Santa Messa in occasione della V Giornata Mondiale dei Poveri

di fronte ai poveriAlle ore 10.00 di questa mattina, XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, il Santo Padre Francesco ha presieduto nella Basilica Vaticana la Celebrazione Eucaristica in occasione della V Giornata Mondiale dei Poveri, alla quale hanno partecipano 2 mila poveri ed indigenti, insieme ai volontari che li accompagnavano e ad esponenti delle numerose realtà caritative che li assistono quotidianamente sul territorio di Roma.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Vangelo:

Omelia del Santo Padre

Le immagini usate da Gesù, nella prima parte del Vangelo odierno, lasciano sgomenti: il sole che si oscura, la luna che non dà più luce, le stelle che cadono e le potenze dei cieli sconvolte (cfr Mc 13,24-25). Poco dopo, però, il Signore ci apre alla speranza: proprio in quel momento di oscurità totale, il Figlio dell’Uomo verrà (cfr v. 26); e nel presente si possono già contemplare i segni della sua venuta, come quando si vede un albero di fico che inizia a mettere le foglie perché l’estate è vicina (cfr v. 28).

Questo Vangelo ci aiuta così a leggere la storia cogliendone due aspetti: i dolori di oggi e la speranza di domani. Da una parte, sono evocate tutte le dolorose contraddizioni in cui la realtà umana rimane immersa in ogni tempo; dall’altra parte, c’è il futuro di salvezza che la attende, cioè l’incontro con il Signore che viene, per liberarci da ogni male. Guardiamo a questi due aspetti con lo sguardo di Gesù.

Il primo aspetto: il dolore di oggi. Siamo dentro a una storia segnata da tribolazioni, violenze, sofferenze e ingiustizie, in attesa di una liberazione che sembra non arrivare mai. Soprattutto, a esserne feriti, oppressi e talvolta schiacciati sono i poveri, gli anelli più fragili della catena. La Giornata Mondiale dei Poveri, che stiamo celebrando, ci chiede di non voltarci dall’altra parte, di non aver paura a guardare da vicino la sofferenza dei più deboli, per i quali il Vangelo di oggi è molto attuale: il sole della loro vita è spesso oscurato dalla solitudine, la luna delle loro attese è spenta; le stelle dei loro sogni sono cadute nella rassegnazione ed è la loro stessa esistenza a essere sconvolta. Tutto ciò a causa della povertà a cui spesso sono costretti, vittime dell’ingiustizia e della disuguaglianza di una società dello scarto, che corre veloce senza vederli e li abbandona senza scrupoli al loro destino.

Dall’altra parte, però, c’è il secondo aspetto: la speranza di domani. Gesù vuole aprirci alla speranza, strapparci dall’angoscia e dalla paura dinanzi al dolore del mondo. Per questo afferma che, proprio mentre il sole si oscura e tutto sembra precipitare, Egli si fa vicino. Nel gemito della nostra storia dolorosa, c’è un futuro di salvezza che inizia a germogliare. La speranza di domani fiorisce nel dolore di oggi. Sì, la salvezza di Dio non è solo una promessa dell’aldilà, ma cresce già ora dentro la nostra storia ferita – abbiamo il cuore ammalato, tutti –, si fa strada tra le oppressioni e le ingiustizie del mondo. Proprio in mezzo al pianto dei poveri, il Regno di Dio sboccia come le tenere foglie di un albero e conduce la storia alla meta, all’incontro finale con il Signore, il Re dell’Universo che ci libererà in modo definitivo.

Chiediamoci a questo punto: che cosa è richiesto a noi cristiani davanti a questa realtà? Ci è richiesto di nutrire la speranza di domani risanando il dolore di oggi. Sono collegati: se tu non vai avanti risanando i dolori di oggi, difficilmente avrai la speranza di domani. La speranza che nasce dal Vangelo, infatti, non consiste nell’aspettare passivamente che un domani le cose vadano meglio, questo non è possibile, ma nel rendere oggi concreta la promessa di salvezza di Dio. Oggi, ogni giorno. La speranza cristiana non è infatti l’ottimismo beato, anzi, direi l’ottimismo adolescente, di chi spera che le cose cambino e nel frattempo continua a farsi la sua vita, ma è costruire ogni giorno, con gesti concreti, il Regno dell’amore, della giustizia e della fraternità che Gesù ha inaugurato. La speranza cristiana, per esempio, non è stata seminata dal levita e dal sacerdote che sono passati davanti a quell’uomo ferito dai ladri. È stata seminata da un estraneo, da un samaritano che si è fermato e ha fatto il gesto (cfr Lc 10,30-35). E oggi è come se la Chiesa ci dicesse: “Fermati e semina speranza nella povertà. Avvicinati ai poveri e semina speranza”. La speranza di quella persona, la speranza tua e la speranza della Chiesa. A noi è chiesto questo: di essere, tra le quotidiane rovine del mondo, instancabili costruttori di speranza; di essere luce mentre il sole si oscura; di essere testimoni di compassione mentre attorno regna la distrazione; di essere amanti e attenti nell’indifferenza diffusa. Testimoni di compassione. Noi non potremo mai fare del bene senza passare per la compassione. Al massimo faremo cose buone, ma che non toccano la via cristiana perché non toccano il cuore. Quello che ci fa toccare il cuore è la compassione: ci avviciniamo, sentiamo la compassione e facciamo gesti di tenerezza. Proprio lo stile di Dio: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo ci è chiesto oggi.

Di recente mi è tornato in mente quel che ripeteva un Vescovo vicino ai poveri, e povero di spirito lui stesso, don Tonino Bello: «Non possiamo limitarci a sperare, dobbiamo organizzare la speranza». Se la nostra speranza non si traduce in scelte e gesti concreti di attenzione, giustizia, solidarietà, cura della casa comune, le sofferenze dei poveri non potranno essere sollevate, l’economia dello scarto che li costringe a vivere ai margini non potrà essere convertita, le loro attese non potranno rifiorire. A noi, specialmente a noi cristiani, tocca organizzare la speranza – bella questa espressione di Tonino Bello: organizzare la speranza –, tradurla in vita concreta ogni giorno, nei rapporti umani, nell’impegno sociale e politico. A me fa pensare il lavoro che fanno tanti cristiani con le opere di carità, il lavoro dell’Elemosineria apostolica… Che cosa si fa lì? Si organizza la speranza. Non si dà una moneta, no, si organizza la speranza. Questa è una dinamica che oggi ci chiede la Chiesa.

C’è un’immagine della speranza che Gesù ci offre oggi. È semplice e indicativa al tempo stesso: è l’immagine delle foglie dell’albero di fico, che spuntano senza far rumore, segnalando che l’estate è vicina. E queste foglie appaiono, sottolinea Gesù, quando il ramo diventa tenero (cfr Mc 13,28). Fratelli, sorelle, ecco la parola che fa germogliare la speranza nel mondo e solleva il dolore dei poveri: la tenerezza. Compassione che ti porta alla tenerezza. Sta a noi superare la chiusura, la rigidità interiore, che è la tentazione di oggi, dei “restaurazionisti” che vogliono una Chiesa tutta ordinata, tutta rigida: questo non è dello Spirito Santo. E noi dobbiamo superare questo, e far germogliare in questa rigidità la speranza. E sta a noi anche superare la tentazione di occuparci solo dei nostri problemi, per intenerirci dinanzi ai drammi del mondo, per compatire il dolore. Come le foglie dell’albero, siamo chiamati ad assorbire l’inquinamento che ci circonda e a trasformarlo in bene: non serve parlare dei problemi, polemizzare, scandalizzarci – questo lo sappiamo fare tutti –; serve imitare le foglie, che senza dare nell’occhio ogni giorno trasformano l’aria sporca in aria pulita. Gesù ci vuole “convertitori di bene”: persone che, immerse nell’aria pesante che tutti respirano, rispondono al male con il bene (cfr Rm 12,21). Persone che agiscono: spezzano il pane con gli affamati, operano per la giustizia, rialzano i poveri e li restituiscono alla loro dignità, come ha fatto quel samaritano.

È bella, è evangelica, è giovane una Chiesa che esce da sé stessa e, come Gesù, annuncia ai poveri la buona notizia (cfr Lc 4,18). Mi fermo su quell’aggettivo, l’ultimo: è giovane una Chiesa così; la giovinezza di seminare speranza. Questa è una Chiesa profetica, che con la sua presenza dice agli smarriti di cuore e agli scartati del mondo: “Coraggio, il Signore è vicino, anche per te c’è un’estate che spunta nel cuore dell’inverno. Anche dal tuo dolore può risorgere speranza”. Fratelli e sorelle, portiamo questo sguardo di speranza nel mondo. Portiamolo con tenerezza ai poveri, con vicinanza, con compassione, senza giudicarli – noi saremo giudicati –. Perché lì, presso di loro, presso i poveri c’è Gesù; perché lì, in loro, c’è Gesù, che ci attende.

[01580-IT.02] [Testo originale: Italiano]

Traduzione in lingua francese

Les images utilisées par Jésus, dans la première partie de l'Évangile d'aujourd'hui, nous laissent consternés : le soleil s'obscurcit, la lune ne donne plus de lumière, les étoiles tombent et les puissances des cieux sont ébranlées (cf. Mc 13, 24-25). Peu après, cependant, le Seigneur nous ouvre à l'espérance : à ce moment précis de ténèbres totales, le Fils de l'Homme viendra (cf. v. 26) ; et dès maintenant nous pouvons contempler les signes de sa venue, comme lorsque nous voyons les feuilles d’un figuier commencer à sortir parce que l'été est proche (cf. v. 28).

Cet Évangile nous aide donc à lire l'histoire en en saisissant deux aspects : les souffrances d'aujourd'hui et l'espérance du lendemain. D'une part, toutes les contradictions douloureuses dans lesquelles la réalité humaine reste plongée à tout moment sont évoquées; d'autre part, il y a l'avenir de salut qui l'attend, c'est-à-dire la rencontre avec le Seigneur qui vient nous libérer de tout mal. Regardons ces deux aspects avec le regard de Jésus.

Le premier aspect : les souffrances d'aujourd'hui. Nous sommes dans une histoire marquée par les tribulations, les violences, les souffrances et les injustices, dans l'attente d'une libération qui ne semble jamais venir. Avant tout, ce sont les pauvres, les maillons les plus faibles de la chaîne, qui sont blessés, opprimés et parfois écrasés. La Journée Mondiale des Pauvres, que nous célébrons, nous demande de ne pas détourner le regard, de ne pas avoir peur de regarder de près la souffrance des plus faibles, pour lesquels l'Évangile d'aujourd'hui est très actuel : le soleil de leur vie est souvent obscurci par la solitude, la lune de leurs attentes est éteinte ; les étoiles de leurs rêves sont tombées dans la résignation et c'est leur existence même qui est bouleversée. Tout cela à cause de la pauvreté à laquelle ils sont souvent contraints, victimes de l'injustice et de l'inégalité d'une société du déchet, qui court vite sans les voir et les abandonne sans scrupules à leur sort.

Mais d'un autre côté, il y a le deuxième aspect : l'espérance du lendemain. Jésus veut nous ouvrir à l'espérance, nous arracher à l'angoisse et à la peur devant la douleur du monde. C'est pourquoi il dit que, au moment même où le soleil s'assombrit et que tout semble s’effondrer, il s'approche. Dans les gémissements de notre histoire douloureuse, il y a un avenir de salut qui commence à germer. L’espérance de demain fleurit dans la souffrance d'aujourd'hui. Oui, le salut de Dieu n'est pas seulement une promesse de l'au-delà, mais il grandit dès maintenant dans notre histoire blessée, nous avons le cœur malade, tous, il se fraie un chemin parmi les oppressions et les injustices du monde. Au milieu des pleurs des pauvres, le Royaume de Dieu s’épanouit comme les feuilles tendres d'un arbre et conduit l'histoire à son but, à la rencontre finale avec le Seigneur, le Roi de l'Univers, qui nous libérera de manière définitive.

Demandons-nous à ce stade : qu'est-ce qui est exigé de nous chrétiens face à cette réalité ? il nous est demandé de Nourrir l’espérance du lendemain en guérissant la souffrance d'aujourd'hui. Ils sont liés: si tu ne vas pas de l’avant en guérissant les douleurs d’aujourd’hui, tu auras difficilement l’espérance de demain. L'espérance née de l'Évangile, en effet, ne consiste pas à attendre passivement que les choses soient meilleures demain, ce n’est pas possible, mais à concrétiser aujourd'hui la promesse de salut de Dieu. Aujourd'hui, tous les jours. L'espérance chrétienne n'est pas, en effet, l'optimisme béat, je dirais même l’optimisme adolescent, de ceux qui espèrent que les choses vont changer et qui, entre-temps, continuent à faire leur vie. Mais elle consiste à construire chaque jour, avec des gestes concrets, le Royaume d’amour, de justice et de fraternité que Jésus a inauguré. L’espérance chrétienne, par exemple, n’a pas été semée par le lévite et le prêtre qui sont passés devant cet homme blessé par les voleurs.Elle a été semée par un étranger, par un Samaritain qui s’est arrêté et a fait le geste (cf. Lc 10, 30-35).Et aujourd’hui, c’est comme si l’Eglise nous disait: "Arrête-toi et sème l’espérance dans la pauvreté.Approche-toi des pauvres et sème l’espérance".L’espérance de cette personne, ton espérance et l’espérance de l’Eglise. C'est ce qui nous est demandé : c’est d’être, au milieu des ruines quotidiennes du monde, d'infatigables bâtisseurs d'espérance ; être la lumière alors que le soleil s'obscurcit ; être des témoins de la compassion alors que le désintérêt règne autour de nous ; être aimants et attentifs au milieu de l'indifférence générale. Témoins de compassion.Nous ne pourrons jamais faire le bien sans passer par la compassion.Au mieux, nous ferons de bonnes choses, mais qui ne touchent pas la voie chrétienne parce qu’elles ne touchent pas le cœur.Ce qui nous fait toucher le cœur, c’est la compassion: nous nous approchons, nous sentons la compassion et nous posons des gestes de tendresse.C’est précisément le style de Dieu: proximité, compassion et tendresse.Cela nous est demandé aujourd’hui.

Je me suis récemment rappelé ce qu'un évêque proche des pauvres, et lui- même pauvre en esprit, Don Tonino Bello, avait l'habitude de dire : «nous ne pouvons pas simplement espérer, nous devons organiser l’espérance». Si notre espérance ne se traduit pas par des choix et des gestes concrets d'attention, de justice, de solidarité, de soin de la maison commune, les souffrances des pauvres ne pourront être soulagées, l'économie du déchet qui les contraint à vivre en marge ne pourra être convertie, leurs attentes ne pourront pas s'épanouir. C'est à nous, en particulier aux chrétiens, d'organiser l'espérance, belle cette expression de Tonino Bello: organiser l’espérance, de la traduire dans la vie concrète de tous les jours, dans les relations humaines, dans l'engagement social et politique. Cela me fait penser au travail que font tant de chrétiens à travers les œuvres de charité, le travail de l’Aumônerie apostolique... Que fait-on là? On organise l’espérance.On ne donne pas une pièce d’argent, non, on organise l’espérance.C’est une dynamique que nous demande aujourd’hui l’Eglise.

Jésus nous offre aujourd'hui une image de l’espérance, simple et révélatrice à la fois : c'est l'image des feuilles du figuier, qui poussent sans bruit, signalant que l'été est proche. Et ces feuilles apparaissent, Jésus le précise, lorsque la branche devient tendre (cf. v. 28). Frères, sœurs, voici le mot qui fait germer l'espérance dans le monde et qui allège la douleur des pauvres : la tendresse. La compassion qui te mène à la tendresse. Il nous appartient de vaincre la fermeture, la rigidité intérieure, qui est la tentation d’aujourd’hui, des "restaurateurs" qui veulent une Eglise toute ordonnée, toute rigide: cela n’est pas de l’Esprit Saint.Et nous devons surmonter cela, et faire germer dans cette rigidité l’espérance.Et c’est à nous aussi de dépasser la tentation de ne nous préoccuper que de nos problèmes et de nous attendrir devant les tragédies du monde, pour compatir à la douleur. Comme les tendres feuilles de l'arbre, nous sommes appelés à absorber la pollution qui nous entoure et à la transformer en bien : il ne sert à rien de parler des problèmes, de se disputer, de se scandaliser – cela, nous savons tous le faire. Ce que nous devons faire, c'est imiter les feuilles qui, chaque jour, transforment discrètement l'air sale en air pur. Jésus veut que nous soyons des "convertisseurs de bien" : des personnes qui, immergées dans l'air lourd que tout le monde respire, répondent au mal par le bien (cf. Rm 12, 21). Des personnes qui agissent : rompent le pain avec les affamés, œuvrent pour la justice, relèvent les pauvres et les rétablissent dans leur dignité, comme l’a fait ce samaritain.

C'est beau, c'est évangélique, c'est jeune une Église qui sort d'elle-même, et comme Jésus annonce la Bonne Nouvelle aux pauvres (cf. Lc 4, 18). Je m’arrête sur cet adjectif, le dernier: une Église est jeune ainsi;la jeunesse de semer l’espérance. C’est une Église prophétique qui, par sa présence, dit aux égarés de cœur et aux exclus du monde : "courage, le Seigneur est proche, pour toi aussi il y a un été qui se lève au cœur de l'hiver. Même de ta souffrance peut naître l’espérance". Frères et sœurs, portons-ce regard d’espérance au monde. Portons-le avec tendresse aux pauvres, avec proximité, avec compassion, sans les juger, nous serons jugés. Parce que là, parmi eux, auprès des pauvres, se trouve Jésus, parce que là, en eux, se trouve Jésus, qui nous attend.

[01580-FR.02] [Texte original: Italien]

Traduzione in lingua inglese

The images that Jesus uses at the beginning of today’s Gospel leave us bewildered: the sun darkened, the moon no longer giving light, stars falling and the powers of heaven shaken (cf. Mk 13:24-25). Yet the Lord then invites us to hope, for precisely in that moment of utter darkness, the Son of Man will come (cf. v. 26). Even now, we can perceive the signs of his coming, just as the leaves that appear on the fig tree make us realize that summer is at hand (cf. v. 28).

This Gospel passage helps us to interpret history in two of its aspects: today’s pain and tomorrow’s hope. It evokes all those painful contradictions in which humanity in every age is immersed, and, at the same time, the future of salvation that awaits us: the encounter with the Lord who comes to set us free from all evil. Let us consider these two aspects through the eyes of Jesus.

First: today’s pain. We are part of a history marked by tribulation, violence, suffering and injustice, ever awaiting a liberation that never seems to arrive. Those who are most wounded, oppressed and even crushed, are the poor, the weakest links in the chain. The World Day of the Poor which we are celebrating asks us not to turn aside, not to be afraid to take a close look at the suffering of those most vulnerable. Today’s Gospel has much to say to them. The sun of their life is often darkened by loneliness, the moon of their expectations has waned and the stars of their dreams have fallen into gloom; their lives have been shaken. All because of the poverty into which they are often forced, victims of injustice and the inequality of a throwaway society that hurries past without seeing them and without scruple abandons them to their fate.

There is, however, another aspect: tomorrow’s hope. Jesus wants to open our hearts to hope, to remove our anxiety and fear before the pain of the world. And so, he tells us that even as the sun grows dark and everything around us seems to be falling, he himself is drawing near. Amid the groans of our painful history, a future of salvation is beginning to blossom. Tomorrow’s hope flowers amid today’s pain. Indeed, God’s salvation is not only a future promise, but is even now at work within our wounded history, spreading in the midst of the oppression and the injustice of our world. All of us have a wounded heart. Amid the tears of the poor, the kingdom of God is blossoming like the tender leaves of the tree and guiding history to its goal, to the final encounter with the Lord, the King of the universe who will definitively set us free.

At this point, let us ask: what is demanded of us as Christians in this situation? We are asked to nurture tomorrow’s hope by healing today’s pain. The two are linked: if you do not work to heal today’s pain, it will be hard to have hope for tomorrow. The hope born of the Gospel has nothing to do with a passive expectation that things may be better tomorrow, but with making God’s promise of salvation concrete today. Today and every day. Christian hope is not the naïve, even adolescent, optimism of those who hope that things may change – that won’t happen – but in the meantime go on with life; it has to do with building daily, by concrete gestures, the kingdom of love, justice, and fraternity that Jesus inaugurated. Christian hope, for example, was not sown by the Levite and the priest who walked by the man wounded by the thieves. It was sown by a stranger, a Samaritan who stopped and did that (cf. Lk 10:30-35). And today it is as if the Church is saying: “Stop and sow hope amid poverty. Draw near to the poor and sow hope”. Hope for that person, your hope and the hope of the Church. This is what is asked of us: to be, amid the ruins of the everyday world, tireless builders of hope; to be light as the sun grows dark, to be loving witnesses of compassion amid widespread disinterest; to be an attentive presence amid growing indifference. Witnesses of compassion. We will never be able to good except by showing compassion. At most, we will do good things, but they do not touch the Christian way because they do not touch the heart. What touches the heart is compassion: we draw near, we feel compassion and we perform works of tender love. That is God’s way of doing things: closeness, compassion and tenderness. That is what is being asked of us today.

Recently I was thinking about what a bishop close to the poor, and himself poor in spirit, Don Tonino Bello, used to say: “We cannot be content to hope; we have to organize hope”. Unless our hope translates into decisions and concrete gestures of concern, justice, solidarity and care for our common home, the sufferings of the poor will not be relieved, the economy of waste that forces them to live on the margins will not be converted, their expectations will not blossom anew. We Christians, in particular, have to organize hope - this expression of Don Tonino Belli, to organize hope, is very fine – to make it concrete in our everyday lives, in our relationships, in our social and political commitments. I am reminded of the charitable works carried out by so many Christians, the work of the Office of the Papal Almoner… What are they doing there? They are organizing hope. Not giving a coin here and there, but organizing hope. This is what the Church is asking of us today.

Today Jesus offers us a simple yet eloquent image of hope. It is the image of the leaves of the fig tree, which quietly point to the approach of summer. Those leaves appear, Jesus says, when the branch becomes tender (cf. v. 28). Dear brothers and sisters, that is the word that makes hope blossom in the world and relieves the suffering of the poor: tenderness. Compassion that leads you to tenderness. We need to overcome our self-absorption, interior rigidity, which is the temptation nowadays, that of the “restorationists”, who want a Church completely orderly, completely rigid: this is not of the Holy Spirit. We have to overcome this, in order to make hope blossom amid this rigidity. It is up to us to overcome the temptation to be concerned only about our own problems; we need to grow tender before the tragedies of our world, to share its pain. Like the tender leaves of a tree, we are called to absorb the pollution all around us and turn it into goodness. It is useless to keep talking about problems, to argue and to be scandalized – all of us can do that. What we need to do is imitate the leaves that daily, imperceptibly, turn dirty air into clean air. Jesus wants us to be “converters” of goodness: people who breathe the same heavy air as everyone else, but respond to evil with good (cf. Rom 12:21). People who act: by breaking bread with the hungry, working for justice, lifting up the poor and restoring their dignity. As the Samaritan did.

How lovely, evangelical and youthful is a Church ready to go out from herself and, like Jesus, proclaim good news to the poor (cf. Lk 4:18). Let me pause at that last adjective: young. A Church that sows hope is young. A prophetic Church that, by her presence, says to the broken-hearted and the outcast of the world, “Take heart, the Lord is near. For you too, summer is being born in the depths of winter. From your pain, hope can arise”. Brothers and sisters, let us bring this outlook of hope to our world. Let us bring it with tenderness to the poor, with closeness, with compassion, without judging them, for we will be judged. For there, with them, with the poor, is Jesus; because there, in them, is Jesus, who awaits us.

[01580-EN.03] [Original text: Italian]

Traduzione in lingua tedesca

Die Bilder, die Jesus im ersten Teil des heutigen Evangeliums verwendet, erschrecken: Die Sonne verfinstert sich, der Mond scheint nicht mehr, die Sterne fallen vom Himmel und die Kräfte des Himmels werden erschüttert (vgl. Mk 13,24-25). Kurz darauf jedoch, macht der Herr uns Hoffnung. Genau in jenem Moment der totalen Finsternis wird der Menschensohn kommen (vgl. V. 26); und schon in der Gegenwart können wir die Zeichen seines Kommens erkennen, so wie man an einem Feigenbaum, dessen Blätter austreiben, erkennt, dass der Sommer nahe ist (vgl. V. 28).

So hilft uns dieses Evangelium die Geschichte zu deuten, wobei zwei Aspekte herausstellt werden: das gegenwärtige Leid und die Hoffnung auf Zukunft. Einerseits werden all die schmerzlichen Widersprüche in Erinnerung gerufen, in denen der Mensch zu allen Zeiten steckt; andererseits gibt es das künftige Heil, das ihn erwartet, d.h. die Begegnung mit dem Herrn, der kommt, um uns von allem Übel zu befreien. Betrachten wir diese beiden Aspekte mit den Augen Jesu.

Der erste Aspekt: das gegenwärtige Leid. Wir sind Teil einer Geschichte, die von Sorgen, Gewalt, Leid und Ungerechtigkeit geprägt ist, und warten auf eine Befreiung, die nie zu kommen scheint. Es sind vor allem die Armen, die schwächsten Glieder der Kette, die verletzt, unterdrückt und manchmal zerdrückt werden. Der Welttag der Armen, den wir heute begehen, fordert uns auf, nicht wegzuschauen und uns nicht zu scheuen, das Leid der Schwächsten, für die das heutige Evangelium sehr aktuell ist, aus der Nähe zu betrachten: Die Sonne ihres Lebens ist oft von der Einsamkeit verdunkelt, der Mond ihrer Erwartungen ist erloschen, die Sterne ihrer Träume sind in Resignation verfallen und ihre ganze Existenz ist erschüttert. All dies aufgrund der Armut, zu der sie oft gezwungen sind, Opfer der Ungerechtigkeit und Ungleichheit einer Wegwerfgesellschaft, die sie in ihrer Schnelllebigkeit übersieht und ohne Skrupel ihrem Schicksal überlässt.

Auf der anderen Seite gibt es aber auch den zweiten Aspekt: die Hoffnung auf die Zukunft. Jesus will uns Hoffnung schenken, uns aus der Angst und der Furcht angesichts des Leids der Welt herausreißen. Deshalb sagt er, dass er uns gerade dann, wenn die Sonne sich verdunkelt und alles unterzugehen scheint, nahe sein wird. Im Stöhnen unserer leidvollen Geschichte sprießt bereits eine Zukunft des Heils. Die Hoffnung auf Zukunft erblüht im Leid der Gegenwart. Ja, Gottes Heil ist nicht nur eine Jenseits-Verheißung, sondern es wächst bereits jetzt in unserer verwundeten Geschichte – wir alle sind krank im Herzen, alle – und bahnt sich seinen Weg durch die Unterdrückungen und Ungerechtigkeiten der Welt. Mitten im Weinen der Armen sprießt das Reich Gottes wie die zarten Blätter eines Baumes und führt die Geschichte an ihr Ziel, zur endgültigen Begegnung mit dem Herrn, dem König des Universums, der uns endgültig befreien wird.

Fragen wir uns an dieser Stelle: Was wird von uns Christen angesichts dieser Wirklichkeit verlangt? Es wird von uns verlangt, die Hoffnung auf Zukunft zu nähren, indem wir das gegenwärtige Leiden heilen. Beides hängt zusammen. Wenn du nicht die gegenwärtigen Leiden heilst, wirst du nur schwerlich Hoffnung für die Zukunft haben. Die Hoffnung, die aus dem Evangelium erwächst, besteht nämlich nicht darin, passiv darauf zu warten, dass die Dinge eines Tages besser werden, das ist nicht möglich, sondern darin, Gottes Heilsverheißung schon heute Wirklichkeit werden zu lassen. Heute und jeden Tag. Die christliche Hoffnung ist in der Tat nicht der naive Optimismus – oder besser: jugendliche Optimismus – derjenigen, die hoffen, dass sich die Dinge ändern werden, dann aber einfach ihr Leben so weiterleben. Sie errichtet vielmehr jeden Tag mit konkreten Gesten das Reich der Liebe, der Gerechtigkeit und der Geschwisterlichkeit, das Jesus erschlossen hat. Die christliche Hoffnung wurde zum Beispiel nicht von dem Leviten und dem Priester gesät, die an dem von den Dieben verletzten Mann vorbeigingen. Sie wurde von einem Fremden gesät, von einem Samariter, der stehen blieb und etwas tat (vgl. Lk 10,30-35). Und heute ist es, als würde die Kirche zu uns sagen: „Halt inne und säe Hoffnung im Elend. Sei den Armen nahe und säe Hoffnung.“ Die Hoffnung dieser Person, deine Hoffnung und die Hoffnung der Kirche. Das wird von uns verlangt: inmitten der alltäglichen Verfallserscheinungen der Welt unermüdliche Baumeister der Hoffnung zu sein; Licht zu sein, während sich die Sonne verfinstert; Zeugen des Mitgefühls zu sein, während ringsum Zerstreuung vorherrscht; inmitten der weit verbreiteten Gleichgültigkeit liebevoll und achtsam zu sein. Zeugen des Mitgefühls. Ohne Mitgefühl können wir niemals Gutes tun. Wir werden höchstens gute Dinge tun, aber sie rühren nicht an den christlichen Weg, weil sie das Herz nicht berühren. Was unser Herz berührt, ist das Mitgefühl: Wir nähern uns, wir empfinden Mitgefühl und wir schenken Gesten der Zärtlichkeit. Ganz nach Gottes Art: Nähe, Mitgefühl und Zärtlichkeit. Das ist es, was heute von uns verlangt wird.

Kürzlich kam mir wieder in den Sinn, was ein den Armen zugewandter Bischof, Don Tonino Bello – er selbst ein Armer im Geiste – zu sagen pflegte: »Wir können uns nicht darauf beschränken zu hoffen, wir müssen die Hoffnung organisieren.« Wenn sich unsere Hoffnung nicht in konkreten Entscheidungen und Gesten der Aufmerksamkeit, der Gerechtigkeit, der Solidarität und der Sorge um das gemeinsame Haus niederschlägt, kann das Leiden der Armen nicht gelindert werden, kann die Ökonomie der Verschwendung, die sie zwingt, am Rande zu leben, nicht überwunden werden, können sich ihre Erwartungen nicht erfüllen. Es liegt an uns, insbesondere an uns Christen, die Hoffnung zu organisieren – schön, diese Formulierung von Tonino Bello: die Hoffnung organisieren – und sie täglich in den zwischenmenschlichen Beziehungen, in sozialem und politischem Engagement konkret werden zu lassen. Ich denke da an die Arbeit, die so viele Christen durch ihr karitatives Wirken leisten, an die Arbeit des Apostolischen Almosenamtes ... Was wird dort getan? Da wird Hoffnung organisiert. Dort werden keine Münzen vergeben, nein, man organisiert Hoffnung. Dies ist eine Dynamik, die die Kirche heute von uns verlangt.

Jesus schenkt uns heute dieses schöne Bild der Hoffnung, das ganz einfach und zugleich sehr aussagekräftig ist: das Bild von den Blättern des Feigenbaums, die fast unmerklich austreiben und das Nahen des Sommers anzeigen. Und diese Blätter erscheinen, wie Jesus betont, wenn die Zweige zart austreiben (vgl. V. 28). Brüder und Schwestern, hier ist das Wort, das Hoffnung in der Welt aufkeimen lässt und den Schmerz der Armen lindert: Zärtlichkeit. Mitgefühl das dich zärtlich werden lässt. Es liegt an uns, die Verschlossenheit, die innere Starrheit zu überwinden, die heute eine große Versuchung ist, jener „Restauratoren“, die eine ganz geordnete, ganz starre Kirche wollen: Das ist nicht vom Heiligen Geist. Und das müssen wir überwinden und die Hoffnung in dieser Starre aufkeimen lassen. Und es liegt auch an uns, die Versuchung sich nur mit den eigenen Problemen zu beschäftigen, zu überwinden und sich angesichts der Tragödien der Welt zu erbarmen und den Schmerz mitzuempfinden. Ähnlich wie die zarten Blätter des Baumes sollen auch wir die Verschmutzung, die uns umgibt, aufnehmen und sie in etwas Gutes umwandeln. Es nützt nichts, über Probleme zu reden, zu streiten, sich zu empören – das können wir alle; wir müssen es den Blättern gleichtun, die jeden Tag unauffällig die schmutzige Luft in saubere Luft verwandeln. Jesus will, dass wir Menschen werden, die alles zum Guten wenden, die, eingetaucht in die stickige Luft, die jeder atmet, auf das Böse mit dem Guten antworten (vgl. Röm 12,21). Menschen, die handeln: das Brot mit den Hungrigen teilen, sich für Gerechtigkeit einsetzen, die Armen aufrichten und ihnen ihre Würde zurückgeben – so, wie es jener Samariter getan hat.

Eine Kirche, die aus sich herausgeht und wie Jesus den Armen die gute Nachricht verkündet (vgl. Lk 4,18), ist schön, sie entspricht dem Evangelium, sie ist jung. Ich verweile kurz bei diesem letzten Adjektiv: eine solche Kirche ist jung; Hoffnung hat etwas mit einer jugendlichen Gesinnung zu tun. Sie ist eine prophetische Kirche, die durch ihre Gegenwart den Verzagten und den Verstoßenen der Welt sagt: „Habt Mut, der Herr ist nahe, denn auch für dich bricht mitten im Winter ein Sommer an. Auch aus deinem Leid kann wieder Hoffnung erwachsen“. Brüder und Schwestern, bringen wir diese Perspektive der Hoffnung in die Welt. Bringen wir sie voll Zärtlichkeit zu den Armen – mit Nähe und Mitgefühl – ohne über sie zu urteilen. Wir werden beurteilt. Denn dort, bei ihnen, bei den Armen ist Jesus; denn dort, in ihnen, ist Jesus, der auf uns wartet.

[01580-DE.02] [Originalsprache: Italienisch]

Traduzione in lingua spagnola

Las imágenes que Jesús usa en la primera parte del Evangelio de hoy nos dejan consternados: el sol se oscurece, la luna deja de brillar, las estrellas caen y los poderes celestiales tiemblan (cf. Mc 13,24-25). Pero, un poco después, el Señor nos abre a la esperanza, precisamente en ese momento de oscuridad total el Hijo del hombre vendrá (cf. v. 26), y ya en el presente se pueden vislumbrar los signos de su venida, como cuando se observa una higuera que empieza a brotar porque el verano está cerca (cf. v. 28).

Con la ayuda de este Evangelio podemos leer la historia considerando dos aspectos: los dolores de hoy y la esperanza del mañana. Por una parte, se evocan las dolorosas contradicciones en las que en cualquier tiempo la realidad humana permanece inmersa; por otra parte, se percibe el futuro de salvación que le espera, es decir, el encuentro con el Señor que viene para liberarnos de todo mal. Contemplemos estos dos aspectos con la mirada de Jesús.

El primer aspecto: el dolor de hoy. Estamos dentro de una historia marcada por tribulaciones, violencia, sufrimientos e injusticias, esperando una liberación que parece no llegar nunca. Sobre todo, los que resultan heridos, oprimidos y a veces pisoteados son los pobres, los anillos más frágiles de la cadena. La Jornada Mundial de los Pobres que estamos celebrando nos pide que no miremos a otra parte, que no tengamos miedo de ver de cerca el sufrimiento de los más débiles, para quienes el Evangelio de hoy es muy actual: el sol de sus vidas frecuentemente se oscurece a causa de la soledad, la luna de sus esperanzas se apaga, las estrellas de sus sueños caen en la resignación y su misma existencia queda alterada. Todo eso a causa de la pobreza que a menudo están forzados a vivir, víctimas de la injusticia y de la desigualdad de una sociedad del descarte que corre velozmente sin tenerlos en cuenta y los abandona sin escrúpulos a su suerte.

Pero, por otra parte, está el segundo aspecto: la esperanza del mañana. Jesús quiere abrirnos a la esperanza, arrancarnos de la angustia y del miedo frente al dolor del mundo. Por eso afirma que, justo cuando el sol se oscurece y todo parece que se hunde, Él se hace cercano. En el gemido de nuestra dolorosa historia, hay un futuro de salvación que empieza a brotar. La esperanza del mañana florece en el dolor de hoy. Sí, la salvación de Dios no es sólo una promesa del más allá, sino que ya está creciendo dentro de nuestra historia herida —tenemos un corazón enfermo, todos—, se abre camino entre las opresiones y las injusticias del mundo. Precisamente en medio del llanto de los pobres, el Reino de Dios despunta como las tiernas hojas de un árbol y conduce la historia a la meta, al encuentro final con el Señor, el Rey del universo que nos liberará de manera definitiva.

En este momento, preguntémonos, ¿qué se nos pide a nosotros cristianos ante esta realidad? Se nos pide que alimentemos la esperanza del mañana aliviando el dolor de hoy. Están unidos: si tú no vas por delante aliviando los dolores de hoy, difícilmente tendrás la esperanza del mañana. La esperanza que nace del Evangelio, en efecto, no consiste en esperar pasivamente que en el futuro las cosas vayan mejor, esto no es posible, sino en realizar hoy de manera concreta la promesa de salvación de Dios. Hoy, cada día. La esperanza cristiana no es ciertamente el optimismo beato, es más, diría el optimismo adolescente, del que espera que las cosas cambien y mientras tanto sigue haciendo su propia vida, sino que es construir cada día, con gestos concretos, el Reino del amor, la justicia y la fraternidad que inauguró Jesús. La esperanza cristiana, por ejemplo, no fue sembrada por el levita o por el sacerdote que han pasado delante de aquel hombre herido por los ladrones. Fue sembrada por un extraño, por un samaritano que se ha parado y ha hecho el gesto (cf. Lc 10,30-35). Y hoy es como si la Iglesia nos dijese: “Detente y siembra esperanza en la pobreza. Acercate a los pobres y siembra esperanza”. La esperanza de aquella persona, la tuya y la de la Iglesia. A nosotros se nos pide esto: que seamos, en medio de las ruinas cotidianas del mundo, incansables constructores de esperanza, que seamos luz mientras el sol se oscurece, que seamos testigos de compasión mientras a nuestro alrededor reina la distracción, que seamos amantes y atentos en medio de la indiferencia generalizada. Testigos de compasión. No podremos nunca hacer el bien sin pasar por la compasión. Como mucho haremos cosas buenas, pero que no tocan la vida cristiana porque no tocan el corazón. Lo que nos hace tocar el corazón es la compasión. Nos acercamos, sentimos la compasión y hacemos gestos de ternura. Precisamente el estilo de Jesús: cercanía, compasión y ternura. Esto se nos pide hoy.

Hace poco recordé algo que repetía un obispo cercano a los pobres, y pobre de espíritu él mismo, don Tonino Bello: «No podemos limitarnos a esperar, tenemos que organizar la esperanza». Si nuestra esperanza no se traduce en opciones y gestos concretos de atención, justicia, solidaridad y cuidado de la casa común, los sufrimientos de los pobres no se podrán aliviar, la economía del descarte que los obliga a vivir en los márgenes no se podrá cambiar y sus esperanzas no podrán volver a florecer. A nosotros, especialmente a nosotros cristianos, nos toca organizar la esperanza —hermosa esta expresión de Tonino Bello: organizar la esperanza—, traducirla en la vida concreta de cada día, en las relaciones humanas, en el compromiso social y político. Me hace pensar al trabajo que hacen tantos cristianos en las obras de caridad, al trabajo de la Limosnería Apostólica. ¿Qué se hace allí? Se organiza la esperanza. No se da una moneda, no, se organiza la esperanza. Esta es una dinámica que hoy nos pide la Iglesia.

Hay una imagen de la esperanza que Jesús nos ofrece hoy. Es una imagen sencilla e indicativa al mismo tiempo, se trata de las hojas de la higuera, que brotan sin hacer ruido, señalando que el verano se acerca. Y estas hojas aparecen, subraya Jesús, cuando las ramas se ponen tiernas (cf. v. 28). Hermanos, hermanas, esta es la palabra que hace surgir la esperanza en el mundo y que alivia el dolor de los pobres: la ternura. Compasión que te lleva a la ternura. Nos toca a nosotros superar la cerrazón, la rigidez interior, que es la tentación de hoy, de los “restauracionistas” que quieren una Iglesia totalmente ordenada, completamente rígida. Esto no es del Espíritu Santo. Y debemos superar esto, y hacer germinar en esta rigidez la esperanza. Y depende de nosotros también superar la tentación de ocuparnos sólo de nuestros problemas, para enternecernos frente a los dramas del mundo, para compadecer el dolor. Como las tiernas hojas del árbol, estamos llamados a absorber la contaminación que nos rodea y a transformarla en bien. No sirve hablar de los problemas, polemizar, escandalizarnos —esto lo sabemos hacer todos—, es necesario imitar a las hojas que, sin llamar la atención, cada día transforman el aire contaminado en aire puro. Jesús quiere que seamos “transformadores de bien”, personas que, inmersas en el aire cargado que respiran todos, respondan al mal con el bien (cf. Rm 12,21). Personas que actúan, que parten el pan con los hambrientos, que trabajan por la justicia, que levantan a los pobres y les restituyen su dignidad, como hizo aquel samaritano.

Es hermosa, es evangélica, es joven una Iglesia que sale de sí misma y, como Jesús, anuncia la buena noticia a los pobres (cf. Lc 4,18). Me detengo sobre ese adjetivo, el último. Es joven una Iglesia así, con la juventud de sembrar esperanza. Esta es una Iglesia profética, que con su presencia dice a los desalentados y a los descartados del mundo: “Ánimo, el Señor está cerca, también para ti hay un verano que brota en el corazón del invierno. También de tu dolor puede resurgir esperanza”. Hermanos y hermanas, llevemos esta mirada de esperanza al mundo. Llevémosla con ternura a los pobres, con cercanía, con compasión, sin juzgarlos —nosotros seremos juzgados—. Porque allí, junto a ellos, junto a los pobres, está Jesús; porque allí, en ellos, está Jesús que nos espera.

[01580-ES.02] [Texto original: Italiano]

Traduzione in lingua portoghese

As imagens utilizadas por Jesus, na primeira parte do Evangelho de hoje, deixam-nos apreensivos: o sol escurece, a lua deixa de dar claridade, as estrelas caem e as forças celestes são abaladas (cf. Mc 13, 24-25). Mas, pouco depois, o Senhor abre à esperança: será num momento assim, de total obscuridade, que há de vir o Filho do Homem (cf. Mc 13, 26); e agora já se podem contemplar os sinais da sua vinda, como quando deduzimos que o verão está próximo por ver que a figueira começa a cobrir-se de folhas (cf. Mc 13, 28).

Deste modo o Evangelho ajuda-nos a ler a história, captando dois aspetos dela: as dores de hoje e a esperança de amanhã. Por um lado, evocam-se todas as dolorosas contradições em que a realidade humana vive imersa em cada tempo; por outro, há o futuro de salvação que a espera, isto é, o encontro com o Senhor que vem para nos libertar de todo o mal. Vejamos estes dois aspetos, com o olhar de Jesus.

O primeiro aspeto: a dor de hoje. Vivemos numa história marcada por tribulações, violências, sofrimentos e injustiças, à espera duma libertação que parece nunca mais chegar. E os feridos, oprimidos e às vezes esmagados por tudo isso são sobretudo os pobres, os elos mais frágeis da cadeia. O Dia Mundial dos Pobres, que estamos a celebrar, pede-nos que não viremos a cara para o outro lado, não tenhamos medo de olhar de perto o sofrimento dos mais frágeis, para os quais aparece muito atual o Evangelho de hoje: o sol da sua vida é frequentemente obscurecido pela solidão, a lua das suas expetativas apaga-se; as estrelas dos seus sonhos caíram na resignação e acaba abalada a sua própria existência. Tudo isto por causa da pobreza a que muitas vezes se veem constrangidos, vítimas da injustiça e da desigualdade duma sociedade do descarte, que corre apressada sem os ver e, sem escrúpulos, os abandona ao seu destino.

Em contrapartida, existe o segundo aspeto: a esperança de amanhã. Jesus quer abrir-nos à esperança, arrancar-nos da angústia e do medo à vista da dor do mundo. Para isso assegura-nos: ao mesmo tempo que o sol se obscurece e tudo parece cair é precisamente quando Ele Se faz vizinho a nós. Nos gemidos da nossa dolorosa história, há um futuro de salvação que começa a germinar por entre os dramas da história. A esperança de amanhã floresce na dor de hoje. Sim, a salvação de Deus não é só uma promessa reservada para o Além, mas cresce já agora dentro da nossa história ferida – todos temos o coração enfermo –, abre caminho por entre as opressões e injustiças do mundo. Precisamente no meio do lamento dos pobres, o Reino de Deus desabrocha como as folhas tenras duma árvore e conduz a história para a meta, para o encontro final com o Senhor, o Rei do Universo que nos libertará definitivamente.

Chegados aqui, perguntemo-nos: Que se nos pede, a nós cristãos, face a esta realidade? Pede-se-nos para nutrir a esperança de amanhã, curando a dor de hoje. Estão interligados: se tu não caminhas curando as dores de hoje, dificilmente terás a esperança de amanhã. De facto, a esperança que nasce do Evangelho não consiste em esperar passivamente por um amanhã em que as coisas hão de correr melhor – isto não é possível –, mas em tornar concreta hoje a promessa de salvação de Deus: hoje, cada dia... De facto, a esperança cristã não é o ditoso otimismo, antes, diria o otimismo adolescente, de quem espera que as coisas mudem e, entretanto, continua a ocupar-se da vida própria, mas é construir dia a dia, com gestos concretos, o Reino do amor, da justiça e da fraternidade que Jesus inaugurou. Por exemplo, a esperança cristã não foi semeada pelo levita e o sacerdote que passaram ao lado daquele homem ferido pelos ladrões. Foi semeada por um estranho, por um samaritano que parou e realizou a ação (cf. Lc 10, 30-35). E hoje é como se a Igreja nos dissesse: «Pára e semeia esperança na pobreza. Aproxima-te dos pobres e semeia esperança». A esperança daquela pessoa, a tua esperança e a esperança da Igreja. A nós, é-nos pedido isto: ser, entre as ruínas quotidianas do mundo, construtores incansáveis de esperança; ser luz enquanto o sol se obscurece; ser testemunhas de compaixão enquanto ao redor reina a distração; ser amorosos e atentos, na indiferença generalizada. Testemunhas de compaixão. Nunca poderemos fazer o bem, sem passar pela compaixão. Quando muito, faremos coisas boas, mas que não atingem a via cristã, porque não tocam o coração. Aquilo que nos faz tocar o coração, é a compaixão: aproximamo-nos, sentimos compaixão e realizamos atos de ternura. Tal é o estilo de Deus: proximidade, compaixão e ternura. É isto que nos é pedido hoje.

Recentemente voltou-me à mente aquilo que costumava repetir D. Tonino Bello, um bispo próximo dos pobres e ele mesmo pobre em espírito: «Não podemos limitar-nos a esperar, devemos organizar a esperança». Se a nossa esperança não se traduzir em opções e gestos concretos de atenção, justiça, solidariedade, cuidado da casa comum, não poderão ser aliviados os sofrimentos dos pobres, não poderá ser modificada a economia do descarte que os obriga a viver à margem, não poderão florescer de novo os seus anseios. Compete-nos, especialmente a nós cristãos, organizar a esperança – é uma linda expressão, esta de Tonino Bello: organizar a esperança –, traduzi-la diariamente em vida concreta nas relações humanas, no compromisso sociopolítico. Isto faz-me pensar no trabalho que fazem tantos cristãos com as obras de caridade, no trabalho da Esmolaria Apostólica... Que é que se faz lá? Organiza-se a esperança. Não se dá uma moeda; organiza-se a esperança. Esta é uma dinâmica que hoje nos pede a Igreja.

Hoje Jesus oferece-nos uma imagem simples e ao mesmo tempo sugestiva da esperança: é a imagem das folhas da figueira, que desabrocham sem fazer ruído, assinalando que o verão está próximo. E estas folhas aparecem – sublinha Jesus –, quando o ramo se torna tenro (cf. Mc 13, 28). Irmãos, irmãs, aqui está a palavra que faz germinar a esperança no mundo e alivia a dor dos pobres: a ternura. Compaixão que te leva à ternura. Depende de nós superar o fechamento, a rigidez interior, que é a tentação de hoje, dos «restauracionistas» que querem uma Igreja ordenada e rígida: isto não é do Espírito Santo. E devemos superar isto, e fazer germinar nesta rigidez a esperança. E depende de nós também vencer a tentação de nos ocuparmos apenas com os nossos problemas, para nos enternecermos à vista dos dramas do mundo, compadecendo-nos da dor. À semelhança das folhas tenras da árvore, somos chamados a absorver a poluição que nos rodeia e transformá-la em bem: não adianta falar dos problemas, polemizar, escandalizar-nos… (isto, todos o sabemos fazer!); o que adianta é imitar as folhas, que sem chamar a atenção todos os dias transformam o ar poluído em ar puro. Jesus quer-nos «conversores de bem»: pessoas que, imersas no ar pesado que todos respiram, respondem ao mal com o bem (cf. Rm 12, 21). Pessoas que agem: partilham o pão com os famintos, trabalham pela justiça, elevam os pobres e devolvem-lhes a sua dignidade, como fez aquele samaritano.

É bela, é evangélica, é jovem uma Igreja que sai de si mesma e, como Jesus, anuncia a boa nova aos pobres (cf. Lc 4, 18). Repiso o último adjetivo: é jovem uma Igreja assim; a juventude de semear esperança. Esta é uma Igreja profética, que diz, com a sua presença, aos corações desanimados e aos descartados do mundo: «Coragem, o Senhor está próximo! Também para ti há um verão que desabrocha no coração do inverno. Mesmo da tua dor, pode ressurgir esperança». Irmãos e irmãs, levemos ao mundo este olhar de esperança. Levemo-lo com ternura aos pobres, aproximando-nos deles, com compaixão, sem os julgar – julgados, seremos nós –. Porque lá, junto deles, junto dos pobres, está Jesus; porque lá, neles, está Jesus, que nos espera.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 14 novembre 2021