L’uomo senza Cristo è polvere ed ombra

papa-benedetto-xvi-10.jpgCari fratelli e sorelle!
  Il Padre della Chiesa a cui oggi vol­giamo l'attenzione è san Paolino di Nola. Contemporaneo di sant'Agostino, al quale fu legato da viva amicizia, Paolino esercitò il suo ministero in Campania, a Nola, dove fu monaco, poi presbitero e ve­scovo. Era però originario dell'Aquitania, nel sud della Francia, e precisamente di Bordeaux, dove era nato da famiglia alto­locata. Qui ricevette una fine educazione letteraria, avendo come maestro il poeta Ausonio. Dalla sua terra si allontanò una prima volta per seguire la sua precoce car­riera politica, che lo vide assurgere, anco­ra in giovane età, al ruolo di governatore della Campania. In questa carica pubbli­ca fece ammirare le sue doti di saggezza e di mitezza. Fu in questo periodo che la grazia fece germogliare nel suo cuore il se­me della conversione. Lo stimolo venne dalla fede semplice e intensa con cui il po­polo onorava la tomba di un santo, il mar­tire Felice, nel santuario dell'attuale Ci­mitile. Come responsabile della cosa pub­blica, Paolino si interessò a questo san­tuario e fece costruire un ospizio per i po­veri e una strada per rendere più agevole l'accesso ai tanti pellegrini. Mentre si adoperava per costruire la città terrena, egli andava sco­prendo la strada verso la città ce­leste. L'incontro con Cristo fu il punto d'ar­rivo di un cammino laborioso, seminato di prove. Circostanze dolorose, a partire dal venir meno del favore dell'autorità politi­ca, gli fecero toccare con mano la caducità delle cose. Una volta arrivato alla fede scri­verà: «L'uomo senza Cristo è polvere ed ombra» ( Carme X, 289). Desideroso di get­tar luce sul senso dell'esistenza, si recò a Milano per porsi alla scuola di Ambrogio. Completò poi la formazione cristiana nel­la sua terra natale, ove ricevette il battesi­mo per le mani del vescovo Delfino, di Bordeaux. Nel suo percorso di fede si col­loca anche il matrimonio. Sposò infatti Te­rasia, una pia nobildonna di Barcellona, dalla quale ebbe un figlio. Avrebbe conti­nuato a vivere da buon laico cristiano, se la morte del bimbo dopo pochi giorni non fosse intervenuta a scuoterlo, mostran­dogli che altro era il disegno di Dio sulla sua vita. Si sentì in effetti chiamato a vo­tarsi a Cristo in una rigorosa vita ascetica. I n pieno accordo con la moglie Terasia, vendette i suoi beni a vantaggio dei po­veri e, insieme con lei, lasciò l'Aquita- nia per Nola, dove i due coniugi presero di­mora accanto alla Basilica del protettore San Felice, vivendo ormai in casta frater­nità, secondo una forma di vita alla quale anche altri si aggregarono. Il ritmo comu­nitario era tipicamente monastico, ma Paolino, che a Barcellona era stato ordi­nato presbitero, prese ad impegnarsi pu­re nel ministero sacerdotale a favore dei pellegrini. Ciò gli conciliò la simpatia e la fiducia della comunità cristiana, che, alla morte del vescovo, verso il 409, volle sce­glierlo come successore sulla cattedra di Nola. La sua azione pastorale si intensi­ficò, caratterizzandosi per un'attenzione particolare verso i poveri. Lasciò l'imma­gine di un autentico pastore della carità, come lo descrisse san Gregorio Magno nel capitolo III dei suoi Dialoghi, dove Paoli­no è scolpito nel gesto eroico di offrirsi prigioniero al posto del figlio di una ve­dova. L'episodio è storicamente discusso, ma rimane la figura di un vescovo dal cuo­re grande, che seppe stare vicino al suo popolo nelle tristi contingenze delle inva­sioni barbariche.
 La conversione di Paolino impressionò i contemporanei. Il suo maestro Au­sonio, un poeta pagano, si sentì «tra­dito », e gli indirizzò parole aspre, rimproverandogli da un lato il «di­sprezzo », giudicato dissennato, dei beni materiali, dall'altro l'ab­bandono della vocazione di let­terato. Paolino replicò che il suo donare ai poveri non significava disprezzo per i beni terreni, ma semmai una loro valorizzazione per il fine più alto della carità. Quanto agli impegni letterari, ciò da cui Paolino aveva preso congedo non era il ta­lento poetico, che avrebbe continuato a coltivare, ma i moduli poetici ispirati alla mitologia e agli ideali pagani. Una nuova estetica governava ormai la sua sensibi­­lità: era la bellezza del Dio incarnato, cro­cifisso e risorto, di cui egli si faceva ades­so cantore. Non aveva lasciato, in realtà, la poesia, ma attingeva ormai dal Vangelo la sua ispirazione, come egli dice in questo verso: «Per me l'unica arte è la fede, e Cri- sto la mia poesia» (« At nobis ars u­na fides, et musica Christus »: Car­me
  XX, 32).
 I suoi carmi sono canti di fede e di amore, nei quali la storia quotidiana dei piccoli e grandi eventi è colta come storia di sal­vezza, come storia di Dio con noi.
  Molti di questi componimenti, i cosiddetti « Carmi natalizi », sono legati all'annuale festa del martire Felice, che egli aveva eletto quale celeste patrono. Ricordan­do san Felice, egli intende­va glorificare Cristo stesso, convinto com'era che l'in­tercessione del santo gli a­vesse ottenuto la grazia del­la conversione: «Nella tua luce, gioioso, ho amato Cri­sto » ( Carme XXI, 373). Que­sto stesso concetto egli vol­le esprimere ampliando lo spazio del santuario con u­na nuova basilica, che fece decorare in modo che i dipinti, illustrati da opportune didascalie, costituissero per i pellegrini una catechesi visiva. Così egli spiegava il suo progetto in un Carme de­dicato a un altro grande catecheta, san Ni­ceta di Remesiana, mentre lo accompa­gnava nella visita alle sue basiliche: «Ora voglio che tu contempli le pitture che si snodano in lunga serie sulle pareti dei por­tici dipinti... A noi è sembrata opera utile rappresentare con la pittura argomenti sa­cri in tutta la casa di Felice, nella speran­za che, alla vista di queste immagini, la fi­gura dipinta susciti l'interesse delle men­ti attonite dei contadini» ( Carme XXVII, vv. 511.580-583). Ancora oggi si possono ammirare i resti di queste realizzazioni, che collocano a buon diritto il santo no­lano tra le figure di riferimento dell'ar­cheologia N cristiana.
  ell'asceterio di Cimitile la vita scorreva nella povertà, nella pre­ghiera e tutta immersa nella « lectio divina ». La Scrittura letta, medi­tata, assimilata, era la luce sotto il cui raggio il santo nolano scrutava la sua anima nel­la tensione verso la perfe­zione. A chi rimaneva am­mirato della decisione da lui presa di abbandonare i beni materiali, egli ricor­dava che tale gesto era ben lontano dal rappre­sentare già la piena con­versione: «L'abbandono o la vendita dei beni tem­porali posseduti in questo mondo non costituisce il compimento, ma soltan­to l'inizio della corsa nello stadio; non è, per così dire, il traguardo, ma solo la partenza. L'atleta infatti non vince al­lorché si spoglia, perché egli depone le sue vesti proprio per incominciare a lot­tare, mentre è degno di essere corona­to vincitore solo dopo che avrà com­battuto a dovere» (cfr Ep. XXIV, 7 a Sul­picio
 Severo).
 Accanto all'ascesi e alla Parola di Dio, la carità: nella comunità mo­nastica i poveri erano di casa. Ad essi Paolino non si limitava a fare l'ele­mosina: li accoglieva come fossero Cristo stesso. Aveva riservato per loro un repar­to del monastero e, così facendo, gli sem­brava non tanto di dare, ma di ricevere, nello scambio di doni tra l'accoglienza of­ferta e la gratitudine orante degli assistiti. Chiamava i poveri suoi «patroni» (cfr Ep.
 XIII,11 a Pammachio) e, osservando che e­rano alloggiati al piano inferiore, amava dire che la loro preghiera faceva da fon­damento alla sua casa cfr Carme XXI, 393-
 394). S an Paolino non scrisse trattati di teo­logia, ma i suoi carmi e il denso epi­stolario sono ricchi di una teologia vissuta, intrisa di Parola di Dio, costante­mente scrutata come luce per la vita. In particolare, emerge il senso della Chiesa come mistero di unità. La comunione e­ra da lui vissuta soprattutto attraverso u­na spiccata pratica dell'amicizia spiri­tuale. In questa Paolino fu un vero mae­stro, facendo della sua vita un crocevia di spiriti eletti: da Martino di Tours a Giro­lamo, da Ambrogio ad Agostino, da Del­fino di Bordeaux a Niceta di Remesiana, da Vittricio di Rouen a Rufino di Aquileia, da Pammachio a Sulpicio Severo, e a tan­ti altri ancora, più o meno noti. Nascono in questo clima le intense pagine scritte ad Agostino. Al di là dei contenuti delle singole lettere, impressiona il calore con cui il santo nolano canta l'amicizia stes­sa, quale manifestazione dell'unico cor­po di Cristo animato dallo Spirito Santo. Ecco un brano significativo, agli inizi del- la corrispondenza tra i due amici: «Non c'è da meravigliarsi se noi, pur lontani, siamo presenti l'uno all'altro e senza es­serci conosciuti ci conosciamo, poiché siamo membra di un solo corpo, abbia­mo un unico capo, siamo inondati da un'unica grazia, viviamo di un solo pane, camminiamo su un'unica strada, abitia­mo nella medesima casa» ( Ep. 6, 2). Co­me si vede, una bellissima descrizione di che cosa significhi essere cristiani, esse­re Corpo di Cristo, vivere nella comunio­ne della Chiesa. La teologia del nostro tempo ha trovato proprio nel concetto di comunione la chiave di approccio al mi­stero della Chiesa. La testimonianza di san Paolino di Nola ci aiuta a sentire la Chiesa, quale ce la presenta il Concilio Vaticano II, come sacramento dell'inti­ma unione con Dio e così dell'unità di tutti noi e infine di tutto il genere umano (cfr Lumen gentium, 1). In questa pro­spettiva auguro a tutti voi un buon tem­po di Avvento.
 Vissuto tra il IV e il V secolo, il santo nolano prima di essere vescovo fu uomo politico e sposo. Alla morte del figlio, d'accordo con la moglie, scelse una rigorosa vita ascetica «L'abbandono o la vendita dei beni temporali è solo l'inizio della corsa nello stadio; non il traguardo ma la partenza»

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