Santa Messa in occasione della IV Giornata Mondiale dei Poveri

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Alle ore 10.00 di questa mattina, XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, il Santo Padre Francesco ha presieduto, all’Altare della Cattedra della Basilica Vaticana, la Celebrazione Eucaristica in occasione della IV Giornata Mondiale dei Poveri, alla quale ha partecipato una rappresentanza di persone povere ed indigenti, insieme ai volontari che li accompagnano e ad esponenti delle realtà caritative che li assistono quotidianamente.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che il Papa ha pronunciato dopo la proclamazione del Vangelo:

Omelia del Santo Padre

La parabola che abbiamo ascoltato ha un inizio, un centro e una fine, che illuminano l’inizio, il centro e la fine della nostra vita.

L’inizio. Tutto comincia da un grande bene: il padrone non tiene per sé le sue ricchezze, ma le dà ai servi; a chi cinque, a chi due, a chi un talento, «secondo la capacità di ciascuno» (Mt 25,15). È stato calcolato che un solo talento corrispondeva al salario di circa vent’anni di lavoro: era un bene sovrabbondante, che allora bastava per tutta la vita. Ecco l’inizio: anche per noi tutto è cominciato con la grazia di Dio – tutto, sempre, incomincia con la grazia, non con le nostre forze – con la grazia di Dio che è Padre e ha messo nelle nostre mani tanto bene, affidando a ciascuno talenti diversi. Siamo portatori di una grande ricchezza, che non dipende da quante cose abbiamo, ma da quello che siamo: dalla vita ricevuta, dal bene che c’è in noi, dalla bellezza insopprimibile di cui Dio ci ha dotati, perché siamo a sua immagine, ognuno di noi è prezioso ai suoi occhi, ognuno di noi è unico e insostituibile nella storia! Così ci guarda Dio, così ci sente Dio.

Quant’è importante ricordare questo: troppe volte, guardando alla nostra vita, vediamo solo quello che ci manca e ci lamentiamo di quello che ci manca. Allora cediamo alla tentazione del “magari!...”: magari avessi quel lavoro, magari avessi quella casa, magari avessi soldi e successo, magari non avessi quel problema, magari avessi persone migliori attorno a me!… Ma l’illusione del “magari” ci impedisce di vedere il bene e ci fa dimenticare i talenti che abbiamo. Sì, tu non hai quello, ma hai questo, e il “magari” fa sì che dimentichiamo questo. Ma Dio ce li ha affidati perché conosce ognuno di noi e sa di cosa siamo capaci; si fida di noi, nonostante le nostre fragilità. Si fida anche di quel servo che nasconderà il talento: Dio spera che, malgrado le sue paure, anche lui utilizzi bene quanto ha ricevuto. Insomma, il Signore ci chiede di impegnare il tempo presente senza nostalgie per il passato, ma nell’attesa operosa del suo ritorno. Quella brutta nostalgia, che è come un umore giallo, un umore nero che avvelena l’anima e la fa guardare sempre indietro, sempre agli altri, ma mai alle proprie mani, alle possibilità di lavoro che il Signore ci ha dato, alle nostre condizioni…, anche alle nostre povertà.

Arriviamo così al centro della parabola: è l’opera dei servi, cioè il servizio. Il servizio è anche la nostra opera, quello che fa fruttare i talenti e dà senso alla vita: non serve infatti per vivere chi non vive per servire. Dobbiamo ripetere questo, ripeterlo tanto: non serve per vivere chi non vive per servire. Dobbiamo meditare questo: non serve per vivere chi non vive per servire. Ma qual è lo stile del servizio? Nel Vangelo i servi bravi sono quelli che rischiano. Non sono cauti e guardinghi, non conservano quel che hanno ricevuto, ma lo impiegano. Perché il bene, se non si investe, si perde; perché la grandezza della nostra vita non dipende da quanto mettiamo da parte, ma da quanto frutto portiamo. Quanta gente passa la vita solo ad accumulare, pensando a stare bene più che a fare del bene. Ma com’è vuota una vita che insegue i bisogni, senza guardare a chi ha bisogno! Se abbiamo dei doni, è per essere noi doni per gli altri. E qui, fratelli e sorelle, ci facciamo la domanda: io seguo i bisogni, soltanto, o sono capace di guardare a chi ha bisogno? A chi è nel bisogno? La mia mano è così [la stende aperta] o così [la ritrae chiusa]?

Va sottolineato che i servi che investono, che rischiano, per quattro volte sono chiamati «fedeli» (vv. 21.23). Per il Vangelo non c’è fedeltà senza rischio. “Ma, padre, essere cristiano significa rischiare?” – “Sì, caro o cara, rischiare. Se tu non rischi, finirai come il terzo [servo]: sotterrando le tue capacità, le tue ricchezze spirituali, materiali, tutto”. Rischiare: non c’è fedeltà senza rischio. Essere fedeli a Dio è spendere la vita, è lasciarsi sconvolgere i piani dal servizio. “Io ho questo piano, ma se servo…”. Lascia che si sconvolga il piano, tu servi. È triste quando un cristiano gioca sulla difensiva, attaccandosi solo all’osservanza delle regole e al rispetto dei comandamenti. Quei cristiani “misurati” che mai fanno un passo fuori dalle regole, mai, perché hanno paura del rischio. E questi, permettetemi l’immagine, questi che si prendono cura così di sé stessi da non rischiare mai, questi incominciano nella vita un processo di mummificazione dell’anima, e finiscono mummie. Questo non basta, non basta osservare le regole; la fedeltà a Gesù non è solo non commettere errori, è negativo, questo. Così pensava il servo pigro della parabola: privo di iniziativa e creatività, si nasconde dietro un’inutile paura e seppellisce il talento ricevuto. Il padrone lo definisce addirittura «malvagio» (v. 26). Eppure non ha fatto nulla di male! Già, ma non ha fatto niente di bene. Ha preferito peccare di omissione piuttosto che rischiare di sbagliare. Non è stato fedele a Dio, che ama spendersi; e gli ha recato l’offesa peggiore: restituirgli il dono ricevuto. “Tu mi hai dato questo, io ti do questo”, niente di più. Il Signore ci invita invece a metterci in gioco generosamente, a vincere il timore con il coraggio dell’amore, a superare la passività che diventa complicità. Oggi, in questi tempi di incertezza, in questi tempi di fragilità, non sprechiamo la vita pensando solo a noi stessi, con quell’atteggiamento dell’indifferenza. Non illudiamoci dicendo: «C’è pace e sicurezza!» (1 Ts 5,3). San Paolo ci invita a guardare in faccia la realtà, a non lasciarci contagiare dall’indifferenza.

Come dunque servire secondo i desideri di Dio? Il padrone lo spiega al servo infedele: «Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse» (v. 27). Chi sono per noi questi “banchieri”, in grado di procurare un interesse duraturo? Sono i poveri. Non dimenticate: i poveri sono al centro del Vangelo; il Vangelo non si capisce senza i poveri. I poveri sono nella stessa personalità di Gesù, che essendo ricco annientò sé stesso, si è fatto povero, si è fatto peccato, la povertà più brutta. I poveri ci garantiscono una rendita eterna e già ora ci permettono di arricchirci nell’amore. Perché la più grande povertà da combattere è la nostra povertà d’amore. La più grande povertà da combattere è la nostra povertà d’amore. Il Libro dei Proverbi loda una donna operosa nell’amore, il cui valore è superiore alle perle; è da imitare questa donna che, dice il testo, «stende la mano al povero» (Pr 31,20): questa è la grande ricchezza di questa donna. Tendi la mano a chi ha bisogno, anziché pretendere quello che ti manca: così moltiplicherai i talenti che hai ricevuto.

Si avvicina il tempo del Natale, il tempo delle feste. Quante volte, la domanda che si fa tanta gente è: “Cosa posso comprare? Cosa posso avere di più? Devo andare nei negozi a comprare”. Diciamo l’altra parola: “Cosa posso dare agli altri?”. Per essere come Gesù, che ha dato sé stesso e nacque proprio in quel presepio.

Arriviamo così al finale della parabola: ci sarà chi avrà in abbondanza e chi avrà sprecato la vita e resterà povero (cfr v. 29). Alla fine della vita, insomma, sarà svelata la realtà: tramonterà la finzione del mondo, secondo cui il successo, il potere e il denaro danno senso all’esistenza, mentre l’amore, quello che abbiamo donato, emergerà come la vera ricchezza. Quelle cose cadranno, invece l’amore emergerà. Un grande Padre della Chiesa scriveva: «Così avviene nella vita: dopo che è sopraggiunta la morte ed è finito lo spettacolo, tutti si tolgono la maschera della ricchezza e della povertà e se ne vanno via da questo mondo. E sono giudicati solamente in base alle loro opere, alcuni realmente ricchi, altri poveri» (S. Giovanni Crisostomo, Discorsi sul povero Lazzaro, II, 3). Se non vogliamo vivere poveramente, chiediamo la grazia di vedere Gesù nei poveri, di servire Gesù nei poveri.

Vorrei ringraziare tanti servi fedeli di Dio, che non fanno parlare di sé, ma vivono così, servendo. Penso, ad esempio, a don Roberto Malgesini. Questo prete non faceva teorie; semplicemente, vedeva Gesù nel povero e il senso della vita nel servire. Asciugava lacrime con mitezza, in nome di Dio che consola. L’inizio della sua giornata era la preghiera, per accogliere il dono di Dio; il centro della giornata la carità, per far fruttare l’amore ricevuto; il finale, una limpida testimonianza del Vangelo. Quest’uomo aveva compreso che doveva tendere la sua mano ai tanti poveri che quotidianamente incontrava, perché in ognuno di loro vedeva Gesù. Fratelli e sorelle, chiediamo la grazia di non essere cristiani a parole, ma nei fatti. Per portare frutto, come desidera Gesù. Così sia.

Traduzione in lingua francese

La parabole que venons d’écouter a un début, un centre et une fin, qui éclairent le début, le centre et la fin de notre vie.

Le début. Tout commence par un grand bien: le maître ne garde pas ses richesses pour lui, mais il les donne aux serviteurs; à qui cinq, à qui deux, à qui un talent, «à chacun selon ses capacités» (Mt 25, 15). Il a été calculé qu’un seul talent correspondait au salaire d’environ vingt ans de travail: c’était un bien surabondant, qui à cette époque suffisait pour toute la vie. Voilà le début: pour nous aussi, tout a commencé avec la grâce de Dieu – tout, toujours, commence par la grâce, non par nos forces – par la grâce de Dieu qui est Père et qui a mis dans nos mains beaucoup de biens, en confiant à chacun divers talents. Nous sommes porteurs d’une grande richesse, qui ne dépend pas de tout ce que nous avons, mais de ce que nous sommes: de la vie reçue, du bien qu’il y a en nous, de la beauté qui ne peut être supprimée dont Dieu nous a dotée, parce que nous sommes à son image, chacun d’entre nous est précieux à ses yeux, chacun d’entre nous est unique et irremplaçable dans l’histoire. C’est ainsi que Dieu nous voit, que Dieu nous considère.

Il est tout autant important de rappeler ceci: trop souvent, en regardant notre vie, nous voyons seulement ce qui nous manque et nous nous plaignons de ce qui manque. Alors, nous cédons à la tentation du "si seulement! ...": si seulement j’avais cet emploi, si seulement j’avais cette maison, si seulement j’avais de l’argent et du succès, si seulement je n’avais pas ce problème, si seulement j’avais de meilleures personnes autour de moi!... Mais l’illusion du "si seulement" nous empêche de voir le bien et nous fait oublier les talents que nous avons. Oui, tu n’as pas ceci, mais tu as cela, et le "si seulement" fait que nous l’oublions. Mais Dieu nous les a confiés parce qu’il connaît chacun d’entre nous et sait de quoi nous sommes capables; il nous fait confiance, malgré nos fragilités. Il fait aussi confiance à ce serviteur qui cachera le talent: Dieu espère que, malgré ses peurs, lui aussi utilisera bien ce qu’il a reçu. En somme, le Seigneur nous demande d’utiliser le temps présent sans nostalgie pour le passé, mais dans l’attente active de son retour. Quelle mauvaise nostalgie, qui est comme un rire jaune, un humour noir qui empoisonne l’âme et la fait regarder toujours en arrière, toujours les autres, mais jamais ses propres mains, les possibilités de travail que le Seigneur nous a donné, notre condition, …et aussi nos pauvretés.

Nous arrivons ainsi au centre de la parabole: c’est l’œuvre des serviteurs, c’est-à-dire le service. Le service est aussi notre œuvre, ce qui fait fructifier les talents et donne sens à la vie: En effet, il ne sert à rien de vivre pour celui qui ne vit pas pour servir. Nous devons le répéter, le répéter souvent: il ne sert à rien de vivre pour celui qui ne vit pas pour servir. Nous devons le méditer: il ne sert à rien de vivre pour celui qui ne vit pas pour servir. Mais quel est le style du service? Dans l’Evangile, les bons serviteurs sont ceux qui risquent. Ils ne sont pas circonspects et méfiants, ils ne conservent pas ce qu’ils ont reçu, mais l’utilisent. Parce que le bien, s’il n’est pas investi, se perd; parce que la grandeur de notre vie ne dépend pas de ce que nous mettons de côté, mais du fruit que nous portons. Que de gens passent leur vie seulement à accumuler, pensant à leur bien-être plutôt qu’à faire du bien. Mais comme elle est vide une vie qui poursuit les besoins, sans regarder qui a besoin! Si nous avons des dons, c’est pour être, nous, des dons pour les autres. Et là, frères et sœurs, nous nous posons la question: est-ce que je poursuis seulement les besoins, ou bien suis-je capable de regarder celui qui a besoin? Celui qui est dans le besoin? Ma main est-elle comme ceci [il la tend ouverte] ou comme ceci [il la retire fermée]?

Il faut souligner que les serviteurs qui investissent, qui risquent, par quatre fois sont appelés «fidèles» (vv. 21.23). Pour l’Evangile, il n’y a pas de fidélité sans risque. “Mais, mon Père, être chrétien cela veut dire risquer?” – “Oui, mon cher, risquer. Si tu ne risques pas, tu finiras comme le troisième [serviteur]: en enterrant tes capacités, tes richesses spirituelles, matérielles, tout”. Risquer: il n’y a pas de fidélité sans risque. Etre fidèles à Dieu c’est dépenser sa vie, c’est laisser bouleverser ses plans par le service. “J’ai ce projet, mais si je sers”… Permet que le projet soit bouleversé, et toi, sers. C’est triste quand un chrétien joue sur la défensive, en s’attachant seulement à l’observance des règles et au respect des commandements. Ces chrétiens “mesurés” qui ne font jamais un pas en dehors de la règle, jamais, parce qu’ils ont peur du risque. Et ceux-là, permettez-moi de l’imaginer, ceux-là qui prennent de cette manière soin d’eux au point de ne jamais risquer, ceux-là commencent dans leur vie un processus de momification de l’âme, et finissent en momies. Cela ne suffit pas, il ne suffit pas d’observer les règles; la fidélité à Jésus n’est pas seulement de ne pas commettre des erreurs, c’est négatif cela. C’est ainsi que pensait le serviteur paresseux de la parabole: privé d’initiative et de créativité, il se cache derrière une peur inutile et enterre le talent reçu. Le maître le définit même comme «mauvais» (v. 26). Pourtant il n’a rien fait de mal! Oui, mais il n’a rien fait de bien. Il a préféré pécher par omission plutôt que risquer de se tromper. Il n’a pas été fidèle à Dieu, qui aime se dépenser; et il lui a fait la pire des offenses: lui restituer le don reçu. “Tu m’as donné cela, je te donne cela, rien de plus”. Le Seigneur nous invite par contre à nous mettre généreusement en jeu, à vaincre la crainte par le courage de l’amour, à dépasser la passivité qui devient complicité. Aujourd’hui, en ces temps d’incertitude, en ces temps de fragilité, ne gaspillons pas la vie en pensant seulement à nous-mêmes, avec cette attitude de l’indifférence. Ne nous illusionnons pas en disant: «Quelle paix! Quelle tranquillité!» (1Th 5, 3). Saint Paul nous invite à regarder la réalité en face, à ne pas nous laisser contaminer par l’indifférence.

Comment donc servir selon les désirs de Dieu? Le maître l’explique au serviteur infidèle: «Il fallait placer mon argent à la banque; et, à mon retour, je l’aurais retrouvé avec les intérêts» (v. 27). Qui sont pour nous ces "banquiers", en mesure de procurer un intérêt durable ? Ce sont les pauvres. N’oubliez pas: les pauvres sont au centre de l’Evangile; l’Evangile ne se comprend pas sans les pauvres. Les pauvres sont de la même personnalité que Jésus qui, étant riche, s’est anéanti lui-même, s’est fait pauvre, s’est fait péché, la pauvreté la plus laide. Les pauvres nous garantissent un revenu éternel et nous permettent dès maintenant de nous enrichir dans l’amour. Parce que la plus grande pauvreté à combattre est notre pauvreté en amour. La plus grande pauvreté à combattre est notre pauvreté en amour. Le Livre des Proverbes loue une femme laborieuse dans l’amour, dont la valeur est supérieure aux perles: il faut imiter cette femme qui, dit le texte, «tends la main au malheureux» (Pr 31, 20): voilà la grande richesse de cette femme. Tends la main à celui qui est dans le besoin, au lieu d’exiger ce qui te manque: ainsi tu multiplieras les talents que tu as reçus.

Le temps de Noël approche, le temps des fêtes. Combien de fois, la question que se pose beaucoup de monde est: “qu’est-ce que je peux acheter? Qu’est-ce que je peux avoir de plus? Je dois aller dans les magasins pour acheter”. Disons l’autre parole: “qu’est-ce que je peux donner aux autres?” pour être comme Jésus qui s’est donné lui-même et qui est né dans la crèche.

Nous arrivons ainsi à la finale de la parabole: il y aura celui qui aura en abondance et celui qui aura gaspillé sa vie et restera pauvre (cf. v. 29). En somme, à la fin de la vie, la réalité sera dévoilée: la fiction du monde selon laquelle le succès, le pouvoir et l’argent donnent sens à l’existence, déclinera, pendant que l’amour, celui que nous avons donné, émergera comme la vraie richesse. Tout cela tombera, alors que l’amour se révélera. Un illustre Père de l’Eglise écrivait: «Il arrive ainsi dans la vie: après qu’est survenue la mort et qu’est fini le spectacle, tous enlèvent le masque de la richesse et de la pauvreté et s’en vont de ce monde. Et ils sont jugés seulement selon leurs œuvres, certains réellement riches, d’autres pauvres» (S. Jean Chrysostome. Discours sur le pauvre Lazare, II, 3). Si nous ne voulons pas vivre pauvrement, demandons la grâce de voir Jésus dans les pauvres, de servir Jésus dans les pauvres.

Je voudrais remercier les nombreux fidèles serviteurs de Dieu, qui ne font pas parler d’eux, mais qui vivent ainsi, en servant. Je pense, par exemple, à l’abbé Roberto Malgesini. Ce prêtre ne faisait pas de théories; simplement, il voyait Jésus dans le pauvre et le sens de la vie dans le service. Il essuyait les larmes avec douceur, au nom de Dieu qui console. Le début de sa journée était la prière, pour accueillir le don de Dieu; le centre en était la charité, pour faire fructifier l’amour reçu; la fin un limpide témoignage de l’Evangile. Cet homme avait compris qu’il devait tendre la main aux nombreux pauvres qu’il rencontrait quotidiennement, parce qu’il voyait Jésus en chacun d’eux. Frères et sœurs, demandons la grâce de ne pas être des chrétiens seulement en paroles, mais aussi dans les faits. Afin de porter du fruit, comme le désire Jésus. Ainsi soit-il.

Traduzione in lingua inglese

The parable we have just listened to has a beginning, a middle and an end, which shed light on the beginning, the middle and the end of our lives.

The beginning. Everything begins with a great good. The master does not keep his wealth to himself, but gives it to his servants; five talents to one, two to another, one to a third, “to each according to his ability” (Mt 25:15). It has been calculated that a single talent was equivalent to the income of some twenty years’ work: it was of enormous value, and would be sufficient for a lifetime. This is the beginning. For us too, everything began with the grace of God – everything always begins with grace, not with our own efforts – with the grace of God, who is a Father and has given us so many good things, entrusting different talents to each of us. We possess a great wealth that depends not on what we possess but on what we are: the life we have received, the good within us, the indelible beauty God has given us by making us in his image… All these things make each of us precious in his eyes, each one of us is priceless and unique in history! This is how God looks at us, how God feels towards us.

We need to remember this. All too often, when we look at our lives, we see only the things we lack, and we complain about what we lack. We then yield to the temptation to say: “If only…!” If only I had that job, if only I had that home, if only I had money and success, if only I didn’t have this or that problem, if only I had better people around me…! But those illusory words – if only! – prevent us from seeing the good all around us. They make us forget the talents we possess. You may not have that, but you do have this, and the “if only” makes us forget this. Yet God gave those talents to us because he knows each of us and he knows our abilities. He trusts us, despite our weaknesses. God even trusts the servant who will hide his talent, hoping that despite his fears, he too will put to good use what he received. In a word, the Lord asks us to make the most of the present moment, not yearning for the past, but waiting industriously for his return. How ugly is that nostalgia, which is like a black mood poisoning our soul and making us always look backwards, always at others, but never at our own hands or at the opportunities for work that the Lord has given us, never at our own situation… not even at our own poverty.

This brings us to the centre of the parable: the work of the servants, which is service. Service is our work too; it makes our talents bear fruit and it gives meaning to our lives. Those who do not live to serve, serve for little in this life. We must repeat this, and repeat it often: those who do not live to serve, serve for little in this life. We should reflect on this: those who do not live to serve, serve for little in this life. But what kind of service are we speaking of? In the Gospel, good servants are those who take risks. They are not fearful and overcautious, they do not cling to what they possess, but put it to good use. For if goodness is not invested, it is lost, and the grandeur of our lives is not measured by how much we save but by the fruit we bear. How many people spend their lives simply accumulating possessions, concerned only about the good life and not the good they can do. Yet how empty is a life centred on our needs and blind to the needs of others! The reason we have gifts is so that we can be gifts for others. And here, brothers and sisters, we should ask ourselves the question: do I only follow my own needs, or am I able to look to the needs of others, to whoever is in need? Are my hands open, or are they closed?

It is significant that fully four times those servants who invested their talents, who took a risk, are called “faithful” (vv. 21, 23). For the Gospel, faithfulness is never risk-free. “But, father, does being a Christian mean taking risks?” – “Yes, dearly beloved, take a risk. If you do not take risks, you will end up like the third [servant]: burying your abilities, your spiritual and material riches, everything”. Taking risks: there is no faithfulness without risk. Fidelity to God means handing over our life, letting our carefully laid plans be disrupted by our need to serve. “But I have my plans, and if I have to serve…”. Let your plans be upset, go and serve. It is sad when Christians play a defensive game, content only to observe rules and obey commandments. Those “moderate” Christians who never go beyond boundaries, never, because they are afraid of risk. And those, allow me this image, those who take care of themselves to avoid risk begin in their lives a process of mummification of their souls, and they end up as mummies. Following rules is not enough; fidelity to Jesus is not just about not making mistakes, this is quite wrong. That is what the lazy servant in the parable thought: for lack of initiative and creativity, he yielded to needless fear and buried the talent he had received. The master actually calls him “wicked” (v. 26). And yet he did nothing wrong! But he did nothing good either. He preferred to sin by omission rather than to risk making a mistake. He was not faithful to God, who spends freely, and he made his offence even worse by returning the gift he had received. “You gave me this, and I give it to you”, nothing more. The Lord, for his part, asks us to be generous, to conquer fear with the courage of love, to overcome the passivity that becomes complicity. Today, in these times of uncertainty, in these times of instability, let us not waste our lives thinking only of ourselves, indifferent to others, or deluding ourselves into thinking: “peace and security!” (1 Thess 5:3). Saint Paul invites us to look reality in the face and to avoid the infection of indifference.

How then do we serve, as God would have us serve? The master tells the faithless servant: “You ought to have invested my money with the bankers, and at my coming I should have received what was my own with interest” (v. 27). Who are the “bankers” who can provide us with long-term interest? They are the poor. Do not forget: the poor are at the heart of the Gospel; we cannot understand the Gospel without the poor. The poor are like Jesus himself, who, though rich, emptied himself, made himself poor, even taking sin upon himself: the worst kind of poverty. The poor guarantee us an eternal income. Even now they help us become rich in love. For the worst kind of poverty needing to be combatted is our poverty of love. The worst kind of poverty needing to be combatted is our poverty of love. The Book of Proverbs praises the woman who is rich in love, whose value is greater than that of pearls. We are told to imitate that woman who “opens her hand to the poor” (Prov 31:20): that is the great richness of this woman. Hold out your hand to the poor, instead of demanding what you lack. In this way, you will multiply the talents you have received.

The season of Christmas is approaching, the holiday season. How often do we hear people ask: “What can I buy? What more can I have? I must go shopping”. Let us use different words: “What can I give to others?”, in order to be like Jesus, who gave of himself and was born in the manger”.

We now come to the end of the parable. Some will be wealthy, while others, who had plenty and wasted their lives, will be poor (cf. v. 29). At the end of our lives, then, the truth will be revealed. The pretence of this world will fade, with its notion that success, power and money give life meaning, whereas love – the love we have given – will be revealed as true riches. Those things will fall, yet love will emerge. A great Father of the Church wrote: “As for this life, when death comes and the theatre is deserted, when all remove their masks of wealth or of poverty and depart hence, judged only by their works, they will be seen for what they are: some truly rich, others poor” (SAINT JOHN CHRYSOSTOM, Homilies on the Poor Man Lazarus, II, 3). If we do not want to live life poorly, let us ask for the grace to see Jesus in the poor, to serve Jesus in the poor.

I would like to thank all those faithful servants of God who quietly live in this way, serving others. I think, for example, of Father Roberto Malgesini. This priest was not interested in theories; he simply saw Jesus in the poor and found meaning in life in serving them. He dried their tears with his gentleness, in the name of God who consoles. The beginning of his day was prayer, to receive God’s gifts; the centre of his day was charity, to make the love he had received bear fruit; the end was his clear witness to the Gospel. This man realized that he had to stretch out his hand to all those poor people he met daily, for he saw Jesus in each of them. Brothers and sisters, let us ask for the grace to be Christians not in word, but in deed. To bear fruit, as Jesus desires. May this truly be so.

Traduzione in lingua tedesca

Das Gleichnis, das wir gehört haben, hat einen Anfang, eine Mitte und ein Ende, welche den Anfang, die Mitte und das Ende unseres Lebens erhellen.

Der Anfang. Alles beginnt mit einem großen Vermögen: Der Herr behält seine Reichtümer nicht für sich selbst, sondern gibt sie den Dienern, dem einen gibt er fünf, dem anderen zwei und wieder einem anderen ein Talent, »jedem nach seinen Fähigkeiten« (Mt 25,15). Man hat errechnet, dass ein einziges Talent einem Lohn von etwa zwanzig Jahren Arbeit entsprach: Es war ein überreichliches Vermögen, das damals für ein ganzes Leben ausreichte. Das also ist der Anfang: Auch für uns begann alles mit der Gnade Gottes, – alles beginnt immer mit der Gnade, nicht mit unseren Leistungen – mit der Gnade Gottes, die der Vater ist und so viel Vermögen in unsere Hände gelegt hat, indem er jedem von uns unterschiedliche Talente anvertraut hat. Wir sind Träger eines großen Reichtums, der nicht davon abhängt, wie viel wir haben, sondern davon, was wir sind: von dem Leben, das wir empfangen haben, von dem Guten, das in uns ist, von der unüberwindlichen Schönheit, die Gott uns verliehen hat. Denn wir sind als sein Bild geschaffen, jeder von uns ist in seinen Augen kostbar, jeder von uns ist einzigartig und unersetzlich in der Geschichte! So schaut uns Gott an, so empfindet er uns.

Wie wichtig ist es doch, sich daran zu erinnern. Wenn wir unser Leben betrachten, sehen wir allzu oft nur das, was uns fehlt, und wir beklagen uns über das, was uns fehlt. Dann erliegen wir der Versuchung des „Schön wär’s! …“: Schön wär’s, wenn ich diesen Job hätte, wenn ich dieses Haus besäße, wenn ich Geld und Erfolg hätte, wenn ich dieses Problem nicht hätte, wenn ich bessere Menschen um mich herum hätte! ... Doch die Illusion des „Schön wär’s“ hindert uns daran, das Gute zu sehen, und lässt uns die Talente vergessen, die wir haben. Ja, jenes Talent hast du nicht, aber dieses, und das „Schön wär’s“ führt dazu, dass wir dieses vergessen. Aber Gott hat sie uns anvertraut, weil er jeden von uns kennt und weiß, wozu wir fähig sind; er vertraut uns, trotz unserer Schwächen. Er vertraut auch jenem Diener, der das Talent dann verstecken wird: Gott hofft, dass auch er, trotz seiner Ängste, das, was er erhalten hat, gut nutzen wird. Kurz gesagt, der Herr bittet uns, die Gegenwart zu nutzen und dabei nicht der Vergangenheit nachzutrauern, sondern aktiv seine Rückkehr zu erwarten. Jene Misanthropie, die wie Zynismus, wie ein schwarzer Humor die Seele vergiftet und sie immer zurückschauen lässt, immer auf die anderen, doch nie auf die eigenen Hände, auf die Möglichkeiten zu arbeiten, die der Herr uns gegeben hat, auf unsere Gelegenheiten…, und auch auf unsere Armseligkeit.

Damit sind wir in der Mitte des Gleichnisses angelangt. Hier geht es um das, was die Diener tun, das heißt um ihren Dienst. Mit diesem Dienst ist auch unser Tun gemeint, das, was unsere Talente fruchtbar macht und dem Leben einen Sinn gibt: Tatsächlich vertut einer sein Leben, wenn er nicht lebt, um zu dienen. Das müssen wir wiederholen und uns oft vorsagen: Der vertut sein Leben, wenn er nicht lebt, um zu dienen. Wir sollten das meditieren: Der vertut sein Leben, wenn er nicht lebt, um zu dienen. Aber wie sieht dieser Dienst aus? Im Evangelium werden diejenigen als gute Diener bezeichnet, die etwas riskieren. Sie sind nicht vorsichtig und zurückhaltend, sie bewahren nicht auf, was sie erhalten haben, sondern sie setzen es ein. Denn ein Gut, das nicht investiert wird, geht verloren, und die Bedeutung unseres Lebens hängt nicht davon ab, wie viel wir beiseitelegen, sondern davon, wie viel Frucht wir bringen. Wie viele Menschen verbringen ihr Leben nur damit, Besitz anzuhäufen. Sie sind darauf bedacht, dass es ihnen gut geht, anstatt dass sie Gutes tun. Aber wie leer ist solch ein Leben, das Bedürfnissen nachjagt, ohne auf die Bedürftigen zu schauen! Wenn wir über Gaben verfügen, dann nur darum, dass wir eine Gabe für die anderen sind. Und hier, Brüder und Schwestern, stellen wir uns die Frage: Befriedige ich nur das Bedürfnis des Anderen, oder schaue ich ihn an, der ein Bedürfnis hat? Der bedürftig ist? Ist meine Hand so [er streckt sie aus] oder so [er zieht sie zurück]?

Es sei darauf hingewiesen, dass die Diener, die investieren, die Risiken eingehen, viermal als „treu“ bezeichnet werden (V. 21 und 23). Für das Evangelium gibt es keine Treue ohne Risiko. „Stimmt es, Pater, dass Christsein heißt, etwas zu riskieren?“ – „Ja, mein Lieber oder meine Liebe, etwas riskieren! Wenn du nichts riskierst, endest du wie der dritte [Diener]: Du vergräbst deine Fähigkeiten, deine geistigen und materiellen Gaben, alles“. Riskieren: Es gibt keine Treue ohne Risiko. Gott treu zu sein bedeutet sein Leben hinzugeben, es bedeutet, die eigenen Pläne durch den Dienst durcheinanderbringen zu lassen. „Ich habe einen bestimmten Plan, wenn ich mich aber jetzt zur Verfügung stelle …“. Lass es zu, dass der Plan durcheinandergebracht wird, stelle dich zur Verfügung! Es ist traurig, wenn ein Christ in die Defensive geht und sich nur an die Einhaltung der Regeln und die Befolgung der Gebote klammert. Jene „maßvollen“ Christen, die nie die Regeln übertreten, nie, weil sie Angst vor dem Risiko haben. Und diese, gestattet mir das Bild, diese, die sich so um sich selbst sorgen, um bloß nicht etwas zu riskieren, diese beginnen schon im Leben einen Prozess der Seelenmumifizierung und enden als Mumien. Das reicht nicht, es reicht nicht, die Regeln zu beachten. Die Treue zu Jesus erschöpft sich nicht darin, keine Fehler zu machen. So was ist negativ. Das dachte der faule Diener des Gleichnisses: Bar jeglicher Initiative und Kreativität, versteckt er sich hinter einer unnützen Angst und vergräbt das empfangene Talent. Der Herr nennt ihn sogar »schlecht« (V. 26), obwohl er nichts falsch gemacht hat! Ja, aber er hat eben auch nichts Gutes getan. Er zog es vor, durch Unterlassung zu sündigen, anstatt Fehler zu riskieren. Er war Gott nicht treu, denn dieser liebt die Selbsthingabe; und der Diener beleidigte ihn aufs Schlimmste, indem er ihm die erhaltene Gabe zurückgab. „Du hast mir das gegeben, ich gebe dir das“, nichts weiter. Der Herr lädt uns vielmehr ein, uns großzügig einzusetzen, die Angst zu besiegen und jene Passivität zu überwinden, die mitschuldig macht. Lasst uns heute, in diesen Zeiten voll Unsicherheit, in diesen zerbrechlichen Zeiten, unser Leben nicht damit vergeuden, dass wir nur an uns selbst denken, mit jener Haltung der Gleichgültigkeit. Machen wir uns keine Illusionen, während wir sagen: »Friede und Sicherheit!« (1 Thess 5,3). Der heilige Paulus fordert uns auf, uns der Realität zu stellen und uns nicht von der Gleichgültigkeit anstecken zu lassen.

Wie also sieht ein Dienst nach Gottes Willen aus? Der Herr erklärt es dem untreuen Diener: »Du hättest mein Geld auf die Bank bringen müssen, dann hätte ich es bei meiner Rückkehr mit Zinsen zurückerhalten« (V. 27). Wer sind für uns diese „Banken“, die in der Lage sind, einen langfristigen Zins zu geben? Das sind die Armen. Vergesst es nicht: Die Armen stehen in der Mitte des Evangeliums. Das Evangelium versteht man nicht ohne die Armen. Die Armen sind in der Person Jesu selbst verkörpert, der obwohl er reich war, sich selbst entäußerte, sich arm gemacht hat, sich selbst zur Sünde, zur schlimmsten Form der Armut, gemacht hat. Die Armen garantieren uns eine ewige Rendite und sie ermöglichen uns schon jetzt, reicher an Liebe zu werden. Denn die größte Armut, die es zu bekämpfen gilt, ist unsere Armut an Liebe. Die größte Armut, die es zu bekämpfen gilt, ist unsere Armut an Liebe. Das Buch der Sprichwörter preist die Frau, die tüchtig ist in der Nächstenliebe und alle Perlen an Wert übertrifft: diese Frau sollten wir nachahmen, denn, wie es im Text heißt, »sie reicht dem Armen ihre Hände« (Spr 31,20): Das ist der große Reichtum dieser Frau. Reiche den Bedürftigen die Hand, anstatt zu beanspruchen, was dir fehlt: Auf diese Weise wirst du die Talente, die du erhalten hast, vervielfachen.

Die Weihnachtszeit rückt näher, die Zeit der Feste. Oftmals kommt da bei vielen Leuten die Frage auf: „Was kann ich kaufen? Was kann ich noch brauchen? Ich muss in die Geschäfte gehen, um einzukaufen“. Sagen wir lieber ein anderes Wort: „Was kann ich für die anderen tun?“ Um wie Jesus zu sein, der sich selbst hingegeben hat und eben in dieser armseligen Krippe geboren wurde.

So kommen wir zum Ende des Gleichnisses: Da wird es denjenigen geben, der im Überfluss haben wird, und denjenigen, der sein Leben vergeudet hat und arm bleiben wird (vgl. V. 29). Am Ende des Lebens, also, wird die Wirklichkeit offenbar: Die Täuschung der Welt, wonach Erfolg, Macht und Geld dem Leben Sinn verleihen, wird vergehen, während die Liebe, das, was wir gegeben haben, sich als wahrer Reichtum erweisen wird. Jene Dinge werden fallen, die Liebe wird hingegen hervortreten. Ein großer Kirchenvater schrieb einmal: »So geschieht es im Leben: Nachdem der Tod gekommen ist und der Vorhang gefallen ist, nehmen alle die Masken von Reichtum und Armut ab und verlassen diese Welt. Sie werden nur nach ihren Werken beurteilt, einige als wirklich reich, andere als arm« (vgl. hl. Johannes Chrisostomus, De Lazaro concio, II, 3). Wenn wir schon nicht arm leben wollen, dann bitten wir um die Gnade, Jesus in den Armen sehen und Jesus in den Armen dienen zu dürfen.

Ich möchte den vielen treuen Dienern Gottes danken, die nicht von sich reden machen, sondern dies leben, indem sie dienen. Ich denke dabei zum Beispiel an Don Roberto Malgesini. Dieser Priester hatte keine großen Konzepte; er sah einfach Jesus in den Armen und den Sinn des Lebens im Dienen. Sanftmütig trocknete er Tränen im Namen Gottes, der tröstet. Der Anfang seines Tages war das Gebet, um das anzunehmen, was Gott ihm gab; die Mitte des Tages war die Nächstenliebe, um die empfangene Liebe fruchtbar zu machen; das Ende war ein klares Zeugnis des Evangeliums. Dieser Mann hatte verstanden, dass er den vielen armen Menschen, denen er täglich begegnete, die Hand reichen musste, weil er in jedem von ihnen Jesus sah. Brüder und Schwestern, bitten wir um die Gnade, nicht nur in Worten, sondern auch in unseren Taten Christen zu sein, damit wir Frucht bringen, wie es der Wunsch Jesu ist. Amen.

Traduzione in lingua spagnola

La parábola que hemos escuchado tiene un comienzo, un desarrollo y un desenlace, que iluminan el principio, el núcleo y el final de nuestras vidas.

El comienzo. Todo inicia con un gran bien: el dueño no se guarda sus riquezas para sí mismo, sino que las da a los siervos; a uno cinco, a otro dos, a otro un talento, «a cada cual según su capacidad» (Mt 25,15). Se ha calculado que un único talento correspondía al salario de unos veinte años de trabajo: era un bien superabundante, que entonces era suficiente para toda una vida. Aquí está el comienzo: también para nosotros todo empezó con la gracia de Dios —todo, inicia siempre con la gracia, no con nuestras fuerzas— con la gracia de Dios, que es Padre y ha puesto tanto bien en nuestras manos, confiando a cada uno talentos diferentes. Somos portadores de una gran riqueza, que no depende de cuánto poseamos, sino de lo que somos: de la vida que hemos recibido, del bien que hay en nosotros, de la belleza irreemplazable que Dios nos ha dado, porque somos hechos a su imagen, cada uno de nosotros es precioso a sus ojos, cada uno de nosotros es único e insustituible en la historia. Así nos mira Dios, así nos trata Dios.

Qué importante es recordar esto: En demasiadas ocasiones, cuando miramos nuestra vida, vemos sólo lo que nos falta y nos quejamos de lo que no tenemos. Entonces cedemos a la tentación del “¡ojalá!”: ¡ojalá tuviera ese trabajo, ojalá tuviera esa casa, ojalá tuviera dinero y éxito, ojalá no tuviera ese problema, ojalá tuviera mejores personas a mi alrededor!... Pero la ilusión del “ojalá” nos impide ver lo bueno y nos hace olvidar los talentos que tenemos. Sí, tú no tienes aquello, pero tienes esto, y el “ojalá” hace que olvidemos esto. Pero Dios nos los ha confiado porque nos conoce a cada uno y sabe de lo que somos capaces; confía en nosotros, a pesar de nuestras fragilidades. También confió en aquel siervo que ocultó el talento: Dios esperaba que, a pesar de sus temores, también él utilizara bien lo que había recibido. En concreto, el Señor nos pide que nos comprometamos con el presente sin añoranza del pasado, sino en la espera diligente de su venida. Esa nostalgia fea, que es como un humor crudo, un humor negro que envenena el alma y hace que siempre mire hacia atrás, siempre a los demás, pero nunca a las propias manos, a las posibilidades de trabajo que el Señor nos ha dado, a nuestras condiciones, incluso a nuestra pobreza.

Así llegamos al centro de la parábola: es el trabajo de los sirvientes, es decir, el servicio. El servicio es también obra nuestra, el esfuerzo que hace fructificar nuestros talentos y da sentido a la vida: de hecho, no sirve para vivir el que no vive para servir. Necesitamos repetir esto, repetirlo muchas veces: No sirve para vivir el que no vive para servir. Debemos meditar esto: No sirve para vivir el que no vive para servir. ¿Pero cuál es el estilo de servicio? En el Evangelio, los siervos buenos son los que arriesgan. No son cautelosos y precavidos, no guardan lo que han recibido, sino que lo emplean. Porque el bien, si no se invierte, se pierde; porque la grandeza de nuestra vida no depende de cuánto acaparamos, sino de cuánto fruto damos. Cuánta gente pasa su vida acumulando, pensando en estar bien en vez de hacer el bien. ¡Pero qué vacía es una vida que persigue las necesidades, sin mirar a los necesitados! Si tenemos dones, es para ser nosotros dones para los demás. Y aquí, hermanos y hermanas, nos preguntamos: ¿Sigo las necesidades, solamente, o soy capaz de mirar a los que tienen necesitad? ¿A quién está necesitado? ¿Mi mano es así [abierta] o así [cerrada]?

Cabe destacar que los siervos que invierten, que arriesgan, son llamados «fieles» cuatro veces (vv. 21.23). Para el Evangelio no hay fidelidad sin riesgo. “Pero, Padre, ¿ser cristiano significa correr riesgos?” ― “Sí, queridos, arriesgar. Si no te arriesgas, terminarás como el tercer siervo: enterrando tus capacidades, tus riquezas espirituales y materiales, todo”. Arriesgar: no hay fidelidad sin riesgo. Ser fiel a Dios es gastar la vida, es dejar que los planes se trastoquen por el servicio. “Yo tengo este plan, pero si sirvo…”. Deja que se trastoque el plan, tú sirve”. Es triste cuando un cristiano juega a la defensiva, apegándose sólo a la observancia de las reglas y al respeto de los mandamientos. Esos cristianos “comedidos” que nunca dan un paso fuera de las normas, nunca, porque tienen miedo al riesgo. Y estos, permítanme la imagen, estos que se cuidan tanto que nunca se arriesgan, estos comienzan en la vida un proceso de momificación del alma, y terminan siendo momias. Esto no es suficiente, no basa observar las normas; la fidelidad a Jesús no se limita simplemente a no equivocarse; es negativo esto. Así pensaba el sirviente holgazán de la parábola: falto de iniciativa y creatividad, se escondió detrás de un miedo estéril y enterró el talento recibido. El dueño incluso lo calificó como «malo» (v. 26). A pesar de no haber hecho nada malo, pero tampoco nada bueno. Prefirió pecar por omisión antes de correr el riesgo de equivocarse. No fue fiel a Dios, que ama entregase totalmente; y le hizo la peor ofensa: devolverle el don recibido. “Tú me has dato esto, yo te doy esto”, nada más. En cambio, el Señor nos invita a jugárnosla generosamente, a vencer el miedo con la valentía del amor, a superar la pasividad que se convierte en complicidad. Hoy, en estos tiempos de incertidumbre, en estos tiempos de fragilidad, no desperdiciemos nuestras vidas pensando sólo en nosotros mismos, con esa actitud de indiferencia. No nos engañemos diciendo: «Hay paz y seguridad» (1 Ts 5,3). San Pablo nos invita a enfrentar la realidad, a no dejarnos contagiar por la indiferencia.

Entonces, ¿cómo podemos servir siguiendo la voluntad de Dios? El dueño le explica esto al sirviente infiel: «Debías haber llevado mi dinero a los prestamistas, para que, al volver yo, pudiera recoger lo mío con los intereses» (v. 27). ¿Quiénes son los “prestamistas” para nosotros, capaces de conseguir un interés duradero? Son los pobres. No lo olviden: los pobres están en el centro del Evangelio; el Evangelio no puede ser entendido sin los pobres. Los pobres tienen la misma personalidad que Jesús, que siendo rico se despojó de todo, se hizo pobre, se hizo pecado, la pobreza más fea. Los pobres nos garantizan un rédito eterno y ya desde ahora nos permiten enriquecernos en el amor. Porque la mayor pobreza que hay que combatir es nuestra carencia de amor. La mayor pobreza para combatir es nuestra pobreza de amor. El Libro de los Proverbios alaba a una mujer laboriosa en el amor, cuyo valor es mayor que el de las perlas: debemos imitar a esta mujer que, según el texto, «tiende sus brazos al pobre» (Pr 31,20): esta es la mayor riqueza de esta mujer. Extiende tu mano a los necesitados, en lugar de exigir lo que te falta: de este modo multiplicarás los talentos que has recibido.

Se aproxima la Navidad, tiempo de celebraciones. Cuántas veces, la pregunta que mucha gente se hace es: “¿Qué puedo comprar? ¿Qué más puedo tener? Necesito ir a las tiendas a comprar”. Digamos la otra palabra, “¿Qué puedo dar a los demás?”, para ser como Jesús, que se dio a sí mismo y nació propiamente en aquel pesebre.

Llegamos así al final de la parábola: habrá quien tenga abundancia y quien haya desperdiciado su vida y permanecerá siendo pobre (cf. v. 29). Al final de la vida, en definitiva, se revelará la realidad: la apariencia del mundo se desvanecerá, según la cual el éxito, el poder y el dinero dan sentido a la existencia, mientras que el amor, lo que hemos dado, se revelará como la verdadera riqueza. Todo eso se desvanecerá, en cambio el amor emergerá. Un gran Padre de la Iglesia escribió: «Así es como sucede en la vida: después de que la muerte ha llegado y el espectáculo ha terminado, todos se quitan la máscara de la riqueza y la pobreza y se van de este mundo. Y se los juzga sólo por sus obras, unos verdaderamente ricos, otros pobres» (S. Juan Crisóstomo, Discursos sobre el pobre Lázaro, II, 3). Si no queremos vivir pobremente, pidamos la gracia de ver a Jesús en los pobres, de servir a Jesús en los pobres.

Me gustaría agradecer a tantos fieles siervos de Dios, que no dan de qué hablar sobre ellos mismos, sino que viven así, sirviendo. Pienso, por ejemplo, en D. Roberto Malgesini. Este sacerdote no hizo teorías; simplemente, vio a Jesús en los pobres y el sentido de la vida en el servicio. Enjugó las lágrimas con mansedumbre, en el nombre de Dios que consuela. En el comienzo de su día estaba la oración, para acoger el don de Dios; en el centro del día estaba la caridad, para hacer fructificar el amor recibido; en el final, un claro testimonio del Evangelio. Este hombre comprendió que tenía que tender su mano a los muchos pobres que encontraba diariamente porque veía a Jesús en cada uno de ellos. Hermanos y hermanas: Pidamos la gracia de no ser cristianos de palabras, sino en los hechos. Para dar fruto, como Jesús desea. Que así sea.

Traduzione in lingua portoghese

A parábola que ouvimos apresenta um início, um centro e um fim, que iluminam o início, o centro e o fim da nossa vida.

O início. Tudo parte de um bem avultado: o dono não guarda as suas riquezas para si, mas entrega-as aos servos: a um cinco talentos, a outro dois, e ao terceiro um, «a cada qual conforme a sua capacidade» (Mt 25, 15). Calcula-se que um único talento equivalia aproximadamente ao salário de vinte anos de trabalho: era um bem superabundante, que então dava para uma vida inteira. Aqui está o início: também connosco tudo começou com a graça de Deus – tudo, sempre, começa com a graça de Deus, não com as nossas forças – com a graça de Deus, que é Pai e colocou um bem tão grande nas nossas mãos, confiando a cada um talentos diversos. Somos portadores duma grande riqueza, que não depende da quantidade de coisas que temos, mas daquilo que somos: a vida recebida, o bem que há em nós, a beleza intangível com que Deus nos dotou. Feitos à imagem d’Ele, cada um de nós é precioso a seus olhos, cada um de nós é único e insubstituível na história! É assim que Deus nos vê, é assim que Deus nos sente.

Como é importante lembrarmo-nos disto! Muitas vezes, olhando para a nossa vida, vemos só o que nos falta e lamentamo-nos daquilo que nos falta. Então cedemos à tentação do «quem dera…»: quem dera que eu tivesse aquele emprego, quem dera que eu tivesse aquela casa, quem dera que eu tivesse dinheiro e sucesso, quem dera que eu não tivesse tal problema, quem dera que eu tivesse pessoas melhores ao meu redor! Mas a ilusão do «quem dera» impede-nos de ver o bem e faz-nos esquecer os talentos que possuímos. É verdade que tu não tens aquilo, mas tens isto, e o «quem dera» faz com que nos esqueçamos disto. Mas Deus confiou-no-los, porque conhece cada um de nós e sabe aquilo de que somos capazes; confia em nós, apesar das nossas fragilidades. Confia até naquele servo que esconderá o talento: Deus espera que também ele, não obstante os seus medos, utilize bem aquilo que recebeu. Em suma, o Senhor pede que nos empenhemos no tempo presente sem nostalgia do passado, mas na diligente expetativa do seu regresso. Sem aquela nostalgia ruim, que é como o humor amarelo, o humor negro que envenena a alma, fazendo-a olhar sempre para trás, sempre para os outros, e nunca para as próprias mãos, para as possibilidades de trabalho que o Senhor nos deu, para as nossas condições, inclusive para as nossas pobrezas.

Chegamos assim ao centro da parábola: a atividade dos servos, isto é, o serviço. E serviço é também a nossa atividade, aquilo que faz frutificar os talentos e dá sentido à vida: de facto, quem não vive para servir, não serve para viver. Devemos repetir isto e repeti-lo muito: quem não vive para servir, não serve para viver. Devemos meditar nisto: quem não vive para servir, não serve para viver. Mas qual é o estilo do serviço? Servos bons, no Evangelho, são aqueles que arriscam. Não se mostram exageradamente cautelosos e precavidos, não conservam intacto o que receberam, mas usam-no. Com efeito o bem, se não se investir, perde-se, já que a grandeza da nossa vida não depende de quanto amealhamos, mas do fruto que produzimos. Quantas pessoas passam a vida só a acumular, pensando mais em estar bem do que em fazer bem! Como é vazia, porém, uma vida que se preocupa das próprias necessidades, sem olhar para quem tem necessidade! Se temos dons, é para nós sermos dom para os outros. Neste ponto, irmãos e irmãs, perguntemo-nos: preocupo-me só das necessidades, ou sou capaz de olhar para quem tem necessidade? Para quem passa necessidade? A minha mão é assim [mostra-a aberta] ou assim [a mão fechada]?

Note-se que os servos que investem, que arriscam, quatro vezes são chamados «fiéis» (Mt 25, 21.23). Segundo o Evangelho, não há fidelidade sem risco. «Mas, padre, ser cristão significa arriscar?» – «Sim, querido ou querida, arriscar. Se tu não arriscas, acabarás como o terceiro [servo]: enterrando as tuas capacidades, as tuas riquezas espirituais, materiais, tudo». Arriscar: não há fidelidade sem risco. Ser fiel a Deus é gastar a vida, é deixar que os nossos planos acabem transtornados pelo serviço. «Eu tenho este plano, mas se me ponho a servir…» Deixa que fique transtornado o plano; tu, serve. É triste quando um cristão se coloca à defesa, prendendo-se apenas à observância das regras e ao respeito dos mandamentos. Aqueles cristãos «comedidos» que nunca dão um passo fora das regras; nunca, porque têm medo de arriscar. E – permiti-me a imagem – as pessoas que estão de tal modo atentas a si mesmas que nunca arriscam, elas começam na vida um processo de mumificação da alma, e acabam como múmias. Isto não basta! Não basta observar a regras; a fidelidade a Jesus não consiste apenas em não cometer erros; esta é a parte negativa. Assim pensava o servo preguiçoso da parábola: desprovido de iniciativa e criatividade, esconde-se atrás dum medo inútil e enterra o talento recebido. O dono classifica-o de «mau» (25, 26). E, contudo, não fez nada de mal… É verdade! Mas, de bom, também não fez nada. Preferiu pecar por omissão do que correr o risco de errar. Não foi fiel a Deus, que gosta de Se dar; e fez-Lhe a ofensa pior: devolver-Lhe o dom recebido; «deste-me isto, e é isto que eu Te dou». Ao contrário, o Senhor convida a envolver-nos generosamente e a vencer o temor com a coragem do amor, a superar a passividade que se torna cumplicidade. Nestes tempos de incerteza, nestes tempos de fragilidade que correm, não desperdicemos a vida pensando só em nós mesmos, assumindo uma atitude de indiferença. Não nos iludamos dizendo «paz e segurança!» (1 Ts 5, 3). São Paulo convida-nos a olhar a realidade de frente, a não nos deixarmos contagiar pela indiferença.

Então como é servir segundo a vontade de Deus? O dono explica-o ao servo infiel: «Devias ter levado o meu dinheiro aos banqueiros e, no meu regresso, teria levantado o meu dinheiro com juros» (25, 27). No nosso caso, quem são estes «banqueiros» capazes de nos proporcionar juros duradouros? São os pobres. Não o esqueçais: os pobres estão no centro do Evangelho; o Evangelho não se compreende sem os pobres. A personalidade dos pobres é igual à de Jesus que, sendo rico, aniquilou-Se a Si mesmo, fez-Se pobre, fez-Se pecado, a pior pobreza. Os pobres garantem-nos um rendimento eterno e permitem, já agora, enriquecer-nos no amor. Com efeito, a maior pobreza que devemos combater é a nossa pobreza de amor. A maior pobreza que devemos combater é a nossa pobreza de amor. O livro dos Provérbios elogia uma mulher diligente e caritativa, cujo valor é superior ao das pérolas; devemos imitar aquela mulher que, como diz o texto, «abre a mão ao indigente» (Prv 31, 20): esta é a grande riqueza daquela mulher. Em vez de exigir o que te falta, estende a mão a quem passa necessidade: assim multiplicarás os talentos que recebeste.

Aproxima-se o período do Natal, o tempo das festas. E a pergunta que muitas vezes as pessoas se colocam é: «O que posso comprar? Que mais posso ter? Preciso de ir às lojas comprar». Digamos a outra versão: «O que posso dar aos outros?». Para ser como Jesus, que Se deu a Si mesmo e até nasceu naquele presépio.

Chegamos, assim, ao final da parábola: haverá quem tenha em abundância e quem tenha malbaratado a vida ficando pobre (cf. 25, 29). Em suma, no fim da vida, esta desvendar-se-á como é na realidade: declinará a ficção do mundo – segundo a qual o sucesso, o poder e o dinheiro é que dão sentido à existência –, enquanto o amor, aquilo que tivermos dado, surgirá como a verdadeira riqueza. Aquelas coisas declinarão, ao passo que o amor sobressairá. Como escrevia um grande Padre da Igreja, «assim acontece na vida: quando chega a morte, acaba-se o espetáculo; todos tiram a máscara da riqueza e da pobreza ao deixarem este mundo. E são julgados apenas com base nas suas obras, resultando uns realmente ricos, outros pobres» (São João Crisóstomo, Discurso sobre o pobre Lázaro, II, 3). Se não queremos viver pobremente, peçamos a graça de ver Jesus nos pobres, servi-Lo nos pobres.

Quero agradecer a tantos servos fiéis de Deus, que vivem assim, servindo, e de quem não se fala. Penso, por exemplo, no padre Roberto Malgesini. Este padre não fazia teorias; simplesmente, via Jesus no pobre; e o sentido da vida, em servir. Enxugava lágrimas com mansidão, em nome de Deus que consola. O início do seu dia era a oração, para acolher o dom de Deus; o centro do dia, a caridade para fazer frutificar o amor recebido; o final, um claro testemunho do Evangelho. Aquele homem compreendera que devia estender a sua mão aos inúmeros pobres que encontrava diariamente, porque em cada um deles via Jesus. Irmãos e irmãs, peçamos a graça de ser cristãos não em palavras, mas em obras... para dar fruto, como Jesus deseja. Assim seja.

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 15 novembre 2020


Venerdì della I settimana di Avvento

S. Giovanni Damasceno, dottore della Chiesa (ca. 676-749)

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