Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Seminaristi e i Catechisti nella Cattedrale di San Martino

logo slovacchia2021Questa mattina, alle ore 10.45, il Santo Padre Francesco ha incontrato i Vescovi, i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Seminaristi e i Catechisti nella Cattedrale di San Martino.

Al Suo arrivo è stato accolto all’ingresso della Cattedrale da S.E Mons. Stanislav Zvolenský, Arcivescovo di Bratislava e Presidente della Conferenza Episcopale Slovacca, e dal Parroco che gli ha porto il crocifisso e l’acqua benedetta per l’aspersione. Quindi hanno proseguito lungo la navata centrale mentre veniva eseguito un canto. Il Papa ha ricevuto un omaggio floreale da un seminarista e da una catechista, che ha deposto poi davanti al Santissimo. Dopo un momento di preghiera silenziosa, il Santo Padre ha raggiunto di nuovo l’altare.

Introdotto dal saluto di benvenuto dal Presidente della Conferenza Episcopale Slovacca, Papa Francesco ha pronunciato il Suo discorso.

Al termine dell’incontro, dopo la recita del Padre Nostro e la benedizione finale, il Santo Padre ha salutato individualmente i Vescovi e posato con loro per una foto di gruppo. Quindi è rientrato in auto alla Nunziatura Apostolica di Bratislava.

Pubblichiamo di seguito il discorso che il Papa ha pronunciato nel corso dell’Incontro con i Vescovi, i Sacerdoti, i Religiosi, le Religiose, i Seminaristi e i Catechisti:

Discorso del Santo Padre

Cari fratelli Vescovi,

Cari sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi,

Cari catechisti, sorelle e fratelli, buongiorno!

Vi saluto con gioia e ringrazio Mons. Stanislav Zvolenský per le parole che mi ha rivolto. Grazie per l’invito a sentirmi a casa: vengo come vostro fratello e perciò mi sento uno di voi. Sono qui per condividere il vostro cammino – questo deve fare il vescovo, il Papa –, le vostre domande, le attese e le speranze di questa Chiesa e di questo Paese. E, parlando del Paese, ho appena detto alla Signora Presidente che la Slovacchia è una poesia! Condividere era lo stile della prima Comunità cristiana: erano assidui e concordi, camminavano insieme (cfr At 1,12-14). Litigavano pure, ma camminavano insieme.

È la prima cosa di cui abbiamo bisogno: una Chiesa che cammina insieme, che percorre le strade della vita con la fiaccola del Vangelo accesa. La Chiesa non è una fortezza, non è un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza. Qui a Bratislava il castello già c’è ed è molto bello! Ma la Chiesa è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo – non il castello! –, è il lievito che fa fermentare il Regno dell’amore e della pace dentro la pasta del mondo. Per favore, non cediamo alla tentazione della magnificenza, della grandezza mondana! La Chiesa deve essere umile come era Gesù, che si è svuotato di tutto, che si è fatto povero per arricchirci (cfr 2 Cor 8,9): così è venuto ad abitare in mezzo a noi e a guarire la nostra umanità ferita.

Ecco, è bella una Chiesa umile che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro. Abitare dentro, non dimentichiamolo: condividere, camminare insieme, accogliere le domande e le attese della gente. Questo ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità: il centro della Chiesa… Chi è il centro della Chiesa? Non è la Chiesa! E quando la Chiesa guarda sé stessa, finisce come la donna del Vangelo: curvata su sé stessa, guardandosi l’ombelico (cfr Lc 13,10-13). Il centro della Chiesa non è se stessa. Usciamo dalla preoccupazione eccessiva per noi stessi, per le nostre strutture, per come la società ci guarda. E questo alla fine ci porterà a una “teologia del trucco”… Come ci trucchiamo meglio… Immergiamoci invece nella vita reale, la vita reale della gente e chiediamoci: quali sono i bisogni e le attese spirituali del nostro popolo? Che cosa si aspetta dalla Chiesa? A me sembra importante provare a rispondere a queste domande e mi vengono in mente tre parole.

La prima è libertà. Senza libertà non c’è vera umanità, perché l’essere umano è stato creato libero e per essere libero. I periodi drammatici della storia del vostro Paese sono un grande insegnamento: quando la libertà è stata ferita, violata e uccisa, l’umanità è stata degradata e si sono abbattute le tempeste della violenza, della coercizione e della privazione dei diritti.

Allo stesso tempo, però, la libertà non è una conquista automatica, che rimane tale una volta per tutte. No! La libertà è sempre un cammino, a volte faticoso, da rinnovare continuamente, lottare per essa ogni giorno. Non basta essere liberi esteriormente o nelle strutture della società per esserlo davvero. La libertà chiama in prima persona a essere responsabili delle proprie scelte, a discernere, a portare avanti i processi della vita. E questo è faticoso, questo ci spaventa. Talvolta è più comodo non lasciarsi provocare dalle situazioni concrete e andare avanti a ripetere il passato, senza metterci il cuore, senza il rischio della scelta: meglio trascinare la vita facendo ciò che altri – magari la massa o l’opinione pubblica o le cose che ci vendono i media – decidono per noi. Questo non va. E oggi tante volte facciamo le cose che decidono i media per noi. E si perde la libertà. Ricordiamo la storia del popolo di Israele: soffriva sotto la tirannia del faraone, era schiavo; poi viene liberato dal Signore, ma per diventare veramente libero, non solo liberato dai nemici, deve attraversare il deserto, un cammino faticoso. E veniva da pensare: “Quasi quasi era meglio prima, almeno avevamo un po’ di cipolle da mangiare…”. Una grande tentazione: meglio un po’ di cipolle che la fatica e il rischio della libertà. Questa è una delle tentazioni. Ieri, parlando al gruppo ecumenico, ricordavo Dostoevskijcon “Il grande inquisitore”. Cristo torna in terra di nascosto e l’inquisitore lo rimprovera per aver dato la libertà agli uomini. Un po’ di pane e qualcosina basta; un po’ di pane e qualcos’altro basta. Sempre questa tentazione, la tentazione delle cipolle. Meglio un po’ di cipolle e di pane che la fatica e il rischio della libertà. Lascio a voi di pensare a queste cose.

A volte anche nella Chiesa questa idea può insidiarci: meglio avere tutte le cose predefinite, le leggi da osservare, la sicurezza e l’uniformità, piuttosto che essere cristiani responsabili e adulti, che pensano, interrogano la propria coscienza, si lasciano mettere in discussione. È l’inizio della casistica, tutto regolato… Nella vita spirituale ed ecclesiale c’è la tentazione di cercare una falsa pace che ci lascia tranquilli, invece del fuoco del Vangelo che ci inquieta, che ci trasforma. Le sicure cipolle d’Egitto sono più comode delle incognite del deserto. Ma una Chiesa che non lascia spazio all’avventura della libertà, anche nella vita spirituale, rischia di diventare un luogo rigido e chiuso. Forse alcuni sono abituati a questo; ma tanti altri – soprattutto nelle nuove generazioni – non sono attratti da una proposta di fede che non lascia loro libertà interiore, non sono attratti da una Chiesa in cui bisogna pensare tutti allo stesso modo e obbedire ciecamente.

Carissimi, non abbiate timore di formare le persone a un rapporto maturo e libero con Dio. Importante è questo rapporto. Questo forse ci darà l’impressione di non poter controllare tutto, di perdere forza e autorità; ma la Chiesa di Cristo non vuole dominare le coscienze e occupare gli spazi, vuole essere una “fontana” di speranza nella vita delle persone. È un rischio. È una sfida. Lo dico soprattutto ai Pastori: voi esercitate il ministero in un Paese nel quale tante cose sono rapidamente cambiate e sono stati avviati molti processi democratici, ma la libertà è ancora fragile. Lo è soprattutto nel cuore e nella mente delle persone. Per questo vi incoraggio a farle crescere libere da una religiosità rigida. Uscire da questo, e che crescano liberi! Nessuno si senta schiacciato. Ognuno possa scoprire la libertà del Vangelo, entrando gradualmente nel rapporto con Dio, con la fiducia di chi sa che, davanti a Lui, può portare la propria storia e le proprie ferite senza paura, senza finzioni, senza preoccuparsi di difendere la propria immagine. Poter dire: “Sono peccatore”, ma dirlo con sincerità, non batterci il petto e poi continuare a crederci giusti. La libertà. L’annuncio del Vangelo sia liberante, mai opprimente. E la Chiesa sia segno di libertà e di accoglienza!

Sono sicuro che questo mai si saprà da dove viene. Vi dico una cosa che è successa tempo fa. La lettera di un Vescovo, parlando di un Nunzio. Diceva: “Mah, noi siamo stati 400 anni sotto i turchi e abbiamo sofferto. Poi 50 sotto il comunismo e abbiamo sofferto. Ma i setti anni con questo Nunzio sono stati peggiori delle altre due cose!”. A volte mi domando: quanta gente può dire lo stesso del vescovo che ha o del parroco? Quanta gente? No, senza libertà, senza paternità le cose non vanno.

Seconda parola – la prima era libertà –: creatività. Siete figli di una grande tradizione. La vostra esperienza religiosa trova il suo luogo sorgivo nella predicazione e nel ministero delle luminose figure dei Santi Cirillo e Metodio. Essi ci insegnano che l’evangelizzazione non è mai una semplice ripetizione del passato. La gioia del Vangelo è sempre Cristo, ma le vie perché questa buona notizia possa farsi strada nel tempo e nella storia sono diverse. Le vie sono tutte diverse. Cirillo e Metodio percorsero insieme questa parte del continente europeo e, ardenti di passione per l’annuncio del Vangelo, arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana. Fu così che divennero apostoli dell’inculturazione della fede presso di voi. Furono inventori di nuovi linguaggi per trasmettere il Vangelo, furono creativi nel tradurre il messaggio cristiano, furono così vicini alla storia dei popoli che incontravano da parlarne la loro lingua e assimilarne la cultura. Non ha bisogno di questo anche oggi la Slovacchia? Mi domando. Non è forse questo il compito più urgente della Chiesa presso i popoli dell’Europa: trovare nuovi “alfabeti” per annunciare la fede? Abbiamo sullo sfondo una ricca tradizione cristiana, ma per la vita di molte persone, oggi, essa rimane nel ricordo di un passato che non parla più e che non orienta più le scelte dell’esistenza. Dinanzi allo smarrimento del senso di Dio e della gioia della fede non giova lamentarsi, trincerarsi in un cattolicesimo difensivo, giudicare e accusare il mondo cattivo, no, serve la creatività del Vangelo. Stiamo attenti! Ancora il Vangelo non è stato chiuso, è aperto! È vigente, è vigente, va avanti. Ricordiamo cosa fecero quegli uomini che volevano portare un paralitico davanti a Gesù e non riuscivano a passare dalla porta di ingresso. Aprirono un varco sul tetto e lo calarono dall’alto (cfr Mc 2,1-5). Furono creativi! Davanti alla difficoltà – “Ma come facciamo?... Ah, facciamo questo” –, davanti, forse, a una generazione che non ci crede, che ha perso il senso della fede, o che ha ridotto la fede a un’abitudine o a una cultura più o meno accettabile, cerchiamo di aprire un buco e siamo creativi! Libertà, creatività… Che bello quando sappiamo trovare vie, modi e linguaggi nuovi per annunciare il Vangelo! E noi possiamo aiutare con la creatività umana, anche ognuno di noi ha questa possibilità, ma il grande creativo è lo Spirito Santo! È Lui che ci spinge a essere creativi! Se con la nostra predicazione e con la nostra pastorale non riusciamo a entrare più per la via ordinaria, cerchiamo di aprire spazi diversi, sperimentiamo altre strade.

E qui faccio una parentesi. La predicazione. Qualcuno mi ha detto che in “Evangelii gaudium” mi sono fermato troppo sull’omelia, perché è uno dei problemi di questo tempo. Sì, l’omelia non è un sacramento, come pretendevano alcuni protestanti, ma è un sacramentale! Non è una predica di Quaresima, no, è un’altra cosa. È nel cuore dell’Eucaristia. E pensiamo ai fedeli, che devono sentire omelie di 40 minuti, 50 minuti, su argomenti che non capiscono, che non li toccano… Per favore, sacerdoti e vescovi, pensate bene come preparare l’omelia, come farla, perché ci sia un contatto con la gente e prendano ispirazione dal testo biblico. Un’omelia, di solito, non deve andare oltre i dieci minuti, perché la gente dopo otto minuti perde l’attenzione, a patto che sia molto interessante. Ma il tempo dovrebbe essere 10-15 minuti, non di più. Un professore che ho avuto di omiletica, diceva che un’omelia deve avere coerenza interna: un’idea, un’immagine e un affetto; che la gente se ne vada con un’idea, un’immagine e qualcosa che si è mosso nel cuore. Così, semplice, è l’annuncio del Vangelo! E così predicava, Gesù che prendeva gli uccelli, che prendeva i campi, che prendeva questo… le cose concrete, ma che la gente capiva. Scusatemi se torno su questo, ma a me preoccupa… [applauso] Mi permetto una malignità: l’applauso lo hanno incominciato le suore, che sono vittime delle nostre omelie!

Cirillo e Metodio hanno aperto questa creatività nuova, lo hanno fatto e ci dicono questo: non può crescere il Vangelo se non è radicato nella cultura di un popolo, cioè nei suoi simboli, nelle sue domande, nelle sue parole, nel suo modo di essere. I due fratelli furono ostacolati e perseguitati molto, lo sapete. Venivano accusati di eresia perché avevano osato tradurre la lingua della fede. Ecco l’ideologia che nasce dalla tentazione di uniformare. Dietro il volersi uniformi c’è un’ideologia. Ma l’evangelizzazione è un processo di inculturazione: è seme fecondo di novità, è la novità dello Spirito che rinnova ogni cosa. Il contadino semina – dice Gesù –, poi va a casa e dorme. Non si alza per vedere se cresce, se germoglia… È Dio che dà la crescita. Non controllare troppo in questo senso la vita: lasciare che la vita cresca, come hanno fatto Cirillo e Metodio. A noi spetta seminare bene e custodire come padri, questo sì. Il contadino custodisce, ma non va lì a vedere tutti i giorni come cresce. Se fa questo, uccide la pianta.

Libertà, creatività, e infine, il dialogo. Una Chiesa che forma alla libertà interiore e responsabile, che sa essere creativa immergendosi nella storia e nella cultura, è anche una Chiesa che sa dialogare con il mondo, con chi confessa Cristo senza essere “dei nostri”, con chi vive la fatica di una ricerca religiosa, anche con chi non crede. Non è selettiva di un gruppetto, no, dialoga con tutti: con i credenti, con quelli che portano avanti la santità, con i tiepidi e con i non credenti. Parla con tutti. È una Chiesa che, sull’esempio di Cirillo e Metodio, unisce e tiene insieme l’Oriente e l’Occidente, tradizioni e sensibilità diverse. Una Comunità che, annunciando il Vangelo dell’amore, fa germogliare la comunione, l’amicizia e il dialogo tra i credenti, tra le diverse confessioni cristiane e tra i popoli.

L’unità, la comunione e il dialogo sono sempre fragili, specialmente quando alle spalle c’è una storia di dolore che ha lasciato delle cicatrici. Il ricordo delle ferite può far scivolare nel risentimento, nella sfiducia, perfino nel disprezzo, invogliando a innalzare steccati davanti a chi è diverso da noi. Le ferite, però, possono essere varchi, aperture che, imitando le piaghe del Signore, fanno passare la misericordia di Dio, la sua grazia che cambia la vita e ci trasforma in operatori di pace e di riconciliazione. So che voi avete un proverbio: «A chi ti tira un sasso, tu dona un pane». Questo ci ispira. È molto evangelico questo! È l’invito di Gesù a spezzare il circolo vizioso e distruttivo della violenza, porgendo l’altra guancia a chi ci percuote, per vincere il male con il bene (cfr Rm 12,21). Mi colpisce un particolare della storia del Cardinale Korec. Era un Cardinale gesuita, perseguitato dal regime, imprigionato, costretto a lavorare duramente finché si ammalò. Quando venne a Roma per il Giubileo del 2000, andò nelle catacombe e accese un lumino per i suoi persecutori, invocando per loro misericordia. Questo è Vangelo! Questo è Vangelo! Cresce nella vita e nella storia attraverso l’amore umile, attraverso l’amore paziente.

Carissime e carissimi, ringrazio Dio di essere tra voi, e ringrazio di cuore voi per quello che fate e per quello che siete, e per quello che farete ispirandovi a questa omelia, che è anche un seme che io sto seminando… Vediamo se crescono le piante! Vi auguro di continuare il vostro cammino nella libertà del Vangelo, nella creatività della fede e nel dialogo che sgorga dalla misericordia di Dio, che ci ha resi fratelli e sorelle, e ci chiama ad essere artigiani di pace e di concordia. Vi benedico di cuore. E, per favore, pregate per me. Grazie!

Traduzione in lingua francese

Chers frères Evêques,

Chers prêtres, religieux, religieuses et séminaristes,

Chers catéchistes, sœurs et frères, bonjour!

Je vous salue avec joie et je remercie Mgr. Stanislav Zvolenský pour les paroles qu’il m’a adressées.Merci de m’inviter à me sentir chez moi: je viens comme votre frère et je me sens comme l’un des vôtres.Je suis ici pour partager votre cheminement – c’est ce que doit faire l’évêque, le Pape -, vos questions, les attentes et les espérances de cette Eglise et de ce pays.Et, en parlant du pays, je viens de dire à Madame la Présidente que la Slovaquie est une poésie! Partager était le style de la première Communauté chrétienne: ils étaient assidus et unanimes, ils marchaient ensemble (cf. Ac 1, 12-14). Ils se disputaient aussi, mais ils cheminaient ensemble.

C’est la première chose dont nous avons besoin: une Eglise qui marche ensemble, qui parcourt les routes de la vie avec le flambeau de l’Evangile allumé. L’Eglise n’est pas une forteresse, elle n’est pas une puissance, un château situé en hauteur qui regarderait le monde avec distance et suffisance.Ici, à Bratislava, le château est déjà là, et il est très beau !Mais l’Eglise c’est la communauté qui désire attirer au Christ par la joie de l’Evangile - pas le château! -, le levain qui fait fermenter le Royaume de l’amour et de la paix dans la pâte du monde. S’il vous plaît,ne cédons pas à la tentation de la magnificence, de la grandeur mondaine !L’Eglise doit être humble comme l’était Jésus qui s’est dépouillé de tout, qui s’est fait pauvre pour nous enrichir (cf. 2 Co 8, 9): c’est ainsi qu’il est venu habiter parmi nous et guérir notre humanité blessée.

Qu’elle est belle, une Eglise humble qui ne se sépare pas du monde et qui ne regarde pas la vie avec distance, mais y habite. Habiter à l’intérieur, ne l’oublions pas: partager, marcher ensemble, accueillir les questions et les attentes des personnes. Cela nous aide à sortir de l’autoréférentialité: le centre de l’Eglise… Qui est le centre de l’Eglise? Ce n’est pas l’Eglise ! Et quand l’Eglise se regarde elle-même, elle finit comme la femme de l’Evangile: courbée sur elle-même, en regardant son nombril (cf. Lc 13, 10-13). Le centre de l’Eglise n’est pas elle-même. Sortons de l’inquiétude excessive pour nous-mêmes, pour nos structures, pour la façon dont la société sympathise avec nous. Et à la fin, cela nous conduira à une “théologie du maquillage”…Comme on se maquille mieux… Plongeons-nous plutôt dans la vie réelle, la vie réelle des gens et demandons-nous: quels sont les besoins et les attentes spirituels de notre peuple ? Qu’attend-on de l’Église ? Il me semble important d’essayer de répondre à ces questions et je pense à trois mots.

Le premier est liberté. Sans liberté, il n’y a pas de véritable humanité, parce que l’être humain a été créé libre et pour être libre.Les périodes dramatiques de l’histoire de votre pays sont un grand enseignement: lorsque la liberté a été blessée, violée et éliminée, l’humanité a été dégradée et les tempêtes de la violence, de la coercition et de la privation des droits se sont déchaînées.

Mais en même temps, la liberté n’est pas une conquête automatique qui demeure une fois pour toutes.Non! La liberté est toujours un chemin, parfois pénible, à renouveler continuellement, il faut lutter chaque jour pour elle.Il ne suffit pas d’être libre extérieurement, ou à travers les structures de la société, pour l’être vraiment. La liberté appelle directement à la responsabilité des choix, à discerner, à faire avancer les processus de la vie.Et cela est difficile, ça nous fait peur.Il est parfois plus commode de ne pas se laisser provoquer par les situations concrètes et de continuer à répéter le passé, sans y mettre le cœur, sans le risque du choix: mieux vaudrait passer sa vie en faisant ce que d’autres – peut-être la masse ou l’opinion publique ou les choses que les médias nous vendent– décident pour nous. Ça ne va pas. Et aujourd’hui, nous faisons plusieurs fois les choses que les médias décident pour nous. Et on perd la liberté. Souvenons-nous de l’histoire du peuple d’Israël: il souffrait sous la tyrannie du Pharaon, il était esclave. Il est ensuite libéré par le Seigneur, mais pour devenir vraiment libre, pas seulement délivré de ses ennemis, il doit traverser le désert, un chemin pénible.Et il lui arrivait de penser: “C’était presque mieux avant, au moins on avait un peu d’oignons à manger…”. Une grande tentation: mieux vaudrait un peu d’oignons que la fatigue et le risque de la liberté. C’est l’une des tentations.Hier, en parlant au groupe œcuménique, je rappelais Dostoïevski avec “Le grand inquisiteur”.Le Christ revient sur terre en cachette et l’inquisiteur le réprimande pour avoir donné la liberté aux hommes.Un peu de pain et un petit quelque chose suffit; de pain et autre chose suffit. Toujours cette tentation, la tentation des oignons.Mieux vaut un peu d’oignons et de pain que l’effort et le risque de la liberté.Je vous laisse penser à ces choses.

Parfois, même dans l’Eglise, cette idée peut faire son chemin: mieux vaudrait avoir toutes les choses prédéfinies, des lois à observer, la sécurité et l’uniformité, plutôt que d’être des chrétiens responsables et adultes qui pensent, interrogent leur conscience et se remettent en cause. C’est le début de la casuistique, tout réglementé...Dans la vie spirituelle et ecclésiale, la tentation existe de chercher une fausse paix qui nous laisse tranquille, plutôt que le feu de l’Evangile qui nous inquiète, qui nous transforme. Les oignons assurés d’Egypte sont plus commodes que les incertitudes du désert. Mais une Eglise qui ne laisse pas de place à l’aventure de la liberté, même dans la vie spirituelle, risque de devenir un lieu rigide et fermé. Certains sont peut-être habitués à cela; mais bien d’autres – surtout parmi les nouvelles générations – ne sont pas attirés par une proposition de foi qui ne leur laisse pas de liberté intérieure, ils ne sont pas attirés par une Eglise où il faut penser tous de la même manière et obéir aveuglement.

Chers amis, n’ayez pas peur de former les personnes à une relation mûre et libre avec Dieu. Cette relation est importante. Cela nous donnera peut-être l’impression de ne pouvoir pas tout contrôler, de perdre force et autorité; mais l’Eglise du Christ ne veut pas dominer les consciences ni occuper les espaces, elle veut être une “fontaine” d’espérance dans la vie des personnes. C’est un risque. C’est un défi. Je le dis surtout aux Pasteurs: vous exercez votre ministère dans un pays où beaucoup de choses ont changé rapidement et où de nombreux processus démocratiques ont été engagés, mais la liberté est encore fragile. Elle l’est surtout dans le cœur et dans l’esprit des personnes. C’est pourquoi je vous encourage à les faire grandir, libres d’une religiosité rigide. Qu’elles sortent de cela, et qu’elles grandissent libres! Que personne ne se sente écrasé.Que chacun puisse découvrir la liberté de l’Evangile en entrant graduellement dans la relation avec Dieu, avec la confiance de celui qui sait que, devant lui, il peut porter son histoire et ses blessures sans peur et sans faux-semblants, sans se soucier de défendre sa propre image. Pouvoir dire: "Je suis un pécheur", mais le dire avec sincérité, ne pas nous battre la poitrine et puis continuer à nous croire justes. La liberté. Que l’annonce de l’Evangile soit libératrice, jamais écrasante. Et que l’Eglise soit signe de liberté et d’accueil!

Je suis sûr qu’on ne se saura jamais d’où ça vient. Je vous dis une chose qui s’est produite il y a longtemps. La lettre d’un Evêque, parlant d’un Nonce. Il disait: “Eh bien, nous avons été 400 ans sous les Turcs et nous avons souffert. Puis 50 sous le communisme et nous avons souffert. Mais les sept ans avec ce Nonce ont été pires que les deux autres choses !”. Je me demande parfois: combien de personnes peuvent dire la même chose de l’évêque qu’ils ont ou du curé? Combien de personnes? Non, sans liberté, sans paternité rien ne va.

Deuxième mot – le premier était la liberté –:la créativité. Vous êtes les fils d’une grande tradition. Votre expérience religieuse trouve sa source dans la prédication et le ministère des figures lumineuses des saints Cyrille et Méthode. Ceux-ci nous enseignent que l’évangélisation n’est jamais une simple répétition du passé. La joie de l’Evangile c’est toujours le Christ, mais les voies qui permettent à cette bonne nouvelle de se frayer un chemin dans le temps et dans l’histoire sont diverses. Les voies sont toutes différentes. Cyrille et Méthode ont parcouru ensemble cette partie du continent européen et, brûlants de passion pour l’annonce de l’Evangile, ils sont arrivés à inventer un nouvel alphabet pour traduire la Bible, les textes liturgiques et la doctrine chrétienne.C’est ainsi qu’ils sont devenus des apôtres de l’inculturation de la foi auprès de vous. Ils furent des inventeurs de nouveaux langages pour transmettre la foi, ils ont été créatifs dans la traduction du message chrétien, ils ont été si proches de l’histoire des peuples qu’ils rencontraient qu’ils ont parlé leur langue et assimilé leur culture. La Slovaquie n’a-t-elle pas encore besoin de cela aujourd’hui? Je me demande. N’est-ce pas là la tâche la plus urgente de l’Eglise auprès des peuples de l’Europe: trouver de nouveaux “alphabets” pour dire la foi? Nous avons en arrière-plan une riche tradition chrétienne, mais, pour la vie de nombreuses personnes aujourd’hui, elle reste dans le souvenir d’un passé qui ne parle plus et qui n’oriente plus les choix de l’existence.Face à la perte du sens de Dieu et de la joie de la foi, il ne sert à rien de se lamenter, de se retrancher dans un catholicisme défensif, de juger et d’accuser le monde de mauvais, non, la créativité de l’Evangile est nécessaire. Faisons attention ! L’Evangile n’a pas encore été fermé, il est ouvert ! Il est en vigueur, il est en vigueur, il va de l’avant. Rappelons-nous ce que firent ces hommes qui voulaient porter un paralytique devant Jésus et qui ne réussissaient pas à passer par la porte d’entrée.Ils ouvrirent une brèche sur le toit et le descendirent d’en haut (cf. Mc 2, 1-5).Ils furent créatifs !Face à la difficulté – “Mais comment faisons-nous? Ah, faisons cela” –, devant, peut-être, une génération qui ne croit pas, qui a perdu le sens de la foi, ou qui a réduit la foi à une habitude ou à une culture plus ou moins acceptable, ouvrons un trou et soyons créatifs ! Liberté, créativité...Qu’il est beau de savoir trouver des voies, des façons et des langages nouveaux pour annoncer l’Evangile ! Et nous pouvons aider avec la créativité humaine, même chacun de nous a cette possibilité, mais le grand créateur est l’Esprit Saint! C’est Lui qui nous pousse à être créatifs!Si, par notre prédication et par notre pastorale, nous ne parvenons plus à entrer par la voie ordinaire, cherchons à ouvrir des espaces différents, expérimentons d’autres voies.

Et j’ouvre ici une parenthèse.La prédication.Quelqu’un m’a dit que dans “Evangelii gaudium”, je me suis trop arrêté sur l’homélie, parce que c’est l’un des problèmes de ce temps.Oui, l’homélie n’est pas un sacrement, comme le prétendaient certains protestants, mais c’est un sacramental !Ce n’est pas un sermon de Carême, non, c’est autre chose.Elle est au cœur de l’Eucharistie.Et pensons aux fidèles, qui doivent entendre des homélies de 40 minutes, 50 minutes, sur des sujets qu’ils ne comprennent pas, qui ne les touchent pas... S’il vous plaît, prêtres et évêques, pensez bien à la façon de préparer l’homélie, à la façon de la faire, pour qu’il y ait un contact avec les gens et qu’ils prennent inspiration du texte biblique. Une homélie ne doit normalement pas dépasser dix minutes, parce que les gens perdent l’attention après huit minutes, à condition qu’elle soit très intéressante.Mais le temps devrait être 10-15 minutes, pas plus.Un professeur que j’ai eu en homilétique, disait qu’une homélie doit avoir une cohérence interne: une idée, une image et une affection ;que les gens s’en aillent avec une idée, une image et quelque chose qui a bougé dans leur cœur. L’annonce de l’Evangile est simple! Et ainsi prêchait Jésus qui prenait les oiseaux, qui prenait les champs, qui prenait ceci... les choses concrètes, mais que les gens comprenaient.Excusez-moi de revenir sur cela, mais je m’inquiète... [Applaudissements] Je me permets une malignité: les applaudissements ont commencé par les sœurs, qui sont victimes de nos homélies !

Cyrille et Méthode ont ouvert cette nouvelle créativité, l’ont fait et nous disent ceci: l’Evangile ne peut pas croître s’il n’est enraciné dans la culture d’un peuple, c’est-à-dire dans ses symboles, dans ses interrogations, dans ses paroles, dans sa manière d’être. Les deux frères ont été beaucoup gênéset persécutés, vous le savez. Ils étaient accusés d’hérésie parce qu’ils avaient osé traduire la langue de la foi. Voilà l’idéologie qui naît de la tentation d’uniformiser. Derrière le désir d’être uniforme, il y a une idéologie. Mais l’évangélisation est un processus d’inculturation: elle est une semence féconde de nouveauté, la nouveauté de l’Esprit qui renouvelle toute chose. Le paysan sème - dit Jésus –, puis il rentre chez lui et dort. Il ne se lève pas pour voir si ça pousse, si ça germe... C’est Dieu qui donne la croissance. Ne contrôlons pas trop en ce sens la vie: laissons que la vie grandisse, comme l’ont fait Cyrille et Méthode. Il nous revient de bien semer et de garder comme pères, cela oui. Le paysan garde, mais il ne va pas là tous les jours voir comment ça grandit. S’il fait ça, il tue la plante.

Liberté, créativité, et enfin, le dialogue. Une Eglise, qui forme à la liberté intérieure et responsable, qui sait être créative en s’immergeant dans l’histoire et dans la culture, est aussi une Eglise qui sait dialoguer avec le monde, avec ceux qui confessent le Christ sans être “des nôtres”, avec ceux qui vivent la fatigue d’une recherche religieuse, même avec ceux qui ne croient pas. Elle n’est pas sélective d’un petit groupe, non, elle dialogue avec tout le monde: avec les croyants, avec ceux qui font progresser la sainteté, avec les tièdes et avec les non-croyants. Elle parle à tout le monde. C’est une Eglise qui, à l’exemple de Cyrille et de Méthode, unit et maintient ensemble l’Orient et l’Occident, des traditions et des sensibilités différentes. Une Communauté qui, en annonçant l’Evangile de l’amour, fait germer la communion, l’amitié et le dialogue entre les croyants, entre les différentes confessions chrétiennes et entre les peuples.

L’unité, la communion et le dialogue sont toujours fragiles, surtout quand il y a derrière une histoire de souffrances qui a laissé des cicatrices. Le souvenir des blessures peut entraîner le ressentiment, la méfiance, et même le mépris,en incitant à élever des barrières devant ceux qui sont différents de nous.Mais les blessures peuvent être des brèches, des ouvertures qui, en imitant les plaies du Seigneur, font passer la miséricorde de Dieu, sa grâce qui change la vie et nous transforme en artisans de paix et de réconciliation.Je sais que vous avez un proverbe: « A celui qui te jette une pierre, toi, donnes un pain ». Ça nous inspire. Ceci est très évangélique! C’est l’invitation de Jésus à briser le cercle vicieux et destructeur de la violence, en présentant l’autre joue à ceux qui nous frappent, pour vaincre le mal par le bien (cf. Rm 12, 21). Je suis frappé par un détail de l’histoire du Cardinal Korec.C’était un Cardinal jésuite, persécuté par le régime, emprisonné et obligé à travailler durement jusqu’à ce qu’il tombe malade. Quand il est venu à Rome pour le Jubilé de l’An 2000, il est allé dans les catacombes et a allumé un luminaire pour ses persécuteurs, en invoquant pour eux la miséricorde. Voilà l’Evangile! Voilà l’Evangile! Il grandit dans la vie et dans l’histoire à travers l’amour humble, à travers l’amour patient.

Chers amis, je rends grâce à Dieu d’être parmi vous, et je vous remercie de tout cœur pour ce que vous faites et pour ce que vous êtes, et pour ce que vous ferez en vous inspirant de cette homélie, qui est aussi une graine que je sème... Voyons si les plantes poussent! Je vous souhaite de poursuivre votre chemin dans la liberté de l’Evangile, dans la créativité de la foi et dans le dialogue jaillissant de la miséricorde de Dieu qui nous a rendus frères et sœurs, et nous appelle à être artisans de paix et de concorde. Je vous bénis de tout cœur. Et, s’il vous plaît, priez pour moi.

Merci!

Traduzione in lingua inglese

Dear Brother Bishops,

Dear Priests, Religious and Seminarians

Dear Catechists, Sisters and Brothers, good morning!

I am happy to greet all of you, and I am grateful to Archbishop Stanislav Zvolenský for his kind words. Thank you for your invitation to feel at home in your midst. I have come as your brother, so indeed I feel like one of you. I am here to share your journey – this is what a Bishop and a Pope is supposed to do – your questions, and the aspirations and hopes of this Church and this country; in that regard, I just told the President that Slovakia is a poem! Sharing was the style of the first Christian community: they were constant in prayer and they walked together in concord (cf. Acts 1: 2-14). They also quarrelled, but they walked together.

This is what we need most of all: a Church that can walk together, that can tread the paths of life holding high the living flame of the Gospel. The Church is not a fortress, a stronghold, a lofty castle, self-sufficient and looking out upon the world below. Here in Bratislava, you have a castle and it is a fine one! The Church, though, is a community that seeks to draw people to Christ with the joy of the Gospel, not a castle! She is the leaven of God’s Kingdom of love and peace in our world. Please, let us not be tempted by worldly trappings and grandeur! The Church must be humble, like Jesus, who stripped himself of everything and made himself poor in order to make us rich (cf. 2 Cor 8:9). That is how he came to dwell among us and to care for our wounded humanity.

How great is the beauty of a humble Church, a Church that does not stand aloof from the world, viewing life with a detached gaze, but lives her life within the world. Living within the world means being willing to share and to understand people’s problems, hopes and expectations. This will help us to escape from our self-absorption, for the centre of the Church is not the Church! When the Church is self-absorbed, she ends up like the woman in the Gospel: bent over, navel-gazing (cf. Lk 13:10-13). The centre of the Church is not herself. We have to leave behind undue concern for ourselves, for our structures, for what society thinks about us. This will only lead us to a “cosmetic theology”… How do we make ourselves look good? Instead, we need to become immersed in the real lives of people and ask ourselves: what are their spiritual needs and expectations? What do they expect from the Church? It is important to try to respond to these questions. For me, three words come to mind.

The first is freedom. Without freedom, there can be no true humanity, for human beings were created free in order to be free. The tragic chapters of your country’s history provide a great lesson: whenever freedom was attacked, violated and suppressed, humanity was disfigured and the tempests of violence, coercion and the elimination of rights rapidly followed.

Freedom is not something achieved automatically, once and for all. No! It is always a process, at times wearying and ever in need of being renewed, something we need to strive for every day. It is not enough to be free outwardly, or in the structures of society, to be authentically free. Freedom demands personal responsibility for our choices, discernment and perseverance. This is indeed wearisome and even frightening. At times, it is easier not to be challenged by concrete situations, to continue doing what we did in the past, without getting too deeply involved, without taking the risk of making a decision. We would rather get along by doing what others – or public opinion or the media – decide for us. This should not be the case. So often times nowadays we do what the media decide we should do. In this way, we lose our freedom. Let us reflect, though, on the history of the people of Israel: they suffered under the tyranny of the Pharaoh, they were slaves and then the Lord set them free. Yet to experience true freedom, not simply freedom from their enemies, they had to cross the desert, to undertake an exhausting journey. Then they began to think: “Weren’t we better off before? At least we had a few onions to eat...” This is the great temptation: better a few onions than the effort and the risk involved in freedom. This is one of our temptations. Yesterday, speaking to ecumenical representatives, I mentioned Dostoyevsky and his “Grand Inquisitor”. Jesus secretly comes back to the earth and the inquisitor reproaches him for having given freedom to men and women. A bit of bread and little else is enough. This temptation is always present, the temptation of the leeks. Better a few leeks and a bit of bread than the effort and the risk involved in freedom. I leave it to you to think about these things.

Sometimes in the Church too this idea can take hold. Better to have everything readily defined, laws to be obeyed, security and uniformity, rather than to be responsible Christians and adults who think, consult their conscience and allow themselves to be challenged. This is the beginning of casuistry, trying to regulate everything. In the spiritual life and in the life of the Church, we can be tempted to seek an ersatz peace that consoles us, rather than the fire of the Gospel that unsettles and transforms us. The safe onions of Egypt prove more comfortable than the uncertainties of the desert. Yet a Church that has no room for the adventure of freedom, even in the spiritual life, risks becoming rigid and self-enclosed. Some people may be used to this. But many others – especially the younger generations – are not attracted by a faith that leaves them no interior freedom. They are not attracted by a Church in which all are supposed to think alike and blindly obey.

Dear friends, do not be afraid to train people for a mature and free relationship with God. This relationship is important. This approach may give the impression that we are diminishing our control, power and authority, yet the Church of Christ does not seek to dominate consciences and occupy spaces, but rather to be a “wellspring” of hope in people’s lives. This is the risk; this is the challenge. I say this above all to bishops and priests, for you are ministering in a country where much has changed quickly and many democratic processes have been launched, but freedom remains fragile. This is especially true where people’s hearts and minds are concerned. For this reason, I encourage you to help set them free from a rigid religiosity. May they be freed from this, and may they continue to grow in freedom. No one should feel overwhelmed. Everyone should discover the freedom of the Gospel by gradually entering into a relationship with God, confident that they can bring their history and personal hurts into his presence without fear or pretence, without feeling the need to protect their own image. You can say to them “I am a sinner”, but say it with sincerity, don’t beat your breast and then keep thinking that you are justified. Freedom. May the proclamation of the Gospel be liberating, never oppressive. And may the Church be a sign of freedom and welcome!

Let me tell you a story of what happened sometime ago. I am sure that no one would ever know where it happened. It is about a letter that a Bishop wrote, complaining about a Nuncio. He said: “For four hundred years we were under the oppression of the Turks, and we suffered a lot. Then for fifty years we were under Communism and we also suffered a lot. But these past seven years with this Nuncio have been worse than the other two!” Sometimes I wonder: How many people could say the same thing about their Bishop or their parish priest? How many? No, without freedom, without paternal love, there is no way forward.

A second word –the first one was freedom – is creativity. You have inherited a great tradition. Your religious heritage was born of the preaching and ministry of the outstanding figures of Saints Cyril and Methodius. They teach us that evangelization is never mere repetition of the past. The joy of the Gospel is always Christ, but the routes that this good news travels through time and history can be different. The routes are all different. Together, Cyril and Methodius traversed this part of the European continent and, burning with passion for the preaching of the Gospel, they even invented a new alphabet for the translation of the Bible, the liturgy and Christian doctrine. They thus became the apostles of the faith’s inculturation in your midst. They invented new languages for handing on the Gospel; they were creative in translating the Christian message; and they drew so close to the history of the peoples they encountered that they learned their language and assimilated their culture. May I ask: Isn’t this what Slovakia also needs today? Isn’t this perhaps the most urgent task facing the Church before the peoples of Europe: finding new “alphabets” to proclaim the faith? We are heirs to a rich Christian tradition, yet for many people today, that tradition is a relic from the past; it no longer speaks to them or affects the way they live their lives. Faced with the loss of the sense of God and of the joy of faith, it is useless to complain, to hide behind a defensive Catholicism, to judge and blame the evil world. No! What we need is the creativity of the Gospel. Let us be attentive. The Gospel is no longer closed; it is open. It is still alive, it is still active, it is still unfolding. Let us think of those people who brought a paralytic to Jesus, but could not get through the front door. They made an opening in the roof and lowered him down from above (cf. Mk 2:1-5). They were creative! Faced with a difficulty they asked “How can we manage this?... Ah, let’s do this…”. Perhaps, faced with a generation that no longer believes, a generation that has lost its sense of faith or that has reduced the faith to mere routine or to more or less acceptable religiosity, let us look for ways to open a hole in the roof; let us be creative. Liberty and creativity… What a fine thing it is when we find new ways, means and languages to proclaim the Gospel! We can use our human creativity; everyone of us has this ability. But the great source of creativity is the Holy Spirit! He is the one who inspires us to be creative. If by our preaching and pastoral care we can no longer enter by the usual way, let us try to open up different spaces, and experiment with other means.

Let me make a little digression here on preaching. Someone told me that in Evangelii Gaudium I talked too much about the homily, because it is one of our problems today. The homily is not a sacrament, as some Protestants claimed, but it is a sacramental! It is not a Lenten sermon, but something different. It is at the heart of the Eucharist. Let us think of the faithful, who have to listen to homilies lasting forty to fifty minutes on topics they do not understand or which do not affect them ... Please, priests and Bishops, prepare your homilies in such a way that they can touch people’s life experiences, and ensure that they are based on the scriptures. A homily, generally, should not go beyond ten minutes, because after eight minutes you lose people’s attention, unless it is really engaging. But it should not last more than ten to fifteen minutes. My professor of homiletics once said that a homily must have internal consistency: an idea, an image and an affect; that people should leave with an idea, an image or something that has moved in their hearts. How simple it is to preach the Gospel! That was how Jesus preached, using as examples the birds, the fields … he used concrete things that people understood. Forgive me for returning to this, but it worries me ... [applause] … Let me be a little naughty: the Sisters, who are victims of our homilies, initiated that applause!

Cyril and Methodius did exactly this, they were open to this new creativity, and they teach us that the Gospel cannot grow unless it is rooted in the culture of a people, its symbols and questions, its words and its very life. As you know, the two brothers met with obstacles and persecution. They were accused of heresy because they had dared to translate the language of the faith. Such is the ideology born of the temptation of uniformity. Evangelization, on the other hand, is a process, a process of inculturation. It is a fruitful seed of newness, the newness of the Spirit who renews all things. The sower sows seed – Jesus tells us – and then goes home and sleeps. He doesn’t get up to see if the seed is growing, if it is sprouting… It is God who gives the growth. Do not control life too much in this regard: let life grow, as Cyril and Methodius did. It is up to us to sow the seed well and to watch over it as fathers, yes. The farmer watches, but he doesn’t go out every day to see how it is growing. If he does this, he kills the plant.

Freedom, creativity, and finally, dialogue. A Church that trains people in interior freedom and responsibility, one able to be creative by plunging into their history and culture, is also a Church capable of engaging in dialogue with the world, with those who confess Christ without being “ours”, with those who are struggling with religion, and even with those who are not believers. It is not a cluster of special people. It dialogues with everyone: believers, those living lives of holiness, those who are lukewarm and those who do not believe. It speaks to everyone. It is a Church that, in the footsteps of Cyril and Methodius, unites and holds together East and West, different traditions and sensibilities. A community that, in proclaiming the Gospel of love, makes it possible for communion, friendship and dialogue to flourish between believers, between the different Christian confessions and between peoples.

Unity, communion and dialogue are always fragile, especially against the backdrop of a painful history that has left its scars. The memory of past injuries can breed resentment, mistrust and even contempt; it can tempt us to barricade ourselves against those who are different. Wounds, however, can always turn into passages, openings that, in imitating the wounds of the Lord, allow God’s mercy to emerge. That grace changes our lives and makes us artisans of peace and reconciliation. You have a proverb: “If someone throws a stone at you, give him bread in return”. This is inspiring. How truly evangelical this is! It is Jesus’ own invitation to break the vicious and destructive cycle of violence by turning the other cheek to those who persecute us, by overcoming evil with good (cf. Rom 12:21). I am always struck by an incident in the history of Cardinal Korec. He was a Jesuit Cardinal, persecuted by the regime, imprisoned, and sentenced to forced labour until he fell ill. When he came to Rome for the Jubilee of the Year 2000, he went to the catacombs and lit a candle for his persecutors, imploring mercy for them. This is the Gospel! It grows in life and in history through humble and patient love.

Dear friends, I thank God for these moments together, and I thank you most heartily for all you do, and for all you are, as well as for what you will do, inspired by this homily, which is also a seed that I am sowing… Let’s see if some plants grow! I encourage you to persevere in your journey in the freedom of the Gospel, in the creativity of faith and in the dialogue that has its source in the mercy of God, who has made us brothers and sisters and calls us to be builders of harmony and peace. I impart to you my cordial blessing and I ask you, please, to pray for me. Thank you!

Traduzione in lingua spagnola

Queridos hermanos obispos,

queridos sacerdotes, religiosas, religiosos y seminaristas,

queridos catequistas, hermanas y hermanos, ¡buenos días!

Los saludo con alegría y agradezco a Mons. Stanislav Zvolenský las palabras que me ha dirigido. Gracias por la invitación a sentirme en casa. Vengo como vuestro hermano y por eso me siento uno de ustedes. Estoy aquí para compartir su camino —esto debe hacer el obispo, el Papa—, sus preguntas, los anhelos y las esperanzas de esta Iglesia y de este país. Y, hablando del país, le acabo de decir a la señora Presidenta que Eslovaquia es una poesía. Compartir era el estilo de la primera comunidad cristiana: eran perseverantes y estaban unidos, caminaban juntos (cf. Hch 1,12-14). También discutían, pero caminaban juntos.

Es lo primero que necesitamos: una Iglesia que camina unida, que recorre los caminos de la vida con la llama del Evangelio encendida. La Iglesia no es una fortaleza, no es una potencia, un castillo situado en alto que mira el mundo con distancia y suficiencia. Aquí en Bratislava el castillo ya existe, ¡y es muy hermoso! Pero la Iglesia es la comunidad que desea atraer hacia Cristo con la alegría del Evangelio —¡no el castillo!—, es la levadura que hace fermentar el Reino del amor y de la paz en la masa del mundo. Por favor, no cedamos a la tentación de la magnificencia, de la grandeza mundana. La Iglesia debe ser humilde como era Jesús, que se despojó de todo, que se hizo pobre para enriquecernos (cf. 2 Co 8,9). Así vino a habitar entre nosotros y a curar nuestra humanidad herida.

Sí, es hermosa una Iglesia humilde que no se separa del mundo y no mira la vida con desapego, sino que la habita desde dentro. Habitar desde dentro, no lo olvidemos: compartir, caminar juntos, acoger las preguntas y las expectativas de la gente. Esto nos ayuda a salir de la autorreferencialidad. El centro de la Iglesia —¿quién es el centro de la Iglesia?— no es la Iglesia, y cuando la Iglesia se mira a sí misma acaba como la mujer del Evangelio: encorvada, mirándose el ombligo (cf. Lc 13,10-13). El centro de la Iglesia no es ella misma. Salgamos de la preocupación excesiva por nosotros mismos, por nuestras estructuras, por cómo nos mira la sociedad. Y esto al final nos llevará a una “teología del maquillaje”, de cómo nos maquillamos mejor. Adentrémonos en cambio en la vida real, la vida real de la gente, y preguntémonos: ¿cuáles son las necesidades y las expectativas espirituales de nuestro pueblo? ¿Qué se espera de la Iglesia? A mí me parece importante intentar responder a estas preguntas y me vienen a la mente tres palabras.

La primera es libertad. Sin libertad no hay verdadera humanidad, porque el ser humano ha sido creado libre y para ser libre. Los periodos dramáticos de la historia de su país son una gran enseñanza: cuando la libertad fue herida, violada y asesinada; la humanidad fue degradada y se abatieron sobre ella las tormentas de la violencia, de la coacción y de la privación de los derechos.

Pero, al mismo tiempo, la libertad no es una conquista automática, que permanece igual una vez para siempre. ¡No! La libertad siempre es un camino, a veces fatigoso, que hay que renovar continuamente, luchar por ella cada día. No basta ser libres exteriormente o en las estructuras de la sociedad para serlo de verdad. La libertad llama a ser responsables de las propias decisiones, a discernir, a llevar adelante los procesos de la vida en primera persona. Y esto es arduo, esto nos da miedo. A veces es más cómodo no dejarse provocar por las situaciones concretas y seguir adelante repitiendo el pasado, sin poner nuestro corazón, sin el riesgo de la decisión. Mejor arrastrar la vida haciendo lo que otros deciden por nosotros —quizá la masa o la opinión pública o lo que nos venden los medios de comunicación social—. Esto no puede ser. Y hoy, mucho de lo que hacemos lo deciden los medios por nosotros. Y se pierde la libertad. Recordemos la historia del pueblo de Israel: sufría bajo la tiranía del faraón, era esclavo; luego fue liberado por el Señor, pero para llegar a ser verdaderamente libre, no sólo liberado de los enemigos, debía atravesar el desierto, un camino difícil. Y les llevaba a pensar: “Casi, casi era mejor antes, al menos teníamos algunas cebollas para comer…”. Una gran tentación: mejor algunas cebollas que la fatiga y el riesgo de la libertad. Esta es una de las tentaciones. Ayer, hablando al grupo ecuménico, recordaba a Dostoyevski en “El Gran Inquisidor”. Cristo regresa de incógnito a la tierra y el inquisidor le reprocha que haya dado la libertad a los hombres. Basta algo de pan y poquito más; basta un poco de pan y cualquier otra cosa. Siempre está esa tentación, la tentación de las cebollas. Mejor un poco de cebolla y pan que la fatiga y el riesgo de la libertad. Les dejo a ustedes que piensen estas cosas.

A veces también en la Iglesia nos puede acechar esta idea: es mejor tener todo predefinido ­—las leyes que deben observarse, seguridad y uniformidad—, más que ser cristianos responsables y adultos que piensan, interrogan la propia conciencia y se dejan cuestionar. Es el comienzo de la casuística, todo controlado. En la vida espiritual y eclesial existe la tentación de buscar una falsa paz que nos deja tranquilos, en vez del fuego del Evangelio que nos inquieta, que nos transforma. Las seguras cebollas de Egipto son más cómodas que las incertidumbres del desierto. Pero una Iglesia que no deja espacio a la aventura de la libertad, incluso en la vida espiritual, corre el riesgo de convertirse en un lugar rígido y cerrado. Tal vez algunos están acostumbrados a esto; pero a muchos otros —sobre todo en las nuevas generaciones— no les atrae una propuesta de fe que no les deje su libertad interior, no les atrae una Iglesia en la que sea necesario que todos piensen del mismo modo y obedezcan ciegamente.

Queridos amigos, no tengan miedo de formar a las personas en una relación madura y libre con Dios. Esta relación es importante. Esto quizá nos dará la impresión de no poder controlarlo todo, de perder fuerza y autoridad; pero la Iglesia de Cristo no quiere dominar las conciencias y ocupar los espacios, quiere ser una “fuente” de esperanza en la vida de las personas. Es un riesgo. Es un desafío. Lo digo sobre todo a los Pastores: ustedes ejercitan el ministerio en un país en el que muchas cosas han cambiado rápidamente y muchos procesos democráticos se han iniciado, pero la libertad todavía es frágil. Lo es sobre todo en el corazón y en la mente de las personas. Por eso los animo a hacerlas crecer libres de una religiosidad rígida. Salir de esto, y que crezcan libres. Que ninguno se sienta presionado. Que cada uno pueda descubrir la libertad del Evangelio, entrando gradualmente en relación con Dios, con la confianza de quien sabe que, ante Él, puede llevar la propia historia y las propias heridas sin miedo y sin fingimientos, sin preocuparse de defender la propia imagen. Poder decir: “soy pecador”, pero decirlo con sinceridad, no golpearnos el pecho y después seguir creyéndonos justos. La libertad. Que el anuncio del Evangelio sea liberador, nunca opresor. ¡Y que la Iglesia sea signo de libertad y de acogida!

Estoy seguro de que nunca se sabrá de donde viene esto. Les digo algo que pasó hace tiempo. La carta de un obispo, hablando de un nuncio. Decía: “Bueno, nosotros estuvimos 400 años sometidos por los turcos y sufrimos. Después 50 sometidos por el comunismo y sufrimos. ¡Pero los siete años con este nuncio han sido peor que las otras dos veces!”. En ocasiones me pregunto, ¿cuánta gente puede decir lo mismo del obispo o del párroco que tiene? ¿Cuánta gente? No. Sin libertad, sin paternidad las cosas no funcionan.

La segunda palabra —la primera era libertad— es creatividad. Ustedes son hijos de una gran tradición. Su experiencia religiosa encuentra un manantial en la predicación y el ministerio de las figuras luminosas de los santos Cirilo y Metodio. Ellos nos enseñan que la evangelización no es nunca una simple repetición del pasado. La alegría del Evangelio siempre es Cristo, pero las sendas para que esta buena noticia pueda abrirse camino en el tiempo y en la historia son diversas. Las sendas son todas diversas. Cirilo y Metodio recorrieron juntos esta parte del continente europeo y, ardientes de pasión por el anuncio del Evangelio, llegaron a inventar un nuevo alfabeto para la traducción de la Biblia, de los textos litúrgicos y de la doctrina cristiana. Fue así que se convirtieron en apóstoles de la inculturación de la fe entre ustedes. Fueron inventores de nuevos lenguajes para transmitir el Evangelio, fueron creativos en la traducción del mensaje cristiano, estuvieron tan cerca de la historia de los pueblos que encontraban, que hasta llegaron a hablar su lengua y asimilar su cultura. ¿No necesita esto Eslovaquia también hoy? Me pregunto. ¿No es esta quizá la tarea más urgente de la Iglesia en los pueblos de Europa: encontrar nuevos “alfabetos” para anunciar la fe? Tenemos de trasfondo una rica tradición cristiana, pero hoy, en la vida de muchas personas, esta permanece en el recuerdo de un pasado que ya no habla ni orienta más las decisiones de la existencia. Ante la pérdida del sentido de Dios y de la alegría de la fe no sirve lamentarse, atrincherarse en un catolicismo defensivo, juzgar y acusar al mundo malo, no; es necesaria la creatividad del Evangelio. ¡Estemos atentos! El Evangelio aún no está cerrado, está abierto. Está vigente, está vigente, sigue adelante. Recordemos lo que hicieron esos hombres que querían llevar a un paralítico ante Jesús y no lograban atravesar la puerta de entrada. Hicieron una abertura en el techo y lo bajaron desde lo alto (cf. Mc 2,1-5). ¡Fueron creativos! Frente a las dificultades —“Pero, ¿cómo hacemos? Ah, hagamos así”—, frente, quizá, a una generación que no cree, que ha perdido el sentido de la fe, o que ha reducido la fe a una costumbre o a una cultura más o menos aceptable, tratemos de hacer una abertura y seamos creativos. Libertad, creatividad. ¡Qué hermoso cuando sabemos encontrar caminos, modos y lenguajes nuevos para anunciar el Evangelio! Y nosotros podemos ayudar con la creatividad humana, también cada uno de nosotros puede serlo, pero el gran creativo es el Espíritu Santo, es Él quien nos impulsa a ser creativos. Si con nuestra predicación y nuestra pastoral no logramos entrar más por la vía ordinaria, intentemos abrir espacios diferentes, experimentemos otros caminos.

Y aquí hago un paréntesis. La predicación. Alguno me ha dicho que en “Evangelii gaudium” me detuve demasiado en el tema de la homilía, porque es uno de los problemas de este tiempo. Sí, la homilía no es un sacramento, como pretendían algunos protestantes, pero es un sacramental. No es una predicación de cuaresma, no, es otra cosa. Está en el corazón de la Eucaristía. Y pensemos en los fieles, que tienen que escuchar homilías de 40, de 50 minutos, sobre temas que no comprenden, que no les tocan. Por favor, sacerdotes y obispos, piensen bien cómo preparar la homilía, cómo hacerla para que contacte con la gente, e inspírense en el texto bíblico. Una homilía, normalmente, no tiene que durar más de diez minutos, porque la gente después de ocho minutos pierde la atención, a no ser que sea muy interesante. Pero el tiempo debería ser 10-15 minutos, no más. Un profesor de homilética que tuve decía que una homilía debe tener coherencia interna, debe tener una idea, una imagen y un afecto; que la gente se vaya con una idea, con una imagen y con algo que les haya movido el corazón. ¡Así de sencillo es el anuncio del Evangelio! Y así predicaba Jesús, que tomaba los pájaros, los campos, que tomaba esto o lo otro, las cosas concretas, lo que la gente podía entender. Disculpen si vuelvo sobre esto, pero a mí me preocupa… [aplauso] Me permito una maldad, ¡el aplauso lo empezaron las religiosas, que son víctimas de nuestras homilías!

Cirilo y Metodio desplegaron esta creatividad nueva, lo hicieron y nos dicen esto: el Evangelio no puede crecer si no está radicado en la cultura de un pueblo, es decir, en sus símbolos, en sus preguntas, en sus palabras, en su modo de ser. Los dos hermanos tuvieron muchos obstáculos y persecuciones, ustedes lo saben. Fueron acusados de herejía porque se habían atrevido a traducir la lengua de la fe. Así es la ideología que nace de la tentación de uniformar. Detrás de querer ser uniformes hay una ideología. Pero la evangelización es un proceso de inculturación, es semilla fecunda de novedad, es la novedad del Espíritu que renueva todas las cosas. El labrador siembra —dice Jesús—, después se va a su casa y duerme. No se levanta para ver si crece, si brota. Dios es el que hace crecer. En este sentido, no hay que controlar demasiado la vida, hay que dejar que la vida crezca, como hicieron Cirilo y Metodio. A nosotros nos corresponde sembrar bien y cuidar como padres, eso sí. El labrador cuida, pero no va allí a ver todos los días cómo crece. Si hace esto, mata la planta.

Libertad, creatividad y, finalmente, el diálogo. Una Iglesia que forma en la libertad interior y responsable, que sabe ser creativa adentrándose en la historia y en la cultura, es también una Iglesia que sabe dialogar con el mundo, con el que confiesa a Cristo sin que sea “de los nuestros”, con el que vive la fatiga de una búsqueda religiosa, también con el que no cree. No es selectiva de un grupito, no, dialoga con todos, con los creyentes, con los que progresan en la santidad, con los tibios y con los no creyentes. Habla con todos. Es una Iglesia que, siguiendo el ejemplo de Cirilo y Metodio, reúne y mantiene unido el Oriente y el Occidente, tradiciones y sensibilidades diversas. Una comunidad que, anunciando el Evangelio del amor, hace brotar la comunión, la amistad y el diálogo entre los creyentes, entre las diferentes confesiones cristianas y entre los pueblos.

La unidad, la comunión y el diálogo siempre son frágiles, especialmente cuando en el pasado hay una historia de dolor que ha dejado cicatrices. El recuerdo de las heridas puede hacer caer en el resentimiento, en la desconfianza, incluso en el desprecio, induciendo a levantar barreras ante el que es distinto de nosotros. Pero las heridas pueden ser accesos, aberturas que, imitando las llagas del Señor, dejan pasar la misericordia de Dios, su gracia que cambia la vida y nos transforma en agentes de paz y de reconciliación. Sé que ustedes tienen un proverbio: «A quien te tire una piedra, tú regálale un pan». Esto nos inspira. ¡Esto es muy evangélico! Es la invitación de Jesús a romper el círculo vicioso y destructivo de la violencia, poniendo la otra mejilla a quien nos golpea, para vencer el mal con el bien (cf. Rm 12,21). Me impresiona un detalle de la historia del cardenal Korec. Era un cardenal jesuita, perseguido por el régimen, encarcelado, obligado a trabajar duramente hasta que se enfermó. Cuando vino a Roma para el Jubileo del año 2000, fue a las catacumbas y encendió una vela por sus perseguidores, pidiendo misericordia para ellos. ¡Este es el Evangelio! ¡Este es el Evangelio! Crece en la vida y en la historia por medio del amor humilde, por medio del amor paciente.

Queridas amigas y queridos amigos, agradezco a Dios estar entre ustedes, y les agradezco de corazón todo lo que hacen y lo que son, y lo que harán inspirándose en esta homilía, que es también una semilla que yo estoy sembrando... ¡Veamos si crecen las plantas! Me gustaría que continúen su camino en la libertad del Evangelio, en la creatividad de la fe y en el diálogo que brota de la misericordia de Dios, que nos ha hecho hermanos y hermanas, y que nos llama a ser artesanos de paz y de concordia. Los bendigo de corazón. Y, por favor, recen por mí. ¡Gracias!

Traduzione in lingua portoghese

Amados Irmãos Bispos,

Caros sacerdotes, religiosos, religiosas e seminaristas,

Queridos catequistas, irmãs e irmãos, bom dia!

Saúdo-vos com alegria e agradeço a D. Stanislav Zvolenský as palavras que me dirigiu. Obrigado pelo convite a sentir-me em casa: venho como vosso irmão e, por isso, sinto-me um de vós. Estou aqui para partilhar o vosso caminho – é isto que deve fazer o bispo, o Papa –, partilhar os vossos interrogativos, partilhar as expetativas e esperanças desta Igreja e deste país. A propósito do país, acabei de dizer à Senhora Presidente que a Eslováquia é uma poesia! Partilhar era o estilo da primeira Comunidade cristã: mostravam-se assíduos e concordes, caminhavam juntos (cf. At 1, 12-14). Também litigavam, mas caminhavam juntos.

Tal é a primeira coisa de que necessitamos: uma Igreja que caminhe em conjunto, percorrendo as estradas da vida com a chama do Evangelho acesa. A Igreja não é uma fortaleza, não é um potentado, um castelo situado no alto que olha, distante e autossuficiente, para o mundo. Aqui, em Bratislava, o castelo já existe; e é muito lindo! Mas a Igreja é a comunidade que deseja atrair para Cristo mediante a alegria do Evangelho, não o castelo! A Igreja é o fermento que faz levedar, no seio da massa do mundo, o Reino do amor e da paz. Por favor, não cedamos à tentação da magnificência, da grandeza mundana. A Igreja deve ser humilde como era Jesus, que Se despojou de tudo, fazendo-Se pobre para nos enriquecer (cf. 2 Cor 8, 9): foi assim que veio habitar entre nós e curar a nossa humanidade ferida.

Olhai! É bela uma Igreja humilde que não se separa do mundo nem olha a vida com indiferença, mas habita dentro dela. Habitar dentro – não o esqueçamos – é partilhar, caminhar juntos, acolher os interrogativos e as expetativas do povo. Isto ajuda-nos a sair da autorreferencialidade: o centro da Igreja… Quem é o centro da Igreja? Não é a Igreja. E quando a Igreja se fixa em si mesma, acaba como a mulher do Evangelho: curvada sobre si mesma, olhando o umbigo (cf. Lc 13, 10-13). O centro da Igreja não é ela própria. Abandonemos a preocupação excessiva connosco mesmos, com as nossas estruturas, com o modo como a sociedade nos olha. No fim, isso levar-nos-á a uma «teologia do truque»… Ver como nos trucamos melhor! Em vez disso, mergulhemos na vida real – a vida real – das pessoas e perguntemo-nos: Quais são as necessidades e os anseios espirituais do nosso povo? O que é que se espera da Igreja? Parece-me importante tentar responder a essas perguntas e acodem-me à mente três palavras.

A primeira é liberdade. Sem liberdade não há verdadeira humanidade, porque o ser humano foi criado livre e para permanecer livre. Os dramáticos períodos da história do vosso país são uma grande lição: quando a liberdade foi ferida, violada e suprimida, a humanidade degradou-se e sobrevieram as tempestades da violência, coerção e privação de direitos.

Entretanto a liberdade não é uma conquista automática, que permanece igual duma vez por todas. Não o é! A liberdade é sempre um caminho, por vezes cansativo, que se deve retomar continuamente, lutar diariamente por ela. Para ser verdadeiramente livre, não basta sê-lo exteriormente ou nas estruturas da sociedade. A liberdade chama cada um a ser responsável pelas próprias opções, a discernir, a levar por diante os processos da vida. Isto é cansativo, isto assusta-nos. Às vezes, é mais cómodo não se deixar envolver pelas situações concretas e continuar a repetir o passado, sem se empenhar de coração, sem correr o risco da decisão: é melhor arrastar a vida fazendo aquilo que outros – talvez a maioria ou a opinião pública, as coisas que nos impingem os mass-media – decidam por nós. É errado! Hoje tantas vezes fazemos as coisas que os mass-media decidem por nós. E perde-se a liberdade. Recordemos a história do povo de Israel: sofria sob a tirania do Faraó, era escravo; depois é libertado pelo Senhor, mas para se tornar verdadeiramente livre, e não apenas liberto dos inimigos, tem de atravessar o deserto, um caminho cansativo. E vinha-lhe ao pensamento: «Quase era melhor antes; pelo menos tínhamos um pouco de cebolas para comer...». Uma grande tentação: considerar melhor um pouco de cebolas que a fadiga e o risco da liberdade. Esta é uma das tentações. Ontem, ao dirigir-me ao grupo ecuménico, lembrava «O grande inquisidor» de Dostoievskij. Cristo volta secretamente à terra e o inquisidor repreende-O por ter dado a liberdade aos homens. Um pouco de pão e qualquer outra coisinha bastam; um pouco de pão e algo mais é o suficiente. Sempre a mesma tentação: a tentação das cebolas. Melhor um pouco de cebolas e pão do que a fadiga e o risco da liberdade. Deixo isto à vossa reflexão.

Também na Igreja, pode às vezes insidiar-nos esta ideia: ter todas as coisas predefinidas, as leis a observar, a segurança e a uniformidade, é melhor do que ser cristão responsável e adulto, que pensa, interpela a própria consciência e se deixa questionar. É o princípio da casuística: tudo regulado… Na vida espiritual e eclesial, há a tentação de procurar uma falsa paz que nos deixa tranquilos, em vez do fogo do Evangelho que nos desinquieta, que nos transforma. A segurança das cebolas do Egito é mais confortável que as incógnitas do deserto. Mas uma Igreja que não deixa espaço para a aventura da liberdade, mesmo na vida espiritual, corre o risco de se tornar um lugar rígido e fechado. Talvez alguns se habituaram a isto; mas muitos outros, sobretudo nas novas gerações, não são atraídos por uma proposta de fé que não lhes deixa liberdade interior, não são atraídos por uma Igreja onde é preciso pensarem todos da mesma maneira e obedecerem cegamente.

Caríssimos, não tenhais medo de formar as pessoas para uma relação madura e livre com Deus. É importante esta relação. Talvez isto nos dê a impressão de não poder controlar tudo, de perder força e autoridade; mas a Igreja de Cristo não quer dominar as consciências e ocupar os espaços, quer ser uma «fonte» de esperança na vida das pessoas. É um risco, é um desafio. Digo-o sobretudo aos Pastores: vós exerceis o ministério num país onde muitas coisas mudaram rapidamente e tiveram início muitos processos democráticos, mas a liberdade ainda é frágil. É-o sobretudo no coração e na mente das pessoas. Por isso encorajo-vos a fazê-las crescer livres duma religiosidade rígida. Que saiam disto e cresçam livres! Que ninguém se sinta oprimido. Possa cada um descobrir a liberdade do Evangelho, entrando gradualmente na relação com Deus, com a confiança de quem sabe que Lhe pode apresentar a sua própria história e as suas feridas sem medo nem fingimento, sem se preocupar em defender a própria imagem. Poder dizer: «sou pecador», mas dizê-lo com sinceridade. Não bater no peito e, depois, continuar a crer-se justo. A liberdade. Que o anúncio do Evangelho seja libertador, nunca opressivo; e a Igreja, sinal de liberdade e acolhimento.

Tenho a certeza que nunca se saberá donde veio isto que vos digo. Foi uma coisa que aconteceu há tempos: a carta dum bispo, falando dum Núncio. Dizia: «Bem! Estivemos 400 anos sob o domínio dos turcos, e sofremos. Depois, 50 sob o comunismo, e sofremos. Mas os sete anos com este Núncio foram piores que as outras duas coisas!» Às vezes pergunto-me: Quantas pessoas podem dizer o mesmo do bispo que têm ou do pároco? Quantos? Não; sem liberdade, sem paternidade, as coisas não funcionam.

Segunda palavra (a primeira era liberdade): criatividade. Sois filhos duma grande tradição. A vossa experiência religiosa encontra a sua nascente na pregação e ministério das luminosas figuras dos Santos Cirilo e Metódio. Eles ensinam-nos que a evangelização não é jamais uma simples repetição do passado. A alegria do Evangelho é sempre Cristo, mas os caminhos para que esta boa nova progrida no tempo e na história são diversos. Os caminhos são todos diversos. Cirilo e Metódio percorreram juntos esta parte do continente europeu e, ardendo de paixão pela proclamação do Evangelho, chegaram a inventar um novo alfabeto para a tradução da Bíblia, dos textos litúrgicos e da doutrina cristã. Foi assim que se tornaram apóstolos da inculturação da fé entre vós. Foram inventores de novas linguagens para transmitir o Evangelho, foram criativos na tradução da mensagem cristã, estiveram tão próximos da história dos povos que chegaram ao ponto de falar a sua língua e assimilar a sua cultura. Por acaso não precisa disto, também hoje, a Eslováquia? – pergunto-me. Porventura não será esta a tarefa mais urgente da Igreja entre os povos da Europa: encontrar novos «alfabetos» para anunciar a fé? Como pano de fundo temos uma rica tradição cristã, mas hoje, na vida de muitas pessoas, permanece a lembrança dum passado que já não lhes fala deixando de orientar as opções da sua existência. À vista da perda do sentido de Deus e da alegria da fé, não adianta lamentar-se, entrincheirar-se num catolicismo defensivo, julgar e acusar o mundo de ser mau. Não ajuda! O que ajuda é a criatividade do Evangelho. Atenção! O Evangelho não foi encerrado ainda; permanece aberto! É vigoroso, está cheio de vigor, continua. Recordemos como fizeram aqueles homens que queriam levar a Jesus um paralítico e não conseguiam passar pela porta da frente. Abriram um buraco no teto, e baixaram-no do alto (cf. Mc 2, 1-5). Foram criativos… À vista da dificuldade – «e como fazemos? Ah! Fazemos assim…» À vista talvez duma geração que não acredita, que perdeu o sentido da fé, ou que reduziu a fé a um hábito ou a uma cultura mais ou menos aceitável, procuremos abrir um buraco… Sejamos criativos! Liberdade, criatividade... Como é belo quando sabemos encontrar novos caminhos, modos e linguagens para anunciar o Evangelho! E podemos ajudar com a criatividade humana: esta possibilidade existe também em cada um de nós, mas o grande criativo é o Espírito Santo! É Ele que nos impele a ser criativos! Se com a nossa pregação e a nossa pastoral já não conseguimos entrar pelo caminho ordinário, procuremos abrir espaços diversos, experimentemos outros caminhos.

E aqui abro um parêntese. A pregação. Alguém me disse que, na Evangelii gaudium, me detive demasiado na homilia. Fi-lo, porque é um dos problemas deste tempo. É verdade que a homilia não é um sacramento, como pretendiam alguns protestantes, mas é um sacramental! Não é um sermão de Quaresma; é uma coisa diferente. Está no coração da Eucaristia. E pensemos nos fiéis, que têm de ouvir homilias de 40 minutos, 50 minutos, sobre temas que não compreendem, que não os tocam… Por favor, padres e bispos, pensai bem como preparar a homilia, como fazê-la, para que haja um contacto com as pessoas e sejam inspiradas pelo texto bíblico. Uma homilia, habitualmente, não deve ultrapassar os dez minutos, porque as pessoas, depois de oito minutos, perdem a atenção, a não ser que seja muito interessante. Mas o tempo deveria ser de 10 a 15 minutos; não mais. Tive um professor de homilética que dizia que uma homilia deve possuir coerência interna: uma ideia, uma imagem e um afeto; que as pessoas saiam com uma ideia, uma imagem e algo que tocou no seu coração. Assim, simples, é o anúncio do Evangelho! Assim pregava Jesus, que tomava como exemplo os pássaros, os campos… coisas concretas, mas que as pessoas entendiam. Desculpai por ter voltado a este tema, mas preocupa-me... [aplausos] Permiti-me uma observação maliciosa: os aplausos começaram pelas irmãs, que são vítimas das nossas homilias!

Cirilo e Metódio deram início a esta criatividade nova, praticaram-na, ensinando-nos que o Evangelho não pode crescer, se não estiver enraizado na cultura dum povo, isto é, nos seus símbolos, interrogativos, palavras, modos de ser. Como sabeis, os dois irmãos foram obstaculizados e muito perseguidos. Foram acusados de heresia, porque ousaram traduzir a língua da fé. Entra aqui a ideologia que surge da tentação de uniformizar. Por detrás de nos querer uniformizados, há uma ideologia. Mas a evangelização é um processo de inculturação: é semente fecunda de novidade, é a novidade do Espírito que renova todas as coisas. O lavrador semeia – diz Jesus –, depois vai para casa e dorme. Não se levanta para ver se cresce, se germina... É Deus que dá o crescimento. Neste sentido, não controlemos demasiado a vida: deixemos que a vida cresça, como fizeram Cirilo e Metódio. Cabe a nós semear bem e guardar como pais, sim. O lavrador guarda, mas não vai lá ver todos os dias como cresce. Se fizer isto, mata a planta.

Liberdade, criatividade e, por fim, o diálogo. Uma Igreja que forma para a liberdade interior e responsável, que sabe ser criativa mergulhando na história e na cultura, é também uma Igreja que sabe dialogar com o mundo, com quem confessa Cristo sem ser «dos nossos», com quem vive a fadiga duma busca religiosa, e até mesmo com quem não crê. Não é seletiva, de um grupo pequeno! Dialoga com todos: com os crentes, com os que vivem a santidade, com os tíbios e com os não crentes. Fala com todos. É uma Igreja que, a exemplo de Cirilo e Metódio, une e mantém juntos o Oriente e o Ocidente, diferentes tradições e sensibilidades. Uma Comunidade que, anunciando o Evangelho do amor, faz brotar a comunhão, a amizade e o diálogo entre os crentes, entre as diferentes Confissões cristãs e entre os povos.

A unidade, a comunhão e o diálogo são sempre frágeis, especialmente quando à retaguarda existe uma história de sofrimento, que deixou cicatrizes. A recordação das feridas pode fazer-nos cair no ressentimento, na desconfiança e até no desprezo, levando-nos a erguer barreiras contra quem é diferente de nós. Mas as feridas podem também ser passagem, abertura que, imitando as chagas do Senhor, fazem passar a misericórdia de Deus, a sua graça que muda a vida e nos transforma em obreiros de paz e reconciliação. Sei que tendes este provérbio: «A quem te atira uma pedra, tu dá-lhe um pão». Isto serve-nos de inspiração. É muito evangélico! É o convite de Jesus a romper o círculo vicioso e destruidor da violência, apresentando a outra face a quem nos bate, para vencer o mal com o bem (cf. Rm 12, 21). Impressiona-me um detalhe da história do Cardeal Korec. Era um cardeal jesuíta, perseguido pelo regime, encarcerado, forçado a trabalhar duramente até que adoeceu. Quando foi a Roma no Jubileu do ano 2000, deslocou-se às catacumbas e acendeu uma vela pelos seus perseguidores, implorando para eles misericórdia. Isto é Evangelho! Isto é Evangelho! Cresce na vida e na história através do amor humilde, através do amor paciente.

Caríssimas e caríssimos, agradeço a Deus por estar entre vós, e de coração vos agradeço pelo que fazeis e sois, e por aquilo que fareis inspirando-vos nesta homilia, que é também uma semente que estou a semear… Vejamos se crescem as plantas! Faço votos de que continueis o vosso caminho na liberdade do Evangelho, na criatividade da fé e no diálogo que brota da misericórdia de Deus, que nos fez irmãos e irmãs e nos chama a ser artífices de paz e concórdia. De coração vos abençoo. E, por favor, rezai por mim. Obrigado!

Traduzione in lingua polacca

Drodzy bracia biskupi,

Drodzy kapłani, siostry zakonne, bracia zakonni i seminarzyści,

Drodzy katecheci, bracia i siostry, Dzień dobry!

Pozdrawiam was z radością i dziękuję arcybiskupowi Stanisławowi Zvolenskiemu za skierowane do mnie słowa. Dziękuję, że zachęciliście mnie, bym poczuł się jak w domu: przybywam jako wasz brat i dlatego czuję się jak jeden z was. Jestem tutaj, aby dzielić z wami pielgrzymią drogę, tak winien czynić biskup, papież, aby dzielić wasze pytania, oczekiwania i nadzieje tego Kościoła i tego kraju. A jeśli idzie o kraj, to powiedziałem Pani Prezydent, że Słowacja jest poezją. Chodzi o to, by dzielić w stylu pierwszej wspólnoty chrześcijańskiej: byli wytrwali i zgodni, podążali razem (por. Dz 1, 12-14). Także się kłócili, ale podążali razem.

To pierwsza rzecz, której potrzebujemy: Kościoła podążającego razem, kroczącego po ścieżkach życia z płonącą lampą Ewangelii. Kościół nie jest fortecą, potentatem, zamkiem położonym wysoko, który patrzy na świat z dystansem i samowystarczalnością. Tutaj, w Bratysławie, zamek już istnieje i jest bardzo piękny! Jednak Kościół jest wspólnotą, która pragnie pociągać ludzi do Chrystusa z radością Ewangelii, jest zaczynem, który powoduje wzrost królestwa miłości i pokoju w świecie. Proszę, nie ulegajmy pokusie przepychu, światowej wielkości! Kościół musi być pokorny jak Jezus, który ogołocił się ze wszystkiego, który stał się ubogim, aby nas ubogacić (por. 2 Kor 8, 9): jako taki przyszedł, aby zamieszkać pośród nas i uleczyć nasze zranione człowieczeństwo.

Piękny jest Kościół pokorny, który nie odgradza się od świata i nie patrzy na życie z dystansem, ale w nim przebywa. Żyjąc wewnątrz, nie zapominajmy o dzieleniu się, podążaniu razem, przyjmowaniu pytań i oczekiwań ludzi. To pomaga nam wyjść ze skoncentrowania się na sobie: centrum Kościoła nie jest Kościół! Kiedy Kościół wpatrzony jest w siebie samego, kończy jak owa kobieta z Ewangelii pochylona i wpatrzona w swój pępek. Centrum Kościoła nie jest on sam. Wyzbądźmy się nadmiernej troski o siebie samych, o nasze struktury, o to, jak postrzega nas społeczeństwo. To nas w końcu doprowadzi do swoistej „teologii makijażu”: jak się najlepiej ucharakteryzować. Zanurzmy się natomiast w prawdziwe życie ludzi i zadajmy sobie pytanie: jakie są duchowe potrzeby i oczekiwania naszego ludu? Czego oczekuje on od Kościoła? Wydaje mi się ważne, aby spróbować odpowiedzieć na te pytania, i przychodzą mi na myśl trzy słowa.

Pierwszym z nich jest wolność. Bez wolności nie ma prawdziwego człowieczeństwa, ponieważ istota ludzka została stworzona wolna, i aby być wolną. Dramatyczne okresy w historii waszego kraju są wielką lekcją: kiedy wolność była raniona, gwałcona i zabijana, człowieczeństwo było degradowane i nadchodziły burze przemocy, wymuszeń i pozbawiania praw.

Równocześnie jednak wolność nie jest zdobyczą automatyczną, pozyskaną raz na zawsze. Wolność jest zawsze procesem, niekiedy trudnym, który trzeba nieustannie odnawiać, walczyć o nią każdego dnia. Nie wystarczy być wolnym na zewnątrz lub w strukturach społeczeństwa, aby być prawdziwie wolnym. Wolność wzywa nas do odpowiedzialności za własne wybory, do rozeznania, do kontynuowania życiowych procesów. I to jest mozolne i napawa strachem. Czasami wygodniej jest nie dać się sprowokować konkretnym sytuacjom i iść naprzód powtarzając nawyki z przeszłości, bez wkładania w to serca, bez ryzyka wyboru: lepiej wegetować, robiąc to, o czym decydują za nas inni - być może masy lub opinia publiczna, lub to co sprzedają nam media. To nie w porządku. A dziś bardzo często czynimy to, o czym decydują dla nas media, i zatracamy wolność. Przypomnijmy sobie historię ludu Izraela: cierpiał pod tyranią faraona, był niewolnikiem, potem został wyzwolony przez Pana, ale żeby stać się naprawdę wolnym, a nie tylko wyzwolonym od swoich wrogów, musi przejść mozolną drogę przez pustynię. I nachodziła go myśl: „Chyba wcześniej było lepiej, przynajmniej mieliśmy trochę cebuli...” Oto wielka pokusa: lepsze trochę cebuli, niż trud i ryzyko wolności. Wczoraj mówiąc do grupy ekumenicznej, przypomniałem Legendę o Wielkim Inkwizytorze Dostojewskiego. Chrystus w ukryciu powraca na ziemię, a inkwizytor wyrzuca Mu, że obdarzył ludzi wolnością. Wystarczy nieco chleba, i coś jeszcze. Stale pojawia się ta pokusa, pokusa cebuli: lepsze trochę cebuli i chleba, niż trud i ryzyko wolności. Pozostawiam wam to do przemyślenia.

Niekiedy nawet w Kościele może nam zagrażać następująca myśl: lepiej jest mieć wszystko z góry określone, prawa, których należy przestrzegać, bezpieczeństwo i jednolitość, niż być odpowiedzialnymi i dojrzałymi chrześcijanami, którzy myślą, badają swoje sumienie, pozwalają na wątpliwości. To początek kazuistyki, w której wszystko jest uregulowane… W życiu duchowym i kościelnym istnieje pokusa dążenia do fałszywego pokoju, który pozostawia nas spokojnymi, zamiast ognia Ewangelii, który nas niepokoi i przemienia. Cebule zapewnione w Egipcie są wygodniejszym wyborem niż niewiadome pustyni. Ale Kościołowi, który nie pozostawia miejsca na przygodę wolności, grozi, że także w życiu duchowym stanie się miejscem surowym i zamkniętym. Być może niektórzy są do tego przyzwyczajeni, ale wielu innych – zwłaszcza należących do nowych pokoleń – nie pociąga propozycja wiary, która nie pozostawia im wewnętrznej wolności, nie pociąga ich Kościół, w którym wszyscy muszą myśleć w ten sam sposób i być ślepo posłuszni.

Najmilsi, nie bójcie się formować ludzi do dojrzałej i wolnej relacji z Bogiem. Ta relacja jest ważna. Może nam się wydawać, że nie jesteśmy w stanie wszystkiego kontrolować, że tracimy siłę i autorytet, ale Kościół Chrystusa nie chce panować nad sumieniami i zajmować przestrzeni, chce być „źródłem” nadziei w życiu ludzi. To ryzyko. To wyzwanie. Mówię to szczególnie do Pasterzy: wypełniacie swoją posługę w kraju, w którym wiele rzeczy szybko się zmieniło i uruchomiono wiele procesów demokratycznych, ale w którym wolność jest nadal krucha. Przede wszystkim jest ona krucha w sercach i umysłach osób. Z tego względu zachęcam was, aby dorastały one wolne od religijności rygorystycznej. Trzeba od tego odejść i pozwólcie im rozwijać się w wolności! Niech nikt nie czuje się przygnieciony. Niech każdy odkryje wolność Ewangelii, wchodząc stopniowo w relację z Bogiem, z ufnością tego, kto wie, że może przedstawić Mu swoją historię i swoje rany, bez lęku, bez udawania, nie martwiąc się o obronę swego wizerunku. Móc powiedzieć: „jestem grzesznikiem”, powiedzieć to szczerze, a nie bić się w piersi, a potem uważać się za sprawiedliwych. Wolność! Niech głoszenie Ewangelii będzie wyzwalające, a nie opresyjne. I niech Kościół będzie znakiem wolności i przyjęcia!

Jestem pewien, że nigdy nie będzie wiadomo, skąd to się wzięło. Opowiem coś, co wydarzyło się pewien czas temu. List od biskupa, mówiący o nuncjuszu. Powiedział: „Cóż, byliśmy 400 lat pod Turkami i cierpieliśmy. Potem 50 pod komunizmem i cierpieliśmy. Ale te siedem lat z tym nuncjuszem było gorsze niż dwa poprzednie! Okresy”. Czasami zadaję sobie pytanie: ilu ludzi może powiedzieć to samo o swoim biskupie czy proboszczu? Ile osób? Nie, bez wolności, bez ojcostwa sprawy się nie układają.

Drugie słowo – pierwsze było wolność – to: kreatywność. Jesteście dziećmi wielkiej tradycji. Wasze doświadczenie religijne znajduje swoje źródło w przepowiadaniu i posłudze świetlanych postaci świętych Cyryla i Metodego. Uczą nas oni, że ewangelizacja nigdy nie jest zwyczajnym powtarzaniem przeszłości. Radością Ewangelii jest zawsze Chrystus, ale różne są sposoby, w jakie ta dobra nowina może utorować sobie drogę w czasie i historii. Cyryl i Metody wspólnie przemierzali tę część kontynentu europejskiego, a rozpaleni pasją głoszenia Ewangelii, wynaleźli nowy alfabet dla tłumaczenia Biblii, tekstów liturgicznych i doktryny chrześcijańskiej. W ten sposób stali się pośród was apostołami inkulturacji wiary. Byli wynalazcami nowych języków służących przekazywaniu Ewangelii, kreatywnymi tłumaczami orędzia chrześcijańskiego, bardzo bliscy historii ludów, które spotykali, mówili ich językiem i przyswoili sobie ich kulturę. Czyż nie potrzebuje tego także dzisiaj Słowacja? Czyż nie jest to być może najpilniejsze zadanie Kościoła wobec narodów Europy: znaleźć nowe „alfabety” dla głoszenia wiary? Mamy w tle bogatą tradycję chrześcijańską, ale w życiu wielu ludzi pozostaje ona dzisiaj wspomnieniem przeszłości, która już nie przemawia i nie kieruje decyzjami życiowymi. W obliczu utraty zmysłu Boga i radości wiary nie ma sensu narzekać, okopywać się w katolicyzmie obronnym, osądzać i oskarżać świat. Potrzebna jest kreatywność Ewangelii. Uważajmy! Ewangelia nie została jeszcze zamknięta, jest otwarta! Jest w mocy, obowiązuje, idzie naprzód. Pamiętajmy, co zrobili owi ludzie, którzy chcieli przyprowadzić paralityka przed Jezusa, a nie mogli przejść przez drzwi wejściowe. Zrobili otwór w dachu i spuścili Go z góry (por. Mk 2, 1-5). Byli kreatywni! W obliczu trudności – „Jak to zrobimy?.... Ach, zróbmy to” – w obliczu, być może, pokolenia, które nam nie wierzy, które straciło sens wiary, albo które sprowadziło wiarę do przyzwyczajenia lub mniej lub bardziej akceptowalnej kultury, spróbujmy otworzyć dziurę i być twórczymi! Wolność, kreatywność... Jak wspaniale, gdy możemy znaleźć nowe sposoby, drogi i języki głoszenia Ewangelii! I my możemy pomóc ludzką kreatywnością, każdy z nas też ma taką możliwość, ale wielkim kreatywnym jest Duch Święty! To On nas pobudza do bycia kreatywnymi! Jeśli poprzez nasze przepowiadanie i nasze duszpasterstwo nie udaje nam się już wejść zwykłą drogą, próbujmy otworzyć inne przestrzenie, eksperymentujmy z innymi drogami.

I tu robię nawias. Kaznodziejstwo. Ktoś mi powiedział, że w „Evangelii gaudium” za dużo miejsca poświęciłem homilii, ponieważ jest to jeden z problemów obecnych czasów. Tak, homilia nie jest sakramentem, jak twierdzili niektórzy protestanci, ale należy do sakramentaliów! To nie jest kazanie wielkopostne, nie, to jest coś innego. Znajduje się w samym sercu Eucharystii. I pomyślcie o wiernych, którzy muszą słuchać homilii trwających 40 minut, 50 minut, na tematy, których nie rozumieją, które ich nie poruszają... Proszę was, księża i biskupi, zastanówcie się dobrze, jak przygotować homilię, jak ją wygłosić, aby był kontakt z ludźmi i aby czerpali inspirację z tekstu biblijnego. Homilia, nie powinna zazwyczaj być dłuższa niż dziesięć minut, ponieważ ludzie tracą uwagę po ośmiu minutach, pod warunkiem, że jest bardzo interesująca. Ale czas ten powinien wynosić 10-15 minut, nie więcej. Pewien mój profesor homiletyki, mawiał, że homilia musi mieć wewnętrzną spójność: ideę, obraz i uczucie; żeby ludzie wychodzili z ideą, obrazem i czymś, co poruszyło ich serca. Oto jak proste jest głoszenie Ewangelii! I tak głosił Jezus, odwołując się do ptaków, pól do konkretnych rzeczy, takich, które ludzie rozumieli. Przepraszam, że do tego wracam, ale to mnie niepokoi... [oklaski] Pozwalam sobie na złośliwość: oklaski zaczęły się od zakonnic, które są ofiarami naszych homilii!

Cyryl i Metody tak uczynili i mówią nam: Ewangelia nie może wzrastać, jeśli nie jest zakorzeniona w kulturze danego ludu, to znaczy w jego symbolach, w jego pytaniach, w jego słowach, w jego sposobie bycia. Jak wiecie dwaj bracia napotykali wiele przeciwieństw i prześladowań. Byli oskarżani o herezję, ponieważ ośmielili się tłumaczyć język wiary. To jest ideologia, która rodzi się z pokusy ujednolicania. Za chęcią bycia jednolitymi kryje się ideologia. Tymczasem ewangelizacja jest procesem inkulturacji: jest płodnym ziarnem nowości, jest nowością Ducha, który wszystko odnawia. Jezus mówi: „Rolnik sieje, potem idzie do domu i śpi. Nie wstaje, aby zobaczyć, czy ziarno rośnie, czy kiełkuje... To Bóg daje wzrost. W tym sensie nie kontrolujcie zbytnio życia: pozwólcie mu wzrastać, jak to czynili Cyryl i Metody. Do nas należy dobrze siać i strzec jako ojcowie, to tak. Rolnik strzeże, ale nie chodzi tam codziennie, żeby zobaczyć, jak rośnie. Jeśli to czyni, zabije roślinę.

Wolność, kreatywność i wreszcie, dialog. Kościół, który kształtuje ku wolności wewnętrznej i odpowiedzialnej, który potrafi być twórczy, zanurzając się w historii i kulturze, jest także Kościołem, który umie prowadzić dialog ze światem, z tymi, którzy wyznają Chrystusa, nie wywodząc się z „naszych”, dialog z tymi, którzy przeżywają znużenie poszukiwaniami religijnymi, także z tymi, którzy nie wierzą. Nie wybiera jedynie małej grupy, ale dialoguje ze wszystkimi: z wierzącymi, z tymi, którzy dążą do świętości, z letnimi i z niewierzącymi. Rozmawia ze wszystkimi. Jest to Kościół, który za przykładem Cyryla i Metodego jednoczy i łączy Wschód i Zachód, różne tradycje i wrażliwości. Jest to Wspólnota, która głosząc Ewangelię miłości, sprawia, że rozkwita jedność, przyjaźń i dialog między wierzącymi, między różnymi wyznaniami chrześcijańskimi i między narodami.

Jedność, komunia i dialog są zawsze kruche, zwłaszcza gdy mamy za sobą dzieje cierpienia, które pozostawiło po sobie blizny. Pamięć o ranach może spowodować popadnięcie w urazy, nieufności, a nawet pogardę, zachęcać do wznoszenia barier przeciwko tym, którzy się od nas różnią. Rany jednak mogą być przejściami, przez które, naśladując rany Pana, może przeniknąć Boże miłosierdzie, Jego łaska przemieniająca życie, przekształcająca nas w budowniczych pokoju i pojednania. Wiem, że macie piękne przysłowie: „Kto do ciebie z kamieniem – ty do niego z chlebem…” To bardzo ewangeliczne! Jest to zaproszenie Jezusa do przerwania błędnego i niszczącego koła przemocy, do nadstawiania drugiego policzka temu, kto nas uderza, do zwyciężania zła dobrem (por. Rz 12, 21). Uderzył mnie pewien szczegół z historii kardynała Korca. Był kardynałem jezuitą, prześladowanym przez reżim, więzionym, zmuszanym do ciężkiej pracy, aż zachorował. Kiedy przybył do Rzymu na Jubileusz 2000 roku, wszedł do katakumb i zapalił lampkę w intencji swoich prześladowców, prosząc o miłosierdzie dla nich. To jest Ewangelia! Wzrasta ona w życiu i historii poprzez pokorną i cierpliwą miłość.

Najmilsi, dziękuję Bogu, że mogę być pośród was i z serca dziękuję wam za to, co robicie i za to, kim jesteście! i za to, co uczynicie inspirując się tą homilią, która jest także ziarnem, które zasiewam... Życzę wam, abyście kontynuowali waszą drogę w wolności Ewangelii, w kreatywności wiary i w dialogu, który wypływa z miłosierdzia Boga, który uczynił nas braćmi i siostrami, i wzywa nas, abyśmy byli budowniczymi pokoju i zgody. Z serca wam błogosławię. I proszę, módlcie się za mnie. Dziękuję!

Traduzione in lingua araba

الزّيارة الرسوليّة

إلى بودابست في مناسبة القداس الختامي للمؤتمر الإفخارستي الدولي الثاني والخمسين وإلى سلوفاكيا

كلمة قداسة البابا فرنسيس

في اللقاء مع الأساقفة والكهنة والرّهبان والرّاهبات والإكليريكيّين ومعلّمي التّعليم المسيحي

في كاتدرائيّة القدّيس مارتينس في براتيسلافا

الاثنين 13 أيلول/سبتمبر 2021

الإخوة الأساقفة الأعزاء،

الكهنة والراهبات والرهبان والإكليركيون الأعزّاء،

معلّمي التّعليم المسيحيّ، والإخوة والأخوات الأعزّاء،

صباح الخير،

أحيّيكم بفرح وأشكر رئيس الأساقفة ستانيسلاف زفولينسكي للكلمات التي وجهها إليّ. أشكركم لدعوتكم لي بأن أشعر بنفسي في بيتي: جئت أخًا، ولهذا أشعر بنفسي واحدًا منكم. أنا هنا لأشارككم في مسيرتكم – هذا ما يجب أن يفعله الأسقف، والبابا - وأسئلتكم وفي توقعات وآمال هذه الكنيسة وهذا البلد. وبالحديث عن البلد، لقد قلت قبل قليل للسيّدة الرّئيسة أنّ سلوفاكيا هي منظومة شعرية! والمشاركة كانت أسلوب الجماعة المسيحيّة الأولى: كانوا مثابرين ومتفقين ويسيرون معًا (راجع أعمال الرسل 1، 12-14). كانوا يتشاجرون، ولكنّهم ساروا معًا.

أوّل أمر نحتاج إليه هو كنيسة تسير معًا، تسلك طرق الحياة وهي حاملة شعلة الإنجيل متقدة. الكنيسة ليست قلعة، وليست مكان سلطة، أو حصنًا في المرتفعات ينظر إلى العالم من بعيد وبكبرياء. هنا في براتيسلافا القلعة موجودة وهي جميلة جدًّا! لكن الكنيسة هي الجماعة التي تريد أن تجتذب إلى المسيح بفرح الإنجيل – وليس إلى القلعة! -، إنّها الخميرة التي تخمِّر مملكة الحبّ والسّلام في عجينة العالم. من فضلكم لا نقع في تجربة العظمة والاستعلاء الدنيوي! يجب أن تكون الكنيسة متواضعة مثلما كان يسوع، الذي تجرّد من كلّ شيء، وصار فقيرًا ليغنينا (راجع 2 قورنتس 8، 9): هكذا جاء ليسكن بيننا وليشفي إنسانيتنا الجريحة.

الكنيسة الجميلة هي كنيسة متواضعة لا تنفصل عن العالم ولا تنظر بتجرّد إلى الحياة، بل تعيش فيها، في داخلها. تعيش في الداخل، لا ننسَ: المشاركة، والسّير معًا، والترحيب بأسئلة الناس وتوقعاتهم. هذا يساعدنا على الخروج من المرجعيّة الذاتيّة: إنّ مركز الكنيسة... من هو مركز الكنيسة؟ ليس الكنيسة! وعندما تنظر الكنيسة إلى نفسها، ينتهي بها الأمر مثل المرأة في الإنجيل: كانت منحنية على نفسها، وتنظر إلى سرّتها (راجع لوقا 13، 10-13). مركز الكنيسة ليست الكنيسة نفسها. لنخرج من القلق المفرط على أنفسنا، على هيكلياتنا، على كيف ينظر المجتمع إلينا. ويحملنا هذا في نهاية المطاف إلى ”لاهوت التنكّر“... كيف نتنكّر بشكلٍ أفضل... ولننغمس في الحياة الحقيقيّة، الحياة الحقيقيّة للناس ولنسأل أنفسنا: ما هي الاحتياجات والتوقعات الروحيّة لشعبنا؟ ماذا يتوقع الناس من الكنيسة؟ يبدو لي أنّه من المهم محاولة الإجابة على هذه الأسئلة، وتخطر على بالي ثلاث كلمات.

الأولى هي الحريّة. بدون حرية لا توجد إنسانيّة حقيقيّة، لأنّ الكائن البشري خُلق حرًّا وليكون حرًّا. إنّ الفترات المأساويّة في تاريخ بلدكم هي درس كبير: عندما جُرحت الحريّة وانتُهِكت وقُتِلت، انحطت الإنسانيّة وعصفت بها عواصف العنف والإكراه والحرمان من الحقوق.

ومع ذلك، في الوقت نفسه، ليست الحريّة "فتحًا أو غزوًا" آليًّا، يظل كذلك إلى الأبد. لا! الحريّة هي دائمًا مسيرة، وأحيانًا متعبة، ويجب البدء في السير دائمًا من جديد، والكفاح من أجلها كلّ يوم. لا يكفي أن نكون أحرارًا في الخارج أو في هيكليات المجتمع، لنكون حقًّا أحرارًا. الحريّة تطلب من الشخص أن يكون هو نفسه مسؤولًا عن خياراته، وأن يميِّز، وأن يتقدم بمشاريع الحياة. وهذا أمر متعب ويخيفنا. في بعض الأحيان قد نرى من الأنسب لنا أن نترك الأوضاع العمليّة تتحدانا، ثم نتقدم ونكرّر الماضي، دون أن نضع قلبنا في الأمور، ودون أن نغامر فنختار. قد نجد أنّه من الأفضل أن "نجُرَّ" حياتنا "جرًّا"، ونعمل ما يقرره الآخرون، أو حتى الجمهور أو الرأي العام، أو الأمور التي تسوقها لنا وسائل الإعلام. هذا ليس حسنًا. واليوم، نعمل في كثير من الأحيان الأمور التي تختارها لنا وسائل الإعلام، فنخسر حرّيّتنا. لنتذكر تاريخ شعب إسرائيل: لقد عانى الكثير من طغيان الفرعون، كانوا عبيدًا. ثم حرّرهم الله. ولكن لكي يصبحوا حقًّا أحرارًا، ليس فقط أحرارًا من الأعداء، كان عليهم أن يعبروا الصّحراء، في مسيرة متعبة. لكنّهم فكروا وقالوا، قالوا تقريبًا ما يلي: ”كان الأمر من قبل أفضل، على الأقل كان لدينا بعض البصل للأكل...“ تجربة كبيرة: قليل من البصل أفضل من التعب ومغامرة الحريّة. هذه واحدة من التجارب. في حديثي بالأمس إلى المجموعة المسكونيّة، ذكرت دوستويفسكي في رواية "المحقّق الكبير": عاد يسوع إلى الأرض في الخفاء، ووبّخه المحقّق لأنّه أعطى حريّة للبشر. القليل من الخبز وشيء آخر يكفي، القليل من الخبز وشيء آخر يكفي. يوجد دائمًا هذه التجربة، تجربة البصل. قليل من البصل والخبز أفضل من التعب ومغامرة الحريّة. أترك لكم التفكير في هذه الأمور.

في بعض الأحيان، حتى في الكنيسة، يمكن أن تتسلّل هذه الفكرة: من الأفضل أن يكون لدينا كلّ شيء محدّدًا من قبل: القوانين التي يجب مراعاتها، والأمن والتشبه بالكلّ، بدلًا من أن نكون مسيحيين مسؤولين وبالغين، نفكر، ونسأل ضميرنا، ونسمح لأنفسنا بأن نناقش مواقفنا. إنّها بداية التصنيف، كلّ شيء منظّم... في الحياة الرّوحيّة والكنسيّة، تكمن تجربة البحث عن سلام زائف يتركنا هادئين، بدلًا من نار الإنجيل التي تزعجنا وتبدِّلنا. البصل المضمون في مصر أفضل من مفاجآت الصّحراء المجهولة. لكن الكنيسة التي لا تترك مجالًا لمغامرة الحريّة، حتى في الحياة الرّوحيّة، توشك أن تصير مكانًا جامدًا ومغلقًا. ربما اعتاد البعض على ذلك. لكنَّ كثيرين آخرين - خاصة في الأجيال الجديدة - لا ينجذبون إلى إيمان لا يترك لهم الحريّة الداخليّة، ولا ينجذبون إلى كنيسة يجب أن يفكر فيها الجميع بنفس الطريقة ويجب أن تطاع طاعة عمياء.

أيّها الأعزّاء، لا تخافوا من تكوين أشخاص لهم علاقة ناضجة وحرّة مع الله. هذه العلاقة مهمّة. قد يعطينا هذا انطباعًا بعدم قدرتنا على التحكم بكلّ شيء، أو بأنّنا فقدنا القوة والسّلطة. لكن كنيسة المسيح لا تريد أن تسيطر على الضمائر ولا أن تحتّل الأماكن. إنّها تريد أن تكون "ينبوع" رجاء في حياة الناس. إنّها مغامرة. إنّه تحدٍّ. أقول هذا خصوصًا للرعاة: أنتم تمارسون خدمتكم في بلد تغيّرت فيه أشياء كثيرة بسرعة، وتم إطلاق العديد من العمليّات الديمقراطيّة، لكن الحريّة لا تزال هشة. هي كذلك بشكل خاص في قلوب وأذهان الناس. لهذا أشجعكم على أن تجعلوهم ينمون أحرارًا من تديِّن جامد. الخروج من هذا وأن ينموا أحرارًا. ليكن كلّ واحد قادرًا على اكتشاف حريّة الإنجيل، فيدخل بالتدريج في العلاقة مع الله، وهو واثق وعارف أنّه أمام الله يمكنه أن يحمل تاريخه الخاص وجراحه الخاصة دون خوف، ودون تظاهر، ودون الاهتمام بأن يدافع عن صورته الخاصة. ممكن أن أقول: "أنا خاطئ"، وأقولها بصدق، من دون أن أقرع على صدري ومن ثمّ أستمرّ بالاعتقاد بأنّني صالح. الحريّة. ليكن إعلان الإنجيل مُحرِّرًا، لا ضاغطًا أبدًا. ولتكن الكنيسة علامة الحريّة والترحيب.

أنا متأكّد أنّ ما سأقوله لن يُعرف أبدًا مصدره. سأقول لكم أمرًا حدث منذ فترة. هي رسالة أسقف تحدّثت عن سفير، قال فيها: "حسنًا، نحن بقينا لمدّة 400 سنة تحت حكم الأتراك وتألّمنا. ثمّ بقينا لمدّة 50 سنة تحت حكم الشيوعيّة وتألّمنا. ولكن كانت السّنوات السّبع مع السّفير هذا أسوأ من الأمرَين الآخرَين!". أتساءل أحيانًا: كم من النّاس يمكنهم أن يقولوا الأمر نفسه عن الأسقف الذي لديها أو عن كاهن الرعيّة؟ كم من النّاس؟ لا، من دون الحريّة، ومن دون الأبوّة لا تسير الأمور.

الكلمة الثانية – الأولى كانت الحريّة -: الإبداع. أنتم أبناء تقليد عريق. خبرتكم الدينيّة تجد أصولها في وعظ وخدمة وجهَين مشرقَين هما القديسان كيرلس وميثوديوس. إنَهما يعلماننا أنّ البشارة ليست تكرارًا بسيطًا للماضي. إنّ فرح الإنجيل هو دائمًا المسيح، لكن السّبل متنوّعة لتشق البشرى السّارة طريقها عبر الزمن والتاريخ. السّبل متنوّعة. سافر كيرلس وميثوديوس معًا في هذا الجزء من القارة الأوروبيّة، وكانا متقدَين بشغف إعلان الإنجيل، وتوصّلا إلى ابتكار أبجديّة جديدة لترجمة الكتاب المقدّس والنصوص الليتورجيّة والعقيدة المسيحيّة. وهكذا أصبحا رسولَيْ انثقاف الإيمان بينكم. اخترعا لغات جديدة لنقل الإنجيل، وكانا مبدعَين في ترجمة الرسالة المسيحيّة. وكانا قريبَين جدًا من تاريخ الشعوب التي التقيا بها لدرجة أنّهما تعلّما وتكلّما لغتهم واستوعبا ثقافتهم. أليست سلوفاكيا في حاجة إلى هذا اليوم أيضًا؟ أتساءل. أليست هذه هي المهمة الأكثر إلحّاحًا للكنيسة بين شعوب أوروبا: البحث عن "أبجديات" جديدة لإعلان الإيمان؟ لدينا تقليد مسيحيّ غنيّ، ولكن بالنسبة لحياة العديد من الناس اليوم، أصبح التقليد في ذكرى ماضٍ لا يعني شيئًا ولم يعد يوجه اختيارات الحياة. في مواجهة فقدان معنى الله وفرح الإيمان، الشكوى لا تفيد، ولا أن نتمترس في كاثوليكيّة دفاعيّة، فيما نحكم على العالم السيء ونتهمه، لا، هناك حاجة إلى إبداع الإنجيل. لننتبه! لم يتمّ إغلاق الإنجيل بعد، إنّه مفتوح! وهو فعّال، فعّال، ويستمرّ قدمًا. لنتذكر ما فعله هؤلاء الرجال الذين أرادوا أن يحملوا رجلًا مصابًا بالشلّل أمام يسوع، ولم يتمكنوا من المرور من الباب الأمامي. ففتحوا فتحة في السطح وأنزلوه من فوق (راجع مرقس 2، 1-5). كانوا مبدعين! أمام الصّعوبات - "ولكن ماذا نفعل؟... آه، لنفعل هذا" -، وأمام، ربّما، جيل لا يؤمن، وفقد الإحساس بالإيمان، أو اختزل الإيمان إلى عادة، أو إلى ثقافة مقبولة إلى حدّ ما، لنحاول أن نصنع فتحة ونكون مبدعين! الحريّة والإبداع ... كم هو جميل عندما نعرف أن نجد طرقًا ووسائل ولغات جديدة لإعلان الإنجيل! ويمكننا أن نساعد في الإبداع البشري، وكلّ واحد منّا لديه هذه الإمكانيّة أيضًا، ولكن المبدع الكبير هو الرّوح القدس! هو الذي يدفعنا كي نكون مبدعين! إذا لم نعد قادرين على الدخول من الطريق العادي، بالوعظ والعمل الرعوي، فلنحاول فتح طرق مختلفة، ولنختبر وسائل أخرى.

وهنا أفتح قوسين. الوعظ. قال لي أحدهم أنّني توقّفت كثيرًا على موضوع العظة في الإرشاد الرسولي "فرح الإنجيل"، لأنها إحدى مشاكل هذا الوقت. نعم، العظة ليست سرًّا، كما ادّعى بعض الأشخاص من البروتستانت، ولكنّها من أشباه الأسرار! إنّها ليست عظة صّوم، كلّا، إنّها شيء آخر. إنّها في قلب الإفخارستيّا. ولنفكّر في المؤمنين، الذين يجب أن يصغوا إلى عظات مدّتها 40 دقيقة، و50 دقيقة، في مواضيع لا يفهمونها ولا تؤثّر فيهم... من فضلكم، أيّها الكهنة والأساقفة، فكّروا جيّدًا كيف تحضّرون العظة، وكيف تلقونها، حتّى يكون هناك اتّصال مع الناس ويستلهمون من النّص الكتابي. في العادة، يجب ألّا تتجاوز العظة عشر دقائق، لأنّه بعد ثمان دقائق يفقد النّاس انتباههم، إلّا إذا كانت مهمّة كثيرًا. ولكن يجب أن تكون المدّة من 10 إلى 15 دقيقة، لا أكثر. قال أحد أساتذة العظات الذين علّموني، إنّ العظة يجب أن يكون لها تماسك داخلي: فكرة وصورة وتأثير، بحيث أنّ الناس تذهب مع فكرة وصورة وشيء تحرّك في قلبهم. إنّه بسيط هكذا إعلان الإنجيل! وهكذا كان يعظ، يسوع تكلّم على الطيور والحقول وهذا وذاك... الأمور الملموسة، حتى يفهم الناس. أعذروني إن عدت إلى هذا الموضوع، ولكن هذا يقلقني... [تصفيق] أسمح لنفسي بدُعابَة: ابتدأ التصفيق من عند الرّاهبات، اللواتي هنّ ضحايا عظاتنا!

افتتح كيرلس وميثوديوس هذا الابداع الجديد، وصنعاه، وهما يقولان لنا هذا: لا يمكن أن ينمو الإنجيل إذا لم يكن متجذرًا في ثقافة شعب، أي في رموزه، وفي أسئلته، وفي كلماته، وفي طريقة كيانه. تعرَّض الأخوان للصعاب والاضطهاد كثيرًا، كما تعلمون. واتهموهما بالهرطقة لأنّهما تجرَّآ وترجما لغة الإيمان. هذه هي الأيديولوجيّة التي نشأت من تجربة التشبه المساوي بين الجميع. يوجد أيديولوجيّة وراء رغبة التساوي. لكن البشارة هي عملية انثقاف: إنّها بذرة تحمل تجديدًا، تجديد الرّوح الذي يجدّد كلّ شيء. المزارع يزرع - قال يسوع - ثم ذهب إلى بيته لينام. وهو لا ينهض ليرى إن كان زرعه ينمو أو ينبت... هو الله الذي ينمّي. لا تتحكّموا كثيرًا بهذا المعنى في الحياة: دعوا الحياة تنمو، كما فعل كيرلس وميثوديوس. يجب علينا أن نزرع جيّدًا وأن نحرس مثل الآباء، نعم. يحرس المزارع، ولكنّه لا يذهب هناك كلّ يوم ليرى كيف ينمو الزرع. إذا فعل هذا، سيقتل الزرع.

الحريّة والإبداع، وأخيرًا الحوار. الكنيسة التي تربي على الحريّة الداخليّة والمسؤولة، وتعرف أن تكون مبدعة من خلال الانغماس في التاريخ والثقافة، هي أيضًا كنيسة تعرف أن تتحاور مع العالم، مع الذين يعترفون بالمسيح ولو أنّهم ليسوا منا، ومع الذين يتعبون في البحث الدينيّ، وأيضًا مع الذين لا يؤمنون. إنّها ليست انتقائيّة لمجموعة صغيرة، لا، إنّها تتحاور مع الجميع: مع المؤمنين، ومع الذين يسيرون نحو القداسة، ومع الفاترين ومع غير المؤمنين. الكنيسة تتكلّم مع الجميع. إنّها كنيسة، على مثال كيريلس وميثوديوس، توحّد وتجمع بين الشّرق والغرب، بين التقاليد والحساسيّات المختلفة. إنّها جماعة تعلن إنجيل المحبّة فتنبت الشّركة والصّداقة والحوار بين المؤمنين، وبين مختلف الطوائف المسيحيّة وبين الشعوب.

الوَحدة والشركة والحوار كلّها أمور ضعيفة، خصوصًا عندما يكون في الماضي قصة ألّم تركت ندوبًا. يمكن أن تؤدي ذكرى الجروح إلى الاستياء وعدم الثقة وحتى الازدراء، وتحمل على بناء الأسوار أمام من يختلفون عنا. ومع ذلك، يمكن أن تكون الجروح ثغرات، وفتحات، على مثال جراح الرّبّ يسوع، فتسمح بمرور رحمة الله، ونعمته التي تغيّر الحياة وتحولنا إلى صانعي سلام ومصالحة. أعلم أنّ لديكم مثلًا يقول: "من رماك بحجر أعطِه خبزًا". هذا يُلهمنا. هذا إنجيليّ جدًا! إنّها دعوة يسوع لكسر دائرة العنف المفرغة والمدمّرة، وتحويل الخد الآخر إلى الذين يضربوننا، لنغلب الشّرّ بالخير (راجع رومة 12، 21). أثرت فيّ حركة في قصة حياة الكاردينال كوريك. كان الكاردينال يسوعيًا، اضطهده النظام، وسُجِن، وأُجبر على العمل الشّاق حتى مرض. عندما جاء إلى روما ليوبيل عام 2000، ذهب إلى سراديب الشّهداء وأشعل شمعة لمضطهديه، طالبًا لهم الرّحمة. هذا هو الإنجيل! هذا هو الإنجيل! ينمو في الحياة وفي التاريخ من خلال الحبّ المتواضع ومن خلال الحبّ الصّابر.

عزيزاتي وأعزّائي، أشكر الله على تواجدي بينكم، وأشكركم بكلّ قلبي لما تعملونه ولما أنتم ولما ستعملونه وستستلهمونه من هذه العظة، والتي هي أيضًا بذرة أقوم أنا بزرعها... لنرى إن كان سينمو الزّرع! أتمنّى لكم أن تكملوا مسيرتكم في حريّة الإنجيل، وفي إبداع الإيمان، وفي الحوار المتدفق من رحمة الله الذي جعلنا إخوة وأخوات، ويدعونا لنكون صانعي سلام ووئام. أبارككم من كلّ قلبي. ومن فضلكم، صلّوا من أجلي. شكرًا!

© http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino.html - 13 settembre 2021