Cari preti, insieme oltre le fatiche di oggi

Discorso in occasione dell'incontro con i sacerdoti della diocesi di Aosta (28 luglio 2005)

Lunedì 25 luglio Benedetto XVI ha incontrato a Introd il clero di Aosta. In questa occasione, il Papa e i preti hanno avviato un dialogo su una serie di problemi pastorali molto concreti. Delle risposte date dal Pontefice riportiamo qui ampi stralci, che abbiamo condensato in sintesi redazionali.

Nella storia della Chiesa, in forme diverse, ci sono sempre questioni che realmente ci tormentano: che cosa fare? (...) Vorrei brevemente rispondere, ma vorrei anche dire che il Papa non è un oracolo, è infallibile in situazioni rarissime, come sappiamo. Quindi condivido con voi queste domande. Soffro anch'io. Ma tutti insieme vogliamo, da una parte, soffrire su questi problemi e anche soffrendo trasformare i problemi, perché proprio la sofferenza è la via della trasformazione e senza sofferenza non si trasforma niente. Questo è anche il senso della parabola del chicco di grano caduto in terra: solo in un processo di sofferta trasformazione si giunge al frutto e si apre la soluzione (...)».


Come guardare in Occidente alla crisi delle vocazioni sacerdotali?

«Quello occidentale è un mondo stanco della sua propria cultura, un mondo arrivato al momento nel quale non c'è più evidenza della necessità di Dio, tanto meno di Cristo, e nel quale quindi sembra che l'uomo stesso potrebbe costruirsi da se stesso. In questo clima di un razionalismo che si chiude in sé, che considera il modello delle scienze l'unico modello di conoscenza, tutto il resto è soggettivo. Anche, naturalmente, la vita cristiana diventa una scelta soggettiva, quindi arbitraria e non più la strada della vita. Perciò diventa difficile credere e se è difficile credere tanto più è difficile offrire la vita al Signore per essere suo servo. Questa certamente è una sofferenza collocata, direi, nella nostra ora storica, nella quale generalmente si vede che le cosiddette grandi Chiese appaiono morenti. Così in Australia soprattutto, anche in Europa, non tanto negli Stati Uniti. Crescono, invece le sette che si presentano con la certezza di un minimo di fede e l'uomo cerca certezze (...). La Chiesa cattolica non sta così male come le grandi Chiese protestanti storiche, ma condivide naturalmente il problema del nostro momento storico. Io penso che non c'è un sistema per un cambiamento rapido. Dobbiamo oltrepassare questo tunnel con pazienza, nella certezza che Cristo è la risposta e che alla fine apparirà di nuovo la sua luce. (...) In tutta questa sofferenza, dunque, non solo non perdere la certezza che Cristo è realmente il Volto di Dio, ma approfondire questa certezza e la gioia di conoscerla (...) in una relazione personale e profonda col Signore. (...) Lo vediamo nella nuova generazione, dopo la grande crisi di questa lotta culturale scatenata nel '68, dove realmente sembrava passata l'era storica del cristianesimo. Vediamo che le promesse del '68 non tengono e rinasce la consapevolezza che c'è una altro modo più complesso, perché esige le trasformazioni del nostro cuore. E così nascono anche nuove vocazioni. Noi stessi dobbiamo trovare la fantasia per aiutare i giovani a trovare questa strada anche per il futuro».

Pochi preti, tante parrocchie: e l'Eucaristia domenicale?
«Quando sono stato arcivescovo di Monaco, avevano creato questo modello di funzioni solo della Parola, senza sacerdote, per tenere la comunità presente nella propria chiesa. E hanno detto: ogni comunità rimane e dove non c'è sacerdote facciamo questa Liturgia della Parola. I francesi hanno trovato la parola adatta a queste Assemblee domenical en absence du prêtre e dopo un certo tempo hanno capito che questo può andare anche male, perché si perde il senso del sacramento, c'è una protestantizzazione e, alla fine, se c'è solo la Parola posso celebrarla anch'io a casa mia (...). Così hanno un po' trasformato questa formula in Assemblee domenical en attente du prêtre. Cioé deve essere un'attesa del sacerdote e, direi, normalmente la Liturgia della Parola dovrebbe essere un'eccezione di domenica, perché il Signore vuole venire corporalmente. Questa perciò non deve essere la soluzione. (...) Trovare il modo per offrire a molte persone di buona volontà questa possibilità: adesso non oso dare ricette. A Monaco ho sempre detto (ma non so la situazione qui, che è certamente un po' diversa), che la nostra popolazione è incredibilmente mobile, flessibile. I giovani fanno cinquanta e più chilometri per andare in una discoteca, perché non possono fare anche cinque chilometri per andare in una chiesa comune? (...) Non oso dare delle ricette. Ma si deve cercare di dare al popolo un sentimento: ho bisogno di essere insieme con la Chiesa viva e col Signore».

Annuncio ai giovani: su che cosa puntare?
«È importante che i giovani possano scoprire la bellezza della fede, che è bello avere un orientamento, che è bello avere un Dio amico che ci sa dire le cose essenziali della vita. Questo fattore intellettuale deve essere poi accompagnato da un fattore affettivo e sociale, cioè da una socializzazione nella fede. Perché la fede può realizzarsi solo se ha anche un corpo e ciò implica l'uomo nelle sue modalità di vita. (...) Dato che la vita sociale si è allontanata dalla fede, noi dobbiamo offrire modi di una socializzazione della fede, affinché la fede formi comunità, offra luoghi di vita e convinca in un insieme di pensiero, di affetto, di amicizia della vita. In questo senso, per esempio, è una bella cosa poter vedere qui che tanti parroci si trovano con gruppi di giovani per trascorrere le vacanze insieme (...)».

Divorziati risposati ed Eucaristia: quale atteggiamento?
«Sappiamo tutti che questo è un problema particolarmente doloroso per le persone che vivono in situazioni dove sono esclusi dalla comunione eucaristica e naturalmente per i sacerdoti che vogliono aiutare queste persone ad amare la Chiesa, ad amare Cristo. Questo pone un problema. Nessuno di noi ha una ricetta fatta, anche perché le situazioni sono sempre diverse. Direi particolarmente dolorosa è la situazione di quanti erano sposati in Chiesa, ma non erano veramente credenti e lo hanno fatto per tradizione, e poi trovandosi in un nuovo matrimonio non valido si convertono, trovano la fede e si sentono esclusi dal sacramento. Questa è realmente una sofferenza grande e quando sono stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede ho invitato diverse Conferenze episcopali e specialisti a studiare questo problema: un sacramento celebrato senza fede. Se realmente si possa trovare qui un momento di invalidità, perché al sacramento mancava una dimensione fondamentale, non oso dire. Io personalmente lo pensavo, ma dalle discussioni che abbiamo avuto ho capito che il problema è molto difficile e deve essere approfondito. Ma data la situazione di sofferenza di queste persone, è da approfondire. Anche se non possono andare alla comunione sacramentale non sono comunque esclusi dall'amore della Chiesa e dall'amore di Cristo. Un'Eucaristia senza la comunione sacramentale non è certamente completa, manca una cosa essenziale. Tuttavia è anche vero che partecipare all'Eucaristia senza comunione eucaristica, non è uguale a niente: è sempre essere coinvolti nel mistero della Croce e della risurrezione di Cristo. (...) E dato che è il sacramento della Passione di Cristo, il Cristo sofferente abbraccia in un modo particolare queste persone e comunica con loro in un altro modo e possono quindi sentirsi abbracciate dal Signore crocifisso che cade in terra e muore e soffre per loro, con loro (...). Dobbiamo anche soffrire con loro, perché danno una testimonianza importante, perché sappiamo che nel momento in cui si cede per amore si fa torto al sacramento stesso e l'indissolubilità appare sempre meno vera. (...) Da una parte, dunque, c'è il bene della comunità e il bene del sacramento che dobbiamo rispettare e dall'altra la sofferenza delle persone che dobbiamo aiutare (...)».

Come utilizzare il nuovo Compendio del Catechismo?
«Nella situazione intellettuale e culturale di cui inizialmente abbiamo parlato la catechesi è divenuta molto più difficile. Da una parte ha bisogno di nuovi contesti per essere capita e contestualizzata (...). D'altra parte, però, risposte chiare sono necessarie perché si possa vedere che questa è la fede e le altre sono contestualizzazioni, semplice modo di far capire. Così è nata una querelle all'interno del mondo catechistico, tra catechismo nel senso classico e i nuovi strumenti di catechesi. È vero da una parte - adesso parlo solo dell'esperienza tedesca - che molti di questi libri non sono arrivati fino alla meta: (...) erano così occupati a preparare il terreno, che alla fine non sono arrivati alla risposta da dare. Dall'altra parte i catechismi classici apparivano così chiusi in sé che la risposta vera non toccava più la mente del catecumeno di oggi. Così finalmente abbiamo preso questo impegno pluridimensionale: abbiamo elaborato il Catechismo della Chiesa cattolica che, da una parte, dà le necessarie contestualizzazioni culturali, ma dà anche risposte precise. (...) Dopo alcuni anni abbiamo avuto una riunione in cui i catechisti di tutto il mondo ci hanno detto che il Catechismo andava bene, che era un libro necessario, che aiuta dando la bellezza, l'organicità e la completezza della fede, ma che avevano bisogno di una sintesi. Giovanni Paolo II, preso atto del voto di quella riunione, ha incaricato una commissione di fare questo Compendio (...). Inizialmente volevamo essere ancora più brevi, ma alla fine abbiamo capito che per dire realmente, nell'ora nostra, l'essenziale, il materiale necessario che serviva ad ogni catechista era quanto abbiamo detto. Abbiamo anche aggiunto delle preghiere. E penso che sia un libro realmente molto utile, dove si ha la summa di quanto contenuto nel grande Catechismo e in questo senso mi sembra possa corrispondere oggi al Catechismo di Pio X. Resta sempre l'impegno dei singoli vescovi e delle Conferenze episcopali di aiutare i sacerdoti e tutti i catechisti nel lavoro con questo libro e nel fare da ponte a un determinato gruppo, perché il modo di parlare, di pensare e di capire è molto diverso non solo tra l'Italia, la Francia e la Germania, l'Africa, ma anche all'interno di un Paese viene recepito in maniera molto diversa».