشك أن يمرَّ بحياتنا.

كان لا بدّ من مواجهة الألم في جميع أنحاء العالم لفقدان أحبّاء كثيرين، وبسبب العزلة الاجتماعيّة. منعتكم حالة الطّوارئ الصحيّة أنتم أيضًا أيّها الشّباب – المنطلقين نحو الخارج بطبيعتكم- أن تخرجوا لتذهبوا إلى المدرسة والجامعة والعمل والالتقاء بعضكم مع بعض... ووجدتم أنفسكم في مواقف صعبة، لم تكونوا معتادين على مواجهتها. والذين كانوا أقل استعدادًا ولا سند لهم شعروا بالارتباك. وظهرت مشاكل عائليّة في كثير من الحالات، إلى جانب البطالة والاكتئاب والعزلة والإدمان. ولا نذكر الضّغط المتراكم والتّوترات وانفجار الغضب وتزايد العنف.

لكن الحمد لله لأنّ هذا ليس الوجه الوحيد لواقعنا. إذا أظهرت لنا المحنة نقاط ضعفنا، فقد أظهرت أيضًا فضائلنا، منها استعدادنا للتضامن. رأينا في كلّ أنحاء العالم أشخاصًا كثيرين، وفيهم شباب كثيرون، يناضلون من أجل الحياة، ويزرعون الرّجاء، ويدافعون عن الحريّة والعدالة، وأصبحوا صانعي سلام وبناة جسور.

عندما يسقط شاب، تسقط الإنسانيّة، بمعنًى ما. ولكنه صحيح أيضًا أنّه عندما ينهض شابّ، فكأنّ العالم كلّه ينهض. أعزّائي الشّباب، كم هي كبيرة الإمكانات التي بين أيديكم! وأيّة قوّة تحملون في قلوبكم!

ولهذا، اليوم، يقول الله، مرّة أخرى، لكلّ واحد منكم: "انهَضْ!". أرجو من كلّ قلبي أن تساعدنا هذه الرّسالة في الاستعداد للأوقات الجديدة، ولصفحة جديدة في تاريخ البشريّة. لكن لا يمكن البدء من جديد من دونكم، أيّها الشّباب الأعزّاء. حتّى ننهض، يحتاج العالم إلى قوّتكم، وحماسكم، واندفاعكم. بهذا المعنى، أودّ أن أتأمّل معكم في المقطع من سفر أعمال الرّسل الذي فيه قال يسوع لبولس: " انهَضْ! سأَجعَلَ مِنكَ شاهِدًا لِهذهِ الرُّؤْيا" (راجع أعمال الرّسل 26، 16).

بولس شاهد أمام الملك

الآية التي ألهمت موضوع اليوم العالمي للشّبيبة لسنة 2021 مأخوذة من شهادة بولس أمام الملك أغريبّا في أثناء وجوده في السّجن. هو، الذي كان يومًا عدوًا ومضطهدًا للمسيحيّين، يُدان الآن بالتحديد بسبب إيمانه بالمسيح. بعد حوالي خمس وعشرين سنة، روى الرّسول قصّته والحدث الأساسيّ الذي هو لقاؤه مع المسيح.

اعترف بولس أنّه كان يضطهد المسيحيّين في الماضي، حتى جاء يوم كان ذاهبًا فيه إلى دمشق لإلقاء القبض على بعضهم. سطع نورٌ غمره هو ورفاقه "يَفوقُ الشَّمسَ بإِشعاعِه" (راجع أعمال الرّسل 26، 13). وهو وحده سمع "صَوتًا": كلّمه يسوع وناداه باسمه.

" شاوُل، شاوُل!"

لنتعمّق معًا في هذا الحدث. ناداه يسوع باسمه شاول، فأفهمه أنّه يعرفه شخصيًّا. كما لو أنّه يقول له: "أنا أعرف من أنت، وأعرف ما الذي تخطّط له، ومع ذلك أتوجّه إليك أنت بالتحديد". ناداه مرّتين، علامة على دعوة خاصّة ومهمّة جدًّا، مثلما فعل مع موسى (راجع خروج 3، 4) ومع صموئيل (راجع 1 صموئيل 3، 10). سقط شاول على الأرض، وأدرك أنّه شَاهِدٌ لظهورٍ إلهيّ، ووحيٍ قدير، أثار اضطرابه، ولكنّه لم يكن سبب قضاء على شخصيته، بل ناداه باسمه.

في الواقع، فقط لقاء شخصيّ، ولقاء بالاسم، مع المسيح يغيّر الحياة. أظهر يسوع أنّه يعرف شاول جيّدًا، وأنّه "يعرفه من الدّاخل". حتّى لو كان شاول مُضطَهِدًا، وحتّى لو كان في قلبه كراهية للمسيحيّين، علِم يسوع أنّ هذا كان بسبب الجهل وأراد أن يُظهر رحمته فيه. ستكون بالتّحديد هذه النعمة، وهذا الحبّ غير المُستَحَق وغير المشروط، النّور الذي سيغيّر حياة شاول بشكل جذريّ.

"مَن أَنتَ يا رَبّ؟"

أمام هذا الحضور السرّيّ الذي يناديه باسمه، سأل شاول: "مَن أَنتَ يا رَبّ؟" (أعمال الرّسل 26، 15). هذا السؤال مهمّ جدًّا، ويجب على الجميع طرحه في الحياة، عاجلًا أم آجلًا. لا يكفي أن نسمع عن المسيح من الآخرين، ولكن من الضّروري أن نكلّمه شخصيًّا. وهذه هي الصّلاة أوّلًا وآخِرًا. إنّها حديث مباشر مع يسوع، حتّى لو كان قلبنا ما زال مضطربًا، وعقلنا مليئًا بالشّكوك أو حتّى بالازدراء للمسيح والمسيحيّين. آمل أن يصل كلّ شابّ، في أعماق قلبه، إلى طرح هذا السّؤال: "مَن أَنتَ يا رَبّ؟".

لا يمكننا أن نفترض أنّ الجميع يعرفون يسوع، وحتّى في عصر الإنترنت. والسّؤال الذي يطرحه كثيرون على يسوع والكنيسة هو بالتحديد هذا: "مَن أَنت؟". في كلّ قصّة دعوة القدّيس بولس، كانت المرّة الوحيدة التي سأل فيها بولس "مَن أَنت؟". وعلى سؤاله، أجاب الرّبّ يسوع على الفور: "أَنا يسوعُ الَّذي أَنتَ تَضطَهِدُه" (المرجع نفسه).

"أَنا يسوعُ الَّذي أَنتَ تَضطَهِدُه"

كشف الرّبّ يسوع لشاول، من خلال هذا الجواب، سرًّا كبيرًا: إنّه شيءٌ واحد هو والكنيسة، والمسيحيّون. حتّى ذلك الحين، شاول لم يكن قد رأى شيئًا عن المسيح سوى المؤمنين الذين سجنهم (راجع أعمال الرّسل 26، 10)، والذين طلب هو نفسه قتلهم (المرجع نفسه). ورأى كيف أجاب المسيحيّون على الشّرّ بالخير، وعلى الكراهية بالحبّ، وقبلوا الظّلم والعنف والافتراء والاضطهاد الذي تعرّضوا له من أجل اسم المسيح. لذلك، إذا أنعمنا النّظر، نكتشف أنّ شاول كان قد التقى بالمسيح بطريقة ما ومن دون أن يعرف ذلك: التقاه في المسيحيّين!

كم مرّة سمعنا: ”يسوع نعم، الكنيسة لا“، وكأنّ أحدهما يمكن أن يكون بديلًا عن الآخر. لا يمكننا أن نعرف يسوع إذا كنّا لا نعرف الكنيسة. ولا يمكننا أن نعرف يسوع إلّا من خلال الإخوة والأخوات في جماعته. لا يمكننا أن نُدعى مسيحيّين كاملين إن لم نَعِش البُعد الكَنسي للإيمان.

"يَصعُبُ عَليكَ أَن تَرفِسَ المِهْماز"

هذه كانت الكلمات التي وجّهها الرّبّ يسوع إلى شاول بعد سقوطه على الأرض. وكأنّه كان يكلِّمه منذ فترة بطريقة خفيّة، ويحاول أن يجذبه إليه، وشاول كان يقاومه. يوجّه الرّبّ يسوع نفس "التّوبيخ" اللطيف إلى كلّ شابّ يبتعد عنه فيقول له: "إلى متى تهرب منّي؟ لماذا لا تسمع أننّي أناديك؟ أنا أنتظر عودتك". مثل النّبي إرميا، نقول أحيانًا: "لا أَذكُرُه"، لن أفكر فيه (إرميا 20، 9). ولكن، في قلب كلّ واحد يوجد مِثل نار مشتعلة: وحتّى لو حاولنا احتواءَها، لا يمكننا ذلك، لأنّها أقوى منّا.

اختار الرّبّ يسوع من كان يضطهده، ومن كان معاديًا عداءً شديدًا له ولأصحابه. ولكن، لله، لا يوجد إنسان لا يمكن استعادته. من خلال اللقاء الشّخصي معه، من الممكن دائمًا البدء من جديد. لا يوجد شابّ بعيد عن فعل نعمة الله ورحمته. لا أحد يستطيع أن يقول: إنّه بعيد جدًّا... لقد فات الأوان... كم من الشّباب هواهم أن يعارضوا وأن يسيروا بعكس التّيّار، ولكنّهم يخبّئون في قلوبهم شوقًا إلى أن يلتزموا، وأن يحبّوا بكلّ قوّتهم، وأن يكونوا أصحاب رسالة! رأى يسوع بالتّحديد في شاول مثل هذا الشّاب.

أن نعرف أنّنا عميان

يمكننا أن نتصوّر أنّ شاول، قبل لقائه بالمسيح، كان بمعنًى ما "ممتلئًا بنفسه"، ومعتبرًا نفسه "عظيمًا" لاستقامته الأخلاقيّة وغيرته ولأصوله وثقافته. وكان مقتنعًا بالتّأكيد أنّه كان على حقّ. لكن عندما كشف الرّبّ يسوع نفسه له، "سَقَط" ووجد نفسه أعمى. واكتشف فجأة أنّه غير قادر أن يرى، ليس فقط جسديًّا، بل أيضًا روحيًّا. فتداعى يقينه. وشَعر في روحه أنّ ما كان يحرّكه بهوًى شديد – أي الغيرة للقضاء على المسيحيّين - كان خطأً كبيرًا. وأدرك أنّه ليس صاحب الحقّ المطلق، بل هو بعيد عنه. ومع يقينه، سقطت "عظمته" أيضًا. وفجأة، وجد نفسه تائهًا وضعيفًا و "صغيرًا".

هذا التواضع – أي إدراك حدودنا – هو أمر أساسيّ! من يعتقد أنّه يعرف كلّ شيء عن نفسه، وعن الآخرين، وحتّى عن الحقائق الدينيّة، سيجد صعوبة في لقاء المسيح. فَقَدَ شاول، بعد أن أصبح أعمى، مرجعيّاته التي كان يعتمد عليها. بَقِيَ وحيدًا، في الظّلام، وكانت الأمور الوحيدة الواضحة بالنّسبة له النّور الذي رآه والصّوت الذي سمعه. يا لها من مفارقة: فقط عندما ندرك أنّنا عُميَان، نبدأ في الرّؤية!

بعد الظهور الصّاعق على الطريق إلى دمشق، فضّل شاول أن يُدعى بولس، أي "الصّغير". ليس اسمًا مستعارًا أو "اسمًا في العمل"، - الذي يُستخدم اليوم كثيرًا حتّى بين النّاس العاديّين. في الواقع جعله اللقاء مع المسيح يشعر بهذا الشّعور، وحطَّم الجدار الذي كان يمنعه من معرفة نفسه في الحقيقة. وقد قال هو عن نفسه: "ذلك بأَنِّي أَصغَرُ الرُّسُل، ولَستُ أَهْلاً لأَن أُدْعى رَسولاً لأَنِّي اضطَهَدتُ كَنيسةَ الله" (1 قورنتس 15، 9).

أحبّت القّديسة تريزا الطّفل يسوع، مثل غيرها من القدّيسين، أن تكرّر أنّ التّواضع هو الحقيقة. في الوقت الحاضر، نحاول أن نجد طعمًا لحياتنا من خلال "قصص" كثيرة، لا سيما على الشّبكات الاجتماعيّة، والتي غالبًا ما يتمّ إنشاؤها بفنّ، مع الكثير من الأجهزة، والكاميرات والخلفيّات المختلفة. نبحث عن أضواء المسرح بشكل متزايد، والموجّه بدقّة، حتّى نُظهر "للأصدقاء" وللمتابعين صورة عن ذاتنا، والتي لا تعكس، أحيانًا، حقيقتنا. جاء المسيح، شمس الظهر الساطعة، لينيرنا ويعيدنا إلى أصالتنا، وليحرّرنا من كلّ الأقنعة، ويُظهر لنا بوضوح ما نحن عليه، لأنّه يحبّنا كما نحن.

تغيير وجهة النّظر

اهتداء بولس ليس رجوعًا إلى الوراء، ولكنّه انفتاح على آفاق جديدة تمامًا. في الواقع، واصل مسيرته نحو دمشق، ولكن لم يعد الذي كان من قبل، بل هو إنسانٌ مختلف (راجع أعمال الرّسل 22، 10). يمكننا أن نغيّر أنفسنا ونُجدّدها في الحياة العاديّة، وأن نفعل الأمور التي نفعلها عادة، ولكن بقلب تغيّر ودوافع مختلفة. في هذه الحالة، طلب يسوع صراحةً من بولس أن يذهب إلى دمشق، حيث كان مُتَّجِهًا. أطاع بولس، ولكن الآن، تغيّر هدف رحلته ومعناها بشكل جذريّ. من الآن فصاعدًا، سيرى الواقع بعينين جديدتين. سابقًا كانت عَينَيْ الجلّاد المُضطَهِد، ولكن، من الآن فصاعدًا، هي عَينا التّلميذ الشّاهد. عمّده حنانيا في دمشق وقدّمه إلى الجماعة المسيحيّة. سيعمّق بولس خبرته الخاصّة في الصّمت والصّلاة، وهويّته الجديدة التي منحه إياها الرّبّ يسوع.

لا تبدّدوا قوّة واندفاع الشّباب

موقف بولس قبل اللقاء مع يسوع القائم من بين الأموات ليس غريبًا جدًّا علينا. كم من القوّة والاندفاع في قلوبكم أيضًا، أيّها الشّباب الأعزّاء! لكن إذا كان الظّلام من حولكم وفي داخلكم يمنعكم أن تروا بشكل صحيح، فهناك خطر لأن تضيعوا في معارك لا معنى لها، حتّى يمكن أن تصبحوا عنيفين. وللأسف، ستكونون أنتم أنفسكم أوّل الضّحايا، ومن هم أقرب النّاس إليكم. يوجد أيضًا خطر النّضال من أجل القضايا التي تدافع في الأصل عن القيّم العادلة، ولكنّها، إذا بالغنا فيها، تحوّلت إلى أيديولوجيّات هدّامة. كم من الشّباب اليوم، ربما يكونون مدفوعين بمعتقداتهم السّياسيّة أو الدينيّة، لكنّهم يصبحون في آخر الأمر أدوات للعنف والدّمار في حياة الكثيرين! يَجِدُ البعض مِن ”مواليد العصر الرقمي“، ساحة معركة جديدة في البيئة الافتراضيّة وفي الشّبكات الاجتماعيّة، ويلجؤون، من دون ضمير، إلى سلاح الأخبار الكاذبة، لنشر السّموم والقضاء على خصومهم.

لمـّا دخل الرّبّ يسوع في حياة بولس، لم يُلغِ شخصيّته، ولم يوقِف حماسه واندفاعه بل استخدم هذه الصّفات نفسها ليجعل منه المبشّر الكبير حتّى أقاصي الأرض.

رسول الأمم

سيُعرَف بولس لاحقًا باسم "رسول الأمم": هو الذي كان فرّيسيًّا وحافظًا متشدِّدًا للشريعة! وهذه مفارقة أخرى: وضع الرّبّ يسوع ثقته بالتّحديد في مَن كان يضطهده. يمكن لكلّ واحد منّا، مثل بولس، أن يسمع في أعماق قلبه هذا الصّوت الذي يقول له: "أنا أثق بك. وأعرف قصّتك وأحملها وإيّاك بين يدَيّ. وحتّى لو كنت ضدّي في كثير من الأحيان، فأنا اخترتك وجعلتك شاهدًا لي". يمكن للمنطق الإلهيّ أن يجعل أسوأ مُضطهدٍ شاهدًا كبيرًا.

دُعي تلميذ المسيح ليكون "نور العالَم" (متّى 5، 14). يجب على بولس أن يشهد بما رآه، ولكنّه الآن أعمى. ها نحن من جديد في المفارقة! ولكن، سيتمكّن بولس، من خلال خبرته الشخصيّة بالتّحديد، أن ينفَذَ في داخل الذين أرسله الرّبّ يسوع إليهم. في الواقع، هو جُعِلَ شاهدًا "لِتَفتَحَ عُيونَهم فيَرجِعوا مِنَ الظَّلامِ إِلى النُّور" (أعمال الرّسل 26، 18).

"انهَض واشهَد"

في قبولنا للحياة الجديدة التي أُعطيت لنا في المعموديّة، أعطانا الرّبُّ يسوع أيضًا رسالة وهي: "ستكون لِي شاهدًا!" إنّها رسالةٌ نكرّسُ أنفسنا لها، وتغيّر حياتنا.

دعوة المسيح لبولس موجّهة اليوم إلى كلّ واحد/ة منكم/منكنّ أيّها الشّباب والشابات: انهَض! لا يمكنك البقاء على الأرض "تبكي حظَّك"، هناك رسالة تنتظرك! يمكنك أنت أيضًا أن تكون شاهدًا على الأعمال التي بدأ يسوع يحقّقها فيك. لذلك، أقول لك، باسم المسيح:

- انهَض واشهد لتجربتك مثل أعمى التقى النّور، ورأى صلاح الله وجماله، في نفسه، وفي الآخرين، وفي شركة الكنيسة التي تغلب كلّ عزلة.

- انهَض واشهد للحبّ والاحترام الذي يمكن أن ينشأ في العلاقات الإنسانيّة، وفي الحياة العائليّة، وفي الحوار بين الوالدين والأبناء، وبين الشّباب وكبار السّن.

- انهَض ودافع عن العدالة الاجتماعيّة، والحقيقة والاستقامة، وحقوق الإنسان، والمضطّهدين، والفقراء والضّعفاء، والذين لا صوت لهم في المجتمع، والمهاجرين.

- انهَض واشهد للنّظرة الجديدة التي تُريك الخليقة بعيون مليئة بالدّهشة، وتُعرّفك على الأرض أنَّها بيتنا المشترك، وتمنحُك الشّجاعة للدفاع عن البيئة بكاملها.

- انهَض واشهد أنّ كلّ حياة أخفقت يمكن أن تُبنى من جديد، والأشخاص الذين ماتوا في الرّوح يمكن أن يعودوا إلى الحياة، والمُستعبَدِين يمكن أن يحرّروا، والقلوب المثقلة بالحزن يمكن أن يعود إليها الرجاء.

- انهَض واشهد بفرح أنّ المسيح حَيّ! وانشُر رسالته، رسالة الحبّ والخلاص، بين أبناء جيلك، وفي المدرسة، وفي الجامعة، وفي العمل، وفي العالم الرّقمي، وفي كلّ مكان.

الرّبّ يسوع يثق بكم، والكنيسة، والبابا، ويقيمونكم شهودًا أمام الشّباب الآخرين الكثيرين، الذين تقابلونهم على "طُرُقِ دِمَشق" في زمننا. لا تنسَوا: "إن اختبر أحدكم حقًّا حبّ الله المخلّص، فهو لا يحتاج إلى وقتٍ كثير ليستعد ثم ينطلق ويبشّر به، ولا يمكنه أن ينتظر مزيدًا من الدّروس والتّعاليم الطويلة. كلّ مسيحيّ هو مُرسلٌ بمقدار ما يلتقي حبّ الله في يسوع المسيح" (الإرشاد الرّسولي، فرح الإنجيل، 120).

انهضوا واحتفلوا في اليوم العالمي للشّبيبة في الكنائس الخاصّة!

أُجدّد لكم جميعًا، يا شباب العالم، الدّعوة إلى المشاركة في هذا الحجّ الرّوحي الذي سيقودنا إلى الاحتفال باليوم العالمي للشّبيبة في لشبونة في سنة 2023. ولكن، سيكون الموعد المقبل في كنائسكم الخاصّة، وفي مختلف الأبرشيّات في العالم، حيث سيتمّ الاحتفال – على المُستوى المحليّ - باليوم العالمي للشّبيبة لسنة 2021، في عيد يسوع الملك.

أرجو أن نعيش كلّنا هذه المراحل مثل حُجّاج حقيقيّين، وليس مثل "سيّاح الإيمان"! لنفتح قلوبنا لمفاجآت الله، الذي يريد أن يضيء نوره في طريقنا. ولنفتح قلوبنا حتّى نصغي إلى صوته، من خلال إخوتنا وأخواتنا أيضًا. وهكذا نساعد بعضنا بعضًا لننهض معًا، وفي هذه اللحظة التاريخيّة الصّعبة، سنصبح أنبياء لعصرٍ جديد، مليء بالرّجاء! ولتشفع لنا العذراء مريم.

أُعطيَ في روما، في بازيليكا القدّيس يوحنّا في اللاتران، يوم 14 أيلول/سبتمبر 2021، في عيد ارتفاع الصّليب المقدّس.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 27 settembre 2021


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