Apologetica

La Chiesa

ptrpaul.jpgIL REGNO MESSIANICO

Gesù ha espressamente parlato del "Regno di Dio", riprendendo un tema del quale si parlava in Israele da più di mille anni. Nel Vecchio Testamento si attribuisce al Messia la missione di fondare un regno detto, appunto, "messianico".

L'aspettativa di Israele non riguardava solo la persona del Messia, ma anche l'attuazione della sua opera.

Per descrivere il regno messianico i Profeti fanno riferimento al regno teocratico di Israele, che ne rappresentava la preparazione, l'annuncio e il "tipo".

IL REGNO TEOCRATICO

A partire dal sec. XVII a.C. Israele divenne popolo grazie alla legislazione di Mosè. Solo a partire dal XI sec. a.C. però Israele divenne regno nel senso esteriore (cioè con l'istituzione di un re). Tuttavia la fisionomia strutturale non cambiò: Israele fu un regno teocratico sia prima che dopo Saul.

Significato di questa teocrazia:

E' Dio stesso che dà la legislazione ad Israele. Questa legislazione comprende sia leggi religiose e morali, che leggi cerimoniali, giudiziarie, sociali, igieniche, politiche e penali. Tale legislazione ha valore duraturo, permanente: deve essere scritta, deposta nell'Arca Santa, vengono previste dure punizioni a chi osa violarla. L'autorità stessa dei capi di Israele sarebbe stata considerata illegittima se utilizzata contro tale legislazione che, quindi, limitava permanentemente l'esercizio della sovranità.

La storia di Israele è la messa in atto di tale concezione teocratica della legge mosaica: è Dio stesso che assegna al suo popolo la terra da abitare; è Lui che sceglie i giudici; è Lui che crea la dinastia reale; è Lui che istituisce in maniera stabile i Profeti, come raccordo tra Dio e il popolo.

CONCLUSIONE

La teocrazia ebraica è l'esercizio diretto da parte di Dio del governo del regno da Egli stesso istituito, governo che nelle altre realtà è affidato all'autorità umana.

Questo regno teocratico, che è umano nelle sue finalità immediate (benessere), ma è divino nella sua sorgente e nell'esercizio della sua sovranità, rappresenta una fase preparatoria che preannuncia e descrive il regno messianico.

 

IL REGNO MESSIANICO

Le profezie riguardanti il Messia lo presentano come fondatore di un regno avente le seguenti caratteristiche:

  • sarà un regno distinto da quello teocratico;

  • sarà il regno di Dio, quello definitivo;

  • sarà universale, in quanto tutte le genti sono chiamate a parteciparvi facendo cessare l'esclusività di Israele;

  • sarà eterno;

  • sarà di natura essenzialmente e fondamentalmente religiosa che ripristinerà la giustizia morale.

 

REGNO TEOCRATICO E REGNO MESSIANICO

L'elemento che collega i due regni è l'umana discendenza di Gesù da Davide. Ossia tutta la trama della fondazione del regno definitivo, quello messianico, il vero regno di Dio, corre su una trama umana.

Dunque c'è una successione e una continuità tra i due regni rappresentata dalla discendenza davidica: da Gesù Cristo.


IL PENSIERO DI GESU' SUL REGNO

Il fatto storico fondamentale è che Gesù parla di un regno.

1. GESU' RIPRENDE IL DISCORSO ANTICO

Abbiamo già visto che Gesù non si presenta in antagonismo con il Vecchio Testamento, ma come continuatore e perfezionatore di esso.

Quando Gesù parla di "regno", per i suoi ascoltatori questo significava "regno messianico"; e Gesù di fatto riprende questo discorso antico per continuarlo e perfezionarlo. Questa continuità assicura alla storia della Chiesa uno sviluppo iniziato molti secoli prima della sua fondazione. Gli ascoltatori di Gesù mostrano di capire che Egli parla del suo regno come dell'avveramento di quello antico. L'errore stava nel modo di concepire il regno messianico, non nella convinzione che Gesù lo stesse attuando.

2. CARATTERI DEL REGNO

Nel solo Vangelo di Matteo Gesù per una quarantina di volte parla o allude al suo regno.

E' proprio la dottrina del regno che permetterà agli accusatori di Gesù di convincere Pilato. Egli morirà come "re dei Giudei". Dunque il discorso sul regno nella predicazione di Gesù non è né occasionale, né secondario, ma fondamentale e Gesù è inconcepibile, conseguentemente, separato dal suo regno (che come vedremo coincide con la Chiesa).

Gesù parla di tre momenti o fasi del suo regno.

3. IL MOMENTO TERRENO DEL REGNO

Secondo il pensiero di Gesù il suo regno si attua anzitutto in questo mondo. Infatti:

Gesù dà una legislazione morale, che è sparsa in tutto il Vangelo, ma particolarmente concentrata nel Discorso della Montagna. In questa legislazione Gesù dètta il modo di vivere nel suo regno. Tutta questa legislazione riguarda la vita presente;

gli appartenenti a questo regno nell'ultimo giorno verranno giudicati sulla base di come si sono comportati verso i più poveri e deboli di questo mondo;

nelle parabole viene chiaramente illustrata una parte terrena del suo regno;

ai discepoli di Giovanni Battista Egli esplicitamente dichiara:" è dunque arrivato tra voi il regno di Dio".

4. LA SECONDA FASE DEL REGNO

Gesù parla anche di un secondo momento del suo regno, una fase traumatica che separa il momento terreno da quello che seguirà dopo la fine del mondo. Questa fase si chiama escatologica.

Gesù ne parla soprattutto in alcune parabole: del "padre di famiglia", del "servo fedele", delle "vergini prudenti", dei "talenti", della "veste nuziale", della "zizzania".

In questa fase avverrà, in seguito all'ultimo giudizio, la separazione definitiva tra il bene e il male, tra gli eletti e i dannati.

Dalla descrizione del trapasso dalla fase terrena a quella celeste emerge che il suo regno durerà fino alla fine dei tempi.

La storia secondo Gesù non procede secondo rette parallele, o disordinate, procede secondo un fine, secondo un ordine in cui tutte le linee convergono verso lo stesso vertice: la storia del mondo è cioè unica e Cristo e il suo regno ne sono il perno.

5. IL MOMENTO ETERNO DEL REGNO

Gesù parla, infine, di una fase che seguirà quella del giudizio e che sarà eterna. E' la fase della gioia, della luce, della serenità, della conquista e del possesso del bene eterno.

Egli fissa le condizioni per conseguire questa fase. Tutte le cose si illuminano e si esaltano nella visione di questo regno futuro.

"Venite o benedetti dal Padre mio: possedete il regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo".

 


LA FASE TERRENA DEL REGNO

Gesù ha parlato della fase terrena del suo regno utilizzando termini diversi: regno, chiesa, ovile. Termini che si equivalgono.

Gesù dedica molta "cura" alla preparazione della fase terrena del suo regno: Egli ha la preoccupazione costante di preparare gli Apostoli alla missione che li aspetta. Circa il suo regno, Gesù dà spiegazioni a tutti, ma agli Apostoli e ai discepoli dà anche spiegazioni supplementari e riservate: "a voi è dato conoscere i misteri del regno".

1. LA CHIESA EREDE DEL PASSATO

Tutto ciò che è stato profetizzato nel Vecchio Testamento si sarebbe ritrovato nella Chiesa. Gesù invita i suoi connazionali ad entrarvi, ma essi non lo ascoltano. Per cui Gesù annuncia la loro sostituzione: il posto di Israele verrà preso dai Gentili e la Chiesa realizzerà fuori di Israele le aspettative di Israele (parabola delle nozze del figlio del re).

2. LA FORMA ORGANIZZATA

E' costante nella predicazione di Gesù relativa al suo regno di ricorrere ad immagini che richiamano un organismo, una struttura organizzata: il campo, con dei preposti a tenerne la gestione e responsabilità; l'ovile, sotto il pastore che conosce le pecore, le chiama, le ricerca, le guida... L'esame di queste parabole evidenzia che l'elemento "organizzazione" non è una sovrapposizione superflua, ma voluta.

Gesù dunque parlando del regno vedeva una unità organizzata. L'elemento materiale di questa unità organizzata erano i credenti in Lui, dunque una pluralità di uomini: ciò delinea l'idea di una società.

Emerge dunque una struttura sociale con dei capi, dei sudditi, dei seguaci.

3. LE DIFFERENZIAZIONI

Le vicende terrene del regno di Dio, cioè della Chiesa, si verificheranno accanto a quelle del mondo (parabola della zizzania).

Il regno di Dio sarà dunque nel mondo, ma si distinguerà anche dal mondo perché la sua opera sarà in contrasto con lo spirito del mondo.

4. SOCIETA' RELIGIOSA

Compito principale della Chiesa e quindi degli Apostoli sarà la reintegrazione morale del mondo con la remissione dei peccati (parabole della pecorella smarrita, della dracma perduta, del figliol prodigo). Agli Apostoli Gesù conferisce il potere di rimettere i peccati. Gesù stesso affronta la morte di croce per la redenzione degli uomini dal peccato. Il regno di Gesù darà inoltre la vera vita e la darà con abbondanza.

Tutto ciò mette in luce il carattere religioso soprannaturale della Chiesa.

5. CHIESA E TRASMISSIONE DELLA VERITA'

Il regno di Dio si diffonderà attraverso la proposizione della verità (parabola del seminatore). L'arma che Egli fornisce ai suoi discepoli è la parola.

 


L'ATTUAZIONE DEL DISEGNO DI GESU'

Dobbiamo domandarci come Gesù abbia dato forma concreta alla sua idea.

1. L'UNIVERSALITA'

A chi mirava Gesù nel concepire ed attuare il suo regno?

La risposta a questa domanda è di tale rilevanza che potrebbe pregiudicare una delle caratteristiche più importanti attribuite alla Chiesa: la cattolicità.

La risposta degli Evangeli è chiara: Gesù mirava a tutte le genti, aveva cioè l'idea della universalità della sua Chiesa.

Questa idea fu netta ed esplicita sin dall'inizio e con essa Gesù si distaccò completamente dal particolarismo ebraico: "in verità vi dico di non avere mai trovato tanta fede in Israele, e vi dico ancora che molti verranno dall'Oriente e dall'Occidente e sederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regmo dei cieli, mentre i figli del regno saranno gettati nelle tenebre esteriori" (leggere anche la parabola dei vignaioli infedeli).

L'idea di universalità della Chiesa in Gesù non ha né limiti di tempo, né di spazio.

Come conseguenza dell'idea di universalità si deve dire che l'istituzione della Chiesa da parte di Gesù ha un carattere di stabilità definitiva e di trasmissibilità.

2. COSTITUZIONE DEL COLLEGIO APOSTOLICO

Il collegio apostolico viene preceduto e accompagnato da un adunarsi intorno a Cristo di discepoli che rappresentano gli spettatori costanti dei suoi detti e fatti.

Il fascino esercitato da Gesù doveva essere penetrante, ineffabile, sovrano: non fa dunque meraviglia che intorno a Lui si adunassero numerosi discepoli. I discepoli lo considerano il "maestro" che viene da Dio e lo chiamano "Signore".

Gesù, di questi discepoli, ne sceglie 72 a cui affida incarichi ministeriali. Gesù applica dunque un criterio selettivo.

C'è poi, sin dall'inizio, un gruppo di discepoli più intimo: sono i personaggi che emergono dalla massa anonima dei discepoli; sono quelli che vengono distinti con il nome di apostoli. E' Gesù stesso a stabilirne il numero in 12 e a sceglierli.

Dopo la resurrezione Gesù dirà agli apostoli: "come il Padre ha inviato me, così io mando voi". Gesù non parla di due missioni diverse, ma di un'unica missione, la sua: "chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. Chi poi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato".

Il collegio apostolico dunque tiene, in qualche modo, il posto stesso di Gesù.

La partecipazione degli apostoli alla missione del Cristo è un fatto storico inoppugnabile. Nella costituzione del collegio apostolico si delinea chiaramente la distinzione tra quelli che avrebbero diretto e quelli che sarebbero stati diretti: affiora cioè la natura gerarchica del regno di Dio in terra.

3. DOVERE DI INSEGNARE

Gesù ha lasciato trasparire il suo disegno già nel chiamare i dodici "apostoli", cioè mandati, ambasciatori, persone quindi che trasmettono il pensiero di qualcun altro.

Durante il periodo della predicazione in Galilea, Gesù affidò agli apostoli una prima missione; è importante rilevarne i contenuti:

  • è una missione di carattere dottrinale, il messaggio da trasmettere è semplice: "il regno dei cieli è vicino";

  • è accompagnata da segni: "guarite i malati, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni";

  • il loro insegnamento dovrà raggiungere "tutte le genti".

L'ufficio di insegnamento rivestirà un carattere permanente in futuro: "Ecco che io vi mando profeti, sapienti e scribi; di questi, alcuni ucciderete, altri crocifiggerete, altri flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguirete di città in città"; "ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi"; "andate nel mondo intero e predicate l'Evangelo ad ogni creatura. Ammaestrate tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, insegnando loro a praticare tutto ciò che vi ho comandato. Chi crederà e verrà battezzato, sarà salvato; chi non crederà sarà condannato. Ed ecco che io sono con voi in ogni tempo, fino alla consumazione dei secoli".

Non c'è alcun dubbio, Gesù ha conferito agli apostoli il potere di insegnare. Gli apostoli venivano fatti maestri del mondo intero.

4. POTERE TRASMISSIBILE

L'Evangelo deve essere portato a tutti e non verrà la fine se non dopo che la predicazione avrà il carattere dell'universalità.

Nel conferimento del potere magisteriale Gesù parla esplicitamente di "tutte le genti" e di "ogni creatura": ciò richiama l'idea della perennità dell'ufficio di insegnare.

Ed Egli garantisce la sua presenza/assistenza fino alla fine dei secoli. D'altra parte Gesù non ha promesso ai suoi apostoli l'immortalità, anzi ha promesso martirio. Pertanto, Gesù concepisce il potere magisteriale conferito agli apostoli come un potere trasmissibile.

 


NATURA DEL POTERE MAGISTERIALE

Accertato il fatto della istituzione di un potere magisteriale da parte di Gesù, dato agli apostoli e ai loro successori, occorre adesso chiarirne i contenuti e l'ampiezza.

1. MAGISTERO AUTORITARIO

L'insegnamento deve essere fatto in nome e per l'autorità di Gesù Cristo. Ora ogni missione attinge il suo valore dal mandante: in questo caso il mandante è Colui che si è proclamato Figlio di Dio e, secondo il suo stesso pensiero, il non ricevere loro equivale a non ricevere Lui. Dunque, l'autorità divina di Gesù si trasferisce nel magistero dei suoi mandati.

Gesù conferisce inoltre - come meglio si vedrà - agli apostoli il potere di comando.

Tutto ciò conferma il carattere "autoritario" del magistero apostolico e dei successori.

Conseguenza importante: se il magistero apostolico ha lo stesso valore di quello di Gesù, segue che ne ha la stessa efficacia quanto a produrre una obbligazione morale e giuridica. In altre parole, tale magistero apostolico crea avanti a Dio l'obbligazione in coscienza di accettarlo, di non discuterlo, di uniformarvisi. Una volta conosciuto il magistero, il non credere equivale a contravvenire ad un dovere:"...chi crederà sarà salvato, chi non crederà sarà condannato".

2. MAGISTERO VIVO

Gesù non ha mai comandato ad alcuno di "scrivere", ma agli apostoli ha comandato di "parlare".

Egli vuole che la verità sia portata attraverso l'opera personale, libera, che aderisca a quanto da Lui insegnato, ma affidata all'iniziativa personale nel modo di esporla. Tutto l'entusiasmo, i sentimenti, la sensibilità di cui gli uomini sono capaci dovevano essere impiegati nel trasmettere questa verità.

Gesù ha, dunque, conferito un magistero immutabile nella sostanza, ma vivacissimo nella forma e nell'adattamento alle circostanze:"Quando vi tradurranno innanzi ai persecutori non vogliate impensierirvi sul come o sul cosa dire; vi sarà dato in quell'ora che dire".

Si tratta dunque di un magistero vivo in quanto non esclude ma assume e assimila tutti gli elementi vitali, liberi, personali di chi lo esercita.

3. MAGISTERO INFALLIBILE

Nell'affidare agli apostoli un magistero vivo, Gesù doveva anche preoccuparsi di come conservare l'immutabilità del contenuto da trasmettere. A tale scopo Egli garantisce la sua presenza costante: "io sarò con voi fino alla consumazione dei tempi" e l'assistenza dello Spirito Santo.

Gesù, dunque, si è impegnato ad assistere il magistero apostolico in modo che mai abbia ad errare.

Tale assistenza è volta a preservare dall'errore, non è un'ispirazione positiva. Infatti, i depositari del magistero apostolico (Papa e vescovi) hanno sempre dovuto studiare per insegnare.

In ciò consiste il carisma dell'infallibilità con il quale Cristo ha garantito nella sua Chiesa l'esercizio del magistero apostolico.

Attenzione: infallibilità non significa impeccabilità! Con l'infallibilità Gesù ha garantito la verità, ma ha rispettato pienamente l'iniziativa e la libertà umana.

4. OGGETTO DEL MAGISTERO INFALLIBILE

Gesù ha affidato agli apostoli tutto quello che ha detto Lui: questo è il contenuto del magistero apostolico: "Le parole che tu hai date a me le ho date a loro"; "Lo Spirito Santo... vi suggerirà tutto ciò che vi ho detto".

L'oggetto immediato del magistero è dunque esteso quanto la predicazione di Gesù e, quindi, abbraccia tutte le verità relative alla fede e alla morale. Ovviamente tale magistero si estende anche alle verità connesse con la fede e la morale e a quei fatti in cui fede e morale possono risolversi o tradursi (la canonizzazione dei santi, l'ortodossia di un libro, la legittimità di un Papa,...).

 


IL POTERE DI COMANDO

1. IL CONFERIMENTO

Gesù ha affidato al collegio apostolico l'ufficio di reggere e governare la sua Chiesa, conferendo pertanto un vero e proprio potere giurisdizionale, creando quindi una autorità nella sua stessa Chiesa.

Tutto ciò è in armonia con il suo pensiero, con l'aver concepito il suo regno in terra come una unità organizzata.

Gli Apostoli avevano sin dall'inizio la consapevolezza di ricevere una investitura, fino al punto di questionare "su chi fosse il maggiore di loro".

D'altra parte Gesù non mancò di essere chiaro sull'argomento. Nel Vangelo di Matteo viene dettagliatamente previsto il contenuto del mandato di Gesù; Egli spiega agli Apostoli come "seguire le pecorelle" : le dovranno cercare se smarrite; ci saranno scandali, occorrerà evitarne le conseguenze; ci saranno liti e dissensi, dovranno essere eliminati. Gesù poi riassume il potere del collegio apostolico in questo solenne modo: "in verità vi dico, qualunque cosa avrete legata sulla terra sarà legata in cielo, e qualunque cosa avrete sciolta sulla terra sarà sciolta anche in cielo"

"Legare e sciogliere" in aramaico hanno un significato giuridico: "porre obbligazioni morali e toglierne i vincoli, dichiarare autorevolmente una cosa".

E' dunque conferita agli Apostoli la capacità di porre autorevolmente obbligazioni di qualunque genere (leggi, precetti, sentenze giudiziarie, premi e pene).

2. NATURA E LIMITI DEL COMANDO

Alcune caratteristiche del potere di comando:

Gesù lo vede in funzione pastorale e fraterna: "Ho altre pecorelle che non sono di quest'ovile: è necessario che anche quelle vi siano condotte".

L'autorità data agli Apostoli deve essere, come le altre autorità terrene, un servizio agli altri: "il maggiore tra voi sia come il più piccolo, ed il capo come colui che serve" e ancora "Chi è infatti più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse chi sta a tavola? Ora in mezzo a voi io sono colui che serve".

Gesù volle un'autorità umile, disinteressata, paterna, accostevole e allo stesso tempo forte, distaccata e piena di dedizione.

Gesù, dunque, non solo trasmise un potere, ma ne definì anche la natura impregnandola di tutto il messaggio evangelico.

Il potere di comando dovrà essere esercitato nella Chiesa: nulla nel Vangelo fa pensare ad un esercizio sui beni terreni di questa autorità. Il limite, dunque, di questo potere è il limite stesso della Chiesa, del suo scopo eterno.

Il potere di comando deve operare entro questi limiti:

la Chiesa non potrà far nulla che sia contrario al diritto di natura. Il diritto naturale, infatti sorgendo dalla natura viene direttamente da Dio; come potrebbe la Chiesa annullare quello che Dio ha fatto?

la Chiesa non può mutare ciò che Dio ha già positivamente definito; sarebbe contraddittorio;

la Chiesa non può oltrepassare l'ambito delimitato dal suo proprio fine.

L'autorità giurisdizionale della Chiesa provenendo da Dio comporta l'assoluta indipendenza rispetto a qualsiasi potere umano relativamente a tutto ciò che rientra nel suo fine.

 

IL POTERE DI SANTIFICARE

Il fine ripetutamente esplicitato da Gesù per il suo Regno in terra è il raggiungimento della santità. Infatti:

Egli chiede il distacco del cuore dai beni terreni, senza inibirne l'uso;

Egli chiede il sacrificio dei beni terreni qualora essi pregiudichino quelli celesti;

gli appartenenti al Regno devono armonizzare la loro vita al beneplacito divino;

bisogna essere perfetti come lo è il Padre nei cieli;

il principio riassuntivo della vita deve essere quello della carità.

LA SANTITA'

Per Cristo ciò che fa "santi" è un dono divino soprannaturale infuso nell'anima. Questo dono è la "vita divina comunicata agli uomini", che è l'elemento essenziale per essere cari a Dio e uniti a Dio: è ciò che la Chiesa chiama "grazia santificante".

Ora la santità mira a realizzare l'unione più perfetta con Dio; pertanto, la santità è costituita dalla grazia santificante.

Però la santità richiede anche un agire umano fatto di adesione della volontà alla legge divina: a questo libero agire umano Gesù ha promesso un altro dono soprannaturale, una "forza divina" che lo aiuti, lo stimoli, lo illumini: è ciò che chiamiamo "grazia attuale".

Riassumendo, per Gesù la santità richiede la grazia santificante e le virtù umane, come apporto libero e meritorio, supportate queste ultime soprannaturalmente dalle grazie attuali.

La grazia santificante basta dove non c'è uso di libertà (ad es. bambini); l'apporto umano (virtù) è necessario quando c'è l'uso della libertà.

Per essere santi, dunque, occorrono i doni divini (grazia santificante e attuale) e il contributo umano. Quest'ultimo necessita di essere "guidato", aiutato, sanzionato se necessario. Gesù ha provveduto sia a fornirci i mezzi di salvezza soprannaturali (i Sacramenti), sia a darci una guida infallibile : sono appunto i poteri e i mezzi affidati al collegio apostolico.

APPENDICE: LA GRAZIA

Nella Sacra Scrittura si afferma chiaramente che in coloro che amano Dio Egli è presente in una maniera speciale, venendo ad abitare nella loro anima: "se uno sente la mia voce e mi apre io entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me" (Ap. 3,20). In questo come in altri passi si parla di una presenza speciale, intima, personale. Tale presenza riguarda Dio nelle Tre Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa presenza è una comunione di vita: una vita diversa da quella naturale, che ci verrà data in abbondanza, che ci farà rinascere, che è la partecipazione alla stessa vita di Cristo: "Io sono la vera vite... rimanete in me e io in voi... Io sono la vite, voi i tralci... se uno non rimane in me è gettato via..." (Gv. 15, 1-8).

Gesù, di cui partecipiamo la vita, è Figlio di Dio, dunque quella partecipazione ci fa figli di Dio e fratelli di Gesù, più esattamente figli adottivi di Dio, non naturali, per cui possiamo chiamare Dio Padre.

La Grazia è, dunque, un dono gratuito di Dio: ma un dono misterioso, inverificabile nello stato presente. Infatti, se la Grazia è una realtà che mi modifica e mi trasforma, dovrei in qualche modo avvertirla, dovrei sentirmi ciò che si dice sono diventato: figlio di Dio, partecipe della vita divina. Invece, sembro quello di prima, con le stesse tendenze e passioni, con gli stessi peccati. Ora, la Grazia non si rileva sul campo sperimentale e nessuno può, per altre vie ordinarie, avere la certezza assoluta della Grazia, della quale al massimo si può avere una certezza morale, ben fondata.

Il metro adeguato per conoscere la Grazia è la ragione, vale a dire una penetrazione razionale della rivelazione che ci porti ad una fede razionalmente fondata. La posizione cattolica è: credo a quanto ha detto Gesù Cristo il Figlio di Dio. Dalle sue parole sappiamo che la Grazia è un germe di Dio (1Gio. 3,9) destinato a crescere e svilupparsi sino al frutto perfetto, che è la gloria del Paradiso.

Così, sia il giusto che il peccatore non hanno l'esperienza diretta della Grazia finché vivono nella prova, ma l'avranno nel momento del giorno felice o infelice della loro consumazione. Fino a quel momento noi dobbiamo vivere della Parola di Gesù, che sappiamo essere credibile.

IL CAPO

Abbiamo visto come Gesù abbia stabilito una Chiesa di tipo "gerarchico", ciò anche al fine di garantire un'unità della stessa, "un solo ovile".

L'unificazione raggiunge il suo massimo con la costituzione di un primato personale, con la nomina cioè di un capo, di un pastore dell'unico ovile.

PIETRO

Sono tre i momenti fondamentali nel Vangelo del conferimento all'Apostolo Pietro del primato su tutta la Chiesa.

Il cambiamento del nome - "Tu sei Simone, figlio di Giona; ti chiamerai Pietro" (Gv. I, 42). Questo cambiamento di nome preannunzia il primato che verrà successivamente conferito.

Il conferimento del primato - "Beato te, Simone, figlio di Giona, perché non la carne ed il sangue ti hanno rivelato questo, bensì il Padre mio che è nei cieli. Ed io ti dico a te che tu sei Pietro, e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell'inferno non prevarranno mai contro di essa. E darò a te le chiavi del regno dei cieli. E qualunque cosa avrai legata sulla terra sarà legata anche in cielo, e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra sarà sciolta pure nei cieli." (Mt. XVI, 16). L'importanza di questo testo è tale che tutti coloro che negano il primato di Pietro negano il valore e perfino l'esistenza di questo testo. Ora il testo di Matteo, sopra riportato, si legge in tutti i manoscritti greci e latini. Esso è inoltre presente nelle opere degli scrittori antichi. L'interpretazione di questo passo chiarisce che:

Gesù conferisce a Pietro anzitutto la qualità di fondamento della Chiesa (edificherò su questa pietra). Essendo la Chiesa, come si vedrà una società, il fondamento di una società è l'autorità;

dunque Gesù conferisce a Pietro la suprema autorità nella Chiesa (il potere di legare e sciogliere);

ogni potere nella Chiesa si raccoglie in Pietro, persona e non collegio (Tu sei Pietro...a te darò...);

Gesù lega indissolubilmente Pietro alla sua Chiesa; come il fondamento è legato alla sua costruzione, così Pietro, fondamento della Chiesa, sarà legato ad essa (ubi Petri, ibi Ecclesia);

l'ufficio di Pietro durerà, pertanto, fin quando durerà la Chiesa (infatti, contro la costruzione il cui fondamento sarà Pietro non prevarranno le porte degli inferi). Dunque l'ufficio di Pietro è trasmissibile.

La conferma del primato - "Quando ebbero mangiato, Gesù dice a Simon Pietro: Simone Figlio di Giona, mi ami più di costoro? Si, Signore, - gli risponde - tu sai che io ti amo. Gli dice Gesù: Pasci i miei agnelli. Per la seconda volta gli domanda: Simone, figlio di Giona, mi ami tu? Si, Signore - gli risponde - tu sai bene che io ti amo. Ed egli gli dice: Sii il pastore delle mie pecore: Per la terza volta gli dice: Simone, figlio di Giona. mi ami tu? Pietro fu contristato, perché Gesù gli aveva chiesto per la terza volta: mi ami tu? Ed esclama: Signore tu sai tutto, tu sai che io ti amo! Gesù gli dice: Pasci le mie pecore." (Gv. XXI, 15-17)

Gli agnelli e le pecore sono, naturalmente, simbolo dei fedeli. Pertanto, il significato di questo passo evangelico è che Gesù ha costituito Pietro capo di tutto il suo "gregge".

 


I POTERI DEL CAPO

Nell'analizzare i poteri che Gesù ha conferito a Pietro, bisogna ricordare che essendo - come abbiamo visto - trasmissibile il suo primato nella Chiesa, parlare dei poteri di Pietro equivale a parlare dei poteri dei suoi successori.

1. IL MONARCA

Gesù individua il fondamento della sua Chiesa in una persona, in Pietro e i suoi successori: Pietro sarà il pastore per eccellenza dell'ovile di Cristo. Pietro è, dunque, un monarca.

Le uniche limitazioni al potere di Pietro sono le stesse che indicammo per il collegio degli Apostoli, ossia:

la legge naturale;

le leggi positive già stabilite da Dio;

le finalità proprie della Chiesa.

Al di fuori di questi limiti i poteri di Pietro sono pieni. Ciò significa che nella Chiesa nessun'altra gerarchia, o istituzione può limitare i poteri di Pietro; e, quindi, tutte le altre autorità e istituzioni sono sottoposte al potere di Pietro.

Al contrario di tutti gli altri monarchi della Terra, il potere di Pietro sorge direttamente da Dio che lo ha conferito; pertanto, non può essere limitato da nessun'altra autorità: nemmeno Pietro stesso può decidere di limitare i suoi poteri!

2. INFALLIBILE

Al collegio apostolico Gesù ha dato il potere magisteriale infallibile. Analogo potere è goduto da Pietro personalmente, come capo del Regno a cui Gesù ha affidato le chiavi.

Pietro è, dunque, il sommo maestro infallibile della Chiesa: "Disse Gesù: Simone, Simone, ecco Satana che va in cerca di voi per vagliarvi come il grano. Ma io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga meno; tu poi, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli." (Lc. XXII, 31-32).

Il "non venir mai meno alla fede" da parte di Pietro riguarda non la sua persona ma il suo ruolo di capo della Chiesa.

3. L'INFALLIBILITA'

Gesù ha dato a Pietro l'infallibilità in quanto fondamento della sua Chiesa. Pertanto, egli godrà di questo carisma quando e in quanto agisce in tale veste e funzione.

Quando il Papa insegna nella sua qualità di Maestro universale, rivolgendosi a tutta la Chiesa e proponendo una verità da ritenersi con assoluto assenso, esercita la sua qualità di "fondamento", parla - si dice - ex cathedra: è infallibile!

4. RAPPORTI CON IL COLLEGIO APOSTOLICO

Nel Vangelo si leggono identiche parole rivolte sia al Collegio Apostolico, sia a Pietro: non c'è forse contraddizione?

Per rispondere alla domanda occorre esaminare con attenzione il problema. Vi sono anzitutto dei punti certi.

Una prima certezza è la subordinazione degli altri Apostoli a Pietro.

Una seconda certezza è che il magistero giurisdizionale e infallibile del Collegio apostolico esiste solo se esercitato "collegialmente". Il che significa che il collegio è tale quando è con il suo capo, con Pietro.

Il Papa può da solo far tutto, ma può anche insegnare e governare la Chiesa con il Collegio Apostolico (i Vescovi), il quale insegna e delibera con il Papa.

 


FINALITA' DELLA CHIESA

Dobbiamo chiederci quale fine Gesù diede alla sua Chiesa. Questa ricerca del fine della Chiesa non può prescindere dal fine generale che Dio ha impresso ad ogni creatura, ossia che ogni creatura ha per finalità suprema Dio stesso, la sua gloria eterna. La Chiesa non potrà non aver questo fine comune di ogni creatura.

Accanto a questo fine ci chiediamo se alla Chiesa Gesù diede anche delle finalità specifiche.

1. FINE PROPRIO ED ULTIMO

Dal pensiero di Gesù emerge che il fine proprio ed ultimo che Egli assegna alla Chiesa è quello di condurre tutti gli uomini alla gloria nella vita eterna: "Io non berrò più d'ora in poi del frutto della vite fino a quel giorno in cui lo berrò nuovamente con voi nel regno del Padre mio"(Mt., XXVI, 29).

La Chiesa ha la stessa finalità dei suoi sudditi: infatti, se il fine dell'uomo è Dio stesso, l'Eterno, quello della Chiesa è, appunto, la vita eterna.

Questa finalità della Chiesa risponde anche all'intima esigenza dell'uomo che si avverte inadeguato e insoddisfatto per le cose periture, finite e si sente, invece, chiamato all'eternità.

2. LE FINALITA' SUBORDINATE

Dal pensiero di Gesù emerge anche l'assegnazione alla Chiesa di fini immediati, propri della fase terrena di essa, che rappresentano tappe progressive della meta finale e i mezzi per raggiungerla.

Il principale di questi fini immediati è che la Chiesa deve formare i santi: tutti debbono essere santificati, non solo alcuni privilegiati. L'eventuale gradazione nella santità dipenderà dalla rispondenza degli uomini al Vangelo, non dall'appartenenza a qualche casta privilegiata. Ora la Chiesa deve spingere tutti alla santità perché essa ci avvicina alla vita eterna: "Padre Santo...santificali nella verità...che tutti siano una cosa sola come tu stesso, o Padre, sei in me ed io in te, anch'essi siano in noi...io in loro e tu in me, affinché siano consumati nell'unità...Che l'amore col quale mi hai amato, sia in loro ed io in essi"(Giov., XVII, 11-25).

Portare alla santità è dunque un onere per la Chiesa. Però fare dei santi è compito arduo e fa sorgere il diritto della Chiesa al rispetto, alla comprensione, alla libertà, all'aiuto.

Il fine di formare i santi implica l'altra finalità di predisporre un programma di tale formazione, lasciato alla libera scelta degli uomini. Tale programma emerge chiaramente dai cosiddetti consigli evangelici.

Il programma di tali consigli viene ordinariamente attuato attraverso la vita monastica e religiosa; da cui il diritto della Chiesa di promuoverla, difenderla, sostenerla.

La Chiesa, infine, deve offrire i mezzi di santificazione a tutti gli uomini. I mezzi per tale scopo sono: il Magistero infallibile, per far conoscere la verità rivelata al fine di crederla; il potere giurisdizionale rispetto a tutto ciò che è morale e religioso; il potere di santificare con i Sacramenti.

Non c'è dubbio, il distacco più grande tra la Chiesa e le altre istituzioni è dato dalla sua finalità. Ecco perchè Gesù poteva dire:"Il mio regno non è di questo mondo" (Giov., XVIII, 36).

 

LA CHIESA E' UNA SOCIETA' PERFETTA

Da quanto disse e fece Gesù è evidente che Egli ha voluto un'unione organizzata di uomini. Si tratta di uomini con la stessa finalità, con una gerarchia, con dei mezzi comuni.

La gerarchia si presenta con più livelli:

un capo supremo: Pietro e i suoi successori;

il collegio apostolico: gli Apostoli e i loro successori (i Vescovi);

i presbiteri o "preti", che compaiono già intorno a Gesù (i settantadue), e in maniera più esplicita nei tempi apostolici. I presbiteri sono assoggettati agli apostoli, ne sono coadiutori nella missione. S. Paolo dice che essi sono stati posti dallo Spirito Santo a reggere la Chiesa, quindi con decreto divino e non apostolico;

i diaconi, con ufficio complementare e secondario rispetto a quello dei presbiteri.

CARATTERI DELLA CHIESA

Visibilità - La Chiesa non è una pura società di anime i cui scopi sono vissuti a livello di coscienza; al contrario, molti elementi costitutivi della Chiesa sono visibili: il magistero è fatto di uomini vivi che comunicano in maniera ordinaria; i sacramenti hanno un elemento materiale e una fruizione visibile; l'attività gerarchica comporta relazioni giuridiche esterne; in una parola, la Chiesa è un fatto pubblico, anche se non assimilabile agli altri fatti pubblici.

Unità - Gesù parla di un solo regno, di un solo capo, "di un solo ovile sotto un solo pastore"(Gv. X,15). Non è quindi possibile che esistano più Chiese legittime del Cristo. Se vi sono più Chiese pretendenti, sarà necessario individuare quella legittima.

Società religiosa e soprannaturale - In quanto ha un fine religioso e soprannaturale. Ciò ne definisce anche la dignità soprattutto in rapporto con altre società.

Società necessaria - Gli uomini vi debbono necessariamente appartenere per ottenere la salvezza eterna.

Società indefettibile - Non potrà mai venir meno, né alterarsi "le potenze degli inferi non prevarranno contro di essa".

Società gerarchica e monarchica - Come abbiamo visto, con più livelli di comando e con un capo supremo.

Società perfetta - In quanto ha in sé tutti i mezzi necessari per raggiungere il suo fine.

LA STORIA DELLA CHIESA NARRATA DA GESU'

Gesù ha descritto non solo la struttura della sua Chiesa, ma anche le linee del suo sviluppo, cioè la sua storia.

1. SVILUPPO PROGRESSIVO

Il Regno di Gesù, nella sua fase terrena si sarebbe sviluppato gradualmente, partendo da un umile inizio fino ad essere superiore alle altre società: "Il Regno di Dio è come un grano di senape il quale, quando è seminato nella terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra e dopo che è stato seminato cresce e diventa più grande di tutti i legumi e fa grandi rami cosicché gli uccelli del cielo possono fare i loro nidi all'ombra sua" (Mc., IV, 31-32).

I secoli successivi all'epoca di Gesù hanno visto crescere la sua Chiesa e il continuo convolare degli uomini verso essa in cerca di pace e verità.

2. GESU' PIANIFICA LO SVILUPPO DELLA CHIESA

Gesù detta le tappe cronologiche di tale sviluppo:

i discepoli non dovevano allontanarsi da Gerusalemme fino alla venuta dello Spirito Santo;

dopo di ciò avrebbero incominciato a predicare la buona novella "in Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella Samaria e fino ai confini della terra"(Atti, I, 4-8);

lo stesso Pietro prima di estendere ai Gentili la predicazione e la somministrazione dei Sacramenti attenderà un'indicazione dal Signore (la visione di Joppe)

3. L'INTIMA RAGIONE DELLO SVILUPPO

La causa sufficiente e necessaria dello sviluppo della Chiesa non è un elemento estrinseco, umano, ma un elemento intrinseco: "Il Regno di Dio è simile ad un po' di lievito che una donna prese e nascose in tre misure di farina finché tutto fu lievitato"(Mt. XIII, 33).

Il regno di Dio, dunque, mira con la intima educazione delle anime alla nuova grande trasformazione del mondo in profondità. La causa del fermentare del Regno l'ha messa direttamente il fondatore; pertanto, l'esistenza della Chiesa è frutto di risorse superiori a quelle umane, è indipendente da esse e, quindi, "la forza degli inferi" non potrà prevalere contro di essa.

4. IL MEZZO DI ESPANSIONE

Il mezzo di espansione del Regno di Dio è la diffusione della sua parola di verità: tutta la parabola del seminatore sta a dimostrarlo (Mt.XIII, 3). Pertanto il mezzo di propagazione della fede si rivolge all'intelligenza dell'uomo, non si basa sulla forza, ma sulla capacità di convinzione. La storia della Chiesa sarà, quindi, l'applicazione della parabola del seminatore nelle contingenze individuali e collettive.

5. LE VICENDE INTERNE DEL REGNO

La storia della Chiesa pur essendo sorretta da un principio intimo soprannaturale, non sarà senza difetti: la storia non verrà addomesticata da Dio passando sopra i difetti umani. Coloro che faranno parte della Chiesa saranno chiamati ad essere perfetti: dalla chiamata alla realizzazione, ovviamente, ci corre.

Nella parabola della zizzania (Mt. XIII, 24-36) è descritta chiaramente una convivenza nel Regno di Dio dei buoni con i cattivi; altrettanto emerge dalla parabola delle vergini savie e delle vergini stolte (Mt. XXV, 1 segg.).

6. L'ANNUNCIO DELLA PERSECUZIONE

Gesù ha anche anticipato le persecuzioni che subiranno i cristiani: saranno calunniati, uccisi, tradotti nelle assemblee, flagellati, odiati a causa del suo nome, traditi, cacciati dalle città, ... e tutto ciò perché Egli non è venuto a portare la pace, ma la guerra al male. Tuttavia in tutto questo dobbiamo restare tranquilli:

"non abbiate paura!", "confidate: io ho vinto il mondo".

 

LA CHIESA E' DI CRISTO

La struttura e il piano di sviluppo della Chiesa sono stati - come abbiamo visto - stabiliti direttamente da Gesù: la responsabilità intera della Chiesa risale a Cristo.

ORIGINALITA' DEL PENSIERO DI GESU'

Ci si può domandare se Gesù copiò qualcuno. Se confrontiamo la Chiesa di Cristo con le altre forme religiose anteriori emergono queste caratteristiche:

nessuna religione precedente ha un'aspirazione universale;

le religioni precedenti o sono di tipo panteista o non presentano mai un disegno che abbraccia l'uomo e Dio, il tempo e l'eterno;

in tali religioni manca una vera organizzazione sociale, l'esistenza di una "famiglia" di anime con organizzazione esterna.

VALUTAZIONE DELL'OPERA DEGLI APOSTOLI

Analizzando gli scritti e le opere degli Apostoli di Gesù emerge un atteggiamento rivolto ad eseguire e non a plasmare in forza del Suo nome. Gli Apostoli sono stati dei trasmettitori, non liberi nell'iniziativa, ma legati nella fedeltà all'operato di Gesù.

Il sentimento vero dei cooperatori di Gesù è, dunque, di essere dei puri esecutori della Sua volontà.

IL RUOLO DI SAN PAOLO

Molto spesso San Paolo viene presentato come un alteratore della parola di Cristo e un innovatore che costruì una propria chiesa.

In realtà questa opinione è infondata e si appoggia su pregiudizi storico-filosofici. Se noi analizziamo serenamente come sono andate realmente le cose dobbiamo ammettere:

che la Chiesa è già organizzata e funzionante quando Paolo di Tarso compare nella storia cristiana;

che al tempo della sua comparsa la frattura tra Chiesa e sinagoga è già un fatto compiuto;

che gli Apostoli e i discepoli avevano già abbandonato ogni riferimento al sacerdozio levitico;

che San Pietro aveva già esteso il Battesimo ai Gentili;

che i temi più cari della cosiddetta teologia paolina si trovano già nel Vangelo e che San Paolo ne è solo un grande divulgatore;

che questa coscienza di non essere un innovatore è fortissima in San Paolo: "Dovete sapere, fratelli che il Vangelo da me predicato... l'ho avuto per rivelazione da Gesù Cristo" (Gal. 1,11);

che San Pietro e gli altri Apostoli conobbero gli scritti e le opere di San Paolo e mai lo considerarono un corruttore o innovatore dell'insegnamento di Cristo.

Alla fine di questa indagine si può ribadire:

solo Gesù Cristo porta la responsabilità della Chiesa.

 

I SUCCESSORI DEGLI APOSTOLI

Dobbiamo ora chiederci: che è accaduto della Chiesa dopo Cristo? La domanda ha un'importanza non solo storica, ma riguarda la stessa fede. Infatti Gesù ha concepito e istituito una Chiesa indefettibile con un potere gerarchico trasmissibile. Scoprire che la Chiesa esiste ancora ed è come Gesù la concepì, significa trovare la conferma storica della sua divina istituzione. Infine, risalire dall'attuale gerarchia a quella creata da Gesù, significa aver trovato la vera Chiesa, quell'unico ovile che Egli volle.

I SUCCESSORI DEGLI APOSTOLI

Nel II secolo la Chiesa ha la seguente forma organizzata:

la Chiesa è divisa in Chiese particolari alla testa delle quali sta un solo capo chiamato vescovo;

le Chiese particolari sono tra loro unite moralmente e giuridicamente, in modo da costituire una comunione universale.

Tale forma organizzata si desume da numerose testimonianze risultanti dalla documentazione in nostro possesso.

Pertanto, alla fine del secolo I l'episcopato è la forma universale ordinaria di organizzazione della Chiesa, perché tale era la mente e la prassi degli Apostoli: di ciò ne è conferma la situazione che abbiamo documentata per il II secolo. Infatti il comportamento comune degli immediati successori degli Apostoli è la prova indiscutibile del loro attingere al loro insegnamento e alla loro prassi.

I VESCOVI LEGITTIMI SUCCESSORI DEGLI APOSTOLI

Nelle vicende storiche della Chiesa dei primi secoli emerge con chiarezza che i vescovi sono i successori, nelle Chiese particolari, degli Apostoli.

Tutto ciò emerge in maniera perentoria dai cosiddetti "cataloghi", ossia elenchi della serie successiva dei vescovi nelle diverse Chiese, redatti già a partire dal II secolo. A titolo dimostrativo si riportano tre cataloghi redatti da Eusebio ma, in parte, risalenti a documenti anteriori:

 

Chiesa di Gerusalemme: Giacomo il Minore apostolo, Simeone parente di Gesù, Giusto, Zaccheo, Tobia, Beniamino, Giovanni, Mattia, Filippo.

Chiesa di Antiochia: Pietro apostolo, Erodio, Ignazio, Erone, Cornelio, Eros, Teofilo, Massimino, Serapione;

Chiesa di Alessandria: Marco evangelista, Amiano, Abilio, Cerdone, Pirmo, Giusto, Eumene, Marco, Celadione, Agrippino, Giuliano, Demetrio.

Per quanto riguarda l'ufficio, i Vescovi sono "uno in ogni Chiesa, in modo che l'unità dei fedeli deriva dalla unità del vescovo"; dove è il vescovo "ivi è Gesù Cristo, ivi è la Chiesa cattolica" e "senza il vescovo nessuna coadunazione di fedeli merita il nome di Chiesa" (da S. Ignazio di Antiochia).

 

IL SUCCESSORE DI PIETRO

Preliminarmente al problema che ci poniamo va osservato che, durante tutta l'era cristiana, nessuno, al di fuori del Vescovo di Roma, ha mai rivendicato di essere il legittimo successore di Pietro.

Tale argomento costituisce almeno una presunzione di legittimità nella successione di Pietro a favore della sede romana.

1 - RICONOSCIMENTO DEL PRIMATO DEL VESCOVO DI ROMA NEL I-II SECOLO

San Giovanni Evangelista sopravvisse a San Pietro; eppure riportò nel suo Vangelo la conferma del primato. Inoltre dalla sua predicazione nulla emerge contro questo primato. Dai suoi immediati successori apprendiamo, al contrario, che essi credevano nel primato di Pietro:

San Policarpo, immediato successore di San Giovanni, durante la controversia pasquale, pur essendo centenario, partì dall'Asia verso Roma per sentire il parere del Vescovo di Roma;

Sant'Ireneo, discepolo di Policarpo, nelle sue opere tratta del modo sicuro di conoscere la vera tradizione apostolica, indicando come criterio supremo quello della conoscenza della successione dei Vescovi romani.

Da questi due Vescovi apprendiamo dunque qual era il pensiero di San Giovanni e degli altri Apostoli che mai dubitarono del primato di Pietro e dei suoi successori.

Molto importante è anche la testimonianza di Sant'Ignazio di Antiochia, immediato successore di Pietro come Vescovo di quella città, il quale considerava la Chiesa romana "quella che presiede".

Nello stesso periodo l'atteggiamento dei pontefici romani mostra che essi erano consapevoli del loro primato.

San Clemente Romano scrivendo ai Corinti (vivente ancora San Giovanni Evangelista) dà disposizioni e consigli e l'intero tono della lettera è solenne e pieno di autorità.

 

In tutto il II secolo gli interventi dei Vescovi di Roma sono sempre evidenti interventi di chi è il Capo indiscusso della Chiesa.

Gli stessi eretici rendono omaggio a tale verità accorrendo essi da ogni parte verso Roma per cercare di ottenere il consenso del Vescovo di quella città.

2 - IL PRIMATO DI ROMA SI FONDA SULLA SUCCESSIONE A PIETRO

I documenti del I e II secolo rivelano che il motivo per cui il Vescovo romano viene considerato Capo della Chiesa universale è la sua successione a Pietro. Pertanto quest'ultimo ha lasciato il comando della Chiesa al suo successore nell'episcopato romano.

Sant'Ireneo riporta un catalogo della Chiesa romana con il quale giustifica il motivo per cui bisognava "convenire" con l'allora Papa Eleuterio. Infatti egli ci informa che:

ELEUTERIO successe a SOTERO, questi ad ANICETO, a PIO, a IGINO, a TELESFORO, a SISTO, ad ALESSANDRO, ad EVARISTO, a CLEMENTE, ad ANACLETO, a LINO che successe a PIETRO.

 

LA INDIVIDUAZIONE DELLA VERA CHIESA

Il problema che ci poniamo è di individuare quale società religiosa oggi sia la legittima erede di quella fondata da Gesù Cristo.

Si parte dal presupposto che se Cristo è Dio allora la Chiesa che Lui fondò deve ancora esistere e ha le stesse caratteristiche.

Il problema che ci poniamo è fondato sul fatto che nel corso della storia del cristianesimo tante sono state le scissioni.

CRITERIO : la Chiesa di Gesù sarà quella che corrisponde integralmente al Suo disegno ; una sola può avere questa possibilità.

LA SUCCESSIONE

La Chiesa, per indicazione dello stesso Gesù, è là dove è il suo fondamento, cioè Pietro. Abbiamo visto anche che la successione di Pietro è passata al Vescovo di Roma ; dunque, la Chiesa di Cristo è quella unita al Vescovo di Roma.

IL PIANO COMPLETO DI GESU'

La vera Chiesa di Cristo sta lì dove è realizzato pienamente il Suo piano : dove è pieno il concetto di Regno di Dio, del primato, dell'episcopato, del presbiterato e del diaconato,...

Un confronto con le altre professioni cristiane mostra chiaramente che solo la Chiesa Cattolica ha mantenuto integre le caratteristiche di quel piano.

QUATTRO NOTE CARATTERISTICHE

Gesù volle per la Sua Chiesa l'unità : unità nella Fede, in quanto chiese l'adesione della mente ad un complesso di verità da Lui rivelate ; unità di regime, perché fondata sul primato di Pietro e del Collegio Apostolico .

Gesù ha voluto la Sua Chiesa universale, cioè cattolica : universalità di destinazione, in quanto è l'unico mezzo di salvezza ; universalità di diritto, in quanto tutti gli uomini sono tenuti ad entrarvi ; universalità progressiva, perché la Chiesa dovrà espandersi gradualmente fino ai confini della Terra.

Gesù volle la Sua Chiesa apostolica : cioè la affidò ad una gerarchia. Pertanto la Chiesa sta dove è la successione apostolica.

Gesù volle la Sua Chiesa santa : santo fu il patrimonio dottrinale che Egli le affidò ; santi furono i mezzi che Gesù le affidò per la salvezza dei fedeli ; santi, in maniera eroica, ne sarebbero stati i frutti che effettivamente mai mancarono nella sua lunga storia ; santo ne è il fine.

Ora la Chiesa vera dovrà possedere le quattro note integralmente : questo si ha solo per la Chiesa romana.

L'AZIONE LIBERA DELLA CHIESA NELLA STORIA

Gesù ha definito le caratteristiche dell'istituzione da Lui fondata, ma ne ha affidato la conduzione ad uomini che avrebbero dovuto portare il messaggio evangelico, i mezzi di salvezza (e quant'altro loro affidato) nel mondo, utilizzando le loro capacità.

Verificare i gradi di libertà che gli Apostoli e i loro successori esercitarono, significa verificare la storia della Chiesa.

L'AUTONOMIA DI AZIONE NELLA CHIESA

Gesù ha previsto per la Sua Chiesa una zona di libertà, di libera iniziativa.

Pietro ebbe da Gesù un potere di comando universale : questa universalità pose a Pietro e ai suoi successori infiniti oggetti su cui esercitare tale potere ; da ciò emerge un campo di azione libera per Pietro e i suoi successori.

Analoghe considerazioni possono ripetersi per il Collegio Apostolico.

Gesù conferì un potere di magistero vivo, che avrebbe utilizzato le doti, le iniziative e, quindi, le libertà di coloro che lo avrebbero esercitato.

Dal Vangelo emerge che la pedagogia di Cristo non fu di opprimere con vincoli gli Apostoli, ma di rispettarne la personalità ; Egli cercò di formarne la spirituale sapienza in modo che essi stessi avrebbero saputo guidarsi, con l'aiuto dello Spirito Santo.

Possiamo riassumere così l'azione di Gesù : Egli fissa un recinto fatto di elementi dottrinali e istituzionali con carattere di permanenza ; entro questo recinto c'è l'azione libera della Chiesa, dei suoi uomini nelle diverse circostanze storiche.

Pertanto vengono distinti due campi : quello del sostanziale immutabile, dell'essere (la costituzione e natura della Chiesa, il primato, la struttura gerarchica, il deposito dottrinale,...) e quello del libero, del contingente, dell'esistere. Il secondo campo ha come legge e limite il primo.

L'USO CONCRETO DELLA LIBERTA'

Vediamo, a titolo di esempio, un rapido sommario di come la Chiesa usò della libertà che lo stesso Suo Fondatore previde.

IL POTERE MAGISTERIALE : si introdussero i Concili ecumenici, i Sinodi, le Congregazioni, le Commissioni Episcopali,... ; si delegò l'insegnamento proprio di Pietro e dei Vescovi ai presbiteri e ai diaconi ; vennero istituite Scuole di riferimento, Università, Seminari, ... e tutto questo senza alterare minimamente il mandato di Cristo.

IL POTERE DI GIURISDIZIONE : la Chiesa sin dagli inizi si diede delle leggi che finirono per costituire un vero e proprio codice di diritto canonico ; furono regolate in maniera diversa la successione degli Apostoli ; la Chiesa si diede dicasteri, uffici e tribunali,... ; si organizzò il territorio in diocesi, parrocchie,...

IL POTERE DI SANTIFICARE : il diaconato fu frazionato in relazione ai diversi uffici e necessità ; furono aggiunti agli obblighi evangelici altri specifici per alcuni ordini religiosi ;...

CONCLUSIONE

Il principio di unità su cui Gesù fondò la Chiesa va integrato e reso intelligibile dal principio di articolabilità.

La Chiesa ha una struttura intangibile, grazie al Suo divino Fondatore e all'assistenza dello Spirito Santo ; la Chiesa ha anche libertà di movimento, di sviluppo logico, di adattamento e completamento che sono in mano alla libertà umana.

Questa distinzione è importante per giudicare le vicende storiche della Chiesa : in Essa c'è ciò che appartiene a Dio e ciò che appartiene agli uomini.

 

IL RAGGIO DI AZIONE DELLA CHIESA

Dobbiamo ora chiederci qual è l'estensione dell'azione della Chiesa nei diversi campi umani.

NEL CAMPO DELLA LEGGE MORALE

La Chiesa ha nelle sue mani la legge morale con il mandato divino di interpretarla e, quindi, specificarla per i singoli atti e giudicarne le concrete applicazioni.

In quest'ambito il raggio di azione della Chiesa si estende a tutti gli atti liberi umani : questi hanno, infatti, un aspetto morale proprio perché "atti liberi". Ogni atto libero umano può convergere o divergere con la volontà di Dio. La Chiesa, come autentica interprete della Parola divina, ha pertanto giurisdizione sugli atti liberi umani.

Il raggio di azione della Chiesa in quest'ambito è innegabilmente immenso : tutti gli uomini, di tutte le epoche, di tutte le razze e religioni, sono sottoposti al giudizio della Chiesa.

NEL CAMPO DELLA VERITA'

La Chiesa propone infallibilmente la verità rivelata e quanto ad essa connesso. Ora, la verità rivelata dà luce a tutte le altre verità, nel senso che inserisce la conoscenza in un contesto superiore alle sue stesse possibilità. In questo contesto le verità scoperte dal nostro intelletto acquistano una luce nuova che fornisce una migliore estimazione delle stesse. Altro, ad esempio, è vedere una questione internazionale dal punto di vista cristiano, altro è vederla da un punto di vista strettamente politico-economico o, peggio ancora, dei rapporti di forza militare : da un punto di vista cristiano la necessità della salvezza di tutti gli uomini per mezzo di Gesù Cristo fa vedere anche nei rapporti internazionali delle possibilità di pacificazione, di rinunce a pretese o, al contrario, di invito anche forzato a riconoscere diritti, che non sempre emergono dagli altri punti di vista.

Da tutto ciò emerge un ruolo della Chiesa di "illuminazione" delle vicende umane anche estranee alla sua diretta giurisdizione, il tutto, naturalmente, nei limiti della Sua specifica finalità.

RAPPORTI TRA CHIESA E CITTA' DEL MONDO

Abbiamo visto come il raggio di azione della Chiesa si estenda a tutti gli uomini. Tutto ciò crea un insieme di rapporti tra la Chiesa e il mondo che passiamo ora ad esaminare.

LA TESTIMONIANZA DELLA VERITA'

Anzitutto la Chiesa deve dare e dà al mondo la testimonianza della verità.

Rispose, infatti, Gesù a Pilato :"io sono nato e venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità."(Gv. XVIII,37).

Come il fondatore, il Suo Regno deve rendere testimonianza alla verità. Questo l'onere e l'onore della Chiesa nel mondo : rendere testimonianza alla verità ! Al di là e al di sopra del potere di cui gode, delle ricchezze in suo possesso, delle opportunità da cogliere, degli amici da proteggere o dei nemici da combattere, ..., c'è un'unica missione che la Chiesa non può trascurare : testimoniare la verità, fino al martirio.

A sostegno di questa missione il Figlio di Dio ha conferito il primato a Pietro e ai suoi successori e ha garantito loro il potere di Magistero infallibile.

LA FORMAZIONE DEGLI UOMINI

Altro fondamentale compito della Chiesa nel mondo voluto da Gesù Cristo è la formazione delle anime.

La società civile è tanto più salda ed ordinata quanto più gli uomini che la costituiscono godono di una pace interiore fatta di una coscienza rettamente formata che conosce e vuole il bene comune.

Infatti la civiltà è il risultato dello sviluppo armonico di tutto quello che è nell'uomo : intelligenza sentimento, volontà, senso estetico, morale, religione,...Tutti questi elementi devono crescere in armonia, in proporzione. La vera civiltà è, appunto, il risultato della crescita armoniosa di questi elementi umani. Ora, la Chiesa è certamente l'istituzione più attrezzata a raggiungere tale scopo attraverso la formazione delle anime.

LA COESISTENZA

La Chiesa essendo società perfetta, gerarchica, visibile e indipendente, coesiste di fatto con la città del mondo. Il momento delicato di questa coesistenza si ha quando la Chiesa esercita la sua giurisdizione su persone che sono anche soggette all'autorità civile. E' questo il momento dove possono sorgere e sono sorti i conflitti.

I criteri per la soluzione di tale potenziale conflitto sono :

il benessere terreno degli uomini è il fine dell'organizzazione civile e ne è anche il limite ; pertanto quanto è utile e necessario al benessere terreno rientra nelle competenze della città del mondo ;

l'ordine strettamente spirituale, soprannaturale ed eterno con quanto vi è necessariamente connesso è competenza della città di Dio, il cui limite è dunque la salvezza eterna degli uomini.

Chiariti così i diversi campi di azione la coesistenza tra le due città è certamente possibile, ma non facile come documentano le tante vicende storiche di lotta tra Stato e Chiesa.

IL MISTERO DELLA CHIESA

Abbiamo visto che Gesù diede alla Chiesa la Sua missione. Nella parabola della vite Egli prefigurò che i suoi continuatori avrebbero vissuto la Sua stessa vita : in qualche maniera, quindi, la Chiesa continua la vita di Gesù.

La Chiesa ha dunque una realtà visibile e una invisibile : quest'ultima può essere rappresentata solo con il simbolo, cioè con un segno che serve a rappresentare e significare ciò che non si vede. Ciò spiega nell'uso della Chiesa il ricorso a formule liturgiche, a specifiche forme musicali, ad abiti identificativi,..., il tutto a servizio del soprannaturale, dell'invisibile che si vuole "significare".

CRISTO E LA CHIESA

Il mistero della Chiesa è il Cristo agente in essa. Questa presenza misteriosa spiega certe sue caratteristiche per cui, nonostante i difetti degli uomini, essa risulta sempre vincitrice in tutte le vicende storiche. San Paolo sintetizzava questa presenza di Cristo in questo modo :"Poiché come noi abbiamo più membra in un solo corpo e tutte le membra non hanno la stessa funzione, così collettivamente noi formiamo un solo corpo nel Cristo e individualmente siamo membri gli uni degli altri" (Rom. XII, 4-5), e in altro passo precisa :"Egli è il capo del corpo della Chiesa" (Col. I, 18). Noi dunque siamo le membra di un corpo il cui capo è lo stesso Cristo. Attenzione, San Paolo non parla di unione morale, ma reale ; resta da capire in quale modo esista un'azione vitale di Cristo sui membri della Chiesa, che può così riassumersi :

il Verbo eterno, consustanziale al Padre, incarnandosi in un uomo si è inserito nella famiglia umana mettendosi fisicamente in contatto con tutti gli uomini e costituendo il presupposto giuridico per donare la possibilità ad una vita soprannaturale ;

  • con i Sacramenti Egli ha fornito il dono della Grazia, che è la condizione e il mezzo per guadagnare la salvezza eterna ;

  • attraverso la Grazia Egli comunica la vita divina che, nella fase terrena, non viene avvertita in maniera sensibile ;

  • l'insieme dei doni meritatici da Cristo creano in noi un'affinità elettiva che influenza il nostro modo di essere ed agire e ci rendono sempre più "legati" al "Corpo" e al suo "Capo" ;

  • in alcuni casi (Santi) questa esperienza delle realtà soprannaturali raggiunge il fatto prodigioso e mistico.

Nel disegno redentivo divino la vita divina di Cristo diventa vita divina della Sua Chiesa, per cui la storia di Cristo diventa anche storia della Chiesa. Anche Essa come il Suo Capo ha la Sua nascita nell'umiltà e nell'oscurità, il Suo splendore nelle folle esaltanti e la Sua Passione e Resurrezione. La Chiesa, quindi, nelle Sue vicende terrene, ridice al mondo il Vangelo.